Giovanni Carnovali detto il Piccio, nato a Montegrino e figlio di un
muratore, si trasferisce molto presto con la famiglia ad Albino, presso
Bergamo. Si dice che già da bambino avesse dipinto sul muro della villa
Spini un mazzo di chiavi preso da tutti per vero. A undici anni è
accolto nella scuola del pittore neoclassico Diotti, presso l'Accademia
Carrara di Bergamo.
Egli dimostra, però, di non risentire dell'influenza del Diotti,
infatti, fin dalle sue prime opere i colori sono vaporosi e morbidi,
vicini al Romanticismo lombardo. Nel 1831 inizia a viaggiare molto,
recandosi a Parma, Roma, Cremona fino a trasferirsi a Milano nel '36.
Solitario e stravagante, dal 1835 non si reca più a Montegrino a causa
della prima strada carrozzabile perchè deturpa l'ambiente rovinando gli
sfondi paesaggistici.
Muore nel 1873 annegato nel Po presso Cremona. A Montegrino
Valtravaglia nella piazza dedicata a Giovanni Carnovali si possono
vedere sia la villa natale di questo grande artista, sia il busto di
bronzo che lo ricorda.
La genialità creativa del Piccio.
. "Nato per la pittura, carattere schivo, amante della
solitudine, rifugge dalle discussioni, dalle sistemazioni teoriche. In
piena epoca neoclassica si sente al di fuori e al di sopra. Capisce il
valore di certa pittura del Settecento e l'inerzia, fredda e cerebrale
di quella moderna. Reagisce dipingendo come sente, e sente
profondamente la natura, quella delle cose e quella dei cuori. Ama
vedere, quindi viaggiare. Viaggiare a piedi. Nuotare, nuotare per ore."
( Diotti, suo insegnante all'Accademia di Carrara).
Uomo che spesso è stato paragonato a Leonardo per il suo innato
senso della necessità del movimento, che attenua la forma con contorni
irreali ed invisibili. Egli è in grado di fondere in un'unica massa le
figure ed il paesaggio che le contiene. Il Piccio: precursore di tempi,
colui che sa "aprire gli occhi" ai suoi compagni (come con il Cremona
ed il Ranzoni), ma (come sempre accade ai più grandi) che non è
immediatamente capito dalla critica. La sua arte, infatti, è notata ed
apprezzata abbastanza tardi, nel 1909, quando si vedono riunite le sue
opere alla "Mostra della pittura Lombarda" del secolo XIX. Ricordate il
Piccio come uno dei più alti poeti della pittura lombarda; proprio per
questo sottolineo queste parole:
"Il suo colore non è materia, è luce, che si diffonde e fa
crepitare il quadro. E' un pulviscolo luminoso e sospeso nell'atmosfera.
Dove possiamo trovare un altro esempio di queste polpe luminose se non
nel Tiziano della vecchiaia, il più glorioso? Il Piccio, continuando la
tradizione italiana, fa della luce un fatto poetico" (Valsecchi).