Problemi di identificazione
Pittore e architetto italiano (Colle di Vespignano ca. 1265-Firenze
1337). Scarsissime sono le notizie biografiche dell'artista, attorno
alla cui giovinezza sono fiorite varie leggende. Forse la più nota di
esse narra la scoperta del genio di Giotto fanciullo da parte di
Cimabue, pittore presso la cui bottega fiorentina egli svolse
tradizionalmente il proprio alunnato, completando la sua formazione con
l'attività giovanile a Roma, dove si recò probabilmente col maestro. Il
problema delle prime manifestazioni dell'arte di Giotto è connesso
all'individuazione della parte da lui avuta in due importanti cicli
decorativi: gli affreschi alti nella navata della chiesa superiore di
S. Francesco in Assisi e l'esecuzione almeno dei cartoni per l'ultima
zona dei mosaici della cupola del Battistero di Firenze. L'incertezza
della data di esecuzione dei due cicli, cui si aggiunge la discussione
sulla data di nascita del pittore, aumenta le difficoltà di questa
individuazione che, soprattutto riguardo agli affreschi di Assisi, ha
visto i pareri più diversi. Sembra tuttavia attendibile che nelle
Storie del Vecchio e del Nuovo Testamento di Assisi sia riconoscibile
la mano di Giotto in quelle della prima campata verso la facciata e
sull'interno di questa, dove è visibile anche l'apporto di maestranze
di educazione romana. Le due Storie di Isacco della seconda campata
sono dalla critica italiana prevalentemente riconosciute come il primo
testo, e rivoluzionario, del giovane Giotto, ma è forse più attendibile
la tesi che esse siano di un artista maturo, strettamente vicino ad
Arnolfo di Cambio, fino forse ad averne seguito i concepimenti e i
possibili abbozzi. La data delle ultime Storie è forse del penultimo
quinquennio del sec. XIII. Quanto ai mosaici dell'ultima zona del
Battistero, l'esecuzione si addentra nel sec. XIV, e se non è possibile
dare per certa la partecipazione di Giotto all'ideazione, certo vi è
molta parte del suo influsso. Dopo le Storie di Assisi, Giotto dovette
eseguire il Crocifisso di S. Maria Novella in Firenze ; dopo il 1290
diede probabilmente inizio al ciclo dei ventotto riquadri con le Storie
francescane affrescato nella fascia bassa della chiesa superiore di
Assisi. Non manca chi nega la presenza di Giotto in questo ciclo, tesi
avvalorata dall'evidente diversità dello stile poi espresso da Giotto
negli affreschi padovani. Vanno però tenuti in conto l'evoluzione
dell'artista e il largo apporto di collaboratori anche nei riquadri
(dal secondo al diciannovesimo) di più sostenibile autografia del
maestro. Un frammento dell'affresco con l'Indizione del Giubileo da
parte di Bonifacio VIII (1300; Roma, S. Giovanni in Laterano)
dimostrerebbe il gravitare dell'artista nell'ambito delle commissioni
papali, connesse strettamente con l'iniziativa dei francescani
conventuali. A Firenze ai primi del Trecento Giotto eseguì la Madonna
di S. Giorgio alla Costa e il Polittico di Badia (Firenze, Uffizi). Con
i soggiorni a Rimini (dove, scomparsi gli affreschi, rimane il
Crocifisso del Tempio Malatestiano) e a Ravenna, si iniziò l'opera di
diffusione del linguaggio giottesco che via via condizionò il divenire
delle diverse scuole regionali. Dopo il 1304 Giotto cominciò la
decorazione ad affresco della cappella di Enrico Scrovegni all'Arena di
Padova. Il progetto stesso dell'edificio gli viene rivendicato:
dell'attività di Giotto architetto sarebbe questa la testimonianza più
completa e, con il campanile di S. Maria del Fiore, più significativa.
Nell'interno, i circa quaranta riquadri con le Storie di Gioacchino ,
S. Anna e la Vergine e la Storia di Cristo , più le figure decorative
alle pareti, le allegorie dei Vizi e delle Virtù nello zoccolo , il
Giudizio Universale sulla parete d'ingresso, fanno del complesso un
monumento straordinario e, a parte gli aiuti materiali, di completa
autografia del maestro.
Giotto e la pittura in Italia
Con gli affreschi dell'Arena si compie il processo
di cambiamento della pittura in Italia. Gli aspetti fondamentali e
permanenti sono: l'impostazione della rappresentazione secondo
coordinate spaziali anche e soprattutto in profondità, per cui la scena
ricava i suoi contorni in un preciso spazio della visione e si scala
nei punti di lontananza tra lo spettatore e l'orizzonte; il disporsi
degli oggetti secondo schemi strutturali eminentemente architettonici,
coordinati in andamenti di forme conchiuse e di equilibrata
compensazione; un'attitudine sintetica nel proporre l'esperienza del
reale, riduttiva alla sostanza dell'oggetto e analitica solo nella
misura in cui il particolare diviene espressivo di un significato
generale; l'evidenziazione plastica, volumetrica dell'oggetto
attraverso la graduazione del chiaroscuro; l'individuazione di un nodo
dell'azione rappresentata, sul quale si compongono e si traguardano i
gesti dei personaggi e che enuclea il senso drammatico della scena.
Questa struttura sintetica, spaziale, plastica e drammatica non può
essere intesa soltanto come altissimo raggiungimento di Giotto, ma come
punto di arrivo di una complessa elaborazione storica. Sul tradizionale
discepolato di Giotto presso Cimabue è il più ampio margine di
discussione. La forza plastica in Cimabue si attua per tensione interna
delle figure, la volumetria di Giotto è elemento della complessiva
costruzione spaziale; la drammaticità di Cimabue è potenziamento
dell'espressività bizantina, l'azione di Giotto si costruisce secondo
una regia di desunzione classica. Importante per Giotto fu, come già
detto, il suo rapporto indubitabile con l'ambiente romano della fine
del sec. XIII, in cui figura centrale e determinante era l'architetto e
scultore Arnolfo di Cambio. Se il nuovo senso della pittura di Giotto è
di ordine architettonico e plastico, fu Arnolfo che a Roma mise a punto
compiutamente la nuova spazialità; Pietro Cavallini a Roma non fu nè
maestro, nè discepolo di Giotto, ma manifestazione collaterale dello
stesso ordine di ricerche. Arnolfo collegò Giotto alla grande stagione
della scultura gotica anche di Francia, che fu stimolo al complessivo
rinnovamento figurativo.
Un nuovo stile per le ultime opere
Attraverso i francescani la bottega di Giotto,
fattasi impresa organizzata, ebbe commissioni in tutta Italia. Si
rinnovava intanto anche lo stile del maestro. Dalla grande tavola con
la Maestà nella chiesa di Ognissanti a Firenze (ora agli Uffizi) al
mosaico della Navicella in S. Pietro a Roma, di cui restano due angeli
(a Roma, Museo Petriano, e a Boville Ernica), agli affreschi della
cappella della Maddalena nella chiesa inferiore di Assisi, ai due cicli
murali in S. Croce a Firenze, nelle cappelle Peruzzi (Storie di S.
Giovanni Battista e di S. Giovanni Evangelista) e Bardi (Storie di S.
Francesco ), la spazialità giottesca si fa meno serrata, più articolata
e distesa, il colore più tenero, in una sempre fresca e rinnovata
sensibilità. Dalla fine del 1328 alla metà del 1333 Giotto fu a Napoli
per Roberto d'Angiò e lavorò nella chiesa francescana di S. Chiara e in
Castel Nuovo. Poco o nulla rimane della sua opera, ma anche a Napoli il
suo influsso fu determinante, come a Milano, dove Giotto lavorò intorno
al 1333 per Azzone Visconti; il suo magistero di architetto ha un'eco
nel complesso di S. Gottardo. Nel 1334 Giotto fu nominato architetto
della città di Firenze; nella parte bassa il campanile del duomo segue
il suo progetto, così come parte delle formelle scolpite che lo
adornano.