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Il Rinascimento
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Il termine "rinascimento" ha un'origine relativamente recente: esso fu
infatti coniato dallo storico francese Jules Michelet intorno alla metà
dell'Ottocento e poi diffuso dallo studioso tedesco Jacob Burckhardt in
un suo celebre saggio uscito nel 1860, La civiltà del rinascimento in
Italia.
Nella ricostruzione storica elaborata dal Burckhardt, la nozione di
"rinascimento", con cui si definisce un periodo compreso tra la fine
del Quattrocento e il tardo Cinquecento, implica un preciso giudizio di
valore. E' evidente infatti che il concetto di "rinascita" è
strettamente connesso a quello di "morte", che deve precedere: appunto
questo era il rapporto che legava il Rinascimento all'età
immediatamente precedente, il Medioevo, interpretato dal Burckhardt
come un'epoca di profonda oscurità, di decadenza e di scomparsa dei
grandi valori civili, morali ed estetici espressi dal mondo antico. Ma,
dopo i "secoli bui", ecco che sul finire del Quattrocento assistiamo a
un prodigioso recupero di quei valori che sembravano perduti per
sempre: la metafora del "rinascimento" esprime così il rifiorire della
civiltà occidentale dopo un lungo periodo di crisi. Questa
interpretazione è oggi unanimemente respinta dagli storici che,
soprattutto negli ultimi decenni, hanno rivalutato il Medioevo come
un'epoca ricchissima di fermenti culturali e di conquiste del pensiero.
Tuttavia, anche se espressione di un giudizio improprio e superato, il
termine "rinascimento" è rimasto saldamente attestato e universalmente
diffuso nel linguaggio della cultura (renaissance in inglese e in
francese, Renaissanze in tedesco, ecc.).
Questo breve excursus sulla storia del termine non ha solo un interesse
lessicologico, ma ci permette di aprire una riflessione sui rapporti
fra il Rinascimento e il Medioevo, che è essenziale per comprendere i
caratteri di fondo del periodo. Se infatti è vero, come sostiene il
Burckhardt, che fra Quattrocento e Cinquecento si verifica un grande
ritorno dei valori classici, è anche vero che quei valori non erano in
realtà mai morti: tutto il Medioevo si impernia sul culto degli antichi
e raggiunge i risultati più alti proprio nel tentativo di fondere la
civiltà classica con il pensiero cristiano. L'Umanesimo, poi, a partire
dalla seconda metà del Trecento, con le grandi personalità del Petrarca
e del Boccaccio, aveva tradotto sul piano estetico-letterario questo
impegno che fino a loro si era espresso prevalentemente in termini di
riflessione filosofica. Dunque, il Rinascimento non presenta in
sostanza nessuna novità rispetto al Medioevo? Naturalmente non è così:
le innovazioni ci sono, e sono radicali, ma restano comunque
all'interno di una tradizione che non era mai venuta meno. Più che di
una "rinascita" si dovrà quindi parlare di una evoluzione, di uno
sviluppo impetuoso di premesse che comunque erano già implicite nella
civiltà dei secoli precedenti.
Nel Rinascimento emerge come un punto di riferimento basilare la ferma
convinzione della superiorità degli antichi rispetto ai moderni. Questa
opinione era già stata largamente condivisa dal Medioevo, ma con una
sostanziale differenza di prospettiva: pur riconoscendo infatti la
superiorità del modello classico, la sensibilità medievale non aveva
avvertito una frattura rispetto al mondo antico, considerando anzi la
modernità come una prosecuzione, sia pure decadente, di
quell'esperienza. Ne era derivata una percezione spesso deformata e
stravolta dell'antichità che era stata forzatamente conciliata con la
nuova visione cristiana smarrendo così molti dei suoi caratteri più
autentici. Gli uomini del Rinascimento si rendono invece conto
dell'abisso che separa i due mondi, e da questa consapevolezza (in
parte già affiorata nell'età umanistica) nasce l'impegno a recuperare e
a studiare le manifestazioni della civiltà classica nel rispetto della
loro autonomia e della loro originalità, senza tentare impossibili
sintesi e improbabili accostamenti.
La presa d'atto della natura autonoma del mondo antico rispetto a
quello cristiano produce l'importante conseguenza di porre al centro
della storia la figura dell'uomo, non più soggetto passivo schiacciato
da forze che stanno al di sopra di lui, ma protagonista e artefice
della propria sorte. La civiltà antica, insomma, dimostra che il
destino che Dio ha riservato all'uomo non si riassume in una dimensione
unica e ineluttabile, che si evolve nel tempo secondo una logica
prefissata, ma prevede delle discontinuità e un ampio ventaglio di
esiti alternativi: tutto dipende dalla capacità dell'uomo di assumere
un ruolo da protagonista consapevole e di saper usare fino in fondo le
straordinarie potenzialità che Dio ha concesso. Come gli antichi
riuscirono a raggiungere i vertici della civiltà, così anche noi, in
quanto uomini come loro, possiamo ripercorrerne le tracce e sollevarci
alle stesse altezze. E' evidente come in questa posizione del pensiero
rinascimentale sia contenuto il germe di una importantissima novità,
quella dell'idea di progresso, che sostituirà la concezione medievale
della storia come inarrestabile processo di decadenza.
A sua volta, la coscienza della centralità dell'uomo produce come
conseguenza necessaria una fiducia rinnovata nello strumento che
caratterizza l'uomo stesso e lo solleva al di sopra di ogni altra
creatura: la ragione. Anche in questo caso, non si tratta di una novità
assoluta rispetto al Medioevo, che grazie alla ragione aveva innalzato
i grandi monumenti della filosofia scolastica e della speculazione
teologica. Tuttavia, il razionalismo medievale era sempre rimasto
fortemente condizionato da una fondamentale ispirazione trascendente,
per la quale esistevano dei limiti che all'uomo non era lecito superare
e delle ragioni ultime che era empio ricercare, poichè appartenevano
alla imperscrutabile sapienza di Dio. Il razionalismo rinascimentale,
invece, liberando i processi conoscitivi dai condizionamenti morali e
religiosi, abbatte questi limiti e apre la strada alla scienza moderna,
che trova nel naturalismo cinquecentesco una delle sue primissime
espressioni.
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