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Winckelmann e le teorie estetiche del Neoclassicismo
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Il Winckelmann senti con grande intensità e vivo entusiasmo, e tenne sempre
presente, il momento primario e insieme terminale dell’arte che è la bellezza,
affermandolo contro le varie teorie dell’imitazione della natura, o piuttosto
(poiché questo concetto dell’imitazione è assai vago e polisenso ed ha espresso
talvolta anche esigenze legittime), contro una grave confusione che esso ora
suggerisce e ora presuppone, annidata com’è nel suo seno, cioè 1’«imitazione
degli affetti » o, come ora si direbbe con più approfondita analisi dello
spirito e con più esatta definizione,
«l’espressione
immediata degli affetti », l’espressione naturalistica e inestetica, tolta in
iscambio dell’arte. Non era il Winckelmann filosoficamente disciplinato, e
perciò cominciava col dire che la bellezza è «impossibile a definire », cioè a
intendere, « perché cosa superiore al nostro intelletto », il quale perciò « non
può conoscerla »; ma nell’atto stesso veniva a determinarne il concetto,
assegnando alla bellezza il carattere dell’« indefinito », o, meglio dell’»
infinito », di oltrepassante gli affetti nella loro particolarità per una
visione, come ora sogliamo anche chiamarla, « cosmica ». «Volendo io dire -
queste le sue parole -che la figura per esser bella debb’essere indefinita,
voglio intendere che la forma di essa non sarà propria di quella tal persona che
si ritrae, né esprimerà alcuna situazione dell’animo o alcun affetto, perché
queste due cose, mentre tolgono l’unità, o degradano o offuscano la bellezza.
Laddove può dirsi della bellezza, come dell’acqua presa da una sorgente, che
quanto meno è saporosa, vale a dire priva di ogni particella straniera, tanto
più si stima salubre ». una immagine alla quale ricorre non una volta sola e con
la quale cerca di rendere il senso di elevazione e di purificazione che si prova
alla presenza della bellezza artistica: quel toccare mercé di essa una sfera
nella quale s’incontrano tutti i grandi poeti ed artisti, che, vari che siano
gli affetti da cui muovono, tutti li risolvono in un tono che è come il
linguaggio loro comune, il tono eterno del genio poetico ed artistico, puro come
acqua di fonte. Questo concetto, non certo senza precedenti nei pensatori
dell’antichità e del Rinascimento e in qualche italiano dello scorcio del
Seicento, così rilevato, così energicamente e insistentemente affermato da lui,
con la commozione di cosa nuova o nuovamente scoperta, a me par da considerare
il principale e sostanziale e fecondo contributo del Winckelmann alla scienza
estetica.
Per esso, egli segna il suo
distacco dall’arte barocca, dall’arte di un Bernini, che pure in altri riguardi
pregiava, e il collegamento all’arte greca, di cui fece il suo ideale; e altresì
giustifica la nota di superiorità che riconosce all’arte severa verso quella che
si volge alla gradevolezza; giacché discorrendo della « grazia » (che è poi non,
come egli la presenta, un aggiunto carattere, ma un sinonimo della bellezza),
distingue la forma di grazia che è indirizzata al « sublime » e alla quale
appartengono Fidia, Policleto, Raffaello, Leonardo, da quella che coltiva il
piacente, e che è di Prassitele, Apelle, Correggio, Guido,
l’Albani.
E quel concetto porge il
mezzo ermeneutico per entrare nello spirito di talune sue affermazioni, che
possono sembrare del tutto legate (e sono bensì legate ma non del tutto) alla
sua predilezione e alla sua esaltazione entusiastica dell’arte greca, ma che in
ultima analisi, hanno valore di simbolo di quel ritornante suo concetto. La
forma lineare è « la più acconcia a rappresentare l’età dell’uomo in cui sembra
che la bellezza abbia la sua sede, la gioventù », perché le linee, dipartendosi
dalla rettilineità e convertendosi in ellittiche e formate da tante parabole che
tendono a diversi altri centri, « in queste lor trascendenze scorrono sì
dolcemente che assomigliar si possono alla superficie del mare non agitata dai
venti, la quale, se ben muovesi, dicesi che è in calma ». Par di riudire le
parole con cui Amleto, cioè Guglielmo Shakespeare, raccomandava agli attori,
come sommo dell’arte, la smoothness, la
morbidezza. Perfino con ciò si spiega la sua strana idea che questa « unità di
contorni » fosse dagli artisti greci affinata e resa in loro costante con
l’osservazione dei corpi degli evirati sacerdoti di Cibele e di Diana efesina,
nei quali « veniva a unirsi la dolce convessità d’ambedue i sessi, con meno
risentimento dei muscoli e delle parti cartilaginose di quel che suoi essere
nella breve gioventù nostra ». Anche nelle statue di Bacco e di Apollo ritrovava
« una natura mista ed equivoca accostantesi per le anche grandiose e per le
membra tondeggianti a quelle degli eunuchi e delle femmine ». Il contrasto era
verso i « moderni artefici, i quali si credono di dar maggior saggio del saper
loro quanto più fanno spiccar le vene e i muscoli nelle immagini dì qualsiasi
età ». La figura degli dei greci rassomigliava a « uno spirito etereo purificato
dal fuoco, spogliato d’ogni debolezza umana, talmente che non vi si scoprono né
tendini né vene », perché la « sublime idea di quegli artefici » aveva creato
come « delle essenze dotate di sufficienza astratta e metafisica, la superficie
delle quali servisse come corpo apparente ad un essere etereo condensato negli
estremi suoi punti e rivestito di sembianza umana, si, ma senza partecipare
della materia di cui è composta l’umanità, né dei suoi bisogni
».
A questo
concetto della bellezza corrisponde, nella sua dottrina, una particolare facoltà
che l’apprende e la sente, un senso interno, distinto da quello esterno,
dall’occhio e dall’udito, per acuti che siano, « meccanici », che danno
l’esattezza del percepire ma non la visione della bellezza, laddove esso
fornisce la «rappresentazione e la formazione delle impressioni ricevute dal
senso esterno » ed è « intellettuale ». Parola, quest’ultima, che non bisogna,
nel Winckelmann, intendere nell’accezione intellettualistica, ma in quella che
noi diciamo « intuizionistica », cioè come è subito confermato da lui col
soggiungere che quel senso «deve essere pronto e svelto, perché le prime
impressioni sono le più forti e precedono la riflessione e ciò che questa fa
sentire è più debole », e che nella sua spinta verso il bello potrà essere «
oscuro e senza motivo, come tutte le prime e immediate riflessioni », finché un
atto ulteriore non sopravviene, ed accetta e anzi richiede la riflessione (il
giudizio critico). Pretendere di ottenere la visione del bello col « passare
dalle parti all’insieme », cioè in modo intellettualistico, «dimostrerebbe un
cervello di grammatico e difficilmente saprebbe risvegliare in sé un sentimento
d’insieme e un’estasi ». Come il suo oggetto, quel senso dev’essere «più
delicato che impetuoso, perché il bello consiste nell’armonia delle parti» e
«la perfezione di queste in un dolce salire e scendere», e governa il sentimento
«con mano dolce e non con improvvisi scatti» ed è «mediato » e non «immediato »
come nell’impeto, e, delicato e tenero, opera a guisa di una « dolce rugiada e
non come raffiche di pioggia ». Anche qui si ritrova una ragione teorica e
profonda della preferenza che il Winckelmann sembra dare in arte alla bellezza
maschile sulla muliebre, avendo egli sperimentato che non è facile trovare quel
puro sentimento estetico in coloro che sottostanno al fascino della bellezza
muliebre, e poco o nulla sono toccati dalla bellezza maschile, onde non
comprendono l’arte dei greci che riproducevano più bellezze di questo che
dell’altro sesso (cioè non si lasciavano legare in arte dal facile fascino che
emana da tante opere care ai pochi intendenti). Un grado più intenso di
sentimento - dice ancora - è richiesto per le cose dell’arte che non pel bello
che si chiama di natura, effondendosi esso come « le lacrime in teatro, senza
dolore e senza vita », ed essendo suscitato e integrato dall’immaginazione.
Nella prima gioventù, come ogni altra inclinazione, si presenta « avvolto in
sentimenti vaghi e oscuri, e si manifesta come un prurito errante per la pelle,
che col grattarsi non si arriva mai a cogliere nel punto preciso »; ma si
sveglia e si matura mercé dell’educazione. Prudenti avvertenze fa circa
l’intelligenza del bello, nella Storia
dell’arte antica: di non
cercare i difetti e le imperfezioni nelle opere d’arte, se prima non si è
imparato a conoscere e distinguere il bello, di non fidarsi del giudizio
tecnico, che di solito attribuisce maggior valore al difficile che al bello,
come usano gli artisti di poco valore, i quali, non sapendo pregiare le facoltà
spirituali ammirano il lavoro manuale; di distinguere le parti essenziali e
quelle accidentali, come sembrano aver fatto gli artisti antichi che queste
ultime trattarono con negligenza come parerga; e così via.
Ma dal concetto della
bellezza, che il Winckelmann propugnava, nasceva un difficile problema, che
ancor oggi è una croce per molti teorici e divide scuole di critici e anche
scuole di artisti: il rapporto tra l’espressione e la bellezza, non potendo
l’uno di questi due momenti dell’arte escludere l’altro e farne di meno. Il
Winckelmann non lo risolse o non lo risolse in modo soddisfacente; ma pure gli
dié rilievo, sicché quel problema rimase vivo e pungente e fu tentato dai suoi
seguaci e dai suoi critici. Egli, in effetto, preliminarmente cercò di girare la
difficoltà e spacciarsene, collocando l’« espressione » e 1’« azione », questi
due accidenti come li denominava, che pure hanno parte ineliminabile nella
bellezza, nel posto che Demostene assegnava all’azione dell’oratore rispetto
alla sua oratoria parlata o scritta: analogia che non regge, perché l’azione,
cioè i gesti dell’oratore, che accompagnano e sottolineano e coloriscono i suoi
detti, sono parte indivisibile dell’orazione, e, se resi visibili nella
recitazione, pur sempre sono già esistenti o sottintesi nella scrittura. Di poi,
affrontando direttamente la difficoltà, ammise 1’«espressione » (e l’« azione »,
che in fondo qui fa tutt’uno con questa), come elementi necessari, ma per altro
infrenati dall’istanza superiore della bellezza. Poiché« nell’operare - diceva -
non ha luogo l’indifferenza totale, così non potendo l’arte esentarsi
dall’effigiare le deità con sensazioni ed affetti umani, dovrebbe contentarsi di
quel grado di bellezza che la deità operante poteva mostrare. Perciò
l’espressione, sia qui quanta si vuole, non pertanto ella è così bilanciata che
la bellezza prepondera, ed è come il gravicembalo in un’orchestra, il quale
dirige tutti gli altri strumenti che sembrano affogarbo ». Gli artisti greci,
negli eroi non meno che negli dei, «cercarono d’accordare col volto e con gli
atti una placidezza, che non avesse il minimo d’alterazione e di perturbazione,
che secondo la filosofia era anche impropria della natura e dello stato della
stessa divinità », formando le figure
« con una tal
compostezza » che dava « un equilibrio perfetto di sensazione ». Donde le famose
sue interpretazioni del Laocoonte, dell’Apollo del Belvedere, della Niobe e di
altre opere della scultura greca. Ma la debolezza e l’errore di quella teoria
stavano nel concepire l’« espressione » (che qui voleva dire l’espressione
naturale degli affetti), e la « bellezza », come due elementi indispensabili
all’arte, entrambi parimente positivi, ma tra loro contrastanti, dei quali il
secondo doveva ottenere, e nell’arte greca aveva ottenuto, una sorta di vittoria
ed esercitava un accorto dominio sull’altro: debolezza ed errore della teoria
che furono aggravati dal Lessing, quando del vario esercizio di siffatto
dominio, della maggiore o minore sua difesa, volle fare un criterio per la
distinzione delle arti tra loro, in un libro che ha ancora grande rinomanza,
sebbene (a mio ormai antico parere) non facesse compiere alcun vero progresso
alla scienza estetica ma entrasse in una via fallace, tantoché il progresso si
ebbe solo quando, avvertita e dimostrata la fallacia di quella via, se ne prese
una diversa, e anzi opposta, e si affermò non la distinzione ma l’intima unità
delle arti. Sennonché l’espressione naturale degli affetti non è un elemento o
complemento dell’arte, ma il suo antecedente, la sua astratta materia; e il
rapporto tra quella cosiddetta espressione, che è un concerto naturalistico, e
l’espressione, vera e propria, che è spirituale ed estetica, non è già un caso
di gara reciproca e di vario contemperamento, ma il rapporto stesso fondamentale
nella vita dello spirito, di materia e forma, e perciò questa seconda,
nell’arte, come in ogni altra sfera dello spirito, non discaccia né fiacca la
prima ma la trasfigura. Il Goethe disse poi che « bisogna muovere
dall’espressione per giungere alla bellezza », e questa è la verità,
aforisticamente enunciata; ma i termini propri di questo rapporto e il suo
processo dialettico hanno più tardi richiesto molto acume d’indagini per essere
a pieno chiariti.
Il Winckelmann, che formò
sull’arte e sulla bellezza alcuni concetti d’indubbia importanza filosofica, non
era filosofo in senso specifico, né esperto della storia della filosofia; e
perciò non possedeva i mezzi richiesti per portar più oltre questi problemi.
Della teoria dei filosofi sul bello e sull’arte aveva, per quel che mi sembra,
notizie assai vaghe, affermando che « coloro che finora han trattato del bello,
per pigrizia di mente anziché per mancanza di sapere, ne han pasciuto d’idee
metafisiche », e subito dopo citava, non s’intende bene perché,
l’Iconografia di Cesare
Ripa. Della estetica iniziata dal Baumgarten, se ebbe sentore, non ebbe esatta
ed intrinseca cognizione; chè anzi egli fu, se non il primo, uno dei primi (lo
seguì in questo fraintendimento Emmanuele Kant), che respinsero, con chiara
allusione al Baumgarten, il concetto della « perfezione » come inadatto a
definire la bellezza, laddove il Baumgarten non aveva mai adeguato e
identificato pulchritudo e
perfectio, ma
considerato la pulchritudo come la
perfectio
cognitionis sensitivae qua talis, la
perfezione intuitiva ed espressiva, claritas, rispetto
all’obscuritas del senso.
Certo della ricchezza di svolgimento, che questa definizione chiudeva in sé, il
Baumgarten non aveva nè poteva avere coscienza e padronanza, perché non poteva
anticipare la storia dei due secoli che seguirono dopo di lui del pensiero
estetico; ma egli era pur giunto col suo filosofare all’entrata di quella lunga
via, percorrendo la quale sarebbe stato alfine risoluto il dissidio tra
espressione e bellezza, che travagliò il Winckelmann e la sua
scuola.
Che poi esso Winckelmann
indugiasse in vecchi errori col ripetere, per es., che la bellezza, che è di
Dio, impedita nella natura dalla materia e dagli accidenti, viene corretta in
questa sua imperfezione dall’uomo nell’arte, o col prendere a determinare quale
forma spetti al profilo, alla fronte, agli occhi, alle palpebre, alle ciglia, ai
capelli, alle mani, ai piedi, e alle altre parti del corpo umano per esser detti
belli (nel che continuava, con riferimento all’arte greca, le simili trattazioni
italiane del Rinascimento); questi e altrettali teorizzamenti non provano altro
se non che anch’egli, come dal più al meno ogni pensatore, si trascinava dietro
pesi morti da lui accettati e non penetrati dalla sua critica e rigettati, e che
non bisogna cercare in queste cose il carattere della dottrina del Winckelmann e
il posto che egli tiene nella storia.
B. CROCE. (da
Discorsi di
varia Filosofia, Bari,
Laterza, I945, Il, pp. 102-11).
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