Nesso non era, ancora arrivato di là (dal guado), quando noi
entrammo in un bosco che non aveva
alcuna traccia di sentieri.
Non c’erano foglie verdi, ma di colore scuro; non rami lisci e diritti,
ma nodosi e contorti; non frutti, ma spine con veleno:
quegli animali selvaggi che (in Maremma) tra il fiume Cecina e la
località di Corneto odiano i luoghi coltivati, non hanno (per loro dimora)
macchie così irte e pungentì e così folte.
Il bosco è rigido, scheletrico, innaturale;
l'armonioso scorrere della vita qui è fissità, desolazione, morte. Fosco il
colore delle fronde; aggrovigliati e come rivolti contro se stessi ('nvolti) i
rami; infine la cattiveria: spine avvelenate, strumenti di dolore. L'antitesi,
ripetuta tre volte, suggerisce l'innaturalità del paesaggio. Questo a sua volta
è come un'introduzione a una tragedia innaturale: il suicidio. Come ha
finemente osservato il Sapegno, lo stile elaborato e aspro di questo canto si
accorda, fin dalle terzine iniziali, "con un proposito di strane e orrende
fantasie, in cui si rifletta e prenda consistenza poetica l'incubo dì una
tragedia che trascende la norma comune dell'umano sentire".
Qui fanno i loro nidi le
sozze Arpie, che costrinsero alla fuga
dalle isole Strofadi i Troiani con la
funesta profezia di mali futuri.
Le Arpie, mostri della mitologia classica, per metà
donne e per metà uccelli, cacciarono i Troiani di Enea dalle isole Strofadi con
la profezia della fame che essi avrebbero dovuto sopportare nel viaggio verso
le rive dei Lazio (Virgilio -Eneide III, 209 sgg). Qui appaiono come
annunciatrici dì un male misterioso che si cela nel bosco.
Hanno ali larghe, colli e facce di esseri umani, piedi con artigli, e il
grande ventre coperto di penne; si lamentano, in modo strano, sugli alberi.
E il valente maestro: “ Prima che
tu ti inoltri, sappi che sei nel secondo girone ” cominciò a dirmi, “ e vi
starai fino a quando
tu arriverai all’orribile distesa sabbiosa: perciò guarda ripetutamente e con attenzione; così facendo vedrai cose
tali che toglierebbero credito alle mie
parole ”.
Un momento di pausa: la ragione (Virgilio)
interviene. L'uomo (Dante), guardando e esaminando (riguarda ben), prenda
coscienza della realtà; si basi anche sull'esperienza maturata da altri, ma
faccia le proprie esperienze dirette; la ragione indica la via, dà suggerimenti
di metodo; la sperimentazione è diritto e dovere dell'individuo.
lo sentivo da ogni parte emettere lamenti acuti, e non vedevo nessuno che li facesse; per questo tutto
smarrito mi fermai.
Ritengo che Virgilio pensasse che io credessi che voci così numerose
uscissero, (passando) tra quegli alberi secchi, da gente che si nasc:ondesse a
noi.
Alcuni critici hanno voluto attribuire l'uso di
artifici retorici come quello del verso cred'io ch'ei credette ch'io credesse
all'intento di parafrasare lo stile concettoso di Pier delle Vigne, il
protagonista dell'episodio che sta per cominciare, ma questa spiegazione non
chiarisce la funzione che simili moduli espressivi hanno sul piano della
poesia. In essi dobbiamo vedere altrettanti mezzi dei quali il Poeta si serve
per esprimere, attraverso la distorsione del linguaggio, l'errore intellettuale
e morale che ha condotto i suicidi al loro peccato, nonché, al tempo stesso,
l'allucinante atmosfera in cui il loro empio proposito è maturato.
Qu i gli occhi, i sentimenti, l'atto perplesso e interrogatorio di Dante vanno
da Virgilio agli alberi, da questi alla ricerca dell'origine delle voci, poi
ancora a Virgilio: all'intrico dei rami si aggiunge questo intrico psicologico,
dell'incertezza di Dante.
Perciò il maestro disse: “ Se tu spezzi un qualsiasi ramoscello di una di
queste piante, i tuoi pensieri si dimostreranno tutti erronei ”.
Gli interventi di Virgilio (versi 16 -21, 28 -30)
sono quelli del " maestro "; partecipi ma controllati, calmi, come di
chi assolve un grave dovere; Virgilio sa, dunque non c'è stupore o timore in
lui, ma la sicurezza precisa e quasi impassibile del chirurgo che guida la mano
incerta (allor porsi la mano un poco avante) dell'allievo sul corpo
dell'ammalato: sappi... riguarda ben... se tu tronchi.
Allora stesi la mano un poco in avanti, e colsi un ramoscello da un grande
albero spinoso; e il suo tronco gridò: “
Perché mi schianti ? ”
L'inquietante crescendo dei primi trentatré versi,
l'ansia tesa che dal paesaggio, si trasmette all'animo di Dante, si raccolgono
e culminano in questo grido innaturale: e 'l tronco suo gridò. Un vegetale con
voce umana. E voce che si articola nell'atto più alto dell'intelletto umano,
l'interrogazione, lo strumento teso alla ricerca della conoscenza perché... Fin
qui Dante aveva, in silenzio, maturato domande; le aveva tradotte in un gesto
(e colsi); ora la risposta è arrivata, ma rimbalza, terribile domanda, quasi
atto d'accusa, sul richiedente: non hai tu ... ?
Poi, dopo che si coprì di sangue, ricominciò a dire: “ Perché mi strappi
? non hai tu alcun senso di pietà?
Fummo uomini, e ora siamo trasformati in piante selvatiche: la tua mano
dovrebbe essere anche più pietosa, se
fossimo state anime di serpi ”.
Il bosco ha rivelato il suo segreto: fummo uomini, e
ora siamo fatti sterpi. Le anime dei suicidi che rifiutarono violentemente il
corpo, sono degradate alla prigionia in queste forme arboree dove, impotenti,
soffrono contorcendosi e contorcendole, con un dolore che spasima, muto, cieco,
sordo, murato nelle fibre del legno, fino a quando le Arpie, pascendosi delle
foglie fosche, lo accrescono ma anche gli aprono una via di sfogo: fenestra.
Come da un tizzone verde al quale ad una estremità sia appiccato il
fuoco, che dall’altra stilla gocce di umore e stride a causa dell’arla
interna che ne esce,
allo stesso modo dal ramo rotto uscivano insieme parole e sangue; perciò io lasciai cadere il
ramoscello, e rimasi immobile come chi
ha paura.
La similitudine dei legno che lagrima è gìá nel
provenzale Gaucelm Faidít: "Dagli occhi piango - per dolore - come la
legna verde che nel fuoco ardente
s'accende piangendo. In Dante essa esprime un'attenzione tesa a cogliere nella
natura un significato drammatico, non la pausa lirica, e si inserisce
mirabilmente nel tema che è alla base di questo canto: il perdersi dell'umano
nella natura arborea, il cristallizzarsi degli alberi nella rigidità della
morte. Quando, attraverso il dolore (il ramoscello spezzato), l'albero-uomo
riprende a vivere, ad esprimersi (sanguina, parla), questa manifestazione di
vita è simile in tutto ad un processo meccanico, non c'è nulla di libero in
essa. Così, in conseguenza del calore che ne prosciuga una estremità, l'umidità
di cui il pezzo di legno messo sul fuoco è pregno, affluisce tutta
all'estremità opposta, e di qui geme, si riversa, condensata in gocce, all'esterno.
La reazione di Dante all'innaturale spettacolo non è analizzata: si concretizza
in un gesto (lasciai la cima cadere) e in un atteggiamento (stetti come l'uom
che teme). "Come spesso avviene in Dante, un fatto si commenta con un
altro fatto, e non con termini soggettivi." (Aglianò)
“Se egli avesse potuto credere senza provare” rispose il saggio
Virgilio: “o anima ferita, ciò che ha
veduto soltanto per mezzo della mia poesia,
non avrebbe stesa la mano contro di te; ma la cosa, in sé incredibile, mi
spinse a indurlo a compiere un atto che rincresce a me per primo.
Rima sta per poesia; qui in particolare indica il
poema di Virgilio, l'Eneide. Nel libro terzo (versi 19 -68) Virgilio narra
l'episodio di Polidoro, figlio di Priamo re di Troia, fatto uccidere a
tradimento da Polinestore, re della Tracia, e sul cui tumulo crebbero dei
virgulti. Enea, giunto sul luogo, ne strappò alcuni; dai rami spezzati e
sanguinanti usci la voce di Polidoro. Ma il senso della trasformazione
dell'uomo in pianta è profondamente diverso, nei versi di questo canto,
rispetto a quello dell'episodio virgiliano. Il contrasto così netto fin
dall'inizio in Dante, tra natura arborea e natura umana (dal ramo escono parole
e sangue), appare in Virgilio assai più attenuato. Ciò che atterrisce Enea è il
sangue che sgorga dal virgulto spezzato. Solo in un secondo momento Polidoro
parlerà; le sue parole non saranno più allora motivo di terrore, ma soltanto di
meraviglia. L'idea tragica si diluisce così in una successione cronologica. Bene
osserva in proposito l'Aglianò: "In Virgilio gli effetti sono sempre
anticipati... e al momento culminante, al gemito e alle parole di Polidoro, si
arriva progressivamente, attraverso un regolare crescendo... La linea
ascendente è invece in Dante rapidissima". E ancora: "A Virgilio
interessava l'episodio nel suo complesso, il fatto prodigioso, l'avventura
sensazionale, nel quadro generale delle peripezie di Enea; a Dante interessa
far sentire l'angoscia, la pena anche morale dello stato in cui si trovano i
suicidi".
Nell'episodio di Polidoro il dramma dell'anima-pianta si risolve in un
raffinato contrappunto di impressioni naturalistiche, non prorompe, come qui,
nel grido di una coscienza offesa (ben dovrebb'esser la tua man più pia).
Va aggiunto inoltre che, mentre questa metamorfosi ha in Virgilio un valore
positivo, essendo per Polidoro "il risarcimento, accordato dal cielo in
compenso dell'iniqua morte datagli da Polinestore" (Medin), in Dante è la
espressione della condanna inflitta da Dio a chi si è privato da sé della vita.
Di qui anche la diversità di tono tra i due episodi: elegiaco nell'Eneide,
tragico in questo canto dell'inferno.
Ma digli chi tu fosti, cosicché invece di un qualche risarcimento ravvivi la tua fama nel mondo dei vivi, dove gli è lecito ritornare. ”
Tua fama rinfreschi: quasi tutti i dannati manifestano il desiderio che la loro memoria
continui a vivere in terra; soprattutto quelli che, pur essendo peccatori,
furono anche magnanimi e degni, per alcuni aspetti, di ammirazione. Pier delle
Vigne sembra crucciarsi, più che della sua condizione presente, delle calunnie
con le quali è stata offesa la sua fama, la sua onorabilità. Dante sentirà
pietà di questo cruccio fino a esserne accorato. Non sarà pietà per la
sorte del peccatore che è voluta dalla
giustizia di Dio, alla quale il Poeta cristiano non può non consentire; sarà
invece partecipazione alla giusta sofferenza di Pier delle Vigne provocata dal
misconoscimento della sua lealtà.
E il tronco (disse) : “ Mi attiri, con l’esca delle tue dolci parole in
modo tale, che io non posso tacere; e a voi non pesi se io mi trattengo un
poco a discorrere.
Io sono colui, che tenni tutte e due le chiavi del cuore di Federico, e
che le girai, aprendo e chiudendo, così delicatamente,
che esclusi quasi ogni altra
persona dalla sua intimità: fui tanto fedele al mio glorioso incarico, che a causa di ciò perdetti la quiete e la salute.
L’invidia, rovina di tutti è male delle corti, che mai ha distolto il suo sguardo disonesto dalla corte imperiale,
aizzò tutti gli animi contro di me; e gli aizzati aizzarono tanto l’imperatore, che le gloriose
onorificenze si convertirono in cupi
dolori.
Pier delle Vigne nato a Capua alla fine del secolo
XII, studiò legge a Bologna; in gioventù conobbe la miseria e gli stenti;
acquistatosi suoi meriti, fece parte come notaio della corte imperiale di
Palermo, dove entrò nelle grazie di Federico Il di Svevia, fino a diventare
consigliere segreto, " protonotaro ", giudice della Magna Curia e
cancelliere del Regno di Sicilia. Accusato - e Dante ritiene a torto - forse di arricchimenti illeciti, di eccesso
di potere e di tradimento, da cortigiani invidiosi e offesi dalla sua fortuna,
dopo vent'anni di onori, cadde in disgrazia del suo signore che lo fece
incatenare e accecare (1248); l'anno dopo, disperato, si uccise. Fu uomo colto,
raffinato, poeta in volgare, rinomato per la sua eloquenza e per la maestria
del suo comporre in latino.
Il mio animo, per sprezzante compiacimento, credendo che con la morte si
sarebbe sottratto al disprezzo, mi rese ingiusto contro me stesso (che ero
invece) giusto.
Ingiusto fece Me contra me giusto: la ingiustizia che Pier delle Vigne fa a se stesso è anzitutto
violazione di un diritto inalienabile: il diritto alla vita. Per un cristiano
l'uomo non può togliersi la vita, essendo questa un dono di Dio. Con molta
penetrazione si esprime in proposito un antico commentatore, il Buti: "Quelle cose che l'uomo non si può dare,
non si dee togliere; anzi le dee tenere quanto vuole colui che gliele dà; e, se
le rifiuta, ragione è che non le riabbia".
L'ingiustizia, che il protonotaro imperiale ha commesso uccidendosi, non va
quindi considerata soltanto in rapporto alla sua vita giusta, ma in rapporto
alla sua vita senza ulteriori specificazioni di valore. In altri termini, agli
occhi di Dio l'atto del suicida è altrettanto riprovevole qualunque sia la
validità morale delle opere da questo compiute in vita. Naturalmente, sul piano
umano, e agli effetti della poesia, il fatto che Pier delle Vigne si uccida
senza aver nulla da rimproverarsi colora di patetico la sua tragedia.
Giova ricordare ìn proposito come tutte le vicende che, nella Commedia, le
anime narrano di se stesse, sono dal Poeta concepite come messaggi di verità
morale che ci giungono dal mondo dove più non si può mentire; le azioni più
abominevoli, per il fatto di proporsi come esempi negativi, acquistano la
dignità del sacro. Nessuna però di queste storie, messe nella cornice dell'al
di là, a contrasto con la condizione eterna, di chi ne fu il protagonista, è in
Dante soltanto un esempio: quale più quale, meno, tutte sfuggono ad una
definizione unilaterale e aprioristica delle nozioni di bene e di male in esse
contenute. Come in tutta la grande arte, questa definizione è in Dante sempre
proposta, mai imposta: lo schema, concettuale si invera di continuo nella varia
e ricca umanità dei suoi personaggi.
Per le mostruose radici di questo
albero vi giuro che mai venni meno alla
fedeltà verso il mio signore, che fu
tanto degno di rispetto.
E' del De Sanctis l'osservazione che fino a questo appassionato giuramento Pier delle Vigne ha parlato senza commuoversi,
esprimendosi in una forma ricercata (in cui è come un compiacimento per la propria perizia di maestro dell'ars
dictandi) e sottile, e che solo di fronte all'accusa di tradimento egli palesa, attraverso il dolore, la
propria umanità, mentre il suo
linguaggio, libero infine da ogni preoccupazione formale, ritrova la
schiettezza delle grandi passioni:
"vi è una cosa, una sola cosa seria
che gli pesa, l'infamia che si tenta gittare sulla sua memoria, l'accusa che gli è lanciata di traditore. Qui è il patetico del racconto: qui la sua immaginazione si scalda, di sotto alla
veste del cortigiano spunta l'uomo, e il suo linguaggio diviene semplice ed eloquente".
E se l’uno o l’altro di voi
torna nel mondo, renda giustizia alla
mia memoria, che è ancora prostrata per il colpo che l’invidia le inferse ”.
Virgilio attese un poco, e poi mi disse: “ Dal momento che egli tace non perdere tempo; ma parla, rivolgigli
domande, se hai piacere di sapere di più
”.
Perciò io dissi a lui: “ Domanda ancora tu ciò che credi possa appagarmi;
perché io non potrei, da così grande
pietà sono toccato nel cuore! ”
Perciò riprese: “ Se ti verrà fatto spontaneamente il favore che le
tue parole chiedono in tono di preghìera, spirito prigioniero, ti sia gradito ancora
di dirci in che modo l’anima si rapprende in questi duri nodi; e rivelaci, se puoi, se mai qualche anima si libera da simili membra.
Allora il tronco soffiò forte, e poi quel soffio si convertì in tali parole “ Vi sarà data una risposta breve.
Il suo secondo discorso - premette Pier delle
Vigne - sarà una breve comunicazione. In
realtà i sedici versi di cui è composto non sono pochi, soprattutto se
paragonati ai ventiquattro del primo. Brevemente sta però a significare la
volontà dell'anima di non parIar troppo del proprio supplizio; il tono è
staccato, oggettivo, impersonale: sarà risposto a voi.
Quando l’anima crudele (contro il corpo) si separa dal corpo dal quale
essa stessa si è strappata, Minosse la manda al settimo cerchio.
Cade nella selva, e non le è prescelto il luogo; ma là dove il caso la
scaglia, qui germoglia come seme di frumento.
Cresce in forma di virgulto e di pianta selvatica: poi le Arpie,
pascendosi delle sue foglie, le procurano dolore, e un varco alle manifestazioni di esso.
Come le altre (anime) verremo (nella valle di Giosafàt) a riprendere i
nostri corpi, ma non per questo alcuna di noi se ne rivestirà, poiché non è
giusto avere ciò di cui ci si è privati.
Trascinererno penosamente i nostri
corpi (fin qui), ed essi saranno appesi nella mesta selva, ciascuno alla pianta
in cui è chiusa la sua anima nemica a se
stessa ”.
L'anima, mentre dà le notizie richieste sul proprio
itinerario attraverso l'inferno (si parte... la manda... cade... la balestra...
germoglia... surge), si fa a poco a poco nuovamente partecipe, della sua
estrema vicenda: l'anima del suicida è feroce contro il corpo dal quale s'è divelta, strappata con violenza e sforzo
come radice dal proprio terreno, e contro se stessa; e alla fine - dopo la prefigurazione
oggettiva della processione che seguirà al Giudizio Universale - scopre con un
brivido, fra tanti corpi, il suo: ciascuno al prun..
Noi eravamo ancora tutti intenti all’albero, credendo che ci volesse dire
altre cose, quando fummo sorpresi da un rumore,
come colui che sente arrivare il cinghiaie e i cani e i cacciatori al luogo dove si è appostato, e ode le bestie
e lo stormire delle fronde.
Finora questo canto è stato quasi totalmente privo
di azione apparente, anche se ricchissimo di svolgimenti psicologici. Qui, con
notevolissimo risalto, irrompe nell'immobile il movimento. "La selva che
credevamo ormai di conoscere ci rivela ignote paurose profondità sprigionando
dal suo oscuro seno inattesi esseri umani e inattesi mostri, in un tumulto di
caccia, dove con infernale travolgimento il cacciato è l'uomo." (Parodi)
Ed ecco apparire due dal lato
sinistro, nudi e pieni di graffi, che scappavano così in fretta, da rompere
ogni fronda del bosco.
Quello (che correva) davanti (gridava): “ Presto corrimi in aiuto,
corrimi in aiuto, o morte ! ” E l’altro, che si accorgeva di restare
pericolosamente indietro, gridava: “ Lano, non furono così abili
le tue gambe nella battaglia del Toppo! ” E poiché forse gli mancava il fiato, di sé e di un cespuglio
fece un viluppo annodato strettamente.
Dilapidatori dei propri beni, quindi nudi, inseguiti
dalle cagne (forse i rimorsi o, secondo alcuni, i creditori), i due sono Lano
da Siena (forse Ercolano Maconi), ucciso a Pieve del Toppo in una battaglia fra
Senesi e Aretini (alle giostre: ai tornei; è detto con crudele ironia), e
Giacomo da Sant'Andrea, padovano, morto nel 1239, famoso per le sue
stravaganze.
Lano grida invocando una seconda morte impossibile; il compagno è colui che
"si sente rimaner solo nel pericolo e grida dietro all'altro uno scherno
ch'è una maledizione, in cui si fondono insieme invidia e
disperazione"(Parodi).
Dietro di loro c’era la selva piena di nere cagne, bramose e veloci come cani da caccia sguinzagliati in quel momento,
Azzannarono quello che si era nascosto (nel cespuglio), e lo lacerarono
pezzo per pezzo; poi se ne andarono portando (con sé) quelle membra dolenti.
Allora la mia guida mi prese per mano, e mi condusse al cespuglio che
piangeva inutilmente attraverso gli
squarci sanguinanti.
Diceva il cespuglio: “ O Giacomo
da Sant’Andrea, a che ti è servito farti scudo di me? che colpa ho io della tua
vita colpevole? ”
Quando il maestro si fermò presso di lui, disse: “ Chi fosti, che
attraverso tante ferite emetti
parole dolorose insieme a sangue? ”
Il bosco non è costituito di soli alberi; come le
selve maremmane non tocche ancora dall'uomo, che Dante prende come punto di
partenza naturale per la sua fantasia: esso è un intrico quasi impenetrabile di
piante grandi e piccole, sterpi, alberi, bronchi, pruno, vermena, pianta
silvestra, e poi ancora una proliferazione di fronde, rami, ramicel, stecchi,
frasche, fraschette, rosta, punte, cesto. Pier delle Vigne, anima nobile, è un
gran pruno; ora invece Virgilio è fermo, ritto presso un cespuglio: un'anima da
poco.
Chi fosse non si sa. Il Boccaccio parla dei molti suicidi fiorentini di quel
tempo: forse Dante lo ha lasciato di proposito anonimo. E' un fiorentino: i'
fui della città... e tanto basta.
La selva infernale scompare in dissolvenza, e dietro, a chiusura di canto, si
profila Firenze, l'altra città di Satana, gemella di Dite, la tua città, che di
colui è pianta che pria volse le spalle al suo fattore (Paradiso IX, 127-128).
Ancora una volta l'inferno ha la sua controfigura in terra.
Ed egli (rispose) a noi: “ O anime
che siete arrivate per vedere lo strazio indecoroso che ha staccato con tanta
violenza le mie fronde da me stesso,
radunatele ai piedi del cespuglio miserevole. Io fui della città
(Firenze) che mutò il primo patrono (Marte) con il Battista (San Giovanni Battista); onde egli (Marte) a
causa di ciò
sempre la affliggerà con la sua
arte (la guerra); e se non fosse che sul ponte dell’Arno rimane ancora un’immagine di lui,
quei cittadini che più tardi la
fondarono nuovamente sulle ceneri
rimaste dopo Attila, avrebbero fatto fare il lavoro inutilmente.
La distruzione di Firenze ad opera di Attila -
confuso con Totila re dei Goti, che assediò la città nel 542 - è leggenda. Come
osserva l'Aglianò, Firenze appare, nelle parole di questo suicida, "dominata da un potere diabolico".
Il suo destino sembra dipendere "da quel frammento di statua, quasi da un
idolo". Al riparo dell'effigie (coniata sul fiorino) del patrono cristiano
operano ancora gli influssi malefici dell'antico dio della guerra: una minaccia
di annientamento incombe sulla città dilaniata dalla discordia e induce i suoi
abitanti al suicidio.
Io mi impiccai nella mia casa ”.