Ora ci porta una delle due salde sponde; e il vapore del ruscello fa
schermo, in modo da riparare dalle fiamme l’acqua e gli argini.
Come la diga che i Fiamminghi,
temendo la marea che si scaglia contro
di loro, innalzano tra Wissant e Bruges perché il mare si ritiri,
e come quella che i Padovani (innalzano) lungo il corso del Brenta, per
proteggere le loro città e i loro borghi fortificati, prima che la Carinzia
(comprendeva anche la Valsugana dove nasce il Brenta) senta il caldo (che,
sciogliendo le nevi, fa ingrossare i fiumi),
in tal modo erano costruiti quegli argini, benché l’artefice, chiunque egli fosse stato, non li
avesse fatti né così alti né così
larghi.
Nell'impegno di dar consistenza visiva e
verosimiglianza alle scene da lui immaginate, Dante spesso non si contenta di
un solo termine di riferimento, ma raffronta il dato fantastico a diversi
aspetti della realtà a noi più consuete. La prima di queste due similitudini
grandiosa e cupa; i suoni stessi suggeriscono la lotta senza quartiere l'uomo e
il mare, veduto come un mostro scatenato. Di fronte all'impeto alla paura
espressi in s'avventa e fuggia è posto il semplice, disadorno impersonale
fanno, quasi a significare che la forza dell'uomo inerme è nella sua operosità
e nel suo essere sociale. La seconda
similitudine, più iíposata precisa (l'avversario da combattere non è l'oceano
misterioso e lontano, ma un fiume noto al Poeta), evoca, qui per contrasto, nel
momento in cui dopo il lungo letargo invernale le nevi sciolgono, un clima
dolce e sereno.
Già ci eravamo allontanati dalla
selva tanto, che non avrei veduto dove
essa era, anche se io mi fossi voltato
indietro,
quando incontrammo un gruppo di anime che camminavano lungo l’argine, e
ognuna ci osservava come ci si scruta di
sera
nel periodo del novilunio; e aguzzavano lo sguardo verso di noi
avvicinando l’una all’altra le palpebre così come il vecchio sarto fa (nello sforzo di introdurre il filo) nella
cruna dell’ago.
Due immagini tratte dalla nostra esperienza più
comune suggeriscono, più che l'oscurità del luogo, la difficoltà (una pena che
si aggiunge al loro consueto dolore) che hanno queste anime di riconoscere
forme e aspetti del mondo, e la loro tesa attenzione. La prima si ispira a due
passi dell'Eneide (VI, 268 sgg. e 452 sgg.), ma non ha nulla della solennità
distaccata del suo modello; è un momento di vita colto nella sua più fresca e
felice immediatezza. L'accenno alla nuova luna (innocente dunque, appena nata)
nel buio di questo cerchio, dove la sola luce è quella crudele della pioggia di
fuoco che solca l'aria, propone il tema della nostalgia per il mondo dei vivi,
ribadito, con maggiore insistenza che altrove, nell'episodio di Brunetto Latini
che qui ha inizio. Soltanto alcune trasparenze notturne dei cieli del Leopardi
hanno, la casta evidenza di questa evocazione.
La seconda immagine "ci introduce decisamente nell'atmosfera del canto.
Troveremo più innanzi un Brunetto paterno rispetto a Dante, e dunque anziano,
ma non descritto propriamente come vecchio: se la nostra fantasia lo vede tale,
ciò si deve anche alla suggestione che su essa opera questa similitudine
iniziale; e sulla tenerezza che la figura di Brunetto ci ispirerà, nella sua
debolezza umiliata, influisce certo anche questa immagine del vecchio tremante
sartore" (Bosco).
Osservato in tal modo da questa schiera, fui riconosciuto da uno, che
afferrò l’orlo della mia veste e gridò: “Quale sorpresa! ”
E io, allorché tese il suo braccio verso di me, fissai lo sguardo in quei
lineamenti bruciati, in modo che il volto ustionato non impedì
alla mia mente di riconoscerlo; e chinando il mio viso verso il suo,
risposi: “Qui vi trovate, ser Brunetto?
”
La domanda è breve, scarna, il suo altissimo
potenziale affettivo può passare inosservato, l'accento batte sul qui, in
posizione di forte rilievo prima della seconda cesura, e sul ser che ad esso si
giustappone: l'uomo da tutti onorato in terra, il maestro di sapienza e di
rettitudine, il politico esperto è, nell'al di là, tra i peccatori lerci,
secondo la definizione che poi (verso 108) egli stesso darà di un vizio
infamante. Gli scrittori dell'antichità classica avevano sempre cercato di
moderare, entro una cornice di decoro formale, gli aspetti più dolorosi della
condizione umana. Dante non ha queste preoccupazioni. Egli esprime, con una
violenza priva di riscontri nella letteratura mondiale, il contrasto tra il
nostro modo di manifestarci agli occhi, dotati di vista insufficiente, dei
nostri simili e il nostro apparire agli occhi di Dio.
E quello: “ Figliolo, non ti rincresca il fatto che Brunetto Latini torni
un po’ indietro con te e abbandoni la schiera ”.
Brunetto Latini, nato a Firenze intorno al 1220, fu
uomo di lettere (scrisse in francese i Lívres du Trésor, enciclopedia della
scienza medievale, e un breve poemetto didascalico in italiano, il Tesoretto;
tradusse le opere retoriche di Cicerone), notaio (di qui la qualifica di ser) e
cancelliere del comune. Partecipò alla vita politica militando tra i Guelfi.
Morì nel 1294.
Nelle parole che Brunetto rivolge in questa terzina al suo discepolo di un
tempo "cozzano insieme - come scrive il Parodi - mirabilmente
contraddittorie e concordi, la preghiera e l'accorato rimprovero, l'angoscioso
riconoscimento dell'umiliazione presente e l'allusione al tempo così diverso
che fu, e questa culmina in quel nome pronunciato lentamente, e per intero.
Brunetto Latini, che dice tante cose, ed è soprattutto una malinconica e velata
ma energica affermazione della propria dignità personale, offuscata ma non in
tutto perduta".
Gli dissi: “ Ve ne prego di tutto cuore; e se volete che mi sieda con voi, lo farò, se la cosa incontra
l’approvazione di costui insieme al quale cammino ”.
Brunetto ha pregato Dante di permettergli di
percorrere un tratto del cammino insieme a lui; ma il tono della sua preghiera
esprimeva dolorosa incertezza: il suo antico discepolo non Io avrebbe
rinnegato? Nella sua risposta Dante sottolinea la sua immutata venerazione
(quanto posso, ven preco; e se volete ... ), si fa umile egli stesso, pone il
notaio fiorentino sullo stesso piano di Virgilio (faròl, se piace ...).
“ Figlio ”, disse, “ chiunque di questa schiera si ferma per un attiimo, giace poi per cento
anni senza poter difendersi quando la
pioggia di fuoco lo colpisce.
Perciò continua a procedere: io ti camminerò accanto; poi raggiungerò la
mia schiera, che sconta dolorosamente la sua pena eterna. ”
Io non osavo scendere dall’argine (della strada) per camminare al suo
stesso livello; ma tenevo la testa china come chi cammina pieno di riverenza.
A questo punto ha termine la parte introduttiva
dell'episodio. Le parole pronunciate sin qui da Brunetto Latini, così sommesse
e dignitose al tempo stesso, fanno di lui un personaggio al quale va tutta la
nostra simpatia; la riverenza dimostratagli dal Poeta lo innalza al di sopra
dei suoi compagni di pena e ci fa sentire che siamo in presenza di un non
comune ingegno e di una forte personalità. E' stata così preparata la parte
centrale dell'episodio, nella quale l'indignazione di Dante per l'ingratitudine
dei Fiorentini troverà, proprio nelle parole di Brunetto Latini, e per la prima
volta nel poema, le espressioni del suo stile più alto e immaginoso: quello
profetico.
Egli cominciò a parlare: “Quale caso o quale volere divino ti conduce quaggiù prima dell’ultimo giorno
(prima della morte)? e chi è costui che indica la strada? ”
“ Lassù, nel mondo luminoso ” gli risposi “ mi perdetti in una valle,
prima che la parabola della mia vita fosse giunta al suo culmine.
Soltanto ieri mattina l’ho lasciata: costui mi si mostrò nel momento in
cui stavo per rientrare in essa, e mi riconduce a casa (sulla retta via) attraverso questo cammino.”
Dante cerca quasi di mettere in ombra, per reverenza
verso il suo antico maestro, i propri meriti e racconta l'antefatto dei suo
viaggio con dimessa semplicità (là su di sopra... in una valIe-... e reducemi a
ca ... ).
Nell'episodio di Brunetto Latini il vero protagonista è Dante. Argomento
dell'incontro è il destino del Poeta, la sua persecuzione ad opera dei
concittadini. Le parole del notaio fiorentino, nella parte centrale
dell'episodio, esprimono anch'esse la passione civile di Dante. Lo stile è qui l'opposto
di quello che, nel canto tredicesimo, caratterizzava le effusioni di un
personaggio intimamente incoerente, egli pure vittima dell'odio politico, Pier
delle Vigne. Lì un discorrere raffinato ma contraddittorio, concettoso e
fiorito, qui la semplicità delle cose evidenti e corpose, dei simboli
elementari e perenni (la valle, la stella, il porto, il monte, il macigno
ecc.).
Ed egli: “ Se tu segui l’astro che ti guida, non puoi non approdare alla
gloria, se non errai nel mio giudizio mentre ero tra i vivi;
e se io non fossi morto tanto presto, vedendo il cielo a te così
favorevole, ti avrei incoraggiato e sostenuto nella tua opera.
La profezia di Brunetto si articola in due tempi.
Nel primo è predetto al Poeta, genericamente, un futuro di gloria; nel secondo,
che fa seguito alla espressione del suo desiderio che il vecchio maestro fosse
ancora in vita (è il momento in cui Dante, non più impacciato dalla necessità
di convincere Brunetto della propria venerazione nei suoi confronti, manifesta
liberamente la piena del suo affetto), si accenna, con maggiore dovizia di
particolari e di riferimenti, all'odio dei Fiorentini per Dante, conseguenza
del suo disinteressato operare. L'immagine della stella che guida il Poeta
nella sua vita (ripresa, nella terzina successiva, da quella del cielo a lui
benigno) poggerebbe, per alcuni, su un presupposto astrologico. Dante è nato
nel segno dei Gemelli, dagli astrologi ritenuto favorevole allo studio delle
arti liberali, in quanto, come scrive un antico commentatore, l'Ottimo, "significatore di scrittura, e di
scienza e di cognoscibilitade". Il presupposto astrologico che pur non è
da escludersi, non appare tuttavia indispensabile.
Per il Bosco questa immagine non è astrologica, ma, come risulta dall'immagine
che la completa, quella del porto, soltanto nautica.
"La stella è quella che guida i naviganti: se la seguono, questi giungono
al loro porto. Brunetto dice insomma a Dante: se seguirai la tua stella, se non
devierai dal tuo cammino, se terrai il timone della tua vita dritto verso la
meta che ti sei prefissa, non potrai mancarla."
Ma quel popolo ingrato e perverso che anticamente scese da Fiesole, e ancora conserva l’indole
della rupe e della pietra,
diventerà, per il tuo retto agire, tuo nemìco: ed è giusto, poiché il
dolce fico non deve produrre i suoi frutti in mezzo ai sorbi aspri.
Secondo una leggenda diffusa nel Medioevo, Firenze
era stata fondata dai Romani subito dopo la distruzione di Fiesole, che aveva
aiutato Catilina nella sua ultima disperata impresa. La nuova città sarebbe
stata popolata, secondo questa leggenda, in parte con abitanti di Fiesole, in
parte con cittadini romani. Dante attribuisce qui le miserie della sua patria
alla natura, ancora barbara ai suoi tempi, dei discendenti dei Fiesolani. Anche
il Villani (Cronaca I, 38) vede l'origine delle discordie intestine di Firenze
nella convivenza entro la stessa cerchia di mura "di due popoli così
contrari e nemici e diversi di costumi, come furono gli nobili Romani
virtudiosi, e Fiesolani ruddi e aspri di guerra". La rozzezza di cui parla
il Villani, in Dante è condensata in un'immagine che ripropone, in forma nuova
ed energica, e nel tono di popolare saggezza che è caratteristico di questa parte
del canto, il tema tradizíonale dell'insensibilità della natura inorganica:
tiene ancor del monte e del macigno. Di fronte alla pervicacia del rifiuto
opposto dal popolo maligno ad ogni forma dì educazìone spirituale, di
ingentilimento dei costumi, si profila, nella terzina successiva, il doloroso
contrasto fra i sorbi selvatici (i Fiorentini incivili) e il dolce fico
(Dante). L'immagine è di ispirazione biblica, e nello stile biblico, come
avverte il Marzot, "le piante e i
frutti sono piuttosto idee che cose, e perciò entrano meglio nel linguaggio del
proverbiare".
Nelle profezie della Commedia la realtà, che nelle similitudini è colta sempre
nella sua immediatezza, anche là dove il riferimento letterario appare
evidente, si carica di un solenne peso di pensieri, si circonda di echi che
vanno al di là del visibile e, più genericamente, al di là dell'esperienza
storica nel suo complesso.
Un antico detto nel mondo dei vivi
li definisce ciechi; è gente avara, invidiosa e superba: fa in modo di mantenerti
immune dai loro costumi .
Un antico detto accusava di cecità i Fiorentini per
essersi lasciati ingannare dal re goto Totila, che, dopo essersi detto loro
amico, ne distrusse la città, oppure, secondo altri, per aver accettato come
buone due colonne spezzate che i Pisani inviarono loro, avvolte in panno
scarlatto, come ricompensa per l'aiuto dato da Firenze a Pisa in una spedizione
alle Baleari. La citazione di questo proverbio si accorda con il tono generale
della profezia di Brunetto Latini, espressa nelle forme vigorose dei linguaggio
popolaresco.
La tua sorte ti riserva tanto
onore, che sia l’uno che l’altro partito (sia i Neri che i Bianchi) vorranno
divorarti; ma l’erba sarà lontana dal caprone,
Le belve discese da Fiesole facciano foraggio di loro medesime (si divorino fra di loro), e
non tocchino l’albero, se in mezzo alla loro sozzura se ne eleva ancor uno,
nel quale riviva il sacro seme di quei Romani che lì si fermarono
allorché si costituì il covo di tanta malvagità ”.
Come rileva il Rossi, il discorso di Brunetto
Latini, cominciato "con largo movimento oratorio", esprime, nei versi
65-66 una mordace ironia, per traboccare quindi "in accenti di scherno e di ingiuria (versi 67-68) e in frasi e
immagini di rude gagliardia popolaresca (versi 69-72)", e placarsi infine
"nella ampia trama di un solenne e risonante periodo (versi 73-78)",
in cui Dante, nato da stirpe romana, giganteggia in mezzo alle risse dei suoi
concittadini. La logica dei fatti è, in questa profezia, adombrata in una trama
di richiami analogici, attraverso i quali i simboli si legano fra loro. Alla
compattezza indifferenziata del mondo minerale (monte, macigno) fa seguito la
varietà delle forme vegetali e animali: i lazzi sorbi contrastano col dolce
fico, l'immagine dell'erba suggerisce quella del becco malefico che la bruca,
continuandosi poi in pianta e sementa, cui si contrappone strame.
“ Se la mia preghiera fosse stata
interamente esaudita ” gli risposi, “ voi non sareste ancora morto (dell’umana
natura posto in bando: esiliato dalla vita umana).
poiché nella mia memoria è impresso, e adesso mi addolora, il caro e buon
aspetto paterno che avevate quando in vita di tanto in tanto
mi insegnavate come l’uomo acquista gloria imperitura: e quanto (il
vostro aspetto) mi sia gradito, è giusto che si veda attraverso le mie parole.
Quello che mi raccontate sul corso della mia vita lo annoto nella
memoria, e lo conservo per farlo interpretare insieme con un’altra predizione
(la profezia di Farinata) da una donna (Beatrìce) che ne sarà capace, se sarò
in grado di arrivare fino a lei.
Questo soltanto voglio che sappiate: sono preparato ai colpi della Fortuna, comunque voglia
colpirmi, purché la mia coscienza non mi rimproveri.
Una tale promessa non è nuova al mio udito: perciò la Fortuna giri pure
la sua ruota come vuole, e il contadino la sua zappa.”
Nella risposta di Dante a Brunetto alla malinconia
dei ricordi fa seguito un sentimento più deciso, vigorosamente scandito nella
sua dichiarazione di essere pronto a raccogliere la sfida della Fortuna. Esso
prorompe alfine impaziente nel motto che accomuna, fatte oggetto di una
medesima sdegnosa indifferenza, le misteriose operazioni della Fortuna
all'innocuo lavoro del contadino. Il tema della Fortuna, già trattato
ampiamente nel canto degli avari e prodighi, è qui ripreso, ma in una
prospettiva mutata. Mentre nella digressione di Virgilio del canto settimo la
Fortuna è veduta nel suo aspetto impersonale ed astratto, come la reggitrice
delle sorti di tutti gli uomini, qui appare invece come colei che
volontariamente insidia il corso della nostra vita e che, in quanto tale, deve
essere affrontata a viso aperto. La Fortuna non è onnipotente sostiene il Poeta basta la coscienza del
dovere compiuto per poterla affrontare.
Virgilio si volse allora indietro verso destra, e mi fissò; poi disse:
“Ascolta con profitto una cosa chi sa ricordarla ”.
Nondimeno continuo a camminare parlando con ser Brunetto, e chiedo chi
siano i suoi compagni più celebri e più egregi.
Ed egli: “ E’ bene apprendere qualcosa intorno ad alcuni (di loro); degli
altri sarà cosa lodevole non fare menzione, poiché il tempo non basterebbe a un
discorso così lungo.
Sappi in breve che furono tutti ecclesiastici e dotti di grande
valore e di grande rinomanza, insozzati
in vita da un medesimo peccato.
Con quella folla infelice se ne
vanno Prisciano e Francesco d’Accorso; e se avessi avuto desiderio di guardare
una tale sozzura,
avresti potuto vedere in essa colui che dal pontefice fu trasferito da
Firenze a Vicenza, dove lasciò la sua
vita peccaminosa.
Fra i dotti e gli ecclesiastici che fanno parte
della sua schiera, Brunetto ne menziona tre soli, senza indugiare peraltro in
una loro caratterizzazione; solo a proposito dell'ultimo, definito
genericamente tigna (malattia ripugnante della pelle), un particolare incisivo
e grottesco (li mal protesi nervi); allude al vizio di cui si macchiò.
I tre sono: Prisciano di Cesarea, autore delle Institutiones gramaticae,
vissuto nel sesto secolo dopo Cristo, Francesco d'Accorso (c. 1225-1294),
docente di diritto all'università di Bologna e di Oxford, e Andrea de' Mozzi,
vescovo di Firenze, trasferito poi a Vicenza (nel 1295) da Bonifacio VIII.
L'espressione servo de' servi (servus servorum Dei), con cui i pontefici
sogliono designare se stessi, è forse qui usata, trattandosi di Bonifacio VIII,
in senso ironico.
Parlerei più a lungo; ma il camminare e il parlare non possono essere
prolungati, poiché vedo laggiù levarsi nuova polvere dalla distesa sabbiosa.
Si avvicina una schiera alla quale non devo unirmi: ti sia raccomandato il mio Tesoro nel
quale sopravvívo, e non chiedo altro ”.
Tutti i dannati si preoccupano della fama che hanno
lasciato fra gli uomini. E' il loro modo più tipico di partecipare ancora alla
vita. In Brunetto c'è però qualcosa di più: la certezza di sopravvivere
attraverso un'opera di cultura. Del suo Tesoro parla come di una persona cara,
sottolineando che gli appartiene (mio... nel qual io vivo ancora). Anche qui,
non diversamente che nella prima domanda rivolta dal Poeta al suo antico
maestro, una carica affettiva fortissima si traduce in una estrema semplicità
di espressione.
Poi si voltò, e sembrò uno di quelli che a Verona corrono nella campagna
(gareggiando per vincere) il drappo verde; e sembrò
quello che tra costoro vince, non quello che perde.
Nei dintorni di Verona, come in quelli di altre
città italiane, si correva il palio, gara di velocità che prendeva il nome dal
drappo che il vincitore otteneva in premio; l'ultimo arrivato riceveva invece
un gallo ed era oggetto di scherno da parte degli spettatori. Dante, volendo
indicare la rapidità con cui Brunetto si allontana da lui per raggiungere la
sua schiera, lo paragona al vincitore del palio. Ma l'ultimo verso sembra quasi
distaccarsi dagli altri e alludere al riscatto della figura di Brunetto, per
virtù di poesia, dalla colpa infame che lo costringe tra i dannati.