“Ecco il mostro dalla coda acuminata, che varca le montagne, e infrange
ogni ostacolo; ecco quello che appesta col suo fetore l’intero universo! ”
Virgilio annuncia l'arrivo di un altro custode
infernale, Gerione, simbolo della frode. Soltanto un particolare dell'aspetto
fisico del mostro è messo in rilievo in questa terzina - la coda - ma è il
particolare che meglio ne caratterizza l'indole ambigua e pericolosa e sul
quale con maggior insistenza si soffermerà la fantasia del Poeta. E' solo col
guizzare della coda che Gerione, protagonista muto di questo canto, di una
quasi agghiacciante sottomissione ai comandi di Virgilio (è il primo dei
custodi infernali che non tenta di ostacolare il cammino dei due poeti),
mostrerà il nervosismo della bestia non doma. La frode colpisce a tradimento,
senza dichiarare le proprie intenzioni; ecco perché vedremo, dietro la faccia
di uomo giusto di Gerione, enigmatica nella sua immobilità, celarsi l'insidia,
rappresentata dalla sua coda armata di aculei velenosi.
Anche la figura di Gerione deriva, come quelle dei custodi infernali sin qui
incontrati dai due poeti, dalla mitologia. Le leggende ne parlavano come di un
re crudelissimo, che accoglieva gli ospiti benignamente per poi ucciderli; fu a
sua volta ucciso da Ercole. I poeti latini lo descrivono come un gigante che
aveva tre corpi e tre teste. "Ma non solo quella natura tricorporea non
aveva una descrizione precisa, essa non appariva chiara come simbolo, e a Dante
importa ritrovare nelle favole della mitologia, almeno adombrato, un valore
simbolico. Per questo la stranezza di quei tre corpi gli suggerì l'idea
dell'inganno, della frode, ma egli volle dare concretezza visiva e simbolica a
quella figura e la immaginò non con tre corpi, ma con tre nature diverse in un
corpo solo." (Gallardo)
Ma nella figura di Gerione confluisce, insieme all'ispirazione mitologica,
anche quella scritturale. E probabile, infatti, che nell'immaginarla il Poeta
abbia tenuto presente un passo dell'Apocalisse (IX, 7-11) ove si parla di
locuste dal volto umano e dalla coda di scorpione. Il re di queste locuste,
Abaddon, chiamato "angelo
dell'abisso", salirà, secondo la profezia di San Giovanni - e in ciò è
forse un'altra concordanza fra questa pagina della Commedia e il testo biblico,
- dal "pozzo dell'abisso" per dirigersi verso Gerusalemme. Anche il
moto ascendente di Gerione, tenuto conto di quella che è la posizione
dell'inferno dantesco, è diretto verso Gerusalemme. Occorre altresì ricordare
che nella pittura, nella scultura e nella miniatura del Medioevo è frequente la
rappresentazione di figure mostruose o grottesche. Nell'immaginare Gerione
Dante può quindi essersi ispirato anche alle arti figurative del suo tempo.
Scrive al riguardo A. Venturi: "Da una sfinge, scolpita dai Cosmati sotto
le cattedre vescovili, sotto le colonne tortili dei pulpiti, innanzi ai
parapetti degli altari, Dante ricava la figura di Gerione, che poi colora secondo
le rappresentazioni comuni di belve nelle stoffe orientali, con la cute dipinta
di nodi e di rotelle".
Così cominciò a dirmi Virgilio; e gli fece segno di accostarsi all’orlo
del burrone, vicino al termine degli argini pietrosi che avevamo percorso.
E quell’immondo simbolo di frode gíunse, e portò sull’orlo la testa e il tronco, ma non depose sulla
riva la coda.
Il suo volto era volto di uomo onesto, tanto benevolo era il suo aspetto
esteriore, e tutto il resto del corpo era quello di un serpente;
Diversamente da quello degli altri custodi
infernali, il viso di Gerione non ha nulla di bestiale, anzi suggerisce una
perfetta equità di pensieri ed azioni (era faccia d'uom giusto).
La frode è per essenza un male che non si rivela, occultato sotto apparenza di
bene. Un passo del Convivio chiarisce il significato simbolico di questi versi:
"quelle cose che prima non mostrano li loro difetti sono più pericolose,
però che di loro molte fiate prendere guardia non si può; sì come vedemo nel
traditore, che ne la faccia dinanzi si mostra amico, sì che fa di sé fede
avere, e sotto pretesto d'amistade chiude lo difetto de la inimistade"
(IV, XII, 3).
aveva due zampe artigliate pelose
fino alle ascelle; aveva il dorso e il
petto e ambedue i fianchi disegnati con
nodi e piccoli cerchi:
né Tartari né Turchi fecero mai tappeti con più colori, con maggior
varietà di fondi e di disegni a rilievo,
né simili tele furono tessute da Aracne (espertissima tessitrice della Lidía
che sfidò Minerva e fu dalla dea trasformata in ragno).
Le zampe pelose e artigliate ricordano quelle del
drago, animale che ossessionò la fantasia dei narratori, pittori e scultori del
Medioevo e si riferiscono alla crudeltà del male da Gerione simboleggiato; il
complicato arabesco che stria la pelle del mostro allude probabilmente alle
tortuose macchinazioni di cui i fraudolenti si servono per sorprendere la buona
fede altrui. Nessuno dei custodi infernali è stato descritto con tanta dovizia
di particolari come questa immagine di froda. Erano tutti stati colti
sinteticamente in una manifestazione di vitalità incomposta, che da sola
bastava a denunciare il male che personificavano. Ma Gerione appare tranquillo,
per nulla turbato dalla presenza di un vivo nel regno delle ombre. Anzi, nella
prima parte del canto, se non fosse per il minaccioso guizzare della coda nel
vuoto, dal quale, come abile nuotatore, è emerso, sembra quasi non avere vita.
A determinare in noi questa impressione contribuiscono, oltre che il volto
inespressivo e la sincronia di ogni suo movimento, messa in luce nelle due
ultime terzine dei canto precedente, le símilitudini usate per dare
verosimiglianza alla sua figura. Queste similitudini, fatta eccezione per
quella del castoro (versi 21-22), riallacciano la figura di Gerione al mondo inorganico
anziché a quello della vita. Tuttavia si tratta di mondo inorganico che porta
in sé la traccia dell'intelligenza umana (i drappi, le tele, i burchi). La
frode smentisce ogni forma di passionalità, proprio perché la passionalità,
quale, che sia il giudizio morale che su di essa possiamo formulare, non può
non essere schietta e manifestarsi per quella che è. L'inganno invece richiede
calcolo, pazienza, capacità di dissimulazione, sangue freddo.
Gerione, misterioso e immobile nella prima parte del canto, scenderà poi
lentamente, docile alle ingiunzioni di Virgilio, fino a deporre i due poeti
alla base del costone roccioso che dal settimo cerchio precipita nell'ottavo,
ma soltanto dopo avere adempiuto a questo suo ufficio manifesterà
compiutamente, per un attimo, l'estrema mobilità di cui è capace.
Come a volte le barche sono ferme
a riva, con una parte del loro scafo in acqua e una parte sulla terraferma, e
come nelle terre abitate dai Tedeschi crapuloni
il castoro si dispone a cacciare i pesci, così il peggiore dei
mostri, stava sul margine che, pietroso, cinge la distesa di sabbia.
Calzante il paragone con le barche per questa figura
che era venuta nuotando attraverso l'aria ed ora giace in subdola calma
sull'orlo pietroso del sabbione. Nota il Soldati come Gerione sia "bestia
e veicolo insieme" e suggerisce un accostamento, per quel che riguarda il
loro aspetto esteriore, fra il mostro e quelle navi da corsa la cui poppa era sormontata da un fregio alto e
ricurvo. Figuriamocene una, di notte, appoggiata alla riva nella posizione dei
burchi. Gerione, nave-fiera-demonio, è così!">
Il secondo paragone richiama, come ha giustamente rilevato il Grabher, non solo
la posizione di Gerione sull'orlo interno del cerchio, ma anche
"l'intenzione di lui: quel disporsi a far sua guerra e in modo così
insidioso".
L’intera sua coda si agitava nel vuoto, contorcendo in alto la velenosa
estremità biforcuta che aveva le punte
munite di aculei come quella di uno
scorpione.
La coda biforcuta di Gerione sta ad indicare la
doppiezza dell'azione fraudolenta. Secondo alcuni interpreti le due punte della
coda alluderebbero ai due tipi di frode: la frode contro chi si fida e quella,
contro chi non si fida (cfr. Inferno XI, versi 53-54).
Occorre notare che il paragone con la coda dello scorpione si riferisce al
veleno di cui è munita quella di Gerione, non alla biforcazione, che richiama
piuttosto le due pinze poste sul capo dello scorpione, dato che la coda finisce
in una punta sola.
Virgilio disse: “ Occorre adesso
che il nostro cammino sia deviato un
poco fino a quella bestia perversa che si trova là ”.
Così un antico commentatore, l'Ottimo, spiega la
deviazione che a questo punto i due poeti compiono, allontanandosi dalla
direzione fino allora seguita: Il non si potea per diritto calle andare alla
frode, anzi per tortuoso; nulla via mena a lei diritto".
Perciò scendemmo verso destra, e percorremmo dieci passi sull’estremità del cerchio, per
evitare completamente la sabbia e la
pioggia di fuoco.
E quando fummo giunti vicino a lei, vidi un po’ più in là sulla sabbia
gente che sedeva vicino all’abisso.
Qui Virgilio: “ Affinché tu abbia una conoscenza completa di questo
girone” mi disse, “avvicinati a loro, e
osserva la loro condizione.
I tuoi discorsi siano lì brevi: finché
non sarai tornato, parlerò con questa (bestia), perché ci offra le sue vigorose
spalle ”.
Dante non assiste al colloquio di Virgilio con
Gerione, il quale rimane chiuso, in tutto il canto, in un assoluto mutismo. Il
silenzio che circonda il mostro rende con grande evidenza il carattere ambiguo
e sfuggente della fiera, che presenta ai due pellegrini, assoggettato ed
obbediente, il solo corpo.
Così me ne andai tutto solo ancora sull’orlo estremo del settimo cerchio,
dove sedeva la gente tormentata.
Il dolore di questi dannati prorompeva in lagrime attraverso gli occhi;
si proteggevano con le mani, agitandole
di qua e di là, ora dalle fiamme, e ora dal terreno infuocato:
non diversamente fanno i cani d’estate ora con il muso, ora con la zampa, quando sono morsicati o dalle pulci o
dalle mosche o dai tafani.
Per esprimere l'inanità degli sforzi, destinati a
ripetersi in eterno, di questi dannati (gli usurai), il Poeta ricorre ad una
similitudine efficace nella sua brutale immediatezza: quella dei cani che
cercano di difendersi dal morso fastidioso di parassiti ed insetti.
"L'assíllo della pena e il meccanico ripetersi dei gesti sono sottolineati
anche da certe insistenti ripetizioni: quando... quando ... ; or col... or col
... ; o da... o da... o da." (Grabher) L'atteggiamento degli usurai
esprime qui e alla fine del discorso di Reginaldo degli Scrovegni (versi 74-75)
tutta la degradazione del loro essere.
Dopo che ebbi fissato lo sguardo nel volto di alcuni, sui quali cade il
fuoco tormentatore, non riconobbi nessuno; ma osservai
che a ciascuno di loro pendeva dal collo una borsa, che aveva un colore
determinato e un determinato disegno, e sembrava che il loro sguardo traesse
nutrimento da queste borse.
Come nel canto degli avari e prodighi, Dante mostra
di ignorare l'identità di questi peccatori: la borsa, simbolo della loro
sfrenata cupidigia di beni materiali, appare come l'espressione più esauriente
della loro personalità. Per maggior irrisione, sul sacchetto che pende dal
collo dei dannati è dipinto lo stemma della loro famiglia.
E a mano a mano che li andavo osservando più attentamente, vidi su una
borsa gialla dell’azzurro che aveva sembianza e atteggiamento di leone.
Il leone azzurro in campo giallo rappresenta lo
stemma dei Gianfigliazzi, famiglia guelfa fiorentina, alla quale apparteneva
Catello Gianfigliazzi, usuraio in Francia. L'attenzione dei Poeta non si ferma
sulla persona di questo peccatore, che rimane del tutto nell'ombra, come se non
esistesse, ma sull'emblema del suo peccato.
Poi, mentre il carro dei mio
sguardo procedeva, oltre, ne vidi un’altra rossa come sangue, che
ostentava un’oca candida più del burro.
L'oca bianca in campo rosso è lo stemma degli
Obriachi, nobile famiglia. ghibellina, i cui membri esercitarono l'usura.
Quanto al raffronto del colore dell'oca con quello del burro il Sapegno rileva
che "I'immagine gastronomica si intona... aI tono beffardo e sarcastico,
che serpeggia per tutto questo gruppo di terzine". Ma forse, nella descrizione degli stemmi
degli usurai, prevale, sull'intento moraleggiante, il puro gusto degli
accostamenti di colore.
E uno che aveva disegnata sulla sua borsa bianca una scrofa azzurra e
pingue, mi disse: “ Che fai in questa
voragine?
Parla, secondo la maggior parte dei critici, il
padovano Reginaldo degli Scrovegni. "L'interrogazione stizzosa - scrive il
Torraca - lascia intendere che l'usuraio s'è accorto di aver innanzi un vivo, e
ne è scontento".
Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano siederà qui alla mia sinistra.
Reginaldo si compiace di riversare sui suoi compagni
di pena (verso 70) l'onta che gli deriva dall'essere stato veduto dal Poeta,
che riporterà questa notizia nel mondo dei vivi. Egli perciò ne denuncia, non
richiesto, la presenza accanto a lui e il prossimo arrivo nel suo girone.
Osserva ancora il Torraca: "Dopo l'interrogazione scortese, l'ingiunzione
sgarbata. E non basta: non per usar cortesia a quel vivo, ma per sfogare la sua
stizza, se la piglia con due, che sono ancora in terra, e con i suoi stessi
compagni di pena; di questi fa la caricatura, di quelli proclama il peccato e
annunzia la punizione, di sé e degli altri cinicamente dice la patria".
L'usuraio qui menzionato è probabilmente
Vitaliano del Dente, podestà a Vicenza nel 1304 e a Padova nel 1307.
Insieme a questi fiorentini sono padovano: molte volte mi assordano l’udíto gridando: “Venga il grande cavaliere,
che porterà la borsa coi tre caproni !” ” A questo punto storse la bocca
e tirò fuori la lingua come un bue che sì lecca, il naso.
Il cavalier sovrano è il fiorentino Giovanni
Buiamonte della famiglia dei Becchi, morto nel 1319. Il Poeta "vuol
mettere proprio in vista che l'usuraio atteso in inferno era cavaliere, e dei
più rinomati, a maggior vergogna di Gianni Buiamonte e della città che dava
l'onore della cavalleria a siffatta gente", poiché "è ben più vergognosa l'usura in tale
che si teneva o era tenuto primo dei cavalieri, come è, d'altra parte, vergogna
dar l'onore della cavalleria a siffatta gente" (Barbi).
E io, temendo che un ulteriore indugio infastidisse Virgilio che mi aveva raccomandato una breve sosta, tornai
indietro (allontanandomi) da quelle anime afflitte.
Trovai Virgilio che era già salito sulla groppa del mostro terrificante,
e che mi disse: “ Ora sii forte e
coraggioso.
D’ora in poi si scende con tali mezzi: sali davanti, perché io voglio
stare nel mezzo, in modo che la coda non
possa nuocere ”.
Omaí si scende per sì latte scale: i due poeti
scenderanno dal settimo all'ottavo cerchio sulle spalle di Gerione, saranno
deposti sulla superficie ghiacciata dello stagno Cocito (nono cerchio) dalla
mano del gigante Anteo e raggiungeranno il centro della terra calandosi lungo
il corpo di Lucifero. Il loro viaggio diventerà sempre più pericoloso a mano a
mano che si inoltreranno nel regno della frode.
Come colui che sente così vicino il brivido della malaria, da averne già
le unghie livide, e che trema in ogni sua fibra al solo vedere un luogo pieno
d’ombra,
tale divenni dopo le parole
pronunciate (da Virgilio); ma mi ammonì il pudore, il quale rende il servo coraggioso in presenza di un valente
padrone.
Vivissimo è in Dante il senso della concretezza,
l'attenzione ai particolari che tutta una tradizione letteraria, prima e dopo
di lui, ha sdegnato. In questa similitudine, ad esempio, il Poeta non si limita
a dire che il malarico impallidisce, ma ci pone sotto gli occhi questo pallore
e ne suggerisce il subitaneo diffondersi attraverso la relativa c'ha già l'unghie
smorte.
lo mi sedetti su quelle paurose spalle: provai bensì a dire, ma la voce
non uscì come credetti: “ Fa in modo di
cingermi con le tue braccia ”.
Ma egli, che già altre volte mi aveva aiutato in altri momenti di
pericolo, appena fui salito, mi cinse e mi sorresse con le braccia;
e disse: “ Gerione, è tempo di partire: i giri siano ampi, e la discesa graduale: tieni
conto del carico inusitato che trasporti
”.
Corne la barca si stacca dal punto dove ha attraccato procedendo a ritroso, così si staccò di lì; e
dopo che si sentì del tutto a suo agio,
volse la coda, là dove prima era il petto, e, tesa, la mosse come
un’anguilla, e con le zampe tirò a sé l’aria.
Non credo che fosse maggiore la paura quando Fetonte lasciò andare le
redini, motivo per cui il cielo, come ancora si vede, fu bruciato;
né quando l’infelice Icaro sentì le spalle perdere le penne a causa della cera che si era scaldata,
mentre il padre gli gridava: “ Fai un
percorso sbagliato! ”,
di quanto fosse la mia, allorché vidi che mi trovavo circondato da ogni
parte dall’aria, e vidi scomparire la vista di ogni cosa fuorché quella del
mostro.
Fetonte, figlio del Sole, avendo ottenuto dal padre
il permesso di guidarne il carro, fu colpito da un fulmine di Gíove per aver
deviato dal giusto cammino e precipitò nell'Eridano. Secondo questa leggenda la
Via Lattea è il segno della bruciatura provocata sulla superficie del cielo dal
passaggio del carro del Sole guidato da Fetonte. Dante rappresenta il
giovinetto nel momento in cui, perduto il controllo dei cavalli, è colto dal
terrore (Ovidio - Metamorfosi II, 1 sgg.).
lcaro, figlio di Dedalo, l'architetto che aveva edificato a Creta il labirinto,
era stato imprigionato insieme con il padre in questa costruzione. I due
riuscirono ad evadere servendosi, delle ali che Dedalo aveva fabbricate e
incollate alle proprie spalle e a quelle del figlio con la cera. Mentre
volavano sul Mediterraneo, per essersi Icaro troppo avvicinato al sole, la cera
che teneva attaccate le ali alle sue spalle si sciolse, le ali caddero ed egli
precipitò nel mare (Ovidio - Metamorfosi VIII, 182-235).
Il Poeta ricorre a questi due richiami mitologici per esprimere la paura da lui
provata durante la navigazione aerea, sul dorso di Gerione. Ma tanto è
l'interesse con cui si sofferma sul volo dei due personaggi ovidiani (notiamo
il vigore di un termine così inconsueto come questo si cosse, riferito a ciel,
e lo scorcio grandioso del verso 111: quel padre isolato in uno spazio senza
confini, padrone delle vie dell'aria, che con tanta semplicità - tre parole in
tutto sa manifestare la sua angoscia, per la sorte del figlio), che finisce,
quasi per dimenticare la sua paura.
Esso procede nuotando lentamente: scende compiendo cerchi, ma non me ne
rendo conto se non per il fatto che l’aria mi colpisce in volto e dal basso.
Io sentivo già a destra la cascata (del Flegetonte) fare sotto di noi uno
spaventoso fragore, per cui sporsi verso il basso la testa per vedere,
Opportunamente il Getto rileva come in questi versi
non sia la paura ad occupare la fantasia del Poeta, "ma la sostanza, profondamente
assaporata, delle immagini della discesa lenta, progressiva e circolare, che
avvicina e rende percepibile ai sensi quel che ne era prima lontano ed
estraneo, e, intrecciate a queste, quelle della posizione del corpo nell'aerea
cavalcata, gli occhi e il capo che, si piegano in giù curiosamente, e le cosce
che solo timidamente, ad assecondare quello sguardo nel vuoto, si scostano
dalla cavalcatura e subito istintivamente vi si stringono".
Allora temetti maggiormente di cadere, perché vidi fuochi e udii pianti;
perciò tremando strinsi fortemente le gambe (al dorso di Gerione).
E mi resi conto allora, poiché non me ne ero accorto prima, dello
scendere in cerchio a causa dei grandi supplizi che si avvicinavano ora da una
parte ora dall’altra.
Come il falco che è stato a lungo in volo, il quale, senza aver veduto il
richiamo del cacciatore o alcuna preda,
fa dire al falconiere “ Ahimè, tu stai calando! ”,
scende stanco verso il luogo dal quale si era mosso agile, con
innumerevoli giri, e si posa lontano dal
suo padrone, sdegnoso e crucciato,
così Gerione ci depose sul fondo, proprio ai piedi della rupe tagliata a
picco e, liberatosi del peso dei nostri corpi,
sparì come freccia che si stacchi dalla corda dell’arco.
Di queste due similitudini, quella del falcone
disdegnoso e fello sembra per un istante avvicinare a un mondo di consuetudini
umane (la caccia) la figura di Gerione; quella della cocca ne ripropone appieno
l'enigma. Nulla giustifica, infatti, questa sparizione improvvisa se non
l'obbedienza del mostro a un volere che trascenda ogni nostra capacità di
intendimento.