Virgilio, sempre rimanendo nel quarto girone, continua la trattazione
del tema dell'amore per chiarire al suo discepolo in che modo questa
affezione possa essere inizio di ogni bene e di ogni male. L'animo per
natura è disposto all'amore, e ogni volta che la facóltà conoscitiva
gli presenta una cosa piacevole, si dirige verso di essa: questa
inclinazione è amore. Nasce tuttavia, in Dante un dubbio intorno alla
libertà dell'uomo, guidato da impulsi che vengono dall'esterno e spinto
da forze naturali; non soggette alla sua volontà. Ma Virgilio afferma
che nella creatura umana agisce anche la ragione, che ha il compito di
studiare, scegliere e guidare le tendenze naturali. Intanto la luna è
già comparsa nel cielo e Dante, preso da improvvisa sonnolenza, viene
riscosso dal sopraggiungere di una turba di anime che avanzano in corsa
affannosa: sono gli accidiosi, che per contrappasso devono ora mostrare
lo zelo che non ebbero in vita. Gli esempi di sollecitudine, che
ricordano la visita della Vergine ad Elisabetta e la fulminea rapidità
delle imprese militari di Cesare; sono gridati da due anime, come
quellî di accidia punita, anch'essi ispirati dal mondo
ebraico-cristiano e da quello romano. Dante in questo girone presenta
un solo penitente: l'abate del monastero veronese di San Zeno, che
rimprovera ad Alberto della Scala di aver ora concesso quella carica ad
un figlio degenere.
Introduzione critica
Nel
canto precedente Virgilio ha chiarito l'ordinamento morale del
purgatorio, fondando il suo argomentare sul principio dell'amore, da
lui inteso, razionalisticamente, nel suo mero proporsi naturale -
quale, fin dai primordi della speculazione greca, era apparso -:
tendenza estesa ad ogni ordine di esseri,. impulso denso di un proprio
gravame di ineliminabile fisicità, qualità oggettiva del mondo, di per
sé suscettibile di tradursi in esiti moralmente non meno positivi che
negativi. La definizione dell'essenza di amore (che mi dimostri
amore...), svolta dal poeta latino nella prima parte del canto XVIII
(versi 16-39 e 49-75), lascia insoddisfatto il suo discepolo:
configurato in tali termini amore sembra infatti negare ogni
sussistenza al problema delle responsabilità umane, ogni considerazione
di ciò che é bene e di ciò che è male (versi 43-45). Il punto che Dante
chiede al suo maestro di determinare è quello focale fondante il regno
dei fini e dei valori - in cui, nella ineluttabilità della legge
naturale, si inserisce la scelta dell'uomo, la libera elezione che
rende quest'ultimo, pur partecipe della realtà naturale - in quanto
unione indissolubile di anima e corpo (forma sustanzial, che setta è da
matera ed è con lei unita) - un essere spirituale, schiuso a traguardi
che la natura, in quanto creata, contiene in sé impliciti, ma ignora.
Virgilio chiarisce la possibilità di controllare il volgersi d'amore
verso l'oggetto da esso, secondo la terminologia scolastica,
«intenzionato», ricordando la necessità di un freno da parte della
ragione (virtù che consiglia, e dell'assenso de' tener la soglia). Ma,
una volta posto amore come principio ineluttabile, legge operante con
la cecità di una forza della natura, quali sono le possibilità reali
che ha la ragione di controllarlo e dirigerlo? Soltanto se svincolato
dal determinismo che esprime il succedersi degli eventi naturali,
soltanto se concepito nel suo aspetto sorgivo, spirituale - in quanto
origine e giustificazione luminosa del mondo stesso - l'amore può
assurgere a principio di spiegazione di ogni aspetto del reale,
conferendo in tal modo la positività che ad esso compete anche
all'amore naturale, teorizzato dai Greci come indiscriminata attrazione
che lega e separa gli esseri secondo gli arbitri del caso.
Opportunamente osserva il Montano che, per la saggezza "aristotelica"
di Virgilio "il problema è quello soltanto della virtù che consiglia e
dell'assenso de' tener la soglia. Virgilio non può sapere che questa
scelta può valere assai poco se non c'è un'altra libertà, quella dal
male. Il mondo cristiano può aver accettato il libero arbitrio classico
come ha accettato la moralità che ne è derivata (però moralità lasciaro
al mondo dice con giusto orgoglio Virgilio). Ma la moralità antica -
aveva detto fra gli altri, splendidamente, Ugo di San Vittore - è
costituita di "membra della virtù staccate dal corpo della bontà; ma le
membra della virtù non possono essere vive senza il corpo della carità
di Dio»". Con riferimento alla risoluzione del discorso di Virgilio nel
silenzio e nel buio signoreggiato dalla incombente, onnipresente luce
lunare (versi 76-87), il Montano aggiunge: "Quando Virgilio avrà
parlato, Dante ritroverà sotto la sua penna un'altra delle immagini
splendide... così cariche di senso simbolico... : la luna, quasi a
mezza notte tarda... È come un grido che si leva dall'anima del
pellegrino che ascolta ed è qui giunto - alla metà giusta del cammino -
alla più alta conquista della ragione. Ma è anche vero che Virgilio,
pure qui, al culmine delle umane possibilità razionali, è soltanto al
livello di una limitata, parvente luce riflessa. La sua ragione vince
col lume tutte le altre stelle; ma la notte è intorno". In altre
parole, amore non può essere assunto a principio legittimante la
totalità del reale se non viene rapportato ai temi della Grazia e del
peccato, della creazione e della redenzione, nel punto folgorante in
cui l'eternità vivifica il tempo, là dove l'uomo, dopo la caduta dallo
stato di innocenza, si trova nella necessità di scegliere tra il bene e
il male, di trascendere, proprio per giungere alla salvezza, l'amore
naturale, il principio limitatore del piacere (ad ogni cosa è mobile
che piace).
II discorso di Virgilio - che il vincolo di una comune aspirazione a
superare ogni singola certezza acquisita per un più vasto orizzonte di
certezze, nonché una costante, trepida sollecitudine legano al suo
discepolo - offre aspetti di notevole interesse sia in ordine alla
definizione di un tema (quello dell'amore) dal Poeta in prima persona
vissuto e liricamente trasfigurato fin dai tempi della Vita Nova, sia
per le risoluzioni formali cui dà luogo e nelle quali culmina quel
pathos dell'intelligenza come incessante ricerca della verità, che
aveva anticipato l'ampia gamma dei suoi motivi fin dal canto XV. Le
definizioni, pur se ineccepibili dal punto di vista della terminologia
filosofica dell'epoca, sono permeate ovunque di un fervore lirico prima
che raziocinante. Un semplice aggettivo, un giro sintattico che nulla
in apparenza sembrerebbe dover allontanare dalle cadenze della prosa
sono sufficienti a sollevare a poesia temi ed argomentazioni che nella
trattatistica medievale e negli stessi scritti teorici di Dante
restavano involuti e pedantescamente astratti. Basti ricordare, a
titolo di esempio, un verso come l'animo, ch'è creato ad amar presto,
nel quale il concetto della innata mobilità dell'anima umana si
alleggerisce del peso di ogni dottrina nell'aggettivo che quasi
festosamente lo suggella; in questo verso, al tempo stesso, la presenza
nell'orizzonte mondano di amore nella sua forma irriflessa è
limpidamente ricondotta alla sua scaturigine sacra, riallacciata senza
termini interposti al dono della creazione. Di formulazioni analoghe,
dense di una interiore, compatta pregnanza di echi concettuali risolti
in musica, è intessuto l'intero dialogare dei due poeti sui temi
dell'amore e del libero arbitrio.