Virgilio interroga Stazio mentre, in compagnia di Dante, stanno salendo
verso il sesto girone. Vuole sapere il motivo per il quale un'anima di
grande nobiltà, come la sua, può essersi macchiata della colpa
dell'avarizia. In realtà l'autore della Tebaide e dell'Achilleide è
rimasto più di cinquecento anni nel quinto girone per essere caduto nel
vizio contrario, in quello della prodigalità: infatti - chiarisce
Stazio - nel purgatorio vengono puniti nello stesso luogo i due tipi
opposti di peccato. La seconda spiegazione richiesta da Virgilio
riguarda il modo nel quale avvenne la conversione di Stazio dal
paganesimo al cristianesimo. Un passo delle Bucoliche virgiliane, che
accennava al rinnovamento del mondo, coincideva con il messaggio della
nuova fede che veniva diffusa dovunque proprio in quel tempo; questo
fatto spinse Stazio ad avvicinare i predicatori cristiani, che, con la
santità della loro vita, lo convinsero ad abbandonare ogni altra
posizione religiosa o filosofica per diventare cristiano attraverso il
battesimo. Tuttavia, per timore delle persecuzioni, tenne sempre
nascosta la sua conversione: per questo motivo dovette rimanere più di
quattrocento anni nel girone degli accidiosi. Infine è Stazio che
interroga Virgilio, per sapere in quale cerchio dell'inferno si trovano
alcuni poeti latini.
Il cammino dei tre viandanti continua finché essi incontrano, posto in
mezzo alla strada, un albero carico di frutti odorosi, dalle cui fronde
una voce ignota grida alcuni esempi di temperanza.
Introduzione critica
Il momento di maggiore accensione poetica del canto XXI era coinciso
con l'appassionata rievocazione del magistero formale ed estetico
dell'Eneide. Stazio, nel prorompere di una incontenibile gratitudine,
aveva definito il poema virgiliano in primo luogo attraverso un
riferimento al mondo della natura, rischiarato tuttavia già da un
barlume del sovrannaturale.
Divina fiamma gli si mostra nel ricordo l'epopea dell'eroe predestinato
a porre in Italia, dopo innumeri peregrinazioni, le fondamenta della
gloria romana, e, con ciò, a condurre a termine una fase essenziale del
disegno provvidenziale da Dio fissato per il cammino dell'umanità.
L'Eneide divampò nel suo animo con la furia barbara di un grande
incendio, ma, umanizzandosi, questo incendio non tardò a manifestarsi
non devastatore, bensì educatore, maternamente benefico: le sue faville
lo scaldar, non diversamente da come una madre scalda, stringendoselo
al petto, il suo bambino; e infatti l'Eneide, configurata in un primo
momento come vorace fuoco immesso per volontà divina nel mondo, assume,
immediatamente dopo, caratteri più affettuosi e umani, nella ripresa
chiastica mamma fummi e fummi nutrice (canto XXI, versi 97-98).
La portata sovrannaturale dell'insegnamento di Virgilio viene tuttavia
esplicitata, in tutte le modalità del suo manifestarsi, nel canto XXII,
in cui l'episodio di Stazio trova la sua alta legittimazione nel quadro
delle prospettive etico-religiose che hanno presieduto alla
composizione del poema. L'aggettivo divina, qualificante l'Eneide in
quanto prodotto non del solo operare umano, ma quasi espressione in
terra della volontà che presiede - al di là delle singole volontà degli
uomini - al maestoso, imperscrutabile decorso della storia,
sottintendeva un germe provvidenziale nella creazione di quest'opera.
Virgilio, infatti, nella celebrazione che Stazio ne fa nel canto XXII,
appare non più quale maestro di sublime poetare, ma, in riferimento ad
un passo del terzo libro dell'Eneide, portavoce di una esigenza morale,
e infine, con riferimento alla IV Egloga, nelle vesti quasi di un
novello Battista, pagano inconsapevole dello splendore della
Rivelazione che la sua parola seminerà, germoglio di vita incorrotta,
nel declinante, ineluttabile crepuscolo degli dei falsi e bugiardi. La
sua opera pertanto non é più presentata, in questa seconda parte
dell'episodio di Stazio, in termini anzitutto naturali ed umani - quali
erano quelli proposti dallo sviluppo metaforico che traduceva il rogo
rigeneratore della parola poetica (la divina fiamma) nell'emozione
trepida e calda di una maternità e di una educazione dolcissime - ma in
termini che si riallacciano direttamente alle metafore della
letteratura cristiana. La divina fiamma del canto XXI si trasforma, nel
XXII, in pura luce priva di furore, nel lume (versi 67-69) casto e
discreto della fede, quello che rischiarò nelle tenebre pagane gli
ancor timidi passi dei primi cristiani, che li portò a riunirsi
nell'umiltà sepolcrale ed intima delle catacombe. Nella terzina 82-84,
infatti, la serie radiosa dei martiri si configura come l'elemento
decisivo che indusse Stazio, attraverso il lavacro battesimale, a
rinascere a nuova vita - il tema del battesimo ripropone qui, sul piano
di una meditazione dei significati più intimi di questo sacramento,
quello della risurrezione (canto XXI, versi 7-9) anticipante,
nell'esordio, il senso dell'episodio medesimo nel suo insieme -
completando in tal modo, attraverso la sacralità di un rito, quella
lenta, graduale conversione al cristianesimo, iniziatasi nelle sue
prime, timide fasi nel segreto di una contrastata coscienza, a seguito
della illuminante penetrazione della IV Egloga.
Tale lume più nulla possiede del tempestoso agitarsi di una fiamma: é
incendio calmo e consolatore, che l'imperitura gloria degli umili -
quella che splenderà sul capo dei poveri di spirito nel regno dei Cieli
- di continuo alimenta e protegge. Il lume che indirizzò, sulle orme
del cieco Virgilio, i passi di un'anima ancora esitante verso la vera
fede, é un evangelo di pace, non conduce - a differenza della divina
fiamma del canto precedente - a fastigi di fama tra gli uomini, ad
incoronazioni effimere in terra. Esso infatti non fu volto a far
partecipi del proprio fuoco i pochi eletti che le Muse nutrirono di
cibi privilegiati, ma illumina il cammino della umanità in ciò che
questa possiede di più intimo, di più autentico e, oltre ogni altezza
di ingegno o di opere, di imperituro: il dolore, non già quello
sublimato nelle linee ritmate di un'opera d'arte, ma l'umile, improbo
dolore quotidiano, non riconosciuto né dagli uomini ricompensato.
È questo dolore che, nella seconda cantica, trova la propria
espressione - trascendendo lo stesso splendore dell'immagine poetica -
nel ricorrente e melodico rituale della preghiera, espressione
tradizionale e modesta se concepita nelle sue linee generali, ma di una
ricchezza inesausta di significati, di limpidi rimandi al futuro, al
tempo che concluderà i tempi, se messa in rapporto al soggetto. Questi
la assimila a una fede elementare e saldissima, a quel bisogno di
certezza circa l'infinito che appare ineliminabile in noi e pone
domande non già all'esistenza oggettiva delle cose, al causale
susseguirsi degli eventi, ma alla nostra sorte ultima, al mistero del
nostro inarrestabile fluire nel tempo, verso il punto che,
arrestandoci, dovrà collocarci per sempre in quella che l'Auerbach con
felice espressione ha chiamato - in rapporto al suo definirsi
nell'ambito della Commedia - la "dignità del giudizio divino".