I tre poeti percorrono il sesto girone in compagnia di Forese Donati,
il quale, rispondendo a Dante, rivela che la sorella Piccarda é già tra
le anime beate del paradiso, e che tra i suoi compagni di pena nella
cornice dei golosi ci sono alcuni nobili, alcuni ecclesiastici e un
poeta lucchese, Bonaggiunta Orbicciani. Quest'ultimo profetizza a Dante
che a Lucca, durante il periodo del suo esilio, una donna di nome
Gentucca gli dimostrerà una profonda gentilezza e una delicata
amicizia. In un secondo tempo Bonaggiunta affronta con Dante il
problema della nuova poesia - quella del dolce stil novo - che si sta
diffondendo, la quale ha una sola guida, il sentimento d'amore che
fornisce l'ispirazione.
Continuando nel cammino, poiché il Poeta ha ricordato la triste
situazione in cui si trova la città di Firenze a causa delle lotte
interne, Forese preannuncia l'imminente morte violenta del fratello
Corso, capo del partito dei Neri e uno dei principali responsabili
delle discordie civili.
Subito dopo l'ombra del goloso fiorentino si allontana dai tre poeti
per rientrare nella sua schiera, mentre appare un albero carico di
frutti verso i quali gruppi di anime tendono con impaziente avidità le
mani: allorché Dante si avvicina, una voce misteriosa grida dalle
fronde alcuni esempi di golosità punita.
I due pellegrini e Stazio, tutti assorti nella meditazione di quanto
hanno appena udito, giungono alla fine del sesto girone, dove l'angelo
della temperanza assolve Dante dal peccato di gola.
Introduzione critica
Quel nodo inestricabile di memorie dolci e di spietato antiveder, il
quale caratterizza in maniera inconfondibile la poesia dell'incontro di
Dante con Forese Donati, trova nei canto XXIV la sua ferma conclusione,
in toni non dissimili da quelli che ne avevano definito il dispiegarsi
nella cornice del canto precedente, e quasi un'esplicita consacrazione.
Quest'ultima risalta in modo particolare nel rapporto istituito fra
l'incontro di pochi attimi con l'amico e la necessità, per il Poeta, di
dover tornare ad affrontare gli affanni di un vivere sempre più duro e
spicca soprattutto nella confessione, ad opera del protagonista, della
sua sazietà di vivere non meno che del suo indefettibile attaccamento a
Firenze, il loco ove egli fu a viver posto, loco che di giorno in
giorno più di ben si spolpa. È una confessione in risposta ad una
domanda postagli da Forese Donati (quando fia ch'io ti riveggia?), che
introduce di colpo la familiarità di un discorrere quotidiano nelle
dimensioni atemporali di un universo dal quale ogni forma di sorpresa,
di imprevisto, di rinnovantesi quotidianità è esclusa, e che riassume
in sé il significato dell'intero episodio, la religione delle memorie
patrie e domestiche santificata nella religione di un volontario,
cosciente espiare.
Qui la manifestazione di un soggettivo, stanco desiderio di approdare
quanto prima alla riva promessa alle tempeste del vivere fa tutt'uno
con la constatazione di un dato di fatto che amaramente si ripercuote
neIl'animo dell'esule: il progressivo tralignare della città che a lui
e a Forese fu madre premurosa e calda d'affetti e ne vide le giovanili
inesperienze, gli impeti, gli errori, perdonabili perché dovuti ad un
sovrabbondare di inesperto vigore, ad una volontà ancora alla ricerca
dei fini alti che ad essa sarebbero stati proposti.
Giova a questo proposito osservare come il desiderio di morire non si
configuri mai in Dante nei termini dell'assolutezza tenebrosa e
disperata di un romantico cupi o dissolvi: Esso - è sempre motivato sia
dall'attesa del vivere vero, quello dell'anima ormai insediata in una
certezza raggiunta, che nessun moto del mondo potrà più alterare, sia,
sul terreno di una concreta esperienza etica, dal trionfo - che appare
ai suoi occhi ormai inarrestabile sul piano dei soli mezzi ed
interventi umani - del male nel mondo o in quel cuore del mondo e dei
suoi affetti che è costituito per lui dalla città fatta oggetto di
amore disperato pur nell'odio: quella città che ha sostituito, lui
vivente, agli esempi di un agire moderato e semplice, l'esibizione
sfrontata delle ricchezze, il prepotere e l'arbitrio resi norma
dell'operare di ogni giorno. Inquadrano, rilevandone gli aspetti più
salienti; questa seconda' parte dell'episodio, l'accenno fatto da
Forese alla sorella Piccarda, vista - quasi in tonale contrapposizione
al quadro denso di soli affetti terrestri che aveva avuto, nel canto
precedente, il suo punto focale nel pianger dirotto della giovane
moglie - cinta della corona che premia le virtù nella luminosa pace
dell'alto Olimpo, e l'immagine, squillante di giovanile ardore, nella
quale risuonano la fedeltà ed il senso dell'onore che furono propri
della Cavalleria, e delineante per un'ultima volta, sullo sfondo
anonimo e mite della folla dei golosi, la figura alta dell'amico,
nobilitata nei modi di una similitudine (qual esce alcuna volta di
gualoppo...).
In particolare 'notiamo come nella similitudine che ne accompagna il
perdersi nella folla delle anime, Forese grandeggi per il generoso
traboccare in lui di un sentimento di incondizionata dedizione ai
valori proposti dall'amicizia e dall'amor patrio, smentendo così la
dolorosa impressione iniziale che di lui avevamo avuto nel canto
precedente (ed ecco del profondo della testa...).
Come ha finemente notato il Sapegno, entro la cornice dell'episodio
maggiore "si inserisce, secondo un modo consueto della tecnica
dantesca", quello minore che vede quali suoi personaggi da un lato
Bonaggiunta Orbicciani, il rimatore lucchese rimasto nella sua
produzione letteraria di qua dal dolce stil novo che ebbe in Dante la
sua più autorevole espressione, dall'altro lo stesso Poeta,
registratore fedele dei moti del suo animo, resi persona autonoma,
oltrepassante i dati di ogni individuale intendere o volere, nella
figura di Amore. Tralasciando ogni più o meno autorizzata inferenza
che, in sede di storiografia letteraria, alcuni critici hanno voluto
trarre dalla famosa terzina 52, proverbiale ormai per densità di
implicazioni - suscettibile ognuna di un divergente svolgimento
interpretativo - occorre ricordare che anche in questo caso, non meno
che in riferimento all'episodio principale di Forese, l'interpretazione
del Sapegno risulta tra le più persuasive. Il critico considera la
professione di fede del Poeta nelle qualità sovrannaturali di Amore
come "intonata ad umiltà", e la pone in relazione con altri momenti del
dispiegarsi della poesia della seconda cantica, tutti incentrati sul
problema del valore dell'esperienza artistica. Qui Amore "è certamente
inteso in un senso che trascende la comune materia erotica della lirica
tradizionale e acquista il valore ,di un'esperienza intima e quasi
religiosa".
In riferimento a quello poi che il Sapegno, con terminologia di
derivazione esplicitamente crociana, definisce un "punto di vista
strutturale", lo scambio di parole tra il protagonista e Bonaggiunta
Orbicciani "avvicina e contrappone due momenti distinti della biografia
spirituale del Poeta; dopo l'amareggiata e compunta commemorazione di
un periodo di dissipazione e di traviamento, è come se Dante ritrovasse
in sé la memoria di una fase più remota di docile abbandono al richiamo
di un'ispirazione celeste, quasi preannunzio e presentimento, troppo a
lungo trascurato, della sua condizione presente di ripiegamento
interiore e di ascesi".