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02 - LIBRO II
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Fra il silenzio generale l’eroe, con la tristezza nel cuore, inizia il
racconto della caduta di Troia. Dopo dieci anni di assedio i Greci,
visto inutile l’uso della forza per prendere la città, decidono di
ricorrere all’inganno. Ammaestrati da Minerva, costruiscono un enorme
cavallo di legno, nel cui ventre racchiudono i più forti guerrieri. Poi
fingono di partire e si nascondono con la flotta dietro all’isola di
Tenedo, lasciando il cavallo sulla spiaggia per dono votivo a Pallàde.
I Troiani escono dalla città per festeggiare l’inattesa liberazione, ma
anche per ammirare la strana mole del cavallo. Subito Timète propone di
trasportarlo dentro le mura, mentre Capo consiglia di gettarlo in mare
oppure dargli fuoco. Quand’ecco Laocoonte, sacerdote di Apollo,
scendere dall’alta rocca gridando che quel cavallo non era un dono, ma
bensì un’insidia dei Greci, per cui bisognava distruggerlo. E, ciò
dicendo, vibra l’asta contro la pancia del cavallo, provocando un
sinistro rimbombo. Intanto sopraggiunge una folla di pastori:trascinano
un prigioniero che afferma di chiamarsi Sinone, di essere un greco
sfuggito ai suoi compatrioti, da lui odiati perché volevano immolarlo
agli dei, per ottenere in cambio un felice ritorno in patria. Convinto
e impietosito dalle sue menzogne, Priamo gli fa grazia della vita, ma
gli chiede precise notizie sul cavallo. E Sinone risponde: il cavallo
fu costruito per placare l’ira di Minerva offesa dal ratto del
Palladio, e di proporzioni gigantesche perché non venisse introdotto in
città, nel qual caso ai Troiani sarebbe toccato l’impero del mondo.
Quasi a conferma delle parole ingannatrici di Sinone, si verifica un
terrificante prodigio voluto da Pallade: due spaventosi serpenti,
usciti dal mare, s’avventano sui due figli del sacerdote e li divorano;
poi avvinghiano il padre accorso in loro aiuto e lo soffocano. Compiuta
la strage, i due mostri si dirigono al tempio di Pallade e si
raggomitolano tranquilli ai piedi della statua. A tale vista i Troiani
non esitano più: fanno una breccia nelle mura e trascinano sulla rocca
il cavallo. Ma, durante la notte, Sinone fa uscire i guerrieri dal
cavallo, e costoro, uccise le guardie, spalancano le porte della città.
Allora tutto l’esercito greco, ritornato con la flotta da Tenedo,
irrompe nelle vie e nelle piazze di Troia immersa nel sonno,
saccheggiando, incendiando, trucidando barbaramente gli abitanti. Ad
Enea appare in sogno l’ombra dolente di Ettore, che lo esorta a fuggire
con i sacri Penati per trapiantarli nella sede voluta dal Fato.
Destatosi di soprassalto, l’eroe sale sul tetto e, rendendosi conto
della terribile realtà, prende le armi e si getta nella mischia. Ma
rimane sopraffatto e, solo con due compagni superstiti, giunge alla
reggia. Qui Pirro, penetrato con i suoi nel palazzo, insegue Polite,
figlio di Priamo, uccidendolo sotto gli occhi del padre. Poi afferra il
vecchio re, che ha tentato inutilmente di colpirlo, e lo sgozza nel
sangue del figlio, ai piedi dell’altare. A tale vista Enea si ricorda
dei suoi e, esortato a ciò anche dalla madre Venere, corre senza
indugio a casa per condurli in salvo. Quindi, deciso a seguire
l’ammonimento di Ettore, prende sulle spalle il padre Anchise, al quale
affida i Penati, e col piccolo Ascanio per mano e seguito dalla moglie,
fugge dalla città in fiamme. Ad un certo punto della fuga s’accorge,
però, che nel trambusto ha smarrito Creusa. Tornato indietro a
cercarla, gli appare l’ombra di lei che gli annuncia d’essere stata
assunta fra gli dei. E’ l’alba. Enea torna dai suoi e, rimesso il padre
sulle spalle, prende la via dei monti.
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