07 - LIBRO VII Bookmark and Share
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A Gaeta muore la vecchia nutrice di Enea, Caieta, che viene sepolta in quel golfo e gli dà il nome. Dopo il funerale, Enea si rimette in mare e, costeggiata la terra della maga Circe, approda presso la foce d’un grande fiume. E’ il Tevere, il tanto sospirato Tevere, che scorre nel Lazio dove regna il vecchio re Latino, padre di un’unica figlia, Lavinia, promessa sposa di Turno, re dei Rutili. La regina Amata, preferendo Turno agli altri principi italici, è lieta di averlo come genero, tanto più che egli è suo nipote. Ma re Lavinio, credendo nel vaticinio di un oracolo, attende un genero straniero, venuto di lontano, la cui stirpe è destinata a dominare il mondo. Dall’avverarsi di alcune profezie, Enea comprende che quella è la terra assegnatagli dai fati. Offre sacrifici agli dei e manda cento cavalieri con ricchi doni al re Latino, per chiedergli un’accoglienza ospitale. Intanto, traccia con lieve solco la cinta delle mura per la nuova città, munendola di terrapieni e steccati. Nella sontuosa reggia di Laurento, i Troiani sono accolti favorevolmente dal re, il quale, vedendo avverarsi l’antico presagio, offre ad Enea la sua amicizia e la mano della figlia Lavinia. Ben venga, dunque, da lui ospite da tempo atteso. E, ricambiando i doni, gli manda un occhio ed una coppia di valenti destrieri. Ma Giunone sta in guardia. Ella sa che i discendenti di Enea fonderanno Roma, e che Roma, un giorno, distruggerà Cartagine, la sua città prediletta. Per questo, traendo profitto dalla situazione, accende gli animi contro Enea. Manda la furia Aletto a suscitar discordie: prima dalla regina Amata e poi da Turno. La regina, eccitata da un insano furore, inveisce contro Latino, ostinato a sposare la figlia ad un esule di Troia, poi si mette a correre come una baccante per le vie della città, trascinandosi dietro altre donne e la stessa figlia Lavinia, che consacra, fra urli e moti scomposti al dio Bacco. A sua volta Turno rompe i patti col re Latino e, spinto da un atroce desiderio di vendetta, chiama a raccolta i Rutili per muovere guerra a Troiani e Latini insieme. Intanto, sempre per opera di Aletto, Ascanio ferisce a morte un cerco che Tirro, pastore del re, aveva addomesticato e custodiva con grande amore. L’episodio suscita l’indignazione dei contadini che, armati di bastoni, si scagliano contro i Troiani. Ne nasce una zuffa sanguinosa con morti e feriti da entrambe le parti. Amata e Turno, forti delle grida bellicose provenienti dalla folla, ne traggono un valido motivo per indurre Latino a dichiarare guerra ad Enea. Ma il re non cede: piuttosto che macchiarsi di una tal colpa contro i decreti del Fato, egli depone il potere e si ritira. Allora Giunone stessa spalanca le porte del tempio di Giano, la cui apertura precedeva la dichiarazione di guerra, e tutta l’Ausònia, prima pacifica e tranquilla, è percorsa da un solo terribile grido: "Guerra!". Febbrilmente si fabbricano nuove armi e tutti si addestrano per prepararsi allo scontro imminente. Il poeta, dopo aver invocato nuovamente le Muse, passa in rassegna i guerrieri italici corsi in aiuto dei Rutili. C’è l’etrusco Mezenzio, spregiatore degli dei, col figlio Lauso; Aventino, figlio di Ercole; i fratelli Cavillo e Cora, con gli abitatori di Tivoli; Messalo, figlio di Nettuno, che guida i Fescenni ed i Falasci; Clauso, con la gente della Sabina; il medico Umbrone con i Marsi; Ebalo con i Campani; e tanti, tanti altri che sosterranno Turno nella rivendicazione dei suoi diritti. Infine, c’è Camilla, regina dei Volsci, donna forte e gentile che guida uno squadrone di cavalieri. Tutti accorrono al suo passaggio per ammirarla.

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