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10 - LIBRO X
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Giove raduna gli dei a concilio e deplora chi contrasta il volere del
Fato parteggiando per questo o quel contendente. Venere e Giunone
insorgono a difendere ciascuna le proprie ragioni, ma Giove,
inflessibile, emette la sentenza:" Nessuna differenza tra Troiani e
Rutuli: ciascuno sia artefice del proprio destino, senza intervento di
dei né pro né contro i combattenti". E sigilla il comando con un
solenne giuramento che fa tremare l’Olimpo. La guerra si riaccende
furiosa. Da una parte , i Rutuli intensificano l’assedio con incendi e
stragi, dall’altra i Troiani, ed Ascanio in mezzo a loro, compiono
grandi atti di valore. Intanto giunge Enea che, ottenuta l’alleanza
degli Etruschi, è accompagnato da una flotta di trenta navi guidate da
prodi guerrieri: vengono da Chiusi, da Populonia, dall’isola d’Elba, da
Pisa, da Mantova….Ad affrettarne l’arrivo, gli era corsa incontro una
schiera di ninfe: quelle stesse in cui Cibele aveva trasformato le navi
per sottrarle al fuoco dei Rutuli. Una di esse, Cimodocea, lo informa
di tutto e lo esorta ad attaccare battaglia per primo. Non appena in
vista del campo, Enea sale sulla poppa ed inalbera lo scudo
fiammeggiante. Da lontano gli assediati lo vedono e levano un grido
esultante di gioia. I Rutuli restano per un attimo sgomenti, ma Turno
li sprona ad occupare il lido prima che avvenga lo sbarco. Enea riesce
a prevenirlo e, con ordini rapidi, fa sbarcare i suoi compagni. Poi
attacca per primo uccidendo Terone, un gigante formidabile, e
abbattendo numerosi altri nemici. S’accende feroce la lotta con atti di
valore da entrambi le parti e reciproca strage. I cavalieri Arcadi, non
essendo avvezzi a combattere appiedati, stanno sul punto di sbandarsi
quando interviene Pallante che li rimprovera, li rincuora, li sprona
con l’esempio gettandosi coraggiosamente nel folto della mischia.
Trascinati dall’esempio, i suoi si battono strenuamente riuscendo a
tener testa al nemico. Pallante compie prodigi di valore, finchè si
trova di fronte Lauso, figlio di Mezenzio. Sono due giovani avversari,
entrambi belli e prodi, e Giove non vuole che si azzuffino tra di loro,
perché debbono avere l’onore di cadere per mano di più potenti nemici.
Allora Turno, ispirato dalla ninfa Diuturna, sua sorella, prende il
posto di Lauso e muove superbamente contro Pallante. Il quale,
affrontandolo con coraggio, lancia per primo l’asta, ma il colpo cade a
vuoto. Turno, invece, colpisce a morte il giovinetto, trapassandogli lo
scudo, la corazza e il petto. Poi calpesta col piede il cadavere e lo
spoglia del cinto d’oro. La morte di Pallante, fedele alleato ed amico,
fa sorgere nell’animo di Enea la brama della vendetta. Con la spada
sguainata, corre furente in cerca di Turno e, intanto, uccide quanti
nemici gli si parano davanti. Giunone, in cielo, ottiene da Giove di
ritardare la morte di Turno e, discesa sulla terra, foggia una finta
immagine di Enea che fugge; Turno la vede e, imbaldanzito, si slancia
all’inseguimento, incalzandola lungo la riva, fin sopra una nave.
Allora Giunone, che non aspettava altro, taglia gli ormeggi e spinge la
nave al largo. Il fantasma ora scompare e Turno si accorge
dell’inganno: per la vergogna vorrebbe suicidarsi, ma la dea lo
trattiene dall’insano proposito. Frattanto è trasportato dalle acque
alla città di Ardea, sua patria. Sul campo, il feroce Mezenzio prende
il posto di Turno e rialza un po’ le sorti della battaglia che volgono
male per i Latini. Furioso come un leone affamato in cerca di preda,
ferisce, uccide e spoglia delle armi i nemici che gli impediscono il
passo. Enea lo vede di lontano e gli muove contro: il duello è
inevitabile. Il dardo lanciato da Mezenzio viene respinto dallo scudo
di Enea, opera di Vulcano, e ferisce un altro guerriero. Invece l’asta
di Enea, trapassato lo scudo del nemico, si conficca nella coscia di
Mezenzio. Il quale cadrebbe sotto la spada dell’eroe se Lauso non
proteggesse col proprio scudo il padre. Enea urla minaccioso a Lauso di
ritirarsi, ma il giovane non abbandona l’impresa, anzi provoca ed
insulta Enea, finchè un colpo di spada dell’eroe troiano lo atterra in
un lago di sangue. Enea stesso geme pietoso sul suo cadavere – Lauso è
una vittima generosa dell’amor filiale – e consente ai compagni di
portarselo via con addosso le care armi. Mezenzio riceve le spoglie del
figlio mentre sta sulla riva del Tevere a medicarsi la grave ferita.
Pazzo di dolore, impreca contro se stesso e maledice le colpe che lo
hanno fatto cacciare dal trono. Ma lui, lui solo doveva espiarle, non
l’innocente Lauso. Che gli rimane ora se non morire? Monta
faticosamente a cavallo e, lanciandosi fra le schiere, muove alla
ricerca di Enea. Il Troiano, che è a piedi, prima gli uccide il
cavallo, poi gli punta la spada nella gola. E Mezenzio, pronto a
ricevere il colpo mortale, gli chiede solo di essere sepolto accanto al
figlio.
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