IL PROBLEMA DEL MALE
La lettura giovanile dell'Ortensio di Cicerone, come già accennato,
pone davanti agli occhi di Agostino l'ideale di una vita filosofica;
tuttavia, egli avverte di non avere in sè forze sufficienti per
realizzare il modello del sapiente stoico, che disprezza i piaceri e le
ricchezze. Sin dall'inizio egli si pone l'interrogativo: perchè
facciamo il male? La sua adesione al manicheismo é legata alla
convinzione di poter trovare in esso la risposta a questa domanda.
Esso, infatti, riconosce l'esistenza reale di un principio del male,
dal quale dipendono le nostre azioni cattive; ma il manicheismo é
permeato anche dal desiderio di essere liberati dal male e di tornare
al regno della luce. Ciò che del manicheismo attrae il giovane Agostino
é anche la critica alla rappresentazione antropomorfica della divinità
nell'Antico Testamento e soprattutto il fatto che esso richiede
un'adesione fondata non sull'autorità, bensì sull'approfondimento
filosofico.
Ma la rilettura a Milano, nel 384, degli scritti di Cicerone,
vicini allo scetticismo dell'Accademia, comincia a suscitare dubbi
sulla coerenza della dottrina manichea, oltre che sul suo dogmatismo e
settarismo. I manichei parlano di due principi in lotta tra loro: ma se
il principio delle tenebre non può esercitare un'azione o addirittura
danneggiare il principio della luce, ha significato parlare di una
lotta tra essi? Se Dio trova contrapposto a sè un principio del male, é
segno che egli ne subisce l'azione, ma come é possibile che Dio subisca
mutamenti e addirittura soffra? Dio, se é bene perfetto, deve essere
immutabile e incorruttibile. Platone aveva insegnato che solo ciò che é
incorporeo e puramente intellegibile é immutabile; questo stesso
insegnamento Agostino ritrova nelle prediche di Ambrogio. Plotino, dal
canto suo, aveva mostrato che il bene, ben lungi dall'essere passivo,
irradia da sè i molti. La conclusione di Agostino é che non possono
esistere due principi contrapposti, tanto meno due principi corporei:
la divinità é unica, incorporea e incorruttibile.
Ma se Dio é bene ed é l'unico principio, creatore di tutte le
cose, il male fisico e il male morale, i dolori e le colpe, derivano
anch'essi da Dio? In un primo momento, negli anni della conversione, la
risposta di Agostino é vicina alla soluzione del neoplatonismo. Tutto
ciò che é, in quanto é, é bene e proviene dal Sommo Bene, che é anche
il supremo essere. Certamente esiste una gerarchia dei beni, che va dal
Sommo Bene, Dio, a ciò che é soltanto corporeo. Il livello spirituale
si trova nel mondo sensibile solo in forma indebolita e imperfetta, ma
anche le entità del mondo sensibile, in quanto sono dotate di essere,
non sono male. Il male non é altro che mancanza, non essere, come la
cecità é rispetto alla vista. Dunque quello che sarà chiamato male
metafisico non esiste propriamente, secondo Agostino. Dal manicheismo,
che riconosce nel male addirittura un principio costitutivo del mondo,
Agostino é passato alla posizione opposta, negando vera e propria
realtà al male.
Inoltre, come già aveva insistito Plotino, un ordine é tanto più
perfetto quanti più contrasti presenta al suo interno: la bontà di
quest'ordine risulta dall'insieme dei suoi costituenti, non dalle cose
singolarmente prese. Ciò che singolarmente preso può apparire male,
infatti, visto nell'insieme ordinato delle cose si configura come bene.
Resta da chiarire in che cosa consistano allora le sofferenza e i
dolori, ossia il male fisico e le azioni malvage, ossia il male morale.
Quando l'anima compie il male, non passa da un bene a un'entità che sia
di per sè un male, in quanto, come si é visto, il male non ha
propriamente realtà. L'azione malvagia consiste, invece, nel dirigersi
dalla volontà del bene eterno a un bene temporale, nell'amare un bene
che é inferiore al Sommo Bene come se fosse il Sommo Bene. In ciò
consiste il peccato: esso é male, e non l'oggetto che, peccando, é
amato. E'la volontà umana che, peccando, rende male ciò che di per sè
non è male: in essa é dunque l'origine del male, non in Dio.
Orientandosi verso ciò che é inferiore a Dio, la volontà malvagia si
oppone a Dio.
E'quanto fanno gli angeli ribelli a Dio, i demoni e gli uomini.
Con il peccato non si produce del male a Dio o all'ordine complessivo
del mondo, ma a se stessi: é la propria natura che viene corrotta. Chi
commette una colpa ha già in ciò la sua punizione, in quanto si priva
del Sommo Bene, che é Dio, per rivolgersi a beni inferiori e mutevoli.
I mali fisici, a loro volta, non sono altro che conseguenze del male
morale, punizioni per i peccati commessi. In questa prima fase della
riflessione di Agostino il riferimento alla caduta, dovuta al peccato
originale commesso da Adamo, non ha ancora posizione centrale. Si pone
invece il problema, affrontato soprattutto nello scritto Sul libero
arbitrio, del perchè Dio abbia dato all'uomo la libertà. La risposta di
Agostino é che senza la libertà non sarebbe possibile azione retta da
parte dell'uomo. Se l'uomo non fosse libero di agire, come si potrebbe
definire buona o cattiva una sua azione? D'altra parte, se l'uomo usa
male la sua libertà, ossia la usa per peccare, ciò non dipende da Dio.
Questi non ha dato all'uomo la libertà, che di per sè é un bene, per
peccare. Ma come é possibile ciò con la prescienza propria di Dio? Si
potrebbe, infatti, obiettare che, in quanto presciente, Dio sappia che
l'uomo peccherà e dunque é necessario che l'uomo pecchi: ma se é
necessario, allora il peccare non é un atto libero. Agostino risponde
che Dio prevede la nostra azione, ma la prevede come dovuta alla nostra
volontà. Questa non potrebbe essere propriamente volontà, se non fosse
in nostro potere; ma essa é in nostro potere, se noi siamo liberi,
dunque Dio prevede la volontà come in nostro potere e pertanto la sua
prescienza non ci sottrae la libertà.