Réne Descartes
Nome italianizzato del filosofo e scienziato
francese René Descartes (La Haye 1596-Stoccolma 1650). Nato da famiglia
di piccola nobiltà, fu educato presso il collegio gesuitico di La
Flèche. Abbandonati gli studi, prese parte alla guerra dei Trent'anni e
durante una tregua ebbe l'ispirazione di una filosofia profondamente
rinnovata. Nel 1629 C. si rifugiò in Olanda per meglio attendere ai
suoi studi e per sfuggire all'Inquisizione. Da qui intrecciò una fitta
corrispondenza con i dotti di tutta Europa, attraverso la mediazione di
M.Mersenne. Recatosi nel 1649 alla corte della regina Cristina di
Svezia , per insegnarvi filosofia, vi morì l'anno seguente per un
attacco di polmonite.Il filosofoSi suole attribuire a C. il merito di
aver dato inizio alla filosofia moderna, per il suo rifiuto
dell'impostazione scolastica. Se ciò è indubbiamente vero, non appare
tuttavia sufficiente per caratterizzare la complessa figura e il
molteplice significato della sua filosofia. C. è al tempo stesso
iniziatore di una filosofia radicalmente nuova e continuatore del
tentativo tradizionale di dare origine a una filosofia cristiana. La
comprensione del suo pensiero è possibile solo se si mantengono
entrambi i termini. Per la prima volta con C., un filosofo cristiano si
trova di fronte a una forma di ateismo esplicito: il libertinismo, che
sottoponeva a radicale critica la credenza religiosa e dissolveva le
teorie teologiche e metafisiche, spiegandole o come semplice residuo
storico o come affermazioni di ordine psicologico. C. deve quindi
risolvere il problema di trovare, sul piano sia filosofico sia
religioso, una fondazione non psicologica della verità, un “metodo”
cioè per pervenire alla verità, che la garantisca da qualsiasi residuo
di ordine
psicologico.
Il metodo
La prima fondamentale regola espressa nel celebre Discours de la
méthode (1637) è quindi: «Non ammettere come vero nulla che non si sia
riconosciuto con evidenza per tale: cioè evitare la precipitazione e la
prevenzione». L'evidenza implica chiarezza e distinzione, cioè presenza
allo spirito di una percezione e sua separazione da ogni altra. I
termini che intervengono nell'evidenza sono quindi l'esperienza nella
sua trasparenza (la metafora visiva è quella di cui C. si avvale per
illustrare l'evidenza) e la libertà, come capacità dello spirito di
separare la percezione da ogni altra. Connesso con il criterio
dell'evidenza è l'esercizio metodico del dubbio, per il quale l'“io”
decide di considerare come false tutte quelle verità che non siano
state dimostrate senz'ombra di dubbio (cioè che non siano evidenti). Il
dubbio cartesiano infatti, contrariamente al dubbio scettico, è un modo
di affermare attraverso un atto di volontà l'indipendenza del soggetto
rispetto all'oggetto e una via quindi per superare ogni forma
d'incertezza psicologica. Esso è frutto di una scelta nella quale l'io
rivendica la sua possibilità di distinguersi dall'oggetto e la sua
autonomia rispetto a esso. Di qui deriva il riconoscimento della verità
di quell'unica affermazione che si presenta come immediatamente
evidente e immune da qualsiasi possibilità di dubbio: cogito ergo sum.
Il pensiero infatti attesta da sé la propria esistenza. Le altre regole
del metodo sono: dividere ogni problema in tante parti minori
(analisi); ricomporre le nozioni semplici, servendosi di connessioni
per sé evidenti (sintesi); rivedere ogni passaggio fino alla certezza
di non aver omesso nulla (enumerazione). Esse mostrano il tentativo di
ridurre, così come avviene in matematica, ogni atto di conoscenza a
un'intuizione, per cui ogni verità non è che una catena di evidenze. La
matematica diviene così il modello del metodo, non nel senso che ogni
verità sia di tipo scientifico, ma nel senso che la matematica è
l'unica scienza in cui finora il metodo è stato correttamente impiegato.
Il problema morale
L'esercizio del dubbio è limitato da C. al problema della conoscenza.
Per quanto riguarda il comportamento dell'uomo, C., consapevole del
numero limitato di verità su cui si può inizialmente fare affidamento e
timoroso di un esito scettico della sua filosofia, elabora alcune
regole di “moraleprovvisoria” (mai in seguito completate
definitivamente), nelle quali afferma la necessità di rimanere ancorati
alla tradizione in tutti quei casi in cui sia impossibile stabilire con
certezza la verità di un'affermazione e ripropone il precetto storico
del dominio di sé. Alla base del metodo cartesiano sta non un
razionalismo esasperato, né un soggettivismo radicale, né una forma
incoattiva d'idealismo, ma la dottrina della libertà. C. si era già
cimentato con questo problema a proposito della creazione divina delle
verità eterne, concludendo che l'assoluta libertà di Dio non lo
costringeva al rispetto di alcun criterio precedente la creazione. Dio
è l'autore delle verità eterne; se avesse voluto che 2+2 facesse 5,
così oggi sarebbe per noi. Ciò che Egli ha scelto è divenuto per noi
criterio di verità. Verità d'indifferenza e verità di elezione pertanto
coincidono in Dio. Non così nell'uomo, in cui la libertà si presenta in
entrambi i gradi: «la libertà consiste solo nel potere che noi abbiamo
di fare una cosa o di non farla, cioè affermare o negare, seguire o
fuggire (libertà di indifferenza), o piuttosto nel fatto che affermando
o negando, seguendo o fuggendo le cose che l'intelletto ci presenta,
noi agiamo senza avvertire alcuna forza esterna che ci costringa
(libertà di elezione)». La libertà d'indifferenza è per l'uomo il grado
più basso della libertà, che si manifesta pienamente solo nella libertà
di elezione come capacità di determinarsi in base alla forza interiore
della ragione. Ed è anche a causa di questa capacità del soggetto di
distinguersi dall'oggetto, capacità che è frutto della libertà, che
viene in luce in C. un radicale dualismo: si apre infatti una profonda
divisione tra me che penso (cosa di cui non posso dubitare) e ciò che
penso (della cui esistenza posso invece dubitare). Il dubbio pertanto
si ripropone, poiché io né sono certo dell'esistenza di ciò che penso,
né delle stesse evidenze che penso, perché potrebbe sempre esservi un
genio maligno che si diverte a ingannarmi. In secondo luogo la mia
stessa esperienza della libertà attesta in me una duplicità: da un lato
la “libertà d'indifferenza”, in quanto capacità di essere ugualmente
attratto dai contrari, pone in luce la mia debolezza; dall'altro, la
“libertà di elezione”, come capacità di autodeterminarmi razionalmente
e quindi di trascendere la natura, prova l'esistenza in me di un'idea
d'infinito, d'infinita possibilità, idea che non posso aver coniato da
solo, perché infinitamente superiore alla mia limitatezza. L'ipotesi
del genio maligno e l'esperienza della libertà mi rimandano quindi a
Dio.
L'esistenza di Dio
Solo l'esistenza di Dio può vincere l'incertezza che il genio maligno
getta su ogni conoscenza ed è l'esperienza della libertà che mi conduce
all'affermazione di tale esistenza. C. segue tre vie per dimostrare
l'esistenza di Dio. Le prime due muovono dalla mia imperfezione e dalla
presenza in me dell'idea di qualcosa di perfetto per concludere
all'esistenza di Dio, mentre la terza è una ripresa della prova “a
priori” di Sant'Anselmo. La dimostrazione dell'esistenza di Dio mi
garantisce dunque contro ogni ipotesi di genio maligno, poiché Dio, in
quanto perfetto, non può essere menzognero. Egli pertanto non può
ingannarmi quando io giungo all'evidenza, né può ingannarmi popolando
il mio pensiero di fantasmi fallaci. Io avverto in me la tendenza
irresistibile a considerare ciò di cui ho idea come esistente anche
esistente in realtà. L'esistenza di Dio garantisce anche questa mia
tendenza naturale. Dio dunque è garante dell'esistenza del mondo. Egli
è garante della verità, nel senso cioè che la sua esistenza garantisce
che ciò che è stato colto una volta come vero continua immutabilmente a
essere vero, indipendentemente dalla mia capacità di ripercorrere
quella catena di evidenze che mi aveva condotto all'affermazione della
verità. Dio dunque propriamente è garante della permanenza della
verità.Verità ed evidenzaSembra a questo punto, sulla base del metodo
dell'intelletto finora elaborato, che ogni possibilità di errore sia
negata. L'errore è tuttavia possibile per la maggior estensione, per
così dire, della volontà dell'intelletto. La volontà infatti può
precipitare il giudizio pronunciandolo prima che l'intelletto sia
pervenuto all'evidenza (Principia philosophiae, 1647). Fu spesso
rimproverato a C. di essere caduto in un circolo vizioso fondando la
dimostrazione dell'esistenza di Dio attraverso il criterio
dell'evidenza e giustificando successivamente tale criterio con la
dimostrazione dell'esistenza di Dio. In realtà questa accusa non è
legittima, poiché Dio, come abbiamo visto, non fonda propriamente la
verità, ma ne garantisce semplicemente la permanenza. Inoltre il cogito
e Dio non sono verità a cui si perviene secondo uno schema dimostrativo
di tipo sillogistico, ma evidenze, cioè verità che mi si impongono per
la loro stessa forza, come in se stesse trasparenti e indubitabili. A
questo sono giunto attraverso il metodo; con lo sforzo di attenzione
che esso mi propone ho colto al tempo stesso l'indubitabilità di me che
dubito e la presenza dell'idea d'infinito in me; ho colto cioè me come
essere pensante e Dio, e mi sono aperto all'ammissione dell'esistenza
reale di tutto ciò la cui esistenza si presenta al mio pensiero come
evidente. C. è pertanto riuscito nel proprio intento contro il
naturalismo libertino e il conseguente ateismo, trovando in Dio la
garanzia dell'esistenza del mondo e realizzando quindi una filosofia
religiosa. La sintesi a cui egli è pervenuto si presenta nuova e
antica. Nel suo pensiero coesistono entrambe le componenti. Nuova,
perché egli ha riproposto un pensiero religioso su basi affatto
differenti rispetto a quelle della Scolastica; antica, perché egli è
rimasto ancorato senza alcuna esitazione a una concezione di armonica
cospirazione di ragione e fede, quale si trova in San Tommaso. Tuttavia
è proprio questa duplicità del pensiero di C. che costituisce la sua
grandezza e giustifica le divergenti interpretazioni che di lui sono
state date. Da un lato infatti egli sembra fondare la libertà
dell'uomo, e quindi in ultima analisi la sua stessa capacità di
conoscere, sull'ammissione dell'esistenza di Dio, dall'altro egli
sembra suggerire la radicale autonomia dell'uomo, che è unico arbitro,
attraverso il criterio dell'evidenza, della verità. Anzi è precisamente
questo aspetto, per così dire, laico della sua filosofia, che nel corso
dei successivi sviluppi della storia del pensiero è stato più
frequentemente ripreso; questa ambivalenza del suo pensiero spiega come
si sia potuto interpretare C. ora come filosofo religioso, ora come
scienziato, ora come iniziatore di una dottrina dell'autonomia e
dell'immanenza della ragione, che troverà il proprio compimento
nell'idealismo.Il mondo fisicoI risultati sin qui conseguiti consentono
a C. di concepire in modo perfettamente penetrabile dal pensiero
l'intero universo. Al di là del cogito, come abbiamo visto, esiste un
mondo indipendente. Esso si presenta come indipendente dall'io non per
le qualità sensibili (p. es. colori, sapori, suoni, ecc.), la cui
origine è riconducibile alla coscienza, ma per quella unica qualità,
che potremmo perciò definire primaria, che gli è propria: l'estensione.
Ciò infatti che fa di un blocco di cera un oggetto materiale è,
indipendentemente dalle diverse forme che esso può assumere, la sua
estensione. La materia è dunque sostanza estesa e non vi è spazio se
non vi è materia, né materia se non vi è estensione. Si devono quindi
negare sia il vuoto (cioè la contraddizione di uno spazio, cioè di
un'estensione non estesa) sia l'atomo (cioè la contraddizione di
un'estensione indivisibile). I mutamenti della materia sono dovuti al
movimento iniziale che Dio ha impresso al mondo. Tale movimento
obbedisce ad alcune leggi fondamentali che si possono riassumere nel
principio d'inerzia e nella legge della costanza della quantità di
moto. Tale quantità può variamente distribuirsi fra i singoli corpi, ma
si mantiene immutata nel suo valore globale. Il movimento non è una
proprietà intrinseca della materia, poiché essa ha solo le
caratteristiche geometriche della pura estensione. Nel tracciare la sua
cosmologia C. ammette perciò che all'inizio esisteva solo un universo
esteso e inerte a cui Dio impresse una certa quantità di movimento in
tutte le direzioni. Non essendovi vuoto in cui muoversi, i corpi,
distinti solo per forma e grandezza, cominciarono a urtarsi fra di loro
disponendosi in modo circolare e formando vortici, di ogni grandezza e
velocità. Sono questi vortici che trascinano i pianeti nelle loro
orbite. Lungo il confine dei singoli vortici le violente collisioni fra
i corpi provocano uno sfregamento da cui risultano per abrasione una
sostanza tenue e fluida (materia prima) e globuli rotondi e lucidi
(materia seconda). I corpi soggetti a movimenti meno veloci e che
risultano quindi meno suddivisi e arrotondati possono aggregarsi
formando le sostanze più opache e pesanti (materia terza). Nei vortici
il primo elemento tende a raccogliersi nel centro formando il sole e le
stelle. In tal modo C. cercò anche di conciliare l'insegnamento biblico
con la teoria copernicana, rilevando come la terra sia ferma entro il
suo vortice che ruota attorno al sole. Ma soprattutto egli si impegnò
in una dettagliata interpretazione meccanicistica dei più importanti
fenomeni naturali, che ebbe una notevole importanza nel sorgere della
scienza moderna. Il calore ha la sua origine nel movimento delle
particelle fluide del primo elemento, mentre la luce è prodotta dallo
spostamento rettilineo delle particelle globulari del secondo elemento.
Sul problema della luce egli si soffermò in parecchie opere, tra cui Le
monde, ou traité de la lumière, pubblicato postumo, e La dioptrique,
che con La géométrie e Les metéores costituiva un'appendice al Discours
de la méthode. C. paragona la trasmissione della luce che colpisce
l'occhio alla vibrazione che il cieco percepisce quando il suo bastone
urta un oggetto. Respinge in tal modo l'idea tradizionale che qualcosa
di materiale passi dagli oggetti all'occhio. Questa concezione si
ritrova alla base delle sue importanti ricerche di ottica geometrica. I
raggi di luce riflettenti si comportano secondo il modello di una palla
da tennis che urta una superficie dura e liscia, per cui l'angolo di
incidenza è uguale a quello di riflessione. Nel caso della rifrazione
C. suppose che un raggio percorra più rapidamente un mezzo più denso di
uno più rarefatto e in tal modo egli formulò e interpretò la legge
(detta di Snellius) secondo cui, per due mezzi determinati, il rapporto
fra angolo di incidenza e angolo di rifrazione è costante.
La geometria cartesiana
Di grande rilievo è stato l'apporto di C. alla geometria, in cui si
propose di superare l'insufficienza dei Greci che affrontavano i
problemi con procedimenti diversi caso per caso, senza un criterio
sicuro per affrontare quelli nuovi. A questo scopoegli, fondando la
moderna geometria analitica, comincia innanzitutto coll'introdurre
simboli algebrici denotando segmenti di retta mediante lettere e
formando di queste prodotti e potenze, senza preoccuparsi della loro
interpretazione geometrica. Per la soluzione dei problemi geometrici
egli applica poi il metodo analitico; suppone cioè il problema come
risolto e trascrive le relazioni implicite fra le grandezze mediante
equazioni. Per individuare i punti di una curva egli introdusse degli
assi di riferimento che vennero poi chiamati assi cartesiani. La
posizione di un punto nel piano è definita mediante le distanze x e y
da tali assi (coordinate* cartesiane) e la relazione algebrica fra x e
y esprime un determinato luogo geometrico a cui appartiene il punto.
Fra i vari risultati ottenuti con questo metodo si può ricordare la
determinazione della normale e quindi della tangente a un punto
qualunque di una curva geometrica di cui è nota l'equazione . § Se la
geometria come scienza razionale possiede una certezza esemplare in
quanto verte su nozioni semplici e generali, non meno vivo rimase per
tutta la vita l'interesse di C. per la natura, con tutta l'estrema
complessità dei suoi processi particolarmente evidenti negli organismi
viventi. A ricerche anatomiche e a considerazioni fisiologiche si
dedicò sino agli ultimi anni, componendo diversi scritti fra cui il
Traité de l'homme (1664) e Premières pensées sur la génération des
animaux (1701).
Il meccanicismo cartesiano
Nello sviluppare la sua interpretazione meccanicistica del vivente
quale un automa C. si vale, come d'altronde in tutta la sua fisica, del
metodo dei modelli; si rifà cioè alla tecnica per giungere, con l'uso
dell'immaginazione, a definire strutture meccaniche invisibili in grado
di spiegare i fenomeni. Ed è convinto che, non essendovi distacco fra
arte e natura, si possa così cogliere in modo ipotetico, ma razionale,
la realtà naturale. La fisiologia di C. si basa su un'interpretazione
meccanicistica della tradizionale teoria del calore vitale e della
fermentazione. La circolazione del sangue, individuata da Harwey, è
secondo C. una conferma che l'animale è una macchina, ma egli ritenne
erroneamente che fosse necessario spiegare la spinta che il cuore
imprime al sangue mediante una dilatazione che il sangue stesso subisce
nei ventricoli per effetto di una fermentazione. Grande importanza
riveste la concezione fisiologica del sistema nervoso, poiché proprio
in base a essa C. poté sostenere che l'animale è una macchina
automatica che non necessita per vivere di un'anima. Riprendendo anche
qui una teoria tradizionale, quella degli spiriti animali, intesi però
come le particelle più sottili del sangue, sostenne che tali spiriti
dalle concavità del cervello passano nei nervi quando le fibre che li
compongono e che collegano gli organi di senso al cervello subiscono
una trazione per opera di uno stimolo esterno. Gli spiriti attraverso i
nervi giungono ai muscoli e gonfiandoli producono la loro contrazione.
Solo nell'uomo la regolazione dei movimenti può subire l'intervento
dell'anima immateriale mediante un suo punto di contatto nel cervello
con gli spiriti. Questo contatto che avviene nella ghiandola pineale
risultava necessario a C. per conciliare la netta distinzione
metafisica fra le due sostanze, materia e spirito, con l'esperienza che
il soggetto ha del proprio corpo. Sarà questo uno dei problemi più
importanti che gli autori successivi dovranno affrontare. Alcuni si
orienteranno verso una concezione materialistica, altri proporranno,
per salvare una visione spiritualistica dell'uomo, una nuova
interpretazione metafisica della sostanza. L'opera filosofica e
scientifica di C. si troverà così sino ai primi decenni del Settecento
al centro delle discussioni filosofiche e scientifiche sulla
natura.Regola di CartesioSe un'equazione di 2º grado, ax2+bx+c=0, ha
radici reali e distinte (ciò accade se b2–4ac è positivo), allora,
considerata la successione dei segni dei coefficienti a, b, c, le
radici negative sono tante quante le “permanenze” dei segni, quelle
positive tante quanto le “variazioni”. Possiamo, p. es., dire, senza
risolverla di fatto, che l'equazione x2+3x+2=0 ha due radici negative,
perché la successione dei segni dei coefficienti è: +, +, + (due
“permanenze”).