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Democrito
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Democrito
"Al saggio tutta la Terra é aperta, perchè patria di un'anima bella é il mondo intero".
Democrito
nacque intorno il 460 a.c. ad Abdera, dove era nato anche Protagora.
Egli fu atomista, ovvero seguì quelle dottrine che per un verso
presuppongono l'indagine naturale dei primi pensatori e la riflessione
degli eleati, ma per l'altro anche i dibattiti sui rapporti tra natura (fusiV) e legge convenzionale (nomoV).
Democrito, a differenza degli altri pensatori e a somiglianza dei suoi
contemporanei sofisti, scrisse una miriade di opere: tramite un
catalogo stilato da Trasillo nel primo secolo d.C., sappiamo che
dovevano aggirarsi intorno alla cinquantina. Purtroppo ci sono
pervenuti solo pochi frammenti di esse. Anche Democrito dovette recarsi
una volta ad Atene, ma per il resto del tempo pare che abbia vissuto
nella sua città natale, dove sarebbe morto tra il 400 e il 380 a.C. Le
indagini degli atomisti presuppongono da un lato l'interesse per i
problemi posti dall'osservazione dei fenomeni naturali e, dall'altro,
la riflessione degli eleati, ma al tempo stesso anche l'attenzione per
la pluralità dei mondi e delle culture. Le opere di Democrito
trattavano argomenti di vario genere, si passava dalla matematica alla
riflessione morale, dallo studio del linguaggio e dei poeti alla
medicina e allo studio degli animali, ma alla base di tutta la sua
ricerca egli poneva l'obiettivo di trovare una spiegazione causale
unitaria di questa molteplicità di manifestazioni e aspetti del mondo
fisico e umano. Anche l’atomismo si configura come teoria
"pluralistica" che si propone di spiegare il cosmo senza trasgredire le
prescrizioni parmenidee: l’iniziatore della corrente atomistica sembra
essere stato Leucippo, figura che per noi non è che un nome, visto la
scarsissima quantità di materiale sul suo conto che possediamo; ben di
più sappiamo sul suo collega Democrito di Abdera, il quale scrisse –
come i Sofisti – una miriade di opere sui più svariati argomenti,
benché di esse non ci siano giunti che frammenti. Anche Democrito, come
già Anassagora, assume come struttura della realtà invisibile ad occhio
nudo un’infinità di principi, ancorché questi non siano infinitamente
divisibili: se infatti tutto fosse divisibile all’infinito, allora il
mondo avrebbe dovuto cessare di essere già da tempo. I principi primi
della realtà come li intende Democrito debbono essere pieni e privi di
parti: tali sono quelli che egli definisce atoma swmata,
ovvero – letteralmente - "corpi non ulteriormente tagliabili",
costituenti la struttura profonda del reale. Questi "atomi", per
potersi muovere e per consentire la generazione e la corruzione dei
composti, devono avere uno spazio entro cui muoversi ed è per questa
ragione che Democrito introduce come secondo principio il vuoto (to kenon),
condizione imprescindibile del moto atomico. Gli stessi aggregati non
sono che unioni di atomi e vuoto: il che è provato dal fatto che,
consumandosi, i corpi cedono atomi e, perché ciò possa avvenire,
dev’esserci il vuoto. Con terminologia eleatica, Democrito chiama gli
atomi e il vuoto rispettivamente "essere" e "non essere"; egli
asserisce poi – riprendendo l’antitesi sofistica - che la conoscenza
intellettuale (avente come oggetto gli atomi e il vuoto) è kata fusin (secondo natura), mentre quella degli aggregati è kata nomon
(secondo convenzione). Sicchè secondo natura conosciamo gli atomi e il
vuoto, secondo convenzione il bianco, il profumato, ecc. Le cose che
costantemente esperiamo non sono dunque la verità, ma mera parvenza.
Essendo gli atomi infiniti, infiniti saranno anche i mondi che dalla
loro aggregazione trarranno origine, cosicché Democrito può
relativizzare la vita che conduciamo sul nostro e può inoltre evitare
di far ricorso a cause extra-materiali. Incarnando in sé l’essere
parmenideo (ed essendo dunque immutabili, eterni, incorruttibili), gli
atomi come si distinguono fra loro? Per Empedocle e Anassagora, i
principi si differenziano qualitativamente, il che tra l’altro spiega
perché i corpi composti presentino qualità; per Democrito invece –
stando a quel che riferisce Aristotele – gli atomi si differenziano fra
loro per caratteristiche quantitative. Per far luce su questo punto
della dottrina democritea, Aristotele esemplifica servendosi delle
lettere dell’alfabeto, che egli chiama stoiceia: e stoiceia
sono anche gli "elementi", con la conseguenza che gli atomi sono un po’
come le lettere dell’alfabeto e il mondo che ne risulta si presenta
come una sorta di libro le cui lettere sono gli atomi. Per forma (rusmoV) gli atomi si distinguono fra loro come la A si distingue dalla N; per ordine (diaqigh) come AN da NA; per posizione (troph)
come Z da N. Si tratta evidentemente di differenze puramente
geometriche, con caratteristiche misurabili. Tuttavia Democrito si
spingeva oltre: pare infatti che, poste queste tre differenze di base,
egli asserisse che gli atomi sono dotati di un numero incalcolabile di
differenze, a tal punto che egli finisce col riconoscere – il che gli
costerà la derisione da parte dei suoi avversari – l’esistenza di atomi
di forma uncinata. Il problema cui Democrito è chiamato a rispondere è
che, se gli atomi sono quantitativamente connotati, come si spiega che
poi noi percepiamo qualitativamente i composti? Perché se la rosa non è
che un aggregato di quantità noi la percepiamo rossa, profumata, ecc?
Per render conto di ciò, Democrito spiega le qualità come epifenomeni
delle quantità, cosicché il bianco deriverebbe da un assetto casuale
dato dall’unione di atomi: la rosa non è che un aggregato di atomi
quantitativamente connotati che però, colpendo i nostri organi di
senso, generano impressioni qualitative (il profumo, il colore rosso,
ecc). Un altro problema su cui Democrito deve affaticarsi riguarda la
natura stessa degli atomi: se essi sono corpi invisibili e
indivisibili, allora non avranno parti e saranno come enti geometrici;
ma allora come è possibile ch’essi, privi di parti, si aggreghino e
formino corpi divisibili costituiti da parti? Come possono muoversi?
Democrito sostiene che gli atomi sono ab aeterno dotati di
moto (il che implica il vuoto in eterno) e, più precisamente, si
muovono in qualunque direzione senza tregua, con la conseguenza che
possono casualmente incontrarsi e aggregarsi (ciò nel caso in cui le
forme siano compatibili, come ad esempio quando si incontrano atomi ad
uncino e atomi ad anello). A regolare il moto degli atomi non è una
forza esterna o una divinità: l’unica legge (se in questo caso di legge
si può parlare) regolante il loro movimento è il caso, non già nel
senso ch’essi si muovano senza causa, bensì nel senso che il loro è un
moto spontaneo, scevro di finalità e non extra-naturale: è un moto che
tiene conto della legge per cui il simile attira il simile. Tutto
risponde ad una ragione e ad una ferrea necessità. Oltre a negare la
causa finale, l’atomismo nega quella efficiente – nota Aristotele -,
giacchè per Democrito essa non è se non una proprietà della materia.
Per Democrito nulla avviene a caso, tutto avviene secondo una ragione.
Questa osservazione può essere provata: a questo scopo non basta
accontentarsi dell'osservazione della molteplicità dei fenomeni, ma
occorre risalire mediante un procedimento intellettuale alla conoscenza
di ciò che non è visibile. Gli oggetti che noi percepiamo ci appaiono
caldi o freddi, amari o dolci, ma queste qualità appartengono alla
sfera di quello che la cultura del v secolo a.C. raggruppava sotto la
categoria del nomoV, ossia di ciò che è
variabile, convenzionale, instabile, contrapposto al piano stabile e
immutevole della natura. La vera conoscenza è quella che consente di
accedere al piano nascosto che sfugge ai sensi. Qui essa trova i
costituenti di tutte le cose: gli atomi (atoma swmata) e il vuoto (to kenon). La parola atomo deriva dal Greco e significa indivisibile (a+temnw
= che non si può tagliare). Gli atomi sono quindi particelle
indivisibili talmente piccole che non possono essere singolarmente
percepite da alcun organo di senso. Gli atomisti ritengono - sulle orme
di Parmenide - che siano ingenerati ed indistruttibili. Sono dunque i
costituenti ultimi della realtà. Sebbene con i pluralisti nasca la
causa efficiente (ciò che mette in movimento la materia: per Empedocle
Amore e Odio, per Anassagora il NouV) ,
Democrito non la accetta: secondo lui vi è un grande vuoto con atomi
sparsi qua e là dotati di movimenti pulviscolari (per capire che cosa
intendesse Democrito , si può guardare la polvere contro luce): essi
vagano casualmente finchè non si urtano gli uni contro gli altri e,
quando si scontrano, avviene un qualcosa di simile al biliardo; gli
atomi si scontrano e assumono nuovi movimenti. E' una concezione
materialistica e deterministica (dato un fatto A, se ne verifica
necessariamente uno B) e meccanicistica (vi è l'idea che il mondo sia
un macchinario dove tutto avviene per contatto: viene così confutata la
tesi dei fenomeni che avvengono a distanza, come il magnete di cui
parlava Talete). Tutto avviene secondo una necessità inevitabile. Gli
atomi si distinguono tra di loro non perchè alcuni sono caldi e altri
freddi o perchè alcuni sono amari e altri dolci: in altre parole, non
si distinguono per caratteristiche qualitative, ma quantitative. Le
loro differenze sono simili a quelle che intercorrono tra le lettere
dell'alfabeto. L'insieme delle differenze atomiche (posizione, ordine,
forma) è dunque il tipo geometrico, ovvero riguarda la forma e la
disposizione nello spazio. Ma bisogna ricordare che la quantità di
forme atomiche è innumerevole, non è ristretta al solo tipo delle
grandezze geometriche regolari. Com'è possibile che da queste
particelle invisibili ed indivisibili si formino gli oggetti che si
possono percepire con gli organi di senso? Come abbiamo detto
prerogativa degli atomi è il loro continuo movimento "pulviscolare" che
non avviene in una direzione privilegiata ed unica. In questi movimenti
possono incontrarsi, come le palle sul tavolo del biliardo: se sono
incompatibili si respingono, ma se non lo sono si aggregano. Un
criterio fondamentale di aggregazione è dato dal principio che il
simile si aggrega con il simile. Ma non vi è un agente esterno (una
causa efficiente) che fa avvenire le aggregazioni, come era invece per
Anassagora e per Empedocle. Fondamentale per il movimento è il vuoto
(che fa le veci della tavola da biliardo): gli atomisti possono dire
che il vuoto è "non essere" (gli atomi sono invece l’essere in senso
parmenideo, ingenerati e incorruttibili), in quanto esso non è dotato
di forma individuale, di limitazione e di movimento, come invece è per
gli atomi, che possono quindi identificarsi con l'essere. Nel vuoto
infinito si formano e si distruggono infiniti mondi, anche diversi da
quello in cui viviamo (tale attenzione per la diversità è sintomatica
del periodo in cui Democrito vive: il V secolo). Mediante le nozioni di
atomo e di vuoto diventa possibile spiegare non solo la costituzione
dei mondi e degli oggetti che ciascuno di essi contiene, bensì anche
fenomeni biologici come la riproduzione o la respirazione. L'anima è
per Democrito una prerogativa degli esseri viventi. La vita è
contrassegnata dal calore. A spiegare questo fatto interviene la forma
propria degli atomi costitutivi dell'anima: essi sono di forma sferica,
la quale è suscettibile della massima mobilità. E la massima mobilità
genera il calore. In questa prospettiva, la respirazione è interpretata
come una funzione vitale essenziale perchè consente la continua
reintegrazione degli atomi di anima che incessantemente si perdono
anche per la loro costante mobilità. Quando questa reintegrazione cessa
arriva la morte, caratterizzata appunto dall'immobilità e dalla
freddezza. Allo stesso modo la riproduzione umana è determinata dal
seme costituito da atomi provenienti da tutte le parti del corpo. Ciò
permette di spiegare la trasmissione di somiglianze dai genitori ai
figli. Gli stessi processi percettivi possono essere chiariti mediante
il modello di spiegazione atomistica. Ogni soggetto, anche se a noi
sembra immobile, è costituito di atomi intervallati dal vuoto, i quali
si muovono incessantemente. Da ciascun oggetto si staccano in
continuazione quelli che gli atomisti chiamano eidwla (immagini):
si tratta di emissioni atomiche che conservano la figurazione degli
oggetti dai quali provengono. Se il medio che queste emissioni
attraversano, ossia l'aria, non è disturbato ed esse pervengono ai
pori, vale a dire i condotti vuoti, presenti sulla superficie del
nostro corpo, e attraverso di essi ai nostri organi di senso, si hanno
le varie sensazioni della vista, dell'udito e così via. Ogni sensazione
è quindi ricondotta a una forma di contatto degli eidwla
con il nostro corpo. Prendiamo ad esempio l'olfatto: arrivano al nostro
naso atomi di un fiore e noi lo sentiamo profumato non per il fatto che
gli atomi abbiano già di per sè quell'odore, ma perchè con la loro
forma mi stimolano il naso in modo tale da fiutare quell'odore. Gli
odori, i sapori, i colori, esistono in me che li provo, ma non nella
realtà. Ogni sensazione ci fornisce quindi informazioni sulla
configurazione e sui caratteri dell'oggetto corrispondente. Pure i
sogni possono avere un contenuto informativo e trasmettere addirittura
pensieri e sentimenti propri dell'individuo dal quale proviene il
flusso di eidwla. Restano comunque
inaccessibili ai sensi, sia nello stato di veglia, sia durante il
sonno, i principi costitutivi del tutto, ossia gli atomi, nella loro
singolarità, ed il vuoto. Alla conoscenza di essi si può pervenire
soltanto andando oltre alla sensazione, ossia cercando la verità nel
profondo, come dice Democrito, mediante l'intelletto. Solo questa è la
conoscenza genuina. Secondo natura sono solo gli atomi e il vuoto; per
convenzione invece sono il bianco, il rosso, il profumato, ecc. Dante (Inferno, IV) definisce Democrito come "colui che il mondo a caso pone"
perchè – in sintonia con Aristotele – dà gran peso a quella causa
finale che Democrito ignora: è come se per lui le cose andassero a
caso, senza uno scopo. Nell’ottica democritea, non c’è differenza di
livelli di conoscenza, tutto è percezione (persino gli oggetti del
pensiero): dal cielo alla terra non ci sono che corpi costituiti da
atomi e contenenti il vuoto e che (proprio perché contenenti il vuoto)
emanano gli eidwla, le "immagini" delle cose; tali eidwla
altro non sono se non atomi che si staccano continuamente dai corpi
(Epicuro parla di pulsazione dei corpi stessi) e si rendono così a noi
percepibili. Anche il corpo del soggetto percipiente, infatti, è un
aggregato atomico dotato di vuoto o, meglio, di canali vuoti: gli eidwla
si incuneano in questi canali vuoti e rispecchiano l’immagine
dell’oggetto rendendolo percepibile: si ha dunque una conoscenza per
contatto. Ricapitolando, la conoscenza avviene per percezione (sensismo
gnoseologico) e quest’ultima avviene per contatto attraverso i cinque
sensi e, se non ci fosse il vuoto, la percezione sarebbe dolorosa
perché gli eidwla colpirebbero i nostri atomi anziché infilarsi nei canali vuoti. Tuttavia, se i corpi continuano a cedere materia (gli eidwla
che si staccano), allora ne consegue che essi sussistono fin tanto che
la materia ceduta è bilanciata da quella ricevuta: e la mancanza di
respiro, ovvero la fine del ricambio di atomi, è la prova della fine
dell’esistenza del corpo. La legge che vige nel mondo degli atomisti è
il caso, nel senso che non vi è alcuna causa extranaturale capace di
governare il movimento degli atomi: essi si aggregano in maniera
puramente casuale (ed è anche per questo che Dante rinfaccia, nel IV
canto dell’Inferno, a Democrito di porre il mondo a caso). Naturalmente
sorge spontaneo un quesito: che cosa mi garantisce che gli eidwla
mi riportino tale e quale la forma dell’oggetto a cui provengono? Non
potrebbe essere che, nello spazio che percorrono per giungere a me,
subiscono una modificazione? Qui le posizioni degli atomisti divergono:
Epicuro pensa che gli eidwla ci raggiungano
con velocità pari a quella del pensiero, cosicchè non vi è possibilità
di errore. Per Democrito, invece, tutto cambia: "nulla conosciamo secondo verità perché la verità è nel profondo",
egli afferma; sembra quasi una professione di scetticismo, ma in realtà
non lo è affatto. Infatti, Democrito vuol semplicemente dire che la
verità sono gli atomi e il vuoto e che tutto il resto (il dolce,
l’amaro, il caldo, il freddo, ecc) è opinione che, in quanto tale, è
suscettibile di essere vera o di essere falsa e che varia da individuo
a individuo. Democrito si accosta dunque al motto di Anassagora "oyiV twn adelwn ta fainomena":
il mondo che mi appare è opinione, e anche le opinioni si formano in
base alla percezione, anche se si fermano alla superficialità, alle
qualità esterne del corpo (caldo, freddo, ecc). In quanto frutto di
sensazioni, anche le opinioni hanno un fondo di verità, anche se
l’unica verità degna di essere definita tale è quella che si conosce
quando si conoscono il vuoto e gli atomi. "Non conosciamo nulla che sia invariabile, ma solo aspetti mutevoli",
dice Democrito: e ne deduce l’esistenza di due forme di conoscenza, una
genuina ("legittima", secondo il linguaggio giuridico), l’altra oscura
("illegittima"): la conoscenza sensibile è oscura, mentre gli oggetti
di quella genuina sono nascosti. Democrito affronta anche il problema
della formazione delle società umane e dei tratti che le
caratterizzano. Alla base di questa formazione è quello stesso
principio di aggregazione del simile con il simile, che valeva per gli
atomi. Un elemento di distinzione tra animali e uomo, un po’ come i
sofisti, Democrito lo ravvisa nel processo delle tecniche. Ma Democrito
fa leva ancora una volta sul principio della somiglianza per spiegare
la genesi delle stesse tecniche: esse si costituiscono infatti a
partire dall'imitazione delle attività animali. Per questo aspetto,
esiste dunque una certa continuità tra il piano della natura e quello
della cultura e delle istituzioni umane. L'imposizione dei nomi alle
cose è un'imposizione convenzionale. Così la religione sembra essere
un'invenzione umana, ma in questo caso dovuta all'iniziativa di pochi
uomini sapienti. Non è difficile scorgere la parentela tra queste
affermazioni e quelle sofistiche, anch'esse incentrate sul binomio nomoV/fusiV.
E' difficile a causa dei pochi suoi frammenti pervenutici comprendere
profondamente la sua indagine etico-politica. Per un verso egli
continua la tradizione dell'antica saggezza, compendiata in massime che
devono dirigere il proprio comportamento verso se stessi e verso gli
altri. Queste massime vertono anche sui mali e sui pericoli che
affliggono la società, la discordia e la stasiV,
il conflitto civile. La legge secondo Democrito dovrebbe salvaguardare
da questi mali. Egli mostra una decisa preferenza per la forma di
governo democratica, contrapposta alla tirannide, come la libertà lo è
alla schiavitù. Ma per un altro verso l'obiettivo della vita è riposto
nella tranquillità dell'animo (euqumia),
immune da passioni eccessive; il che comporta la necessità di non farsi
coinvolgere troppo non solo nelle questioni private, ma neppure in
quelle pubbliche. L'esercizio della virtù non è più legato in maniera
determinante alla dimensione della politica: l'etica di Democrito
sembra premiare lo studioso, colui che vive al di fuori della politica
(un po’ come sarà per Aristotele). Per Democrito non vi è un luogo
privilegiato in cui si debba svolgere l'attività di studioso.
FRAMMENTI
Fr. A 65 (Aristotele, Fisica, 252a, 32)
È
del tutto erroneo il supporre di dare un principio sufficiente col dire
che è sempre o accade sempre cosí: che è la concezione a cui Democrito
riconduce le cause della natura, in base alla considerazione che i
fenomeni del passato si sono prodotti nello stesso modo di ora; e la
causa dell’eterno, poi, non ritiene di dover ricercare.
Fr A 66 (Cicerone, De fato, 17, 39; Aristotele, Della generazione degli animali, 789b, 2; Aezio, I, 26, 2 e I, 25, 3)
1
Tutte le cose derivano dal fato sí che il fato attribuisce loro una
piena necessità: tale fu l’opinione di Democrito, Eraclito, Empedocle,
Aristotele.
2 Democrito, lasciate da parte le cause finali, riconduce alla necessità [meccanica] tutte le operazioni della natura.
3 Democrito dice che consiste nella impenetrabilità, nel movimento, e nell’urto della materia.
4
Parmenide e Democrito affermano che tutto avviene per necessità: e che
essa è fato e giustizia e provvidenza e produttrice del mondo.
Fr A 67 (Simplicio, Fisica, 327, 24)
Ma
anche Democrito, là dove dice "dal tutto si distaccò un vortice di
forme d’ogni genere" (ma non dice come né per qual causa), sembra
significare che il vortice si produce spontaneamente e casualmente.
Fr. A 68 (Aristotele, Fisica, 195b, 36; Simplicio, Fisica, 330, 14)
1
Alcuni dubitano anche se [il caso] esista o no: dicono infatti che
nulla vien prodotto dal caso, ma che esiste una causa determinata di
tutte le cose che noi diciamo prodursi spontaneamente o per caso.
2
La frase "come quell’antica dottrina che negava il caso" sembra detta
in rapporto a Democrito; questi infatti, benché nella sua cosmogonia
paresse valersi del caso, nei problemi particolari invece afferma che
il caso non è causa di nulla e ricorre ad altre cause: cosí per
esempio, della scoperta di un tesoro è causa lo scavare oppure il
piantare un ulivo, e cosí della frattura del cranio del calvo è causa
l’aquila che getta la tartaruga affinché il guscio di essa si rompa.
Cosí riferisce Eudemo.
Fr. A 69 (Aristotele, Fisica, 196a, 24)
Vi
sono poi di quelli che attribuiscono al caso la causa dell’esistenza di
questo nostro cielo e di tutti i mondi: dal caso deriva il vortice e il
movimento che separò gli elementi e ordinò nella sua forma presente
l’universo <...>. E quel che fa veramente meraviglia è che,
mentre dicono che gli animali e le piante né esistono né nascono
fortuitamente, sibbene hanno una causa, sia poi questa la materia o la
mente o qualcosa di simile (giacché da ogni singolo seme non viene
fuori ciò che capita, ma da questo qui viene l’olivo, da quell’altro
l’uomo ecc.), affermano per contro che il cielo e tutto quanto vi è di
piú divino tra i fenomeni derivano dal caso e che non vi è punto per
essi una causa analoga a quella che c’è per gli animali e per le piante.
Fr. A 70 (Aristotele, Fisica, 196b, 5; Aezio, I, 29, 7; Lattanzio, Institutiones divinae, I, 2)
1
Vi sono alcuni che considerano come causa il caso, il quale è
impenetrabile alla ragione umana, essendo qualcosa quasi di divino e di
straordinario.
2
Anassagora e Democrito e gli Stoici introdussero una causa
impenetrabile all’umano ragionamento: dissero infatti che vi è ciò che
dipende dalla necessità, ciò che dipende dal fato, ciò che dipende da
deliberazione, ciò che dipende dal caso.
3
<...> cominciare da quella questione che sembra essere per natura
la prima, se vi sia una provvidenza che a tutte le cose provvede o se
tutto nel mondo sia stato prodotto e si svolga per opera del caso,
opinione questa che ebbe il suo primo assertore in Democrito ed ebbe un
propugnatore in Epicuro.
Fr. B 9 (Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 135)
1
Democrito talora rifiuta le apparenze sensibili e dice che nulla in
esse ci appare conforme a verità, ma solo conforme a opinione, e che il
vero negli oggetti consiste in ciò ch’essi sono atomi e vuoto. Infatti
egli dice:
2
"Opinione il dolce, opinione l’amaro, opinione il caldo, opinione il
freddo, opinione il colore; verità gli atomi e il vuoto" [...].
Fr. B 11 (Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 138, 139)
1 Nei Canoni
afferma che vi sono due modi di conoscenza, cioè mediante i sensi e
mediante l’intelletto: e chiama genuina la conoscenza mediante
l’intelletto, riconoscendo ad essa la credibilità nel giudicare il
vero, mentre all’altra dà il nome di oscura, negandole la sicurezza nel
conoscere il vero. Dice testualmente:
2
"Vi sono due forme di conoscenza, l’una genuina e l’altra oscura; e a
quella oscura appartengono tutti quanti questi oggetti: vista, udito,
odorato, gusto e tatto. L’altra forma è la genuina, e gli oggetti di
questa sono nascosti [alla conoscenza sensibile od oscura]".
3 Poscia, mostrando la superiorità della conoscenza genuina su quella oscura, prosegue dicendo:
4
"Quando la conoscenza oscura non può piú spingersi ad oggetto piú
piccolo né col vedere né coll’udire né coll’odorato né col gusto né con
la sensazione del tatto, ma <si deve indirizzar la ricerca> a ciò
che è ancor piú sottile, <allora soccorre la conoscenza genuina,
come quella che possiede appunto un organo piú fine, appropriato al
pensare>. [...]
Fr. B 41 (Massime di Democrito, Natorp 45)
Astienti dalle colpe non per paura ma perché si deve.
Fr. B 171 (Massime di Democrito, Natorp 10-11)
La felicità non consiste negli armenti e neppure nell’oro; l’anima è la dimora della nostra sorte.
Fr. B 234 (Massime di Democrito, Natorp 21)
Gli
uomini invocano la salute dagli dèi con le preghiere, e non sanno
ch’essa è in loro potere; ma siccome per intemperanza operano contro di
essa, sono essi stessi che tradiscono la propria salute a causa delle
passioni.
(I Presocratici, Laterza, Bari, 1990, pagg. 694-695, 748, 749, 763, 784, 795)
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