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Freud: Es, Io, Super-Io
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Freud però s'avvide che il metodo del racconto per libera associazione
incontrava notevoli difficoltà nell'applicazione concreta. Non sempre l'idea che
veniva in mente al paziente rivelava una diretta connessione con la situazione
rimossa; anzi talvolta non sembrava affatto pertinente. Tuttavia si ostinò a
credere che anche queste «idee» esprimessero il materiale rimosso, ipotizzando
che lo esprimessero in forma «sostitutiva», «indiretta»; cioè «traslata» e
«deformata». L'ipotesi si rivelò veridica. Sicché Freud poté ricavare
un'importante conseguenza.
Nel malato in trattamento agivano due forze contrarie: da una parte
la sua aspirazione cosciente ad attirare nella coscienza il materiale
dimenticato esistente nel suo inconscio, dall'altra parte la resistenza a noi
nota, che si ribellava a siffatto divenir conscio del materiale rimosso o dei
suoi derivati. Se questa resistenza era pari a zero o minima, l'elemento
dimenticato diveniva cosciente senza deformazione, era quindi naturale ammettere
che la deformazione dell'elemento ricercato sarebbe riuscita tanto maggiore,
quanto maggiore fosse stata la resistenza opposta al suo divenir cosciente.
L'idea del malato che compariva al posto dell'elemento ricercato era dunque
sorta essa stessa come un sintomo; era una formazione nuova, artificiosa,
effimera, che sostituiva l'elemento rimosso, ed era tanto piú dissimile da
questo quanto maggiore era stata la deformazione subíta sotto l'influsso della
resistenza. (Cinque conferenze) Ma se - rifletté quindi
Freud - queste idee «non pertinenti» sono da considerarsi comunque un «sintomo»,
non è da escludersi che anche altri «fatti» possano esser considerati tali. E la
sua ricerca in tal senso s'indirizzò sulle azioni sbagliate o casuali, e
soprattutto sui sogni. L'indagine che ne seguí gli diede ragione.
I sogni infatti «presentano la piú grande somiglianza esteriore e parentela
interiore con le creazioni della malattia mentale»; ma diversamente da queste
essi sono «compatibili con la piena salute della vita vigile».
Certo i sogni dell'adulto non sono come quelli del bambino; essi sono
confusi, strani, spesso insensati. Non di meno esprimono ugualmente un desiderio
inappagato; la loro «stranezza» e la loro «insensatezza» dipendono dal fatto
ch'essi sono espressioni «deformate».
Questa deformazione onirica è lo stesso processo che avete imparato
a conoscere nell'indagine sulla formazione dei sintomi isterici; essa indica
anche che nella formazione del sogno interviene lo stesso antagonismo di forze
psichiche che interviene nella formazione del sintomo. Il contenuto onirico
manifesto è il surrogato distorto dei pensieri onirici inconsci, e
questa distorsione è opera di forze di sbarramento dell'Io, di resistenze, che
nella vita vigile impediscono generalmente ai desideri rimossi dell'inconscio
l'accesso alla coscienza, mentre pur ridotte nello stato di sonno, sono
perlomeno ancora abbastanza forti da imporre loro un travestimento che li
maschera. Il sognatore riconosce allora il significato dei suoi sogni
altrettanto poco quanto l'isterico il nesso e il significato dei suoi
sintomi. (Cinque conferenze) Insomma il sogno, nella forma
ricordata al risveglio, è un «appagamento mascherato di desideri rimossi».
Ma di qual natura sono questi «desideri»?
L'indagine psicoanalitica ci mostra che gli impulsi di desiderio
patogeni sono per natura componenti istintive erotiche, e ci costringe ad
ammettere che, tra gli influssi che portano alla malattia, la massima importanza
debba venir attribuita ai disturbi dell'erotismo. (Cinque
conferenze) Questi disturbi, però, nel paziente si trovano già
sedimentati; in effetti essi risalgono al periodo infantile.
Soltanto le esperienze infantili spiegano la sensibilità verso
traumi successivi, e soltanto scoprendo e rendendo coscienti queste tracce
mnestiche quasi regolarmente dimenticate acquistiamo la forza necessaria per
eliminare i sintomi. Giungiamo qui allo stesso risultato ottenuto nell'indagine
sui sogni: sono gli imperituri e rimossi impulsi di desiderio dell'infanzia che
hanno offerto alla formazione sintomatica la loro forza, senza la quale la
reazione a traumi successivi si sarebbe svolta normalmente. Questi potenti
impulsi di desiderio dell'infanzia si possono però definire in modo
assolutamente generale come sessuali. (Cinque
conferenze) Pertanto, osserva Freud, bisogna ammettere, contro
la comune convinzione, che esiste una sessualità infantile.
Tale sessualità ha caratteri specifici nella prima infanzia; infatti
l'infante trae il piacere dal proprio corpo, attraverso l'eccitazione di «zone
erogene». Solo col tempo l'istinto sessuale procede alla «scelta oggettuale»,
s'indirizza cioè su una persona estranea che diventa fonte di soddisfazione.
Infine, nel «periodo puberale» lo sviluppo degli istinti giunge a compimento.
«I singoli istinti si sottomettono alla sovranità della zona genitale» e «tutta
la vita sessuale si pone al servizio della riproduzione».
Tuttavia,
non tutte le componenti istintuali originarie sono ammesse a
partecipare a questa definitiva fissazione della vita sessuale. Ancor prima del
periodo puberale sono state imposte, sotto l'influsso dell'educazione, rimozioni
estremamente energiche di certi istinti, e sono state prodotte forze psichiche
come pudore, disgusto, morale, che controllano queste rimozioni come guardiani.
(Cinque conferenze) Sicché la «disposizione alle nevrosi»
ha origine in un'«offesa dello sviluppo sessuale».
L'uomo s'ammala per il contrasto tra «esigenze della sua vita pulsionale» e
«la resistenza che contro di esse si solleva in lui».
Dall'analisi delle nevrosi quindi Freud allargò la sua visione alla struttura
della vita psichica dell'uomo «normale»; essa è composta dall'Es, dal
Super-lo e dall'Io. Questi tre aspetti della psiche sono in relazione
dinamica. Quanto al Super-Io Freud dice:
Il Super-io impone all'Io inerme, che è in sua balía, i piú severi
criteri morali- è in generale il sostenitore delle esigenze della moralità. Il
nostro senso morale di colpa è l'espressione della tensione fra l'Io e il
Super-Io. Esso è anche l'esponente dell'ideale dell'Io, al quale l'Io si
commisura che emula, e la cui esigenza di una sempre piú ampia perfezione si
sforza di adempiere. Non vi è dubbio che questo ideale dell'Io è il sedimento
dell'antica immagine dei genitori, l'espressione dell'ammirazione del bambino,
che li considerava allora esseri perfetti. (31a lezione del
1932) L'Es viene poi descritto da Freud in questi
termini:
All'Es ci avviciniamo con paragoni: lo chiamiamo un caos, un
calderone di eccitamenti ribollenti. Ce lo rappresentiamo come aperto alla
estremità verso il somatico, e che ivi accolga in sé i bisogni pulsionali, i
quali trovano cosí la loro espressione psichica, senza che sappiamo dire in
quale substrato. Attingendo alle pulsioni, esso si riempie di energia, ma non ha
un'organizzazione, non produce una volontà collettiva, ma solo lo sforzo per
procurare soddisfacimento ai bisogni pulsionali rispettando il principio di
piacere. Impulsi contrari sussistono uno accanto all'altro, senza annullarsi o
diminuirsi a vicenda; tutt'al piú, sotto la dominante costrizione economica di
scaricare l'energia, confluiscono in formazioni di compromesso. Impulsi di
desiderio che non hanno mai varcato l'Es, ma anche impressioni che sono state
sprofondate nell'Es dalla rimozione, sono virtualmente immortali, si comportano
dopo decenni come se fossero appena accaduti. Solo quando sono divenuti
coscienti mediante il lavoro analitico, essi possono venir riconosciuti come
passato, venir svalutati e privati della loro carica energetica, e su ciò si
fonda, e non in minima parte, l'effetto terapeutico del trattamento
analitico. (31a lezione del 1932) Quanto all'Io
poi, il cui nucleo è la coscienza, esso è ciò che tiene in contatto la persona
col mondo esterno, e rappresenta tal mondo presso l'Es. Con ciò esso dà misura e
regola all'Es; lo domina in virtú del «principio di realtà».
Ma la sua condizione è precaria.
Il rapporto dell'Io con l'Es potrebbe essere paragonato a quello del
cavaliere con il suo cavallo. Il cavallo dà l'energia per la locomozione, il
cavaliere ha il privilegio di determinare la meta, di dirigere il movimento del
poderoso animale. Ma tra l'Io e l'Es si verifica troppo spesso il caso, per
nulla ideale, che il cavaliere si limiti a guidare il destriero là dove questo
ha scelto di andare. Vi è una parte dell'Es da cui l'Io si è separato quando
agiscono le resistenze che provocano la rimozione. Ma la rimozione non penetra
nell'Es: il rimosso confluisce con il resto dell'Es. Un proverbio ammonisce
di non servire contemporaneamente due padroni. Il povero Io ha la vita ancora
piú dura: serve tre padroni, severi, e 51 dà da fare per mettere d'accordo le
loro esigenze piene di pretese. Queste sono sempre divergenti e spesso sembrano
essere inconciliabili, nessuna meraviglia se l'Io fallisce tanto spesso nel suo
compito. I tre tiranni sono: il mondo esterno, il Super-io e l'Es. Se si seguono
gli sforzi cui è costretto l'Io per soddisfarli contemporaneamente o, per meglio
dire, per ubbidire loro contemporaneamente, non ci parrà fuori posto di averlo
presentato come un ente a sé stante. Il poveretto si sente stretto da tre parti,
minacciato da tre specie di pericoli, ai quali reagisce, in caso estremo,
sviluppando angoscia. L'Io, data la sua origine dalle esperienze del sistema
percettivo, è destinato a rappresentare le richieste del mondo esterno, ma vuole
anche essere il fedele servitore dell'Es, rimanere con lui in buona armonia,
raccomandarglisi quale oggetto e attirarne su di sé la libido. Nel suo sforzo
di fare da intermediario fra l'Es e la realtà, è spesso costretto a occultare i
conflitti dell'Es con la realtà, a far credere, con diplomatica insincerità, di
aver preso in considerazione la realtà anche quando l'Es è rimasto rigido e
inflessibile. Dall'altro canto, viene osservato passo per passo dal severo
Super-io, che esige determinate norme di comportamento, senza tener conto delle
difficoltà provenienti dall'Es e dal mondo esterno, e lo punisce, in caso di
inadempienza, con i sentimenti spasmodici dell'inferiorità e del senso di colpa.
Spinto cosí dall'Es, stretto dal Super-io, respinto dalla realtà, l'Io lotta per
venire a capo del suo compito economico di stabilire l'armonia tra le forze e
gli influssi che agiscono in lui e su di lui, e noi comprendiamo perché l'Io
prorompe in angoscia: angoscia reale dinanzi al mondo esterno, angoscia morale
dinanzi al Super-io, angoscia nevrotica dinanzi alla forza delle passioni
dell'Es. (31a lezione del 1932) Descritta in tal modo la
struttura psichica, Freud estese i principi della sua psicoanalisi
all'interpretazione dei fenomeni socio-culturali. Nella vita sociale, egli dice,
l'uomo agisce sotto l'impulso di due tendenze compresenti nella sua personalità:
«Eros» e «Thanatos». La prima è il complesso delle forze vitali e creative, la
seconda è l'insieme delle pulsioni di distruzione e di morte; la prima ha la
massima espressione nel «lavoro», che trasferisce le energie della libido
individuale al servizio della società, la seconda ha la piú significativa
espressione nella «guerra». Tali tendenze sono in conflitto tra loro; e tale
conflitto caratterizza il «disagio della civiltà». Questo disagio, cioè, è la
conseguenza dello sviluppo della civiltà, che si realizza solo alla condizione
della sofferenza individuale, cioè del sacrificio delle pulsioni che spingono
alla soddisfazione personale.
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