Volume primo
PRIMA SERIE DI LEZIONI
PREFAZIONE
Ciò che presento qui al pubblico come "Introduzione alla psicoanalisi" non
vuole in alcun modo entrare in competizione con le già esistenti esposizioni
generali di questo ramo del sapere (1). Si tratta della fedele riproduzione di
lezioni da me tenute nei due semestri invernali 1915-16 e 1916-17 dinanzi a un
uditorio composto da medici e profani di entrambi i sessi.
Tutte le particolarità destinate a sorprendere i lettori di questo libro si
spiegano con le condizioni in cui esso ebbe origine. Non era possibile
conservare nell'esposizione la fredda calma di una dissertazione scientifica;
l'oratore dovette anzi proporsi di non lasciar ristagnare l'attenzione degli
ascoltatori dato che le lezioni duravano quasi due ore. Per motivi contingenti
si rese inevitabile ripetere la trattazione di uno stesso argomento,
affrontandolo per esempio una prima volta in rapporto all'interpretazione dei
sogni e poi ancora in rapporto ai problemi delle nevrosi. La disposizione della
materia fece anche sì che alcuni temi importanti, come ad esempio quello
dell'inconscio, non potessero venire trattati esaurientemente in un unico punto,
ma dovessero essere ripresi e abbandonati varie volte, nell'attesa che si
presentasse una nuova occasione per aggiungere qualcosa alla loro conoscenza
.
Chi ha familiarità con la letteratura psicoanalitica troverà in questa
"Introduzione" poche cose di cui non potrebbe venire a conoscenza da altre
pubblicazioni assai più particolareggiate.
Pure, un bisogno di compiutezza e di sintesi ha costretto l'autore ad
avvalersi per alcuni punti (l'etiologia dell'angoscia, le fantasie isteriche)
anche di materiale finora non divulgato.
FREUD
Vienna, primavera 1917
NOTE:
- HITSCHMANN, Freuds Neurosenlehre (Vienna, seconda edizione 1913); O.
PFISTER, Die psychoanalytische Methode (Lipsia e Vienna 1913); L. KAPLAN,
Grundzüge der Psychoanalyse (Vienna 1914); E. REGIS e H. HESNARD, La
psychoanalyse des névroses et des psychoses (Parigi 1914); A. F. MEIJER, De
Behandeling van Zenuwzieken door Psycho-Analyse (Amsterdam 1915).
Lezione 1 - INTRODUZIONE
Signore e Signori, non so quanto ognuno di voi sappia sulla psicoanalisi
dalle sue letture o per sentito dire. Sono comunque obbligato dalla formulazione
letterale del programma annunciato "Introduzione elementare alla psicoanalisi" -
a trattarvi come se non ne sapeste nulla e aveste bisogno di una prima
informazione.
Posso, tuttavia, presupporre quanto meno che voi sappiate che la psicoanalisi
è un procedimento per il trattamento medico delle malattie nervose, e quindi
darvi subito un esempio di come in questo campo parecchie cose procedano in modo
diverso, spesso addirittura opposto, che altrove nella medicina. Altrove, quando
sottoponiamo un malato a una tecnica medica a lui nuova, siamo soliti
svalutargliene gli inconvenienti e fargli rassicuranti promesse circa i
risultati del trattamento. Ritengo che ne abbiamo il diritto, perché con questa
condotta aumentiamo le probabilità di successo. Quando invece prendiamo un
nevrotico in trattamento psicoanalitico, ci comportiamo diversamente. Gli
prospettiamo le difficoltà del metodo, la sua lunga durata, gli sforzi e i
sacrifici che esso costa e, per quanto concerne il risultato, diciamo di non
poterglielo promettere con certezza, che esso dipende dal suo comportamento,
dalla sua comprensione, dalla sua docilità, dalla sua perseveranza. Per
comportarci in modo apparentemente così assurdo, abbiamo naturalmente i nostri
buoni motivi, di cui forse in seguito potrete rendervi conto.
Non abbiatevene dunque a male se all'inizio vi tratterò in modo simile a
questi malati nevrotici. In fondo, vi sconsiglio di venire ad ascoltarmi la
prossima volta. In accordo con tale intento, vi prospetterò le imperfezioni
inevitabilmente connesse con l'insegnamento della psicoanalisi e le difficoltà
che si oppongono all'acquisizione da parte vostra di un giudizio personale in
proposito. Vi mostrerò come tutto l'indirizzo della vostra precedente formazione
e tutte le vostre abitudini mentali debbano inevitabilmente rendervi avversari
della psicoanalisi, e quanto resti da superare in voi stessi per aver ragione di
questa avversione istintiva. Non posso naturalmente predirvi quale profitto per
la comprensione della psicoanalisi trarrete dalle mie comunicazioni, ma vi
assicuro che il loro ascolto non potrà insegnarvi a intraprendere un'indagine o
a eseguire un trattamento psicoanalitico. Se poi tra voi dovesse trovarsi
qualcuno che non si sentisse soddisfatto di un simile contatto fuggevole con la
psicoanalisi ma volesse entrare con essa in una relazione durevole, non solo lo
sconsiglierei, ma lo metterei in guardia in modo specifico. Allo stato attuale
delle cose egli si distruggerebbe, con una simile scelta professionale, ogni
probabilità di successo universitario e, se entrasse nella vita come medico
praticante, si troverebbe in una società che non comprende i suoi sforzi,
considera con diffidenza e ostilità chi li compie e gli sguinzaglia contro tutti
gli spiriti maligni che covano in lei. Forse proprio i fenomeni concomitanti
della guerra che infuria oggi in Europa possono darvi un'idea di quanto questi
spiriti maligni siano numerosi.
C'è tuttavia un buon numero di persone per le quali tutto ciò che può
diventare un nuovo elemento di conoscenza mantiene, nonostante questi
inconvenienti, le sue attrattive. Se alcuni di voi sono di questa tempra e
vorranno ripresentarsi qui la prossima volta, non curandosi dei miei
ammonimenti, saranno i benvenuti. Tutti, però, avete il diritto di apprendere in
cosa consistano le difficoltà della psicoanalisi cui ho accennato.
Comincerò con le difficoltà dell'insegnamento, dell'addestramento nella
psicoanalisi. Nell'insegnamento della medicina siete stati abituati a vedere.
Vedete il preparato anatomico, il precipitato nella reazione chimica,
l'accorciamento del muscolo come risultato della stimolazione dei suoi nervi.
Più tardi viene presentato ai vostri sensi l'ammalato, i sintomi del suo male,
gli esiti del processo morboso, in numerosi casi persino gli agenti della
malattia allo stato puro. Nelle discipline chirurgiche siete testimoni degli
interventi con i quali si presta aiuto al malato, e potete tentarne voi stessi
l'esecuzione. Anche nella psichiatria la presentazione del malato, con la sua
mimica alterata, il suo modo di parlare e il suo comportamento, vi forniscono
una quantità di osservazioni che lasciano in voi impressioni profonde. Così il
docente di medicina svolge prevalentemente la parte di una guida e di un
commentatore che vi accompagna attraverso un museo mentre voi ottenete il
contatto immediato con gli oggetti e siete certi che la vostra convinzione
dell'esistenza dei nuovi fatti sia frutto della vostra percezione.
Purtroppo tutto va diversamente nella psicoanalisi. Nel trattamento analitico
non si procede a nient'altro che a uno scambio di parole tra l'analizzato e il
medico. Il paziente parla, racconta di esperienze passate e di impressioni
presenti, si lamenta, ammette i propri desideri e impulsi emotivi. Il medico
ascolta, cerca di dare un indirizzo ai processi di pensiero del paziente, lo
esorta, sospinge la sua attenzione verso determinate direzioni, gli fornisce
alcuni schiarimenti e osserva le reazioni di comprensione o di rifiuto che in
tal modo suscita nel malato. I parenti incolti dei nostri malati, inoltre, cui
fa impressione solo ciò che si può vedere e toccare- di preferenza azioni come
quelle che si vedono al cinematografo, - non trascurano mai di esternare i loro
dubbi che "soltanto con dei discorsi si possa concludere qualcosa contro la
malattia". Naturalmente questo è un modo di pensare tanto ristretto quanto
incoerente. Si tratta di quelle stesse persone che sono sicurissime che i
sintomi dei malati "non sono altro che immaginazioni".
Originariamente le parole erano magie e, ancora oggi, la parola ha conservato
molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice
l'altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l'insegnante trasmette il
suo sapere agli allievi, con le parole l'oratore trascina con sé l'uditorio e ne
determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo
comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro. Non sottovaluteremo
quindi l'uso delle parole nella psicoterapia e saremo soddisfatti se ci verrà
data l'occasione di ascoltare le parole che si scambiano l'analista e il suo
paziente.
Ma nemmeno questo ci è possibile. Il colloquio nel quale consiste il
trattamento psicoanalitico non ammette alcun ascoltatore, non si presta a
dimostrazioni. E' vero che anche un nevrastenico o un isterico può essere
presentato agli studenti, in una lezione di psichiatria, ma allora racconta le
sue pene e i suoi sintomi, nient'altro. Le comunicazioni dl cui l'analisi ha
bisogno, egli le fa solo a condizione che esista un particolare legame emotivo
con il medico; ammutolirebbe non appena notasse un solo testimone a lui
indifferente. Queste comunicazioni riguardano infatti la parte più intima della
sua vita psichica, tutto ciò che, come persona socialmente autonoma, egli deve
nascondere di fronte ad altri, e inoltre tutto ciò che, come personalità
unitaria, non vuole confessare a sé stesso.
Voi non potete dunque essere presenti come ascoltatori a un trattamento
psicoanalitico. Potete soltanto sentirne parlare, e farete conoscenza con la
psicoanalisi - in senso stretto - solo per sentito dire. Con questo
insegnamento, per così dire di seconda mano, venite a trovarvi in condizioni del
tutto insolite ai fini della formazione di un giudizio. Quest'ultimo dipenderà
evidentemente, per la maggior parte, dalla fede che potete prestare
all'informatore.
Supponete per un attimo di non esservi recati a una lezione di psichiatria,
ma di storia, e che il relatore vi parli della vita e delle imprese militari di
Alessandro Magno. Che motivi avreste per credere alla veridicità delle sue
comunicazioni? A tutta prima la situazione sembra essere ancora più sfavorevole
che nel caso della psicoanalisi, poiché il professore di storia non ha preso più
parte di voi alle spedizioni di Alessandro; lo psicoanalista, almeno, vi parla
di cose in cui egli stesso ha svolto una funzione. Ma allora si tratta di sapere
ciò che conferisce credibilità allo storico. Egli può rimandarvi ai resoconti di
antichi scrittori, che furono contemporanei o almeno più vicini nel tempo agli
avvenimenti in questione, ossia ai libri di Diodoro, Plutarco, Arriano, e altri,
può mostrarvi riproduzioni delle monete e delle statue del re che si sono
conservate e farvi passare di mano in mano una fotografia del mosaico pompeiano
della battaglia di Isso. A rigore, però, tutti questi documenti dimostrano
soltanto che già generazioni precedenti hanno creduto all'esistenza di
Alessandro e alla realtà delle sue gesta; e a questo punto la vostra critica
potrebbe ricominciare da capo. Essa troverà allora che non tutto quanto è stato
riferito su Alessandro è degno di fede o è accertabile nei particolari; eppure
non posso credere che per questo lascerete l'aula dubitando della realtà di
Alessandro Magno. La vostra decisione sarà determinata principalmente da due
considerazioni: in primo luogo che il relatore non ha alcun motivo pensabile per
spacciare per vero davanti a voi ciò che egli stesso non ritiene tale, e, in
secondo luogo, che tutti i libri di storia reperibili espongono gli avvenimenti
in modo pressappoco simile. Se poi vi addentrerete nell'esame delle fonti più
antiche, prenderete in considerazione gli stessi fattori, cioè i possibili
motivi degli informatori e la concordanza delle testimonianze. Nel caso di
Alessandro, l'esito dell'esame sarà senz'altro rassicurante; sarà probabilmente
diverso se si tratta di personalità come Mosè o Nembrod. Quanto invece ai dubbi
che potrete sollevare circa la credibilità del vostro informatore
psicoanalitico, avrete in seguito l'opportunità di individuarli con sufficiente
chiarezza.
Ora avete il diritto di domandare: se non esiste alcuna convalida oggettiva
della psicoanalisi e alcuna possibilità di dimostrarne l'attendibilità, come si
può mai apprenderla e convincersi della verità delle sue affermazioni? Questo
apprendimento, effettivamente, non è facile, e infatti non sono molte le persone
che hanno appreso la psicoanalisi come si deve. Eppure una via d'accesso esiste,
naturalmente. La psicoanalisi si impara innanzitutto su sé stessi, mediante lo
studio della propria personalità. Ciò non coincide perfettamente con quello che
si usa definire autosservazione, ma, all'occorrenza, può essere compreso in
essa. Esiste tutta una serie di fenomeni psichici molto frequenti e
universalmente noti che, dopo un certo addestramento tecnico, possono essere
fatti oggetto di analisi in noi stessi. In tal modo ci si riesce a persuadere
della realtà dei processi descritti dalla psicoanalisi e dell'esattezza delle
sue concezioni. Comunque, al progredire su questa strada sono posti determinati
limiti. Si progredisce molto di più se ci si fa analizzare da un analista
esperto, se si esperimentano gli effetti dell'analisi sul proprioIo cogliendo
simultaneamente l'opportunità di carpire al proprio analista le più sottili
regole tecniche del procedimento. Quest'ottimo metodo, naturalmente, è
accessibile sempre soltanto a una persona per volta, mai a un intero corso.
Di una seconda difficoltà nel vostro rapporto con la psicoanalisi non posso
più ritenere responsabile quest'ultima, ma voi stessi, miei ascoltatori, almeno
quelli di voi che finora si sono occupati di studi di medicina. La vostra
precedente formazione ha dato alla vostra attività intellettuale un determinato
indirizzo, che conduce lontano dalla psicoanalisi. Siete stati addestrati a dare
un fondamento anatomico alle funzioni dell'organismo e ai suoi disturbi, a
spiegarli chimicamente e fisicamente e a concepirli biologicamente, mentre
neanche un briciolo del vostro interesse è stato indirizzato verso la vita
psichica, nella quale pure culminano le prestazioni di questo organismo
meravigliosamente complesso. Perciò vi è rimasto estraneo il modo di pensare
psicologico in generale, essendovi voi abituati a considerarlo con diffidenza, a
contestargli il carattere di scientificità e a lasciarlo ai profani, ai poeti,
ai filosofi della natura e ai mistici. Questa limitazione costituisce certamente
un danno per la vostra attività medica, dal momento che il malato, come sempre
avviene nei rapporti umani, vi mostrerà dapprima la sua facciata psicologica, e
io temo che sarete costretti, per castigo, a lasciare una parte dell'influsso
terapeutico al quale aspirate ai medici dilettanti, ai guaritori empirici e ai
mistici, tutta gente che voi disprezzate.
Non mi è ignota la scusante che si può invocare per questa lacuna della
vostra preparazione. Manca una scienza ausiliaria filosofica che possa
soccorrervi nei vostri intenti medici. Né la filosofia speculativa né la
psicologia descrittiva o la cosiddetta psicologia sperimentale connessa alla
fisiologia degli organi di senso, così come vengono insegnate nelle scuole, sono
in grado di dirvi qualcosa di utile sulla relazione tra il corporeo e lo
psichico nonché di fornirvi la chiave per la comprensione di un eventuale
disturbo delle funzioni psichiche. Nell'ambito della medicina, la psichiatria si
occupa bensì di descrivere i disturbi psichici osservabili e di raggrupparli in
determinati quadri clinici, ma nei loro momenti di sincerità gli stessi
psichiatri dubitano che le loro esposizioni puramente descrittive meritino il
nome di scienza. I sintomi che compongono questi quadri morbosi sono sconosciuti
per quanto riguarda la loro origine, il loro meccanismo e i loro reciproci
legami, a essi non corrisponde alcuna dimostrabile alterazione dell'organo
anatomico della psiche, oppure vi corrispondono alterazioni dalle quali non si
può trarre alcun chiarimento. Questi disturbi psichici sono accessibili a un
influsso terapeutico solo quando possono venir riconosciuti come effetti
collaterali di una qualsiasi altra affezione organica Ecco la lacuna che la
psicoanalisi si sforza di colmare. Essa vuole dare alla psichiatria il
fondamento psicologico che le manca; spera di scoprire il terreno comune sulla
cui base divenga comprensibile la convergenza del disturbo fisico con quello
psichico. A questo scopo deve tenersi libera da ogni ipotesi preconcetta di
natura anatomica, chimica o fisiologica a essa estranea, e deve operare
esclusivamente con concetti ausiliari di natura meramente psicologica; appunto
per questo, temo che in un primo tempo vi apparirà peregrina.
Per ciò che riguarda un'ultima difficoltà, non voglio rendere corresponsabili
voi, la vostra precedente formazione o il vostro atteggiamento mentale. Con due
delle sue affermazioni la psicoanalisi offende il mondo intero e se ne attira
l'avversione; una di esse urta contro un pregiudizio intellettuale, l'altra
contro un pregiudizio estetico-morale. Dobbiamo stare attenti a non trascurare
troppo questi pregiudizi: essi sono potenti, sono sedimenti di evoluzioni utili,
o addirittura necessarie, dell'umanità. Vengono mantenuti in vita da forze
affettive e la lotta contro di essi è una lotta difficile.
La prima di queste sgradevoli affermazioni della psicoanalisi è che i
processi psichici sono di per sé inconsci e che di tutta la vita psichica sono
consce soltanto alcune parti e alcune azioni singole. Tenete presente che, al
contrario, noi siamo abituati a identificare lo psichico con il cosciente. La
coscienza è da noi ritenuta addirittura la caratteristica che definisce lo
psichico, la psicologia la dottrina dei contenuti della coscienza. Anzi, questa
equiparazione ci sembra talmente ovvia che crediamo di avvertire come un palese
controsenso ogni sua contestazione; tuttavia la psicoanalisi non può fare a meno
di sollevare questa contestazione, né può accettare l'identità di cosciente e
psichico. Secondo la sua definizione, lo psichico consiste in processi quali il
sentire, il pensare, il volere ed essa deve sostenere che esiste un pensiero
inconscio e un volere di cui si è inconsapevoli. Con questo si è però giocata
fin dall'inizio la simpatia di tutti gli amici della sobrietà scientifica e si è
attirata il sospetto di essere una fantasiosa dottrina occulta, che vorrebbe
costruire al buio e pescare nel torbido. Voi naturalmente, miei ascoltatori, non
potete ancora capire con quale diritto io possa tacciare di pregiudizio una
proposizione di natura così astratta come "lo psichico è il cosciente"; né
potete indovinare per quale strada si sia giunti al disconoscimento
dell'inconscio, ammesso che esso esista, e quale vantaggio sia potuto risultare
da questo disconoscimento. La questione se si debba far coincidere lo psichico
con il cosciente o estenderlo al di là di esso, suona come una vuota disputa
verbale; e tuttavia posso assicurarvi che, con l'ammissione di processi psichici
inconsci, si è aperto un nuovo, decisivo orientamento nel mondo e nella
scienza.
Non può non esservi altrettanto nascosta l'intima connessione che collega
questa prima audacia della psicoanalisi alla seconda, di cui sto per parlarvi.
Quest'altra proposizione, che la psicoanalisi rivendica come una delle proprie
scoperte, afferma che alcuni moti pulsionali, i quali non possono essere
chiamati che sessuali, sia in senso stretto che in senso più lato, hanno una
grandissima parte, finora non apprezzata a sufficienza, nella determinazione
delle malattie nervose e mentali. Afferma inoltre che questi stessi impulsi
sessuali forniscono un contributo che non va sottovalutato alle più alte
creazioni culturali, artistiche e sociali dello spirito umano.
Stando alla mia esperienza, l'avversione per questo risultato della ricerca
psicoanalitica è il più importante motivo della resistenza che essa ha
incontrato. Volete sapere come ce lo spieghiamo? Noi riteniamo che la civiltà si
sia formata sotto l'urgenza delle necessità vitali a spese del soddisfacimento
delle pulsioni, e che essa venga in gran parte continuamente ricreata "ex novo",
quando il singolo, che fa il suo primo ingresso nella comunità umana, ripete il
sacrificio del soddisfacimento delle pulsioni a favore della società. Tra le
forze pulsionali così impiegate, quelle degli impulsi sessuali hanno un ruolo
importante; in questo processo esse vengono sublimate, ossia distolte dalle loro
mete sessuali e rivolte a mete socialmente superiori, non più sessuali. Questa
costruzione però è labile, le pulsioni sessuali sono domate a fatica, in ciascun
individuo che debba associarsi all'opera di civilizzazione sussiste il pericolo
che le sue pulsioni sessuali si rifiutino di essere impiegate in questo modo. La
società crede che non vi sia minaccia più forte alla sua civiltà di quella che
deriverebbe dalla liberazione delle pulsioni sessuali e dal loro ritorno alle
mete originarie. La società non ama quindi che le si rammenti questa instabile
componente del suo fondamento, non ha alcun interesse che venga riconosciuta la
forza delle pulsioni sessuali e resa esplicita l'importanza della vita sessuale
per il singolo; anzi, con intento educativo, ha seguito la via di distogliere
l'attenzione da tutto questo campo. Perciò essa non tollera il risultato della
ricerca psicoanalitica che abbiamo testé menzionato, preferirebbe di gran lunga
stigmatizzarlo come esteticamente ributtante e moralmente riprovevole o come
qualcosa di pericoloso. Ma queste obiezioni non intaccano per nulla quello che
pretende di essere il risultato oggettivo di un lavoro scientifico. La
contestazione deve essere portata sul piano intellettuale, se vuol farsi
sentire. Ora, l'inclinazione a ritenere non vero quello che non piace è propria
della natura umana, per cui è facile trovare argomenti che si pongono in
contrasto con ciò. La società fa quindi diventare non vero ciò che è spiacevole,
contesta le verità della psicoanalisi con argomenti logici e obiettivi, ma
scaturiti da fonti affettive, e, trasformandole in pregiudizi, mantiene salde
queste obiezioni contro ogni tentativo di confutazione.
Noi tuttavia possiamo affermare, Signore e Signori, che formulando questa
proposizione controversa non abbiamo seguìto assolutamente alcun partito preso.
Abbiamo inteso soltanto dare espressione a un dato di fatto che ritenevamo di
aver stabilito grazie a un lavoro faticoso. Inoltre reclamiamo il diritto di
respingere incondizionatamente l'ingerenza di considerazioni pratiche nel lavoro
scientifico, ancor prima di aver indagato se il timore che vuol dettarci queste
considerazioni sia giustificato o meno.
Queste, dunque, sono alcune delle difficoltà che incontrerete nell'occuparvi
di psicoanalisi. Forse sono più che sufficienti per un inizio. Se siete in grado
di superare l'impressione che vi hanno fatto, potremo andare avanti.
Parte prima
GLI ATTI MANCATI
Lezione 2 - GLI ATTI MANCATI
Signore e Signori, non cominciamo con postulati, ma con un'indagine. Come
oggetto di essa scegliamo alcuni fenomeni che sono molto frequenti, molto noti e
tenuti in assai poco conto, fenomeni che non hanno nulla a che vedere con le
malattie, in quanto possono venir osservati in ogni persona sana. Si tratta dei
cosiddetti "atti mancati" cui tutti vanno soggetti. Ciò accade per esempio
quando si vuol dire una cosa e al suo posto se ne dice un'altra (LAPSUS
VERBALE), o quando succede lo stesso nello scrivere, sia che ci se ne renda
conto o no; oppure quando si legge in un foglio stampato o in un manoscritto
qualcosa di diverso da quello che vi è scritto (LAPSUS DI LETTERA); o,
analogamente, quando si ode in modo errato qualcosa che viene detto (LAPSUS DI
ASCOLTO), ovviamente senza l'intervento di una perturbazione organica delle
facoltà uditive. Un'altra serie di fenomeni di tal genere ha per base una
DIMENTICANZA, non permanente però, ma soltanto temporanea; per esempio, quando
non si sa trovare un NOME, che pure si conosce e si riconosce regolarmente, o
quando si dimentica di attuare un proposito, di cui più tardi ci si ricorda e
che quindi si era dimenticato solo per un determinato momento. In una terza
serie viene meno questa condizione di temporaneità, per esempio nello smarrire,
quando qualcuno colloca un oggetto in un luogo qualunque e non riesce più a
ritrovarlo, o nel caso del tutto analogo del perdere. Ci troviamo qui in
presenza di un tipo di dimenticanza che viene trattato diversamente da altre
dimenticanze: di esso ci si meraviglia o ci si adira, invece di trovarlo
comprensibile. A ciò si riconnettono determinati ERRORI, nei quali compare
nuovamente la temporaneità, come quando per un certo periodo si crede qualcosa
che pure, prima e dopo, si sa essere differente, e una quantità di fenomeni
simili dai nomi diversi.
Tutti questi sono accadimenti la cui natura profondamente affine è
testimoniata [in tedesco] dal prefisso comune "ver"; quasi tutti sono
irrilevanti, i più assai fuggevoli e privi di significato per la vita degli
uomini. Solo di rado uno di essi, come ad esempio la perdita di un oggetto,
assume una certa importanza pratica. Per questo gli atti mancati suscitano
scarsa attenzione, provocano deboli affetti e così via.
Su questi fenomeni intendo dunque richiamare ora la vostra attenzione. Ma voi
mi obietterete infastiditi: "Ci sono tanti grandiosi enigmi nel vasto universo,
come in quello più ristretto della vita psichica; tanti fenomeni prodigiosi nel
campo dei disturbi psichici, che esigono e meritano un chiarimento, che sembra
veramente arbitrario sciupare lavoro e attenzione per simili inezie. Se Lei
potesse farci comprendere come mai un uomo sano d'occhi e d'orecchi possa vedere
e udire in pieno giorno cose che non esistono, perché un altro improvvisamente
si creda perseguitato da persone che fino a quel momento gli erano carissime, o
sostenga con le motivazioni più sottili opinioni deliranti che perfino un
bambino troverebbe assurde, allora sì avremmo una certa considerazione per la
psicoanalisi; ma se questa non sa far altro che indurci a ricercare perché alla
fine di un banchetto un oratore dica una parola per un'altra o perché una
massaia abbia smarrito la chiave di casa sua, e simili futilità, allora
troveremo il modo di impiegare meglio il nostro tempo e il nostro
interesse".
Io vi risponderei: Un momento, Signore e Signori! A parer mio la vostra
critica non è sulla via giusta. La psicoanalisi, è vero, non può vantarsi di non
essersi mai occupata di inezie. Al contrario, la sua materia di osservazione è
costituita abitualmente da quei fatti poco appariscenti che le altre scienze
mettono da parte come troppo insignificanti: dai rimasugli, per così dire, del
mondo dei fenomeni. Ma nella vostra critica non confondete forse la vastità dei
problemi con la vistosità degli indizi? Non ci sono cose importantissime, che in
determinate condizioni e in determinati momenti possono tradirsi solo tramite
indizi estremamente lievi? Potrei citarvi con facilità parecchie di queste
situazioni. Da quali minuscoli indizi deducete - mi rivolgo a voi giovanotti -
di aver conquistato la simpatia di una signorina? Aspettate per questo
un'esplicita dichiarazione d'amore, un abbraccio appassionato, oppure non vi
basta forse uno sguardo, che altri difficilmente noterebbero, un movimento
fugace, il prolungarsi per un secondo di una stretta di mano? E se, in qualità
di agenti investigatori, partecipate alle indagini su un assassinio, vi
aspettate davvero di trovare che l'assassino abbia lasciato sul luogo del
delitto la sua fotografia con tanto di indirizzo accluso, oppure non vi
accontentate necessariamente di tracce relativamente lievi e non molto perspicue
della persona ricercata? Non sottovalutiamo quindi i piccoli indizi; forse, a
partire da essi, sarà possibile trovarsi sulle tracce di qualcosa di più grande.
Del resto, io penso come voi che i grandi problemi del mondo e della scienza
hanno diritto per primi al nostro interesse. Ma il più delle volte serve ben
poco formulare il preciso proposito di dedicarsi senz'altro all'investigazione
di questo o quel grande problema. Spesso, poi, non si sa in che direzione
procedere. Nel lavoro scientifico è più promettente affrontare il materiale che
ci sta di fronte, per la cui indagine si apre uno spiraglio. Se lo si fa con
scrupolo, senza ipotesi o aspettative preconcette, e se si ha fortuna, anche da
un lavoro così privo di pretese può scaturire l'appiglio allo studio dei grandi
problemi, grazie al nesso che lega tutto con tutto, anche il piccolo col
grande.
Così parlerei dunque per tenere avvinto il vostro interesse al problema degli
atti mancati, apparentemente così futili, delle persone sane.
Avviciniamo ora una persona qualsiasi, cui la psicoanalisi sia estranea, e
chiediamole che spiegazioni si dà di tali fenomeni. A tutta prima essa
risponderà certamente: "Oh, non sono cose che val la pena di spiegare, si tratta
di piccoli eventi casuali". Che cosa intende con ciò? Vuole forse affermare che
accadono cose così insignificanti da rimanere al di fuori dell'universale
concatenazione degli eventi e che, come ci sono, potrebbero altrettanto bene non
esserci? Chi spezza così il determinismo naturale in un singolo punto, manda
all'aria l'intera concezione scientifica del mondo. Gli si può far osservare che
perfino la concezione religiosa del mondo è più conseguente giacché dichiara
espressamente che nemmeno un passero cade dal tetto senza uno specifico volere
di Dio. Penso che il nostro amico non vorrà trarre la conclusione che discende
dalla sua prima risposta; cambierà rotta e dirà che, se studiasse queste cose,
troverebbe certamente qualche spiegazione; che si tratta di piccole deviazioni
funzionali, imprecisioni della prestazione psichica, e che si potrebbe indicare
che cos'è che le determina. Una persona che di solito sa parlare correttamente
può incorrere in lapsus verbali: 1) quando è leggermente indisposta e
affaticata; 2) quando è eccitata; 3) quando è assorbita eccessivamente da altre
cose. E' facile trovare conferma a queste affermazioni. I lapsus verbali, in
realtà, si presentano con particolare frequenza quando si è affaticati, si ha
mal di testa o se incombe un'emicrania. In queste stesse condizioni si
verificano facilmente le dimenticanze di nomi propri. Alcune persone sono
abituate a riconoscere l'avvicinarsi dell'emicrania da questo loro dimenticare i
nomi propri. Anche quando si è eccitati si scambiano spesso le parole - nonché
le cose: "si prende una cosa per l'altra ". - La dimenticanza di propositi e
tante altre azioni non intenzionali si presentano quando si è distratti, ossia
propriamente parlando, quando si è concentrati su qualcos'altro. Un noto esempio
di questa distrazione è il Professore del [settimanale umoristico] "Fogli
volanti", che dimentica l'ombrello e scambia il suo cappello con quello di un
altro perché pensa ai problemi che tratterà nel prossimo libro. Esempi di come
si possano dimenticare propositi e promesse, perché nel frattempo qualche
avvenimento ci ha intensamente assorbiti, ognuno di noi può ricavarli dalla
propria esperienza.
Questo pare del tutto plausibile e sembra anche essere immune da
contraddizioni. Forse non è molto interessante o non è quello che ci eravamo
aspettati. Guardiamo più da vicino queste spiegazioni degli atti mancati. Le
condizioni del manifestarsi di questi fenomeni, che ci vengono indicate, non
sono tutte della stessa natura. Indisposizione e disturbo circolatorio danno una
giustificazione fisiologica della menomazione della funzione normale;
eccitamento, affaticamento, distrazione sono fattori di altro genere, che si
potrebbero chiamare psicofisiologici. Questi ultimi si lasciano facilmente
tradurre in teoria. Sia l'affaticamento che la distrazione, e forse anche
l'eccitazione generale, provocano il ripartirsi dell'attenzione, il che può
avere come conseguenza che all'atto m questione si rivolga troppo poca
attenzione. E' allora particolarmente facile che questo atto venga disturbato,
eseguito in modo impreciso. Un lieve malessere o modificazioni nell'afflusso di
sangue all'organo nervoso centrale possono provocare lo stesso effetto poiché
influenzano in maniera analoga il fattore determinante, che è il ripartirsi
dell'attenzione. Si tratterebbe quindi, in tutti i casi, degli effetti di un
disturbo dell'attenzione provocato o da cause organiche o da cause
psichiche.
Non sembra che ne venga fuori gran che di promettente ai fini del nostro
interesse per la psicoanalisi. Potremmo sentirci tentati ancora una volta di
abbandonare l'argomento. Ciò non di meno, se esaminiamo più da vicino i fatti,
non tutto torna in questa teoria degli atti mancati basata sull'attenzione o,
perlomeno, non tutto ciò che osserviamo ne consegue con naturalezza. Scopriamo
che queste azioni mancate e queste dimenticanze si presentano anche in persone
che non sono affaticate, distratte o eccitate, ma si trovano nel loro stato
normale da ogni punto di vista, a meno che, proprio in conseguenza dell'atto
mancato, non si voglia attribuire a posteriori alle persone in questione
un'eccitazione che esse però non sono disposte ad ammettere. Le cose possono
anche non essere così semplici, tali cioè che l'esecuzione di un atto sia
garantita dall'aumentare dell'attenzione rivoltagli e sia compromessa dal
diminuire della stessa. Vi è un gran numero di azioni che vengono compiute del
tutto automaticamente, con scarsissima attenzione, e tuttavia con assoluta
sicurezza. Chi va a passeggio quasi senza sapere dove sta andando, tiene
tuttavia la direzione giusta e arriva alla meta senza perdersi. Perlomeno, di
regola, le cose vanno così. Il pianista esperto tocca i tasti giusti senza
pensarci. Naturalmente, una volta tanto può anche sbagliare, ma se
l'automaticità di chi suona aumentasse il rischio di sbagliare, proprio il
virtuoso, per il quale suonare è diventato perfettamente automatico a causa del
grande esercizio, sarebbe esposto in massimo grado a questo rischio. Al
contrario, noi vediamo che molti compiti vengono eseguiti con particolare
sicurezza allorché non sono oggetto di un'attenzione particolarmente intensa, e
che la disavventura dell'atto mancato tende a verificarsi proprio quando si
tiene in modo particolare a una corretta esecuzione; quando dunque la necessaria
attenzione non è certamente stata sviata. Si può dire allora che esso è effetto
della "eccitazione", ma non comprendiamo perché l'eccitazione non aumenti
piuttosto l'attenzione rivolta a ciò che si intende fare con tanto interesse. Il
fatto che qualcuno in un discorso importante o in una comunicazione orale dica
con un lapsus verbale il contrario di ciò che intende dire, è difficilmente
spiegabile in base alla teoria psicofisiologica o dell'attenzione.
In concomitanza con gli atti mancati, inoltre, si verificano tanti piccoli
fenomeni collaterali che non si riescono a capire e che non ci sono resi più
accessibili dalle spiegazioni finora prese in considerazione. Se, per esempio,
abbiamo temporaneamente dimenticato un nome, ce ne adiriamo, vogliamo
assolutamente ricordarlo, e non riusciamo a desistere da questo tentativo.
Perché chi è adirato riesce così raramente a volgere la sua attenzione, come
tuttavia vorrebbe, sulla parola che, come egli dice, gli sta "sulla punta della
lingua" e che riconosce subito quando viene pronunciata in sua presenza? Oppure,
si verificano casi in cui gli atti mancati si moltiplicano, si concatenano, si
sostituiscono tra loro. La prima volta si è dimenticato un appuntamento; la
volta successiva, proprio nell'intenzione di non dimenticarlo, risulta che
erroneamente si è preso nota di un'ora diversa. Cerchiamo di ricordare una
parola dimenticata per vie traverse, e, ciò facendo, ci sfugge un secondo nome
che avrebbe potuto esserci di aiuto nella ricerca del primo. Se si insegue ora
questo secondo nome, ce ne sfugge un terzo, e così via. Lo stesso può avvenire,
com'è noto, nel caso di errori di stampa, che sono senz'altro da considerarsi
atti mancati del compositore. Un ostinato errore di stampa di questo tipo si
sarebbe insinuato una volta in un giornale socialdemocratico. Nel resoconto di
una certa cerimonia si poteva leggere: "Tra i presenti si notava anche Sua
Altezza il Kornprinz [principe del grano (Korn)]". Il giorno seguente si fece un
tentativo di correzione. Il giornale si scusò e scrisse: "Naturalmente si
intendeva dire il Knorprinz [principe del bernoccolo (Knorr)]" (1). In questi
casi si parla volentieri del diavoletto degli errori di stampa, dello spirito
maligno della cassetta tipografica, e simili; espressioni che, in ogni caso,
vanno ben al di là di una teoria psicofisiologica dell'errore di stampa.
Non so, inoltre, se vi sia noto che il lapsus verbale può essere provocato, o
per così dire prodotto, mediante suggestione. Un aneddoto narra in proposito:
Una volta che a un novellino della scena era stata affidata nella Pulzella
d'Orléans [di Schiller] l'importante parte di annunciare al re che "der
Connétable schickt sein Schwert zuruck" [il conestabile manda indietro la sua
spada], uno degli attori principali si permise lo scherzo di suggerire
ripetutamente durante le prove al timido principiante, invece delle parole del
testo, "der Komfortabel schickt sein Pferd zuruck " [il vetturino manda indietro
il suo cavallo]; ebbene, costui raggiunse il suo intento. Alla rappresentazione
il poveretto debuttò veramente col secondo annuncio, benché ne fosse stato messo
sufficientemente in guardia, o forse proprio per questo.
Tutte queste particolarità degli atti mancati non vengono certo chiarite
dalla teoria del ritiro di attenzione. Ma non per questo tale teoria è
necessariamente errata. Forse le manca qualcosa, un'integrazione, per diventare
del tutto soddisfacente. Ma ci sono anche alcuni atti mancati che si prestano a
essere considerati sotto un altro aspetto.
Scegliamo tra gli atti mancati il lapsus verbale, come il più adatto per i
nostri intenti; potremmo scegliere allo stesso scopo il lapsus di scrittura o
quello di lettura. A questo punto dobbiamo pur dirci, una buona volta, che
finora ci siamo chiesti soltanto quando, in quali condizioni, si commettano
lapsus verbali, ed è solo a questo che abbiamo ricevuto risposta. Ma possiamo
volgere il nostro interesse anche in un'altra direzione e voler sapere perché si
commetta il lapsus proprio in quel certo modo e non in un altro; e possiamo
prendere in esame ciò che risulta da un lapsus verbale. Come vedete, finché non
si risponde a questa domanda, finché non si chiarisce l'effetto del lapsus
verbale, il fenomeno rimane accidentale per quanto riguarda la sua componente
psicologica, anche se può aver trovato una spiegazione fisiologica. Quando mi
succede di commettere un lapsus verbale, potrei evidentemente commetterlo in
infiniti modi; al posto di una data parola giusta dirne una tra mille altre, far
subire innumerevoli deformazioni alla parola giusta. Ora, c'è un qualche cosa
che in determinate circostanze, tra tutti i modi possibili, mi induce a
commettere il lapsus proprio in un certo modo, oppure ciò è affidato al caso, a
una scelta arbitraria, per cui a questo interrogativo non è possibile dare
alcuna spiegazione ragionevole?
Due autori, Meringer e Mayer (un filologo e uno psichiatra) hanno appunto
fatto, nel 1895, il tentativo di affrontare questo aspetto del problema del
lapsus verbale. Essi hanno raccolto esempi e li hanno illustrati, dapprima, da
punti di vista puramente descrittivi. E' ovvio che ciò non fornisce ancora una
spiegazione, ma può indicare la via che consente di trovarla. Essi suddividono
le deformazioni subite dal discorso a causa dei lapsus in scambi, presonanze,
risonanze, commistioni(contaminazioni)e rimpiazzamenti (sostituzioni). Vi citerò
alcuni esempi tratti da questi gruppi principali. Un caso di scambio si ha
quando si dice:
"la Milo di Venere" invece che: "la Venere di Milo" (inversione nell'ordine
delle parole); una presonanza: "Mi sentivo il pesso...
petto oppresso"; una risonanza sarebbe il noto infelice brindisi:
"ich fordere Sic auf, auf das Wohl unseres Chefs aufzustossen " ["vi invito a
'ruttare' alla salute del nostro capo", invece di 'brindare' (anzustossen)].
Queste tre forme di lapsus verbale non sono veramente frequenti. Troverete
invece un numero di gran lunga superiore di esempi nei quali il lapsus deriva da
una contrazione o da una commistione. Per esempio, nel caso di un signore che
abbordi una signorina per strada con le parole: "Se permette, signorina, vorrei
invultarla" Nella parola composta, oltre all'invitare si è evidentemente
inserito anche l'insultare. ( Tra parentesi, il giovanotto non avrà avuto molto
successo con la signorina). Come sostituzione, Meringer e Mayer citano il caso
in cui uno dica: "ripongo i preparati nella 'cassetta delle lettere
(Briefkasten)'" anzichénella"cassettad'incubazione (Brutkasten)".
Il tentativo di spiegazione che i due autori fondano sulla loro raccolta di
esempi è del tutto insufficiente. Essi pensano che i suoni e le sillabe di una
parola abbiano una diversa valenza e che l'innervazione dell'elemento ad alta
valenza possa avere un'influenza perturbatrice su quella dell'elemento a valenza
inferiore. In questo essi si basano evidentemente sulle presonanze e risonanze,
di per se stesse non tanto frequenti; per altri effetti dei lapsus verbali,
queste elettività fonetiche, ammesso pure che esistano, non sono nemmeno da
considerare. Comunque, i casi più frequenti di lapsus verbale sono quelli in cui
al posto di una parola se ne pronuncia un'altra molto simile, e per molti questa
somiglianza è spiegazione sufficiente del lapsus. Per esempio, un professore
nella sua prolusione: "E' per me una noia - (gioia) - descrivere i meriti del
mio stimato predecessore".
Oppure un altro professore: "Nel caso del genitale femminile, nonostante
molte tentazioni... pardon, tentativi...". La forma più comune, e anche la più
vistosa, di lapsus verbale è tuttavia quella in cui si dice l'esatto contrario
di ciò che si intendeva dire. In questo caso ci si allontana molto dalle
relazioni tra i suoni e dagli effetti della somiglianza e, in compenso, ci si
può appellare al fatto che gli opposti hanno tra loro una forte affinità
concettuale e sono particolarmente vicini l'uno all'altro nell'associazione
psicologica. Ci sono esempi storici di questo genere: Un presidente del nostro
Parlamento APRl' una volta la seduta con le parole: "Signori, registro la
presenza del numero legale e dichiaro quindi CHIUSA la seduta".
La stessa azione insidiosa che si nasconde nel rapporto di contrarietà è
esercitata da qualsiasi altra comune associazione, e può far capolino in momenti
assolutamente inopportuni. Così si racconta, per esempio, che durante i
festeggiamenti in occasione del matrimonio di un figlio di Hermann Helmholtz con
una figlia del noto inventore e grande industriale Werner Siemens, era stato
dato l'incarico di tenere il discorso ufficiale al famoso fisiologo Du
Bois-Reymond. Egli concluse il suo brindisi, che certamente fu brillantissimo,
con le parole: "Evviva quindi la nuova ditta Siemens e... Halske!". Questo era
naturalmente il nome della vecchia ditta e l'accostamento dei due nomi doveva
essere altrettanto familiare ai berlinesi quanto "Riedel und Beutel" ai
viennesi.
Alle relazioni tra i suoni e alla somiglianza tra le parole dobbiamo quindi
aggiungere anche l'influenza delle associazioni verbali. Ma non basta. In una
serie di casi la spiegazione del lapsus non sembra essere possibile se prima non
abbiamo preso in considerazione ciò che era stato detto, o anche solo pensato,
in una frase precedente. Dunque, nuovamente, un caso di risonanza, come quello
messo in rilievo da Meringer, ma di origine più lontana. - Devo confessare che,
nel complesso, ho l'impressione che ora ci siamo allontanati più che mai dalla
comprensione di quell'atto mancato che è il lapsus verbale.
Spero comunque di non sbagliarmi se affermo che durante l'indagine appena
condotta noi tutti abbiamo ricavato una nuova impressione dagli esempi di lapsus
verbale, sulla quale potrebbe valere la pena di soffermarsi. Abbiamo esaminato
le condizioni più generali nelle quali un lapsus verbale ha luogo, quindi le
influenze che determinano il tipo di deformazione provocata dal lapsus, ma
finora non abbiamo preso in considerazione l'effetto del lapsus considerato in
sé stesso, indipendentemente dalla sua origine. Se ci decidiamo a far questo,
dobbiamo finalmente trovare il coraggio di dire che in alcuni degli esempi anche
il risultato del lapsus ha un senso. Che cosa vuol dire "ha un senso"? Ebbene,
vuol dire che l'effetto del lapsus in quanto tale ha forse il diritto di essere
considerato un atto psichico pienamente valido, perseguente un proprio fine,
espressione di un contenuto e di un significato.
Finora abbiamo sempre parlato di atti mancati, ma adesso ci sembra che
talvolta l'atto mancato sia di per se stesso un'azione del tutto normale che si
è messa al posto di un'altra azione attesa o progettata.
Questo senso proprio dell'atto mancato appare in alcuni casi tangibile e
inequivocabile. Se il presidente con le prime parole che pronuncia chiude la
seduta del Parlamento, invece di aprirla, noi, in base alla nostra conoscenza
delle circostanze nelle quali avvenne il lapsus, siamo inclini a ritenere che
questo atto mancato abbia un senso. Il presidente non si aspetta niente di buono
dalla seduta e sarebbe lieto di poterla interrompere subito.
Indicare questo senso, interpretare questo lapsus, non presenta per noi
alcuna difficoltà. Oppure, se una signora chiede a un'altra in tono che sembra
di apprezzamento: "Questo nuovo cappellino così grazioso, suppongo l'abbia
pasticciato ['aufgepatzt', deformazione di 'aufgeputzt' (guarnito)] Lei stessa",
non c'è considerazione scientifica che possa impedirci di scorgere in questo
lapsus l'espressione di un giudizio: "Questo cappellino è un pasticcio". Oppure,
se una signora nota per la sua energia, racconta: "Mio marito ha chiesto al
dottore che dieta deve seguire, ma il dottore gli ha detto che non ha bisogno di
una dieta, che può mangiare e bere quel che voglio", ancora una volta questo
lapsus è l'espressione inconfondibile di un programma ben preciso che la signora
ha in mente.
Signore e Signori, se dovesse risultare che non solo pochi casi di lapsus
verbale e di atti mancati in genere hanno un senso, ma che ciò accade per un
buon numero di essi, questo senso, di cui finora non si è ancora parlato,
diventerà inevitabilmente per noi la cosa di maggior interesse e legittimamente
relegherà sullo sfondo ogni altra considerazione. Possiamo pertanto lasciare da
parte tutti i fattori fisiologici e psicofisiologici e dedicarci a indagini
puramente psicologiche sul senso, cioè sul significato, sull'intenzione,
dell'atto mancato. Non trascureremo dunque l'opportunità di esaminare da questo
punto di vista il materiale piuttosto abbondante fornitoci
dall'osservazione.
Ma, prima di mettere in atto questo proponimento, vorrei invitarvi a seguire
con me un'altra traccia. E' avvenuto ripetutamente che un poeta si sia servito
del lapsus verbale o di un altro atto mancato come mezzo di rappresentazione
poetica. Questo fatto è sufficiente da solo a dimostrarci che egli considera
l'atto mancato, ad esempio il lapsus verbale, qualcosa che ha un senso, tant'è
che lo produce intenzionalmente. Non accade certo che il poeta commetta per caso
un lapsus di scrittura e lo lasci poi sussistere nel suo personaggio sotto forma
di lapsus verbale. Con il lapsus, egli vuol farci comprendere qualcosa e noi
possiamo verificare di che cosa si tratti, forse un'allusione al fatto che il
personaggio in questione è distratto o affaticato o sta per avere un'emicrania.
Naturalmente, non intendiamo esagerare l'importanza dell'uso significativo del
lapsus da parte del poeta.
E' vero che i lapsus potrebbero essere privi di senso, essere cioè eventi
psichici casuali, oppure avere un senso solo in casi molto rari; e il poeta
manterrebbe il diritto di spiritualizzarli, dotandoli di senso per servirsene
secondo i suoi scopi. Ma non ci sarebbe neanche da meravigliarsi se in fatto di
lapsus avessimo da apprendere più dal poeta che dal filologo o dallo
psichiatra.
Un esempio di lapsus di questo genere si trova nel "Wallenstein" ("I
Piccolomini", atto 1, scena 5). Nella scena precedente Max Piccolomini ha
perorato appassionatamente la causa del duca [Wallenstein], esaltando i benefici
della pace quali gli si erano rivelati mentre aveva accompagnato al campo la
figlia di Wallenstein. Egli lascia la scena mentre suo padre [Ottavio] e il
messaggero della Corte, Questenberg, sono costernati. La scena quinta
continua:
QUESTENBERG:
Ahi noi! Stanno così le cose?
Amico, e noi lasciamo che con questa illusione Egli se ne vada, e non lo
richiamiamo subito Per aprirgli gli occhi All'istante?
OTTAVIO (tornando in sé da profonda meditazione):
A me ora li ha aperti, E ora vedo più di quanto mi piaccia.
QUESTENBERG: Che avete, amico?
OTTAVIO: Maledetto questo viaggio!
QUESTENBERG: Come mai? Di che si tratta?
OTTAVIO: venite! Io devo Tosto seguire la traccia infausta, Vedere coi miei
occhi... Venite (vuole condurlo via con sé).
QUESTENBERG: Che dunque? Per dove?
OTTAVIO (impaziente): Da lei!
QUESTENBERG: Da...
OTTAVIO (si corregge): Dal duca! Andiamo!
Ottavio voleva dire "da lui", dal duca, ma commette un lapsus e dicendo "da
lei" rivela, almeno a noi, di aver riconosciuto molto bene ciò che ha indotto il
giovane guerriero a desiderare ardentemente la pace.
Un esempio ancora più suggestivo è stato scoperto da Otto Rank in
Shakespeare. Si trova nel "Mercante di Venezia", nella famosa scena della scelta
fra i tre scrigni da parte del fortunato pretendente, e forse non posso fare
nulla di meglio che leggervi qui la breve esposizione di Rank.
"Un lapsus verbale avente una sottile motivazione poetica e utilizzato con
una tecnica brillante, che al pari di quello segnalato da Freud nel
'Wallenstein' mostra che i poeti ben conoscono il meccanismo e il senso di
questi atti mancati e presuppongono che anche gli spettatori li comprendano, si
trova nel 'Mercante di Venezia' (atto 3, scena 2) di Shakespeare.
Porzia, vincolata dalla volontà del padre a scegliere lo sposo che a sorte le
assegnerà, è finora sfuggita a tutti i pretendenti a lei sgraditi grazie al
favore del caso. Avendo finalmente trovato in Bassanio il pretendente che
veramente essa ama, deve temere che anche lui sbagli la sorte. Preferirebbe
dirgli che anche in tal caso egli potrà essere certo del suo amore, ma ne è
impedita dal giuramento compiuto. Di fronte a questo conflitto interiore, il
poeta le fa dire al pretendente gradito:
Attendete, vi prego; un giorno o due ancora 'Prima di osare: ché, se la
scelta errate, Io vi perdo; perciò indugiate.
Un che mi dice (MA NON E' L'AMORE), Che perdervi non voglio..
... Potrei guidarvi A sceglier giusto, ma verrei meno al voto; Ciò non
voglio; potreste dunque perdermi.
E ciò facendo, pentire mi fareste Di non aver mancato al voto. Oh, gli occhi
vostri Che nel guardarmi così mi divisero!
META' SON VOSTRA, L'ALTRA META' E' VOSTRA,...
MIA, VOLEVO DIRE; ma se mia, anche vostra, E così tutta vostra'.
Proprio quel che essa vorrebbe soltanto lievemente accennargli, perché anzi
dovrebbe tacerglielo del tutto, che essa cioè già prima del responso della sorte
è tutta sua e lo ama, il poeta lo fa erompere apertamente nel lapsus verbale con
ammirevole finezza psicologica, e riesce in tal modo a calmare con questo
artifizio l'insopportabile incertezza dell'amante così come la partecipe
tensione dello spettatore circa l'esito della scelta".
Osservate ancora con quanta finezza Porzia alla fine riconcilia le due
affermazioni contenute nel lapsus verbale, come risolve la contraddizione tra
esse, e come alla fin fine dà ragione al lapsus:
"...ma se mia, anche vostra, E così tutta vostra".
Occasionalmente, anche un pensatore estraneo alla medicina ha scoperto con
una sua notazione il senso di un atto mancato e ha prevenuto i nostri sforzi per
spiegare questo fenomeno. Voi tutti conoscete l'arguto scrittore satirico
Lichtenberg (1742-99), di cui Goethe disse: "Dove fa uno scherzo, è nascosto un
problema".
Ora, di tanto in tanto, attraverso lo scherzo viene alla luce anche la
soluzione del problema. Nelle sue "Idee spiritose e satiriche" Lichtenberg
annota la frase: "Leggeva sempre 'Agamemnon' invece di 'angenommen' [accettato],
tanta era la sua dimestichezza con Omero". Questa è davvero la teoria del lapsus
di lettura.
La prossima volta esamineremo se possiamo trovarci d'accordo con i poeti
sulla concezione degli atti mancati.
NOTE:
- l'autore si riferisce al "Kronprinz", il principe ereditario ("Krone",
corona).
Lezione 3 - GLI ATTI MANCATI (CONTINUAZIONE)
Signore e Signori, la volta scorsa eravamo giunti a considerare l'atto
mancato non in rapporto alla prestazione progettata e da esso disturbata ma in
sé e per sé; abbiamo avuto l'impressione che in certi casi esso possa tradire un
senso suo proprio, e ci siamo detti che, se fosse possibile confermare su più
vasta scala che l'atto mancato ha un senso, quest'ultimo acquisterebbe subito ai
nostri occhi un interesse più grande che non l'indagine delle circostanze nelle
quali l'atto mancato si verifica.
Mettiamoci ancora una volta d'accordo su ciò che vogliamo intendere per
"senso" di un processo psichico. Nient'altro che l'intenzione alla quale esso
serve e la sua posizione in una serie psichica. Per la maggior parte delle
nostre indagini possiamo sostituire "senso" anche con "intenzione" o con
"tendenza". Era dunque solo un'ingannevole apparenza o un'esaltazione poetica
dell'atto mancato, l'aver creduto di riconoscervi un'intenzione?
Restiamo fedeli agli esempi di lapsus verbale e passiamone in rassegna un
numero piuttosto considerevole. Troveremo intere categorie di casi nei quali
l'intenzione, il senso del lapsus, è assolutamente palese. Anzitutto quelli in
cui, al posto di ciò che si intendeva dire, subentra il contrario. Il presidente
dice nel discorso di apertura: "Dichiaro chiusa la seduta". Ciò è senz'altro
inequivocabile. Senso e intenzione del suo lapsus è che vuol chiudere la seduta.
"Il destino gliela fa", si vorrebbe citare al riguardo; non abbiamo che da
prenderlo alla lettera. Non interrompetemi adesso con l'obiezione che ciò non è
possibile, che sappiamo bene che egli non voleva chiudere la seduta, ma aprirla,
e che lui stesso, da noi or ora riconosciuto come suprema istanza, può
confermare di aver voluto aprirla. Ciò facendo, dimenticate che abbiamo
convenuto di considerare l'atto mancato dapprima per sé stesso; solo più avanti
si parlerà del suo rapporto con l'intenzione che esso perturba. Altrimenti vi
rendete responsabili di un errore logico, con il quale non fate altro che
eludere il problema che stiamo trattando, ciò che in inglese si chiama "begging
the question".
In altri casi, in cui non si è sbagliato dicendo l'esatto contrario, nel
lapsus può ugualmente manifestarsi un senso opposto. "E' per me una noia
descrivere i meriti del mio predecessore". Noia non è il contrario di gioia, ma
è un'aperta confessione, in netto contrasto con la situazione nella quale
l'oratore dovrebbe parlare.
In altri casi ancora il lapsus verbale aggiunge semplicemente un secondo
senso a quello intenzionale. La frase suona allora come una contrazione,
un'abbreviazione, una condensazione di più frasi.
Così la signora energica: "Egli può mangiare e bere quel che VOGLIO". E'
proprio come se avesse detto: "Egli può mangiare e bere quel che vuole, ma cosa
ha mai da volere lui? Sono io che voglio per lui". I lapsus verbali danno spesso
l'impressione di abbreviazioni di questo genere. Quando, ad esempio, un
professore di anatomia, dopo la sua lezione sulla cavità nasale, chiede se gli
ascoltatori hanno veramente capito e, malgrado tutti in coro rispondano di sì,
prosegue: "Non credo, perché le persone che capiscono la cavità nasale si
possono contare su UN DITO...
pardon, sulle dita di una mano", il discorso abbreviato ha pure il suo senso:
esso dice che vi è una sola persona che comprende quell'argomento.
A questi gruppi di casi, nei quali lo stesso atto mancato mette in luce il
proprio senso, fanno riscontro altri esempi nei quali il risultato del lapsus
verbale non ha alcun senso e che quindi contraddicono decisamente le nostre
aspettative. Il fatto che accada molto sovente di storpiare con un lapsus
verbale un nome proprio o di emettere successioni di suoni insoliti, sembra già
decidere in senso negativo il problema se tutte le azioni mancate abbiano
significato. Tuttavia, esaminando tali esempi più da vicino, ci si accorge che
una comprensione di queste deformazioni è tutt'altro che impossibile, anzi che
la differenza tra questi casi più oscuri e quelli perspicui di prima non è poi
così grande.
Un signore, interrogato sullo stato di salute del suo cavallo, risponde:
"Bah! TRI... tirerà avanti forse ancora un mese".
Interrogato su che cosa volesse dire in realtà, egli spiega di aver pensato
che era una TRISTE faccenda, e che lo scontrarsi di TIRERA' e TRISTE aveva
prodotto quel TRI (Meringer e Mayer).
Un altro discorre di certi procedimenti, che biasima, e prosegue:
"Ma poi alcuni fatti vennero in LURCHE..." Dietro richiesta, conferma che
voleva designare quei procedimenti come "porcherie".
LUCE e PORCHERIE insieme hanno dato luogo allo strano LURCHE (Meringer e
Mayer).
Richiamatevi al caso del giovanotto che voleva INVULTARE la signorina
sconosciuta. Ci eravamo presi la libertà di scomporre questa formazione verbale
in INVITARE e INSULTARE, e ci sentivamo sicuri di questa interpretazione, senza
richiederne conferma. Da questi esempi vedete che anche tali casi più oscuri di
lapsus verbale si possono spiegare con la convergenza, l'interferenza, di due
diversi propositi verbali; le differenze sorgono solo dal fatto che qualche
volta un'intenzione prende completamente il posto dell'altra (la sostituisce),
come nei lapsus in cui viene detto il contrario di quel che s'intendeva dire,
mentre altre volte deve accontentarsi di deformarla o di modificarla, così che
ne risultano formazioni miste, le quali appaiono in se stesse più o meno dotate
di senso.
Riteniamo a questo punto di aver afferrato il segreto di un gran numero dl
lapsus verbali. Se ci atteniamo a questa intuizione potremo comprendere altri
gruppi di lapsus di cui finora non siamo ancora riusciti a scoprire l'enigma.
Nel caso della deformazione di nomi, ad esempio, non possiamo supporre che si
tratti sempre della competizione tra due nomi simili e tuttavia differenti. Per
contro, la seconda intenzione non è difficile da indovinare. La deformazione di
un nome al di fuori del lapsus viene usata abbastanza di frequente; essa cerca
di rendere il nome cacofonico o tale che rammenti qualcosa di ignobile, ed è un
noto modo (o malomodo) di ingiuriare la gente, al quale l'uomo civile impara
presto a rinunciare, per quanto a malincuore. Egli se lo permette ancora spesso
come "motto di spirito", di livello, a dire il vero, molto basso. Per citare
solo un esempio brutto e volgare di questa deformazione di nomi, ricordo che di
questi tempi si è trasformato il nome del presidente della Repubblica francese
Poincaré in "Schweinskarré" [costoletta di maiale]. Viene quindi spontaneo
supporre anche nel lapsus una simile intenzione ingiuriosa, la quale si afferma
nella deformazione del nome. Analoghe spiegazioni s'impongono, a proseguimento
della nostra concezione, per certi casi di lapsus a effetto comico o assurdo.
"Vi invito a 'ruttare' alla salute del nostro capo". Qui un'atmosfera di festa
viene turbata inaspettatamente dall'irruzione di una parola che risveglia
un'idea disgustosa, e, a giudicare da altre frasi simili, ingiuriose e
offensive, difficilmente possiamo evitare di supporre che cerchi di esprimersi
una tendenza in netto contrasto con l'ossequiosità ostentata, che vuol dire
all'incirca: "Ma non credeteci, non faccio sul serio, me ne infischio di questo
tizio", e simili cose. Lo stesso vale anche per lapsus che rendono sconvenienti
e oscene parole innocenti, come "apopò" per "à propos" [a proposito], oppure
"Eischeissweibchen" [femminuccia- caca-uova] per "Eiweissscheibchen" [dischetto
d'albume] (Meringer e Mayer.) Riscontriamo in molti individui tale tendenza a
deformare intenzionalmente parole innocenti in oscene, per trarne un certo
piacere; la cosa passa per spiritosa, mentre in realtà dovremmo prima informarci
dalla persona che ha pronunciato una parola del genere se davvero l'ha fatto con
l'intenzione di dire una battuta di spirito, o se invece le è sfuggita come
lapsus verbale.
Orbene, con ciò avremmo risolto con uno sforzo relativamente esiguo l'enigma
degli atti mancati! Essi non sono eventi casuali, bensì atti psichici seri,
aventi un loro proprio senso, che sorgono per l'azione congiunta, o meglio per
l'azione contrapposta, di due diverse intenzioni. Ma a questo punto, prima che
ci sia lecito gioire per questo primo risultato del nostro lavoro, posso anche
capire che vogliate rovesciarmi addosso una quantità di domande che hanno
diritto a una risposta, e una miriade di dubbi che devo risolvere. E non sarò
certo io a volervi spingere a decisioni affrettate. Consideriamo con calma ogni
cosa per ordine, un punto dopo l'altro.
Che volete dunque dirmi? Se ritengo che questa spiegazione valga per tutti i
casi di lapsus verbale o solo per un certo numero? Se questa stessa concezione
possa essere estesa anche alle molte altre specie di atti mancati, ai lapsus di
lettura, di scrittura, alle dimenticanze, alle sbadataggini, agli smarrimenti
eccetera?
Che importanza possono ancora avere i fattori dell'affaticamento,
dell'eccitazione, della distrazione, o la perturbazione dell'attenzione,
considerata la natura psichica degli atti mancati? Inoltre, appare chiaramente
che delle due tendenze in competizione negli atti mancati, l'una è sempre
palese, l'altra invece non sempre. Che cosa dobbiamo fare allora per scoprire
quest'ultima e, quando crediamo di averla scoperta, per dimostrare che non è
soltanto verosimile, ma proprio vera? Avete ancora qualche domanda? Se no,
continuerò io. Vi ricordo che gli atti mancati non ci importano molto per sé
stessi, che dal loro studio volevamo solo apprendere qualcosa di utile per la
psicoanalisi.
Perciò pongo l'interrogativo: che specie di intenzioni o tendenze sono
queste, che possono in tal modo perturbare le altre, e quali relazioni esistono
tra le tendenze perturbatrici e quelle perturbate? Così, non appena risolto il
problema, il nostro lavoro ricomincia da capo.
Avete chiesto: è questa la spiegazione di tutti i casi di lapsus verbale?
Sono molto propenso a crederlo, e la ragione è che ogni volta che si esamina un
caso di lapsus verbale si può trovare una soluzione di questo genere. D'altra
parte, direte, non è dimostrabile che un lapsus non possa verificarsi senza
questo meccanismo. E sia pure, per noi ciò è indifferente dal punto di vista
teorico, poiché le conclusioni che vogliamo trarre per l'introduzione alla
psicoanalisi rimangono valide anche se solo una minoranza di casi di lapsus - e
non è certo questo il caso dovesse rientrare nella nostra concezione. Alla
domanda successiva, se ci sia lecito estendere agli altri tipi di atti mancati
quanto ci è risultato per il lapsus verbale, voglio rispondere in anticipo di
sì. Ve ne convincerete da voi stessi quando ci volgeremo a prendere in esame
esempi di lapsus di scrittura, di sbadataggini e così via. Tuttavia, per ragioni
tecniche, vi propongo di rinviare questo lavoro a quando avremo trattato ancora
più a fondo il lapsus verbale stesso.
Una risposta più circostanziata merita la domanda sul significato che possono
avere ancora per noi, una volta ammesso questo meccanismo psichico del lapsus
verbale, i fattori messi in primo piano dai vari autori, cioè i disturbi
circolatori, l'affaticamento, l'eccitazione, la distrazione e la teoria della
perturbazione dell'attenzione. Notate bene, noi non contestiamo questi fattori.
In genere non succede molto spesso che la psicoanalisi contesti qualcosa che
viene asserito da altri; di solito essa vi aggiunge soltanto qualcosa di nuovo
e, all'occasione, capita effettivamente che questo qualcosa, fin qui trascurato
e aggiuntosi solo ora, sia proprio l'essenziale. In rapporto al verificarsi del
lapsus verbale va senz'altro riconosciuta l'influenza delle disposizioni
fisiologiche provocate da un leggero malessere, da disturbi circolatori, da
stati di esaurimento; l'esperienza quotidiana e personale può persuadervi di
questo. Ma con ciò si spiegano ben poche cose. Prima di tutto non si tratta di
condizioni necessarie per il prodursi dell'atto mancato. Il lapsus è altrettanto
possibile in piena salute e nello stato normale. Questi fattori somatici hanno
quindi solo il valore di facilitare e favorire il particolare meccanismo
psichico del lapsus verbale. Per descrivere questo rapporto mi sono servito una
volta di un paragone, che ora ripeterò, perché non so sostituirlo con uno
migliore. Supponete che in una notte oscura io passi per un luogo solitario, che
lì venga assalito da un furfante, il quale mi porti via l'orologio e il
borsellino e che, non avendo visto bene in viso il rapinatore, io presenti
lagnanza al più vicino commissariato di polizia con le parole: "La solitudine e
l'oscurità mi hanno derubato poco fa dei miei oggetti di valore".
Al che il commissario di polizia può dirmi: "Dalle sue parole sembra che Lei
segua a torto una concezione estremamente meccanicistica. Esponiamo piuttosto la
situazione così: 'protetto dall'oscurità, favorito dalla solitudine, un ignoto
rapinatore Le ha sottratto i suoi oggetti di valore'. Nel suo caso mi sembra che
la cosa più importante da fare sia rintracciare il ladro. Forse potremo poi
riprendere la refurtiva".
I fattori psicofisiologici, come l'eccitazione, la distrazione, la
perturbazione dell'attenzione, contribuiscono evidentemente ben poco a spiegarci
l'accaduto. Sono solo modi di dire, paraventi dietro ai quali non dobbiamo aver
paura di dare un'occhiata. Il problema che si pone è piuttosto questo: che cosa
è stato evocato dall'eccitamento, dalla particolare deviazione dell'attenzione?
Si aggiunga l'importanza che dobbiamo riconoscere alle influenze fonetiche, alle
affinità tra le parole e alle associazioni che usualmente traggono origine dalle
parole. Anch'esse facilitano il lapsus verbale mostrandogli le vie che può
seguire. Ma se ho davanti a me una via, diventa per questo automatico che io la
percorra? Ho bisogno altresì di un motivo che mi induca a farlo; e non basta,
occorre una forza che mi porti avanti su questa via.
Queste relazioni tra suoni e tra parole sono quindi anch'esse, come le
disposizioni somatiche, solo fattori che favoriscono il lapsus verbale e non
possono darne la spiegazione vera e propria.
Pensate un momento: il mio discorso non viene disturbato, nella stragrande
maggioranza dei casi, né dal fatto che le parole da me usate ne rievocano altre
per affinità fonetiche né dal fatto che sono intimamente legate ai loro contrari
o che da esse provengono associazioni consuete. Si potrebbe ancora, con il
filosofo Wundt, trovare la scappatoia che il lapsus verbale si verifica quando,
in seguito a spossatezza fisica, le tendenze associative prendono il sopravvento
sull'intenzione del discorso. Ciò sarebbe anche convincente, se non fosse
contraddetto dall'esperienza, la quale attesta che c'è tutta una serie di casi
in cui sono assenti i fattori somatici che favoriscono il lapsus, mentre in
altri casi mancano quelli associativi.
Particolarmente interessante per me è la vostra successiva domanda: in che
modo vengano accertate le due tendenze che interferiscono tra loro. E' probabile
che non riusciate a immaginare quanto questa domanda sia gravida di
conseguenze.
Ovviamente una delle due (la tendenza perturbata) è sempre indubbia: la
persona che incorre nell'atto mancato la conosce e la ammette. E' solo l'altra,
la tendenza perturbatrice che può dare adito a dubbi e a perplessità. Ora,
abbiamo già sentito, e voi non lo avete certamente dimenticato, che quest'altra
tendenza in moltissimi casi è altrettanto palese. Essa viene denunciata
dall'effetto del lapsus verbale, purché abbiamo il coraggio di riconoscere a
questo effetto una sua validità. Nel caso del presidente che dice per sbaglio il
contrario, è chiaro che egli intende aprire la seduta, ma è altrettanto chiaro
che vorrebbe anche chiuderla. Ciò è talmente evidente che non resta più niente
da interpretare. Ma negli altri casi, quelli in cui la tendenza perturbatrice si
limita a deformare quella originaria senza esprimersi del tutto, come si risale
dalla deformazione alla tendenza perturbatrice?
Per una prima categoria di casi in modo molto semplice e sicuro ossia allo
stesso modo in cui si determina la tendenza perturbata.
Quest'ultima ce la facciamo comunicare direttamente da colui che ha parlato;
dopo il lapsus egli riproduce subito il tenore della frase che originariamente
si proponeva di pronunciare: "Tri..., no, tirerà avanti forse ancora un mese".
Ora, la tendenza deformante ce la facciamo dire ugualmente da lui. "Perché - gli
chiediamo - prima ha detto TRI..?" Egli risponde: "Volevo dire:
questa è una TRISTE faccenda." E allo stesso modo, nell'altro caso del lapsus
"lurche", il soggetto vi conferma di aver voluto dire dapprima: "E' una
porcheria", ma di essersi poi moderato e di aver ripiegato su un'altra
affermazione. Dunque, l'accertamento della tendenza deformante è riuscito qui in
modo altrettanto sicuro di quello della tendenza deformata. Non a caso ho
portato qui esempi la cui comunicazione e soluzione non provengono né da me né
da qualcuno dei miei seguaci. Comunque, in entrambi questi casi, era necessario
fare qualcosa per ottenere la soluzione. Si dovette chiedere a colui che aveva
parlato perché si fosse sbagliato in quel modo, che cosa sapesse dire sul
proprio lapsus. Altrimenti costui avrebbe forse sorvolato sul suo lapsus senza
volerlo chiarire. Interrogato, invece, fornì la prima spiegazione che gli venne
in mente. E ora osservate come questo piccolo intervento e il suo risultato
siano già una psicoanalisi e il modello di ogni indagine psicoanalitica che
condurremo in seguito.
Sono troppo diffidente se nutro il sospetto che al momento stesso in cui la
psicoanalisi vi compare dinanzi, fa capolino in voi anche la resistenza contro
di essa? Non vi viene voglia di obiettarmi che l'informazione della persona
interrogata che ha commesso il lapsus non è pienamente probante? Naturalmente
pensate - costui desidera aderire all'invito di chiarire il lapsus, e così dice
la prima cosa che gli passa per il capo e che gli sembra idonea a fornire la
spiegazione richiesta. Con ciò non è affatto dimostrato che il lapsus sia
realmente avvenuto così. Potrebbe essersi verificato in quel modo, ma anche in
un modo diverso. Alla persona in questione sarebbe potuta venire in mente
qualche altra spiegazione, altrettanto adatta, se non di più.
E' sorprendente quanto poco rispetto abbiate, in fondo, per un fatto
psichico! Immaginatevi che qualcuno abbia intrapreso l'analisi chimica di una
certa sostanza e che a proposito di una sua componente abbia accertato che essa
ha un determinato peso, tanti e tali milligrammi. Da questa quantità di cui si
conosce il peso si possono trarre conclusioni precise. Credete ora che a un
chimico verrebbe mai in mente di trovare da ridire su queste conclusioni col
pretesto che la sostanza isolata avrebbe potuto avere anche un altro peso?
Ognuno si inchina davanti al fatto che il peso era proprio quello e nessun altro
e su di esso costruisce fiduciosamente le sue ulteriori conclusioni. Solo quando
vi trovate dinanzi al fatto psichico che all'interrogato è venuta in mente una
determinata idea, solo allora ne mettete in dubbio la validità e dite che gli
sarebbe anche potuto venire in mente qualcos'altro! Avete l'illusione che esista
una libertà psichica e non vi piace rinunciarci. Mi dispiace, ma su questo punto
il mio parere è in netto contrasto con il vostro.
Non insisterete oltre a questo proposito, ma solo per riprendere la
resistenza a un altro livello. E continuate: "Comprendiamo che la tecnica
specifica della psicoanalisi consiste nel farsi dire dagli analizzati la
soluzione dei loro problemi. Prendiamo ora un altro esempio, quello nel quale
l'oratore invita l'assemblea a 'ruttare' alla salute del capo. Lei dice che in
questo caso l'intenzione perturbatrice è quella dell'ingiuria: è questa che si
oppone all'espressione di ossequio. Ma si tratta di una pura e semplice
interpretazione da parte sua, basata su osservazioni che non hanno nulla a che
fare con il lapsus verbale. Se interroga a questo riguardo l'autore del lapsus,
egli non confermerà di aver nutrito il proposito di pronunciare un'ingiuria,
anzi lo contesterà energicamente. Perché non rinuncia alla sua interpretazione
indimostrabile, di fronte a questa chiara protesta?".
Sì, questa volta la forza del vostro argomento non è da poco. Mi sembra di
vedere lo sconosciuto oratore: è probabilmente un assistente del capo
festeggiato, forse già libero docente, un giovane cui si dischiudono le migliori
prospettive. Faccio pressione su di lui per sapere se non ha avvertito in sé
qualcosa che possa essersi opposto all'invito di rendere ossequio al capo.
Ma qui tocco un bel tasto! Egli si spazientisce e mi investe improvvisamente:
"Ma la smetta una buona volta con i suoi interrogatori, altrimenti mi fa
arrabbiare. Mi rovinerà l'intera carriera con i suoi sospetti. Ho detto
'aufstossen' [ruttare] al posto di 'anstossen' [brindare], semplicemente perché
già due volte in precedenza ho pronunciato 'auf' nella stessa frase. E' quel che
Meringer chiama una risonanza e non c'è nient'altro da sofisticare. Capito?
Basta!". Hmm! Ecco una reazione sorprendente, una smentita indubbiamente
energica. Vedo che non c'è niente da fare con il giovanotto, ma penso anche tra
me che egli tradisce un forte interesse personale a che il suo atto mancato non
abbia alcun senso. Forse anche voi non troverete giusto che egli si faccia
subito così brusco per un'indagine puramente teorica, ma in definitiva -
penserete - dovrà pur sapere che cosa voleva dire e che cosa no.
Deve davvero saperlo? Forse la domanda è ancora aperta.
Adesso, però, credete di tenermi in pugno. "Dunque questa è la Sua tecnica",
vi sento dire. "Quando chi ha commesso un lapsus lo commenta in modo che a Lei
va bene, costui diventa, a Suo dire, l'autorità suprema che decide in merito.
'Il destino gliela fa'.
Quando invece ciò che dice non Le garba, allora Lei afferma tutt'a un tratto
che costui non vale nulla, che non è necessario prestargli fede".
Devo dire che avete ragione. Tuttavia, vi posso presentare un caso simile nel
quale le cose si svolgono in modo altrettanto assurdo.
Quando un accusato ammette un'azione davanti al giudice, il giudice crede
alla confessione; ma quando non la ammette, il giudice non gli crede. Se le cose
andassero diversamente, non ci sarebbe alcuna amministrazione della giustizia e,
malgrado errori occasionali, dovete pur ritenere valido questo sistema.
"Allora, Lei è il giudice e colui che ha commesso un lapsus verbale un
accusato che Le sta dinanzi? Un lapsus è dunque un reato?''.
Forse non è necessario rifiutare quest'analogia. Ma notate soltanto a quali
profonde divergenze siamo giunti esaminando un po' in profondità i problemi,
apparentemente così innocui, degli atti mancati. Sono divergenze che per il
momento siamo ben lungi dal poter appianare. Vi propongo un temporaneo
compromesso, sulla base del paragone del giudice e dell'accusato. Voi dovete
accordarmi che il senso di un atto mancato non lascia adito ad alcun dubbio
quando è l'analizzato stesso a fornircelo. Io, per contro, converrò con voi che
una dimostrazione diretta del significato da noi supposto non è raggiungibile
quando l'analizzato rifiuta di darci l'informazione e quando, beninteso, non è
in grado di farlo. Allora, come nel caso dell'amministrazione della giustizia,
siamo costretti a rifarci agli indizi, i quali talvolta rendono più verosimili
le nostre risoluzioni, talaltra meno. In tribunale, per ragioni pratiche, si
deve condannare anche su prove indiziarie. Per noi una simile necessità non
esiste; ma nemmeno siamo costretti a rinunciare all'utilizzazione di tali
indizi. Sarebbe un errore credere che una scienza sia costituita esclusivamente
da un certo numero di tesi rigorosamente dimostrate, e ingiusto pretenderlo.
Solo uno spirito smanioso di autorità, che ha il bisogno di sostituire il suo
catechismo religioso con un altro catechismo, sia pure scientifico, solleva
questa esigenza. La scienza ha nel suo catechismo solo poche proposizioni
apodittiche; per il resto, essa è costituita di affermazioni che ha spinto fino
a certi gradi di probabilità. Indizio di mentalità scientifica è proprio il
sapersi accontentare di queste approssimazioni alla certezza, e l'essere capaci
di proseguire il lavoro costruttivo nonostante la mancanza di conferme
assolute.
Ma, nel caso che la dichiarazione dell'analizzato non chiarisca essa stessa
il senso dell'atto mancato, donde traiamo i punti di appoggio per le nostre
interpretazioni, gli indizi per la nostra dimostrazione? Da diverse parti.
Innanzitutto dall'analogia con fenomeni che si pongono al di fuori degli atti
mancati, ad esempio quando affermiamo che la deformazione dei nomi sotto forma
di lapsus verbale ha lo stesso significato spregiativo del loro intenzionale
storpiamento. Poi dalla situazione psichica nella quale l'atto mancato si
verifica, dalla nostra conoscenza del carattere della persona che incorre
nell'azione mancata, nonché delle impressioni che hanno colpito in precedenza
questa persona, alle quali essa con tale atto mancato probabilmente reagisce. Di
norma avviene che noi procediamo all'interpretazione dell'atto mancato sulla
base di criteri generali, sicché essa dapprima è solo un'ipotesi, una proposta
di interpretazione, di cui poi ci procuriamo conferma attraverso l'esame della
situazione psichica.
Talvolta dobbiamo anche aspettare il prodursi di avvenimenti, che si sono per
così dire annunciati attraverso l'atto mancato, per trovare conferma alla nostra
ipotesi.
Dovendo limitarmi al campo del lapsus verbale, non mi è facile addurvi le
prove di quanto ho detto finora, benché anche qui non manchino alcuni buoni
esempi. Il giovanotto che vorrebbe INVULTARE una signorina è certamente un
timido; la signora il cui marito può mangiare e bere ciò che lei vuole, mi è
nota come una di quelle donne volitive che tengono saldamente le redini della
casa.
Oppure, prendete il seguente esempio: In un'assemblea generale della
"Concordia'', un giovane membro tiene un violento discorso d'opposizione, nel
corso del quale apostrofa la direzione dell'Associazione come i signori del
"prestito" (Vorschuss), mettendo insieme a quanto pare presidenza (Vorstand) e
comitato (Ausschuss). Noi supporremo che contro la sua opposizione si agitasse
in lui una tendenza perturbatrice, che potesse appoggiarsi su qualcosa avente a
che fare con un prestito. In effetti, apprendiamo dal nostro informatore che
l'oratore era costantemente in difficoltà finanziarie e aveva presentato proprio
in quel periodo una richiesta di prestito. Quale intenzione perturbatrice
possiamo dunque davvero inserire il pensiero:
"Mòderati nella tua opposizione, si tratta delle stesse persone che devono
concederti il prestito".
Sono in grado, d'altra parte, di presentarvi una vasta gamma di prove
indiziarie del genere se, dal lapsus verbale, passiamo al vasto campo degli
altri atti mancati.
Se qualcuno dimentica un nome proprio che normalmente gli è familiare, oppure
se, nonostante ogni sforzo, riesce a tenerlo a mente solo con difficoltà, ci
viene spontaneo supporre che egli abbia qualcosa contro il portatore di tale
nome, tanto che non gli piace pensare a lui. La situazione psichica nella quale
subentra questo atto mancato è ulteriormente chiarita dai seguenti esempi.
"Un signor Y s'innamora senza successo di una signora che poco dopo sposa un
signor X. Sebbene il signor Y conosca il signor X già da parecchio tempo, e sia
anzi in rapporti d'affari con lui, continua a dimenticarne il nome tanto da
essere costretto più volte, per sbrigare la sua corrispondenza con il signor X,
a rivolgersi ad altri. Evidentemente il signor Y non vuol saper nulla del suo
fortunato rivale: "di lui non fia memoria" (1).
Oppure: Una signora chiede al suo medico notizie di una comune conoscente,
nominandola però con il suo nome di ragazza poiché ha dimenticato il nome che
essa ha acquistato con il matrimonio. La signora ammette poi che non approvava
questo matrimonio e che il marito di questa amica le era antipatico (2).
In contesti differenti avremo ancora alcune cose da dire sulla dimenticanza
di nomi; adesso ci interessa principalmente la situazione psichica nella quale
si verifica la dimenticanza.
La dimenticanza di propositi, in linea generale, può essere ricondotta a una
corrente contraria, che non vuole eseguire il proposito. Ma non siamo solo noi
psicoanalisti a pensarla così: è la concezione generale alla quale aderiscono
tutti nella vita e che solo in teoria viene sconfessata. Il protettore che si
scusa con il suo protetto per aver dimenticato una certa richiesta non trova
giustificazione agli occhi di quest'ultimo. Il protetto pensa subito: "Non
gliene importa nulla. Lo ha promesso, ma in realtà non vuol farlo". Per questo,
in certe circostanze dell'esistenza la dimenticanza è vietata, e non sembra più
sussistere differenza alcuna tra la concezione popolare e quella psicoanalitica
di questi atti. Immaginatevi una padrona di casa che riceva il suo ospite con le
parole: ''Come! è venuto oggi?
Avevo dimenticato completamente di averla invitata per oggi".
Oppure il giovanotto che dovesse confessare all'amata di aver dimenticato
l'appuntamento fissato la volta precedente. Certamente egli non lo confesserà, e
preferirà inventare lì per lì i più inverosimili contrattempi che l'hanno
trattenuto e che successivamente l'hanno messo nell'impossibilità di dargliene
notizia. Che nella vita militare la scusa di aver dimenticato qualcosa non serva
a nulla e non salvi dalla punizione lo sappiamo tutti; né la cosa può sembrarci
ingiusta. In questo caso, a un tratto, tutti si trovano d'accordo nel ritenere
che un determinato atto mancato abbia un senso, e quale sia questo senso.
Perché tutti costoro non sono abbastanza coerenti da estendere questa
concezione, ammettendola senza riserve anche per gli altri atti mancati? Anche
per questo, com'è ovvio, esiste una risposta.
Se il significato di questa dimenticanza di propositi è così poco dubbio
anche per i profani, tanto meno vi stupirete nell'apprendere che i poeti
utilizzano nello stesso senso questi atti mancati. Chi di voi ha visto o letto
"Cesare e Cleopatra", di Bernard Shaw, si ricorderà che Cesare, sul punto di
partire, nell'ultima scena, è perseguitato dall'idea di essersi proposto di fare
qualcosa che in quel momento non riesce a ricordare. Alla fine vien fuori che
cos'era: prendere congedo da Cleopatra. Questo piccolo artificio del poeta
intende attribuire al grande Cesare una superiorità (nei confronti della regina)
che egli in realtà non possedeva e alla quale non aspirava affatto. Dalle fonti
storiche si ricava che Cesare fece venire con sé a Roma Cleopatra, e che ivi lei
si trovava con il suo piccolo Cesarione quando Cesare fu assassinato ed essa
perciò costretta a fuggire dalla città.
I casi di dimenticanza di propositi sono in genere così chiari da essere di
scarsa utilità per il nostro intento di trarre degli indizi dalla loro
situazione psichica circa il significato dell'atto mancato. Rivolgiamoci perciò
a un tipo particolarmente ambiguo e oscuro di azioni mancate, ossia alla perdita
e allo smarrimento di oggetti. Che nel perdere, accidente percepito spesso così
dolorosamente, siamo implicati noi stessi, con un'intenzione, non vi parrà certo
credibile. Eppure abbondano osservazioni come questa. Un giovanotto perde la sua
matita, che gli era stata molto cara. Il giorno prima aveva ricevuto da suo
cognato una lettera, che terminava con le parole: "Per ora non ho né la voglia
né il tempo di soccorrere la tua leggerezza e pigrizia" (3). Ma la matita era
proprio un regalo di questo cognato. Senza tale coincidenza, non potremmo
naturalmente affermare che ci fosse in questa perdita l'intenzione di disfarsi
dell'oggetto. Simili casi sono assai frequenti. Si perdono oggetti quando ci si
è inimicati con il loro donatore e non si vuole più pensare a lui, o anche
quando non ci piacciono più e ci si vuol creare un pretesto per sostituirli con
altri migliori. Alla stessa intenzione, diretta contro l'oggetto, serve
naturalmente anche lasciarli cadere, spezzarli, romperli. Si può ritenere un
caso che uno scolaro perda, rovini, rompa, proprio prima del suo compleanno, gli
oggetti di suo uso personale, per esempio la cartella di scuola o
l'orologio?
Chi ha provato un certo numero di volte la pena di non saper ritrovare
qualcosa che egli stesso ha riposto, non sarà disposto a credere che anche nello
smarrire vi sia il concorso di un'intenzione. E tuttavia non sono affatto rari
gli esempi in cui le circostanze che compaiono nello smarrimento indicano una
tendenza a eliminare l'oggetto, temporaneamente o permanentemente.
Forse il miglior esempio di questo genere è il seguente.
Un uomo piuttosto giovane mi racconta: "Alcuni anni fa ci furono malintesi
nel mio matrimonio. Trovavo mia moglie troppo fredda e, sebbene ne riconoscessi
le eccellenti qualità, vivevamo l'uno accanto all'altra senza tenerezza. Un
giorno lei portò a casa da una passeggiata un libro che aveva comprato perché
poteva interessarmi. La ringraziai di questo segno di 'attenzione', promisi di
leggere il libro, lo misi da parte e non lo trovai più.
Passarono così dei mesi: ogni tanto mi ricordavo del libro scomparso e
tentavo di ritrovarlo, ma invano. Circa sei mesi dopo si ammalò la mia diletta
madre, che non abitava con noi. Mia moglie abbandonò casa nostra per andare a
curare la suocera. Le condizioni dell'ammalata divennero gravi dando occasione a
mia moglie di mostrare i suoi lati migliori. Una sera ritornai a casa pieno di
ammirazione e di gratitudine per quanto mia moglie faceva. Mi avvicinai alla mia
scrivania e, senza un'intenzione determinata ma con sicurezza sonnambolica,
aprii un determinato cassetto nel quale vidi per prima cosa il libro smarrito e
per tanto tempo cercato". Col venir meno del motivo ebbe fine anche lo
smarrimento dell'oggetto.
Signore e Signori, potrei accrescere all'infinito questa raccolta di esempi.
Ma non voglio farlo qui. Nella mia "Psicopatologia della vita quotidiana"
(apparsa per la prima volta nel 1901) troverete in ogni caso una ricchissima
casistica per lo studio degli atti mancati (4). Tutti questi esempi danno sempre
lo stesso risultato: essi vi rendono verosimile il fatto che gli atti mancati
abbiano un senso e vi mostrano come dalle circostanze concomitanti si possa
rintracciare o confermare questo senso. Oggi voglio essere più breve, dato che
il nostro intento è soltanto quello di trarre dallo studio di questi fenomeni
una preparazione alla psicoanalisi. Devo solo esaminare più da vicino due gruppi
di osservazioni: gli atti mancati accumulati e combinati, e i casi in cui le
nostre interpretazioni sono corroborate dagli eventi che sopravvengono
successivamente.
Gli atti mancati accumulati e combinati sono certamente il fior fiore della
loro specie. Se ci importasse solo dimostrare che gli atti mancati possono avere
un senso, ci saremmo limitati a essi sin dall'inizio poiché il loro senso è
inconfondibile anche per una mente ottusa e riesce a imporsi al giudizio più
critico.
L'accumularsi delle manifestazioni rivela una pertinacia quale non si
presenta quasi mai negli eventi casuali, mentre ben si addice a un proposito.
Infine, lo scambio reciproco tra singoli tipi di atti mancati ci mostra che
l'importante e l'essenziale dell'atto non è la sua forma o i mezzi che utilizza,
bensì il proposito al quale esso serve e che deve essere raggiunto per le vie
più svariate. Per questo voglio presentarvi un esempio di dimenticanza ripetuta.
Ernest Jones racconta che una volta, per motivi a lui ignoti, aveva lasciato
sulla scrivania una lettera per alcuni giorni. Infine si decise a spedirla, ma
se la vide ritornare indietro dal "Dead Letter Office" perché aveva dimenticato
di scrivere l'indirizzo. Dopo aver messo l'indirizzo, la portò alla posta, ma
questa volta senza francobollo. Allora dovette finalmente confessare a sé stesso
la propria riluttanza a spedire la lettera.
In un altro caso, una sbadataggine si combina con uno smarrimento.
Una signora fa un viaggio a Roma in compagnia di suo cognato, un celebre
artista. Questi è molto festeggiato dalla comunità tedesca di Roma e riceve in
dono, fra l'altro, un'antica medaglia d'oro.
La signora è dispiaciuta del fatto che il cognato non sappia apprezzare quel
bell'esemplare come meriterebbe. Arriva sua sorella a darle il cambio, ed essa
riparte; giunta a casa, scopre nel disfare i bauli di avere portato con sé -
come, non lo sa - quella medaglia. Ne dà subito comunicazione per lettera al
cognato, annunciandogli che gli avrebbe rispedito a Roma il giorno dopo
l'oggetto rapito. Il giorno dopo però la medaglia risulta così abilmente
smarrita da essere introvabile e quindi non spedibile, e allora si fa luce nella
signora l'intuizione del significato della sua "distrazione", vale a dire il suo
desiderio di tenere quell'oggetto per sé (5).
Vi ho già riferito precedentemente un esempio di combinazione di una
dimenticanza con un errore, come uno dimentichi una prima volta un appuntamento,
e la seconda volta, propostosi di non dimenticarlo assolutamente, si presenti a
un'ora diversa da quella convenuta. Un caso del tutto analogo mi è stato
raccontato, per sua propria esperienza, da un amico, che oltre a interessi
scientifici coltiva anche interessi letterari. "Alcuni anni fa - così dice -
accettai di essere eletto nel comitato di una certa associazione letteraria,
perché presumevo che questa società potesse un giorno essermi d'aiuto per
ottenere una rappresentazione del mio dramma teatrale, e partecipai
regolarmente, sebbene senza grande interesse, alle sedute che avevano luogo ogni
venerdì. Alcuni mesi fa ottenni la promessa da parte di un teatro di F. che la
mia opera sarebbe stata rappresentata, e da allora mi accade regolarmente di
dimenticare le sedute di quell'associazione. Quando lessi il vostro scritto su
queste cose, mi vergognai della mia dimenticanza, mi rimproverai di agire con
bassezza nel mancare alle sedute ora che quella gente non mi serviva più, e
decisi di non mancare assolutamente il venerdì successivo. Mi ricordai ripetute
volte di questo proponimento, finché lo eseguii e venni a trovarmi davanti alla
porta della sala delle sedute. Con mio stupore la trovai chiusa, la seduta era
terminata da un pezzo. Infatti mi ero sbagliato nel giorno; eravamo già di
sabato!".
Sarebbe divertente continuare con simili osservazioni, ma sarà meglio
procedere. Desidero che gettiate uno sguardo su quei casi nei quali la nostra
interpretazione deve attendere conferma dal futuro. La condizione principale di
questi casi è, ovviamente, che la situazione psichica di quel momento ci sia
sconosciuta o non sia accertabile. Allora la nostra interpretazione ha solo il
valore di un'ipotesi, cui noi stessi non vogliamo attribuire troppo peso. Più
tardi però si verifica qualcosa che ci dimostra come già allora la nostra
interpretazione fosse giustificata. Fui una volta ospite di una coppia di
novelli sposi e udii la giovane moglie narrare ridendo ciò che le era capitato
da ultimo. Il giorno dopo il ritorno dal viaggio di nozze era andata a trovare
la sorella nubile per uscire con lei a far compere come nei tempi passati,
mentre il marito andava per gli affari suoi. Tutt'a un tratto aveva notato un
signore dall'altra parte della strada e aveva gridato alla sorella urtandole il
braccio: "Guarda lì il signor L". Aveva dimenticato che questo signore era da
alcune settimane il suo legittimo consorte. Sentii freddo a questo racconto, ma
non ebbi il coraggio di trarne le conseguenze. Mi ricordai di nuovo di questo
episodio anni dopo, quando quel matrimonio ebbe esito infelicissimo.
Alphonse Maeder racconta di una signora che, il giorno prima del suo
matrimonio, aveva dimenticato di provare il suo abito da sposa e, con
disperazione della sarta, se ne rammentò solo a tarda sera.
Egli mette in rapporto con questa dimenticanza il fatto che, poco tempo dopo,
essa era già divorziata dal marito. Conosco una signora, ora divorziata da suo
marito, che negli atti di amministrazione del suo patrimonio spesso firmava i
documenti col cognome di ragazza, molti anni prima di riassumerlo
effettivamente. - So di altre donne che durante il viaggio di nozze hanno perso
la fede nuziale, e so anche che lo svolgimento del matrimonio ha conferito
significato a questo fatto. - E ora un altro esempio clamoroso, con esito
migliore. Di un famoso chimico tedesco si racconta che il suo matrimonio non
ebbe luogo, dato che aveva dimenticato l'ora dello sposalizio e invece che in
chiesa si era recato in laboratorio. Fu così saggio da accontentarsi di
quest'unico tentativo e morì celibe in tarda età.
Forse anche a voi è venuta l'idea che in questi esempi le azioni mancate
abbiano preso il posto degli "omina" o presagi degli antichi. Ed effettivamente
alcuni "omina" non erano altro che atti mancati, per esempio se si trattava di
qualcuno che inciampava o cadeva a terra. E' anche vero che altri "omina"
avevano il carattere dell'accadere oggettivo, non dell'agire soggettivo. Ma voi
non potete credere quanto sia difficile talvolta decidere, di fronte a un certo
avvenimento, se esso appartenga all'uno o all'altro gruppo, tanto spesso il fare
sa mascherarsi da esperienza passiva.
Ognuno di noi, che abbia alle sue spalle un'esperienza di vita piuttosto
lunga, probabilmente ammetterà che avrebbe risparmiato a sé stesso molte
delusioni e dolorose sorprese, se avesse trovato il coraggio e la decisione di
interpretare come presagi i piccoli atti mancati sperimentati nei contatti
umani, e se avesse saputo avvalersene come segni di intenzioni ancora tenute
segrete. Questa è perlopiù una cosa che non osiamo fare; avremmo l'impressione
di ridiventare superstiziosi attraverso la via indiretta della scienza. Non
tutti i presagi, inoltre, si avverano; ma apprenderete dalle nostre teorie che
non c'è bisogno che si avverino proprio tutti.
NOTE:
- Da C. G. Jung.
- Da A. A. Brill.
- Aneddoto tratto da B. Dattner.
- Come pure nelle raccolte di A. MAEDER (in francese); A. A. BRILL (in
inglese); E. JONES (inglese); J. STARCKE (olandese); e altri.
- Esempio comunicato da R. Reitler.
Lezione 4 - GLI ATTI MANCATI (CONCLUSIONE)
Signore e Signori, che gli atti mancati abbiano un senso è dunque
un'affermazione che possiamo presentare come risultato delle indagini sinora
svolte e prendere come base per le nostre ulteriori ricerche. Faccio ancora una
volta rilevare che noi non affermiamo - né per i nostri fini abbiamo bisogno di
farlo - che ogni singolo atto mancato ha un senso, benché io sia convinto che
ciò è probabile. Per noi è sufficiente dimostrare la relativa frequenza di tale
senso nelle diverse forme di atto mancato.
Queste varie forme, del resto, si comportano diversamente a tale riguardo.
Nei lapsus verbali, di scrittura eccetera, possono presentarsi casi con
motivazione puramente fisiologica; nei tipi basati sulla dimenticanza
(dimenticanza di nomi e di propositi, smarrimenti eccetera) non posso credere
che la ragione sia la stessa; molto probabilmente ci sono casi di perdita in cui
bisogna ammettere la mancanza d'intenzione. Insomma, gli errori che capitano
nella vita rientrano solo fino a un certo punto nello schema da me proposto.
Vogliate tenere presenti queste restrizioni, quando d'ora innanzi procederemo
dall'affermazione che gli atti mancati sono atti psichici e hanno origine
dall'interferenza di due intenzioni.
E' questo il primo risultato della psicoanalisi. Dell'esistenza di tali
interferenze e della possibilità che ne conseguano fenomeni di questa natura, la
psicologia finora non sapeva nulla. Noi abbiamo ampliato il campo dei fenomeni
psichici in misura considerevolissima e abbiamo acquisito alla psicologia
fenomeni che prima non erano ritenuti di sua pertinenza.
Soffermiamoci ancora un momento sull'affermazione che gli atti mancati sono
"atti psichici". Contiene essa qualcosa di più rispetto all'altra nostra
asserzione, ossia che essi hanno un senso? Non lo credo; è piuttosto più
indefinita ed equivoca. Tutto ciò che si può osservare nella vita psichica verrà
designato per il momento come fenomeno psichico. Il problema diventerà quindi
quello di appurare se la singola espressione psichica è scaturita direttamente
da influenze somatiche, organiche, materiali, nel qual caso la sua indagine non
spetta alla psicologia, oppure se essa deriva in primo luogo da altri processi
psichici, dietro ai quali ha pertanto inizio, in qualche punto, la serie delle
influenze organiche. E' quest'ultima situazione che abbiamo in mente quando
designiamo un fenomeno come processo psichico, e per questo è più appropriato
esprimere la nostra asserzione nella forma: il fenomeno è dotato di senso, ha un
senso. Per "senso" noi intendiamo significato, intenzione, tendenza e posizione
in un concatenarsi di eventi psichici.
Oltre agli atti mancati, ci sono numerosi altri fenomeni, ad essi assai
prossimi, per i quali però questo nome non si adatta più.
Sono le cosiddette azioni casuali e sintomatiche. Esse pure sono qualcosa di
immotivato, di non appariscente e irrilevante ma, oltre a ciò, hanno un più
chiaro carattere di superfluità. Dalle azioni mancate le distingue l'assenza di
un'altra intenzione, con la quale si scontrino e che da esse venga disturbata.
D'altra parte, sconfinano insensibilmente nei gesti e nei movimenti che noi
consideriamo espressione dei moti dell'animo. In queste azioni casuali rientrano
tutte quelle operazioni che noi eseguiamo come per gioco, apparentemente senza
scopo, sul nostro abbigliamento, su parti del nostro corpo, su oggetti che
abbiamo a portata di mano, come pure l'omissione delle stesse e, inoltre, le
melodie che canticchiamo tra noi. Il mio parere è che tutti questi fenomeni sono
dotati di senso e interpretabili allo stesso modo delle azioni mancate, che essi
sono piccoli indizi di altri processi psichici più importanti, e dunque atti
psichici pienamente validi. Tuttavia non intendo soffermarmi su questo ulteriore
ampliamento del campo dei fenomeni psichici, tornerò invece agli atti mancati,
che permettono di elaborare con chiarezza di gran lunga maggiore interrogativi
importanti per la psicoanalisi.
I quesiti più interessanti, che abbiamo posto a proposito degli atti mancati
e cui non abbiamo ancora dato risposta, sono probabilmente i seguenti: abbiamo
asserito che gli atti mancati sono il risultato dell'interferenza di due diverse
intenzioni, l'una delle quali può essere detta perturbata, l'altra
perturbatrice. Mentre le intenzioni perturbate non danno adito a ulteriori
quesiti, a proposito delle altre vogliamo sapere, in primo luogo, che specie di
intenzioni siano queste, che si presentano come un elemento di disturbo per
altre intenzioni e, in secondo luogo, come si comportino le intenzioni
perturbatrici rispetto a quelle perturbate.
Permettetemi di prendere nuovamente il lapsus verbale come rappresentante
dell'intera categoria e di rispondere prima alla seconda domanda.
Nel lapsus verbale l'intenzione perturbatrice può essere correlata
contenutisticamente con quella perturbata; in questo caso contiene una
contraddizione nei suoi riguardi, una rettifica o un'integrazione di essa.
Oppure, ed è questo il caso più oscuro e più interessante, l'intenzione
perturbatrice non ha niente a che fare con l'intenzione perturbata quanto al
contenuto.
Le testimonianze per la prima delle due relazioni possiamo trovarle senza
fatica negli esempi a noi già noti e in altri simili. Quasi in tutti i casi di
lapsus verbale in cui viene detto l'opposto, l'intenzione perturbatrice esprime
il contrario di quella perturbata, e l'atto mancato è la rappresentazione del
conflitto tra due aspirazioni inconciliabili: "Io dichiaro aperta la seduta, ma
preferirei averla già chiusa", è il senso del lapsus del presidente. Un giornale
politico, che è stato accusato di venalità, si difende in un articolo che deve
culminare nelle parole: "I nostri lettori ci faranno testimonianza che noi
abbiamo sempre difeso il bene pubblico nel modo più DISINTERESSATO". ll
redattore incaricato di redigere la difesa scrive: "nel modo più INTERESSATO".
Cioè egli pensa: "E' così che devo scrivere, ma so che non è vero". Un
rappresentante del popolo, che invita a dire all'imperatore la verità senza
riserve ("rückhaltlos"), certamente ha dato ascolto a una voce del suo intimo
che, spaventatasi di tanta audacia, con un lapsus verbale ha trasformato il
"senza riserve" in "senza spina dorsale (rückgratlos)".
Negli esempi a voi noti, che danno l'impressione di contrazioni e
abbreviazioni, si tratta di rettifiche, aggiunte o continuazioni, con le quali
una seconda tendenza si fa valere accanto alla prima.
"Alcuni fatti vennero in luce... Ma dillo piuttosto chiaro e tondo che erano
PORCHERIE; quindi: alcuni fatti vennero in LURCHE". "Le persone che capiscono
questo argomento si possono contare SULLE DITA DI UNA MANO...
Ma no, in realtà, c'è uno solo che lo capisce, quindi: si possono contare SU
UN DITO". Oppure: "Mio marito può mangiare e bere quel che vuole. Ma, lo sapete,
io non tollero che egli voglia qualcosa; quindi: può mangiare e bere ciò che
VOGLIO". In tutti questi casi, dunque, il lapsus verbale scaturisce dal
contenuto dell'intenzione disturbata stessa o si riallaccia ad esso.
L'altro tipo di relazione tra le due intenzioni interferenti suscita una
strana impressione. Se l'intenzione perturbatrice non ha nulla a che fare con il
contenuto dell'intenzione perturbata, da dove viene dunque e da che cosa dipende
il fatto che si riveli come elemento di disturbo proprio in quel punto?
L'osservazione, che è la sola a poter dare una risposta, permette di riconoscere
che l'elemento di disturbo proviene da una sequenza di pensieri che aveva
occupato poco prima la mente della persona in questione e che ora,
indipendentemente dal fatto che abbia trovato o meno espressione nel discorso,
produce un effetto differito. Essa va quindi effettivamente definita come una
risonanza, ma non necessariamente come una risonanza di parole pronunciate.
Anche qui non manca una connessione associativa tra ciò che perturba e ciò che è
perturbato, ma essa non è data nel contenuto, bensì prodotta artificialmente,
spesso in grazia di collegamenti molto forzati.
Ascoltate in proposito un semplice esempio, che ho osservato io stesso. Un
giorno incontro nelle nostre belle Dolomiti due signore viennesi camuffate da
escursioniste. Le accompagno un pezzo e parliamo delle gioie ma anche delle
fatiche dell'escursionismo; una delle signore ammette che questa maniera di
passare la giornata ha molti aspetti sgradevoli. "E' proprio vero - dice - che
non è per niente gradevole marciare tutto il giorno sotto il sole con la blusa e
la camicia bagnate di sudore". A un certo punto di questa frase incappa in una
lieve esitazione. Poi continua: "Ma quando poi si arriva a casa e ci si può
cambiare..." soltanto che invece di "Haus" [casa], dice "Hose" [mutande]. Non
abbiamo analizzato questo lapsus, ma penso che possiate facilmente comprenderlo.
La signora evidentemente aveva avuto l'intenzione di fare un elenco più completo
della biancheria dicendo: blusa, camicia e mutande. Ma si trattenne dal nominare
queste ultime per motivi di decenza. Ora nella frase successiva, del tutto
indipendente quanto a contenuto, la parola non pronunciata emerse come
distorsione della parola dal suono simile "nach Hause" (a casa).
Ora tuttavia possiamo rivolgerci al quesito principale, da tempo tenuto in
serbo: che genere di intenzioni siano queste, che si manifestano m modo insolito
come elementi di disturbo di altre intenzioni. Orbene ce ne sono evidentemente
di diversissimo tipo, ma di esse vogliamo trovare il fattore comune. Se
esaminiamo a questo scopo una serie di esempi, distingueremo subito tre
gruppi.
Al primo gruppo appartengono i casi in cui la tendenza perturbatrice è nota a
colui che parla e inoltre è stata da lui avvertita prima del lapsus. Così, nel
lapsus "lurche", l'autore non soltanto ammette di aver formulato il giudizio di
"porcherie" sui procedimenti in questione, ma anche di aver avuto l'intenzione,
dalla quale poi si è ritratto, di dare a questo giudizio espressione verbale. Un
secondo gruppo è costituito da altri casi, nei quali la tendenza perturbatrice
viene ugualmente riconosciuta come propria da colui che parla; tuttavia costui
non sa nulla del fatto che essa era attiva in lui proprio poco prima del lapsus.
Egli accetta quindi la nostra interpretazione del suo lapsus, ma ne rimane in
certa misura meravigliato. E' forse più facile trovare esempi di questo
comportamento in altri atti mancati che non nel lapsus verbale. In un terzo
gruppo l'interpretazione della tendenza perturbatrice viene respinta
energicamente da colui che parla; non soltanto egli contesta che tale tendenza
fosse viva in lui prima del lapsus, ma afferma addirittura che gli è
completamente estranea. Rammentatevi l'esempio del "ruttare" e la smentita
addirittura scortese che mi sono attirato dalla persona in questione per aver
scoperto l'intenzione perturbatrice. Voi sapete che non abbiamo ancora raggiunto
un accordo circa il modo di concepire questi casi. Per parte mia sarei incline a
non dare alcuna importanza alla contestazione dell'autore del brindisi e mi
atterrei irremovibilmente alla mia interpretazione, mentre voi, penso, siete
sotto l'impressione della sua protesta e vi domandate se non si debba rinunciare
all'interpretazione di tali atti mancati e attribuire loro il valore di atti
puramente fisiologici nel senso preanalitico. Posso immaginare che cosa vi
spaventi. La mia interpretazione implica l'ipotesi che in colui che parla
possano esternarsi intenzioni di cui egli stesso non sa nulla, ma che io sono in
grado di inferire sulla base di indizi. Dinanzi a una supposizione così nuova e
densa di conseguenze voi vi fermate. Lo comprendo, e fin qui vi dò ragione. Ma
mettiamo in chiaro questo punto: se volete applicare in modo coerente la
concezione degli atti mancati corroborata da esempi così numerosi, dovete
decidervi ad accettare questa sorprendente ipotesi. Se non ci riuscirete,
dovrete anche rinunciare alla comprensione degli atti mancati che avete appena
acquisito.
Soffermiamoci ancora su ciò che unisce i tre gruppi, ossia su ciò che
accomuna i tre meccanismi di lapsus verbale. Per fortuna quest'elemento è
inconfondibile. Nei primi due gruppi la tendenza perturbatrice viene ammessa
dall'autore del lapsus; nel primo va aggiunto anche che essa è annunciata
immediatamente prima del lapsus. In entrambi i casi però, ESSA E' STATA
RICACCIATA INDIETRO. COLUI CHE PARLA SI E' DECISO A NON TRADURLA IN PAROLE, E
ALLORA INCORRE NEL LAPSUS VERBALE; ALLORA, CIOE', LA TENDENZA RESPINTA SI
TRADUCE IN PAROLE CONTRO LA SUA VOLONTA', O MODIFICANDO L'ESPRESSIONE
DELL'INTENZIONE CUI EGLI CONSENTE, O COMBINANDOSI CON ESSA, O PRENDENDONE
ADDIRITTURA IL POSTO. E' questo, pertanto, il meccanismo del lapsus verbale.
Dal mio punto di vista posso mettere in perfetto accordo con il meccanismo
qui descritto anche ciò che avviene nel nostro terzo gruppo. Occorre solo che
ammetta che questi tre gruppi si differenziano per la diversa portata della
spinta che ricaccia indietro l'intenzione. Nel primo l'intenzione è presente ed
è avvertita da chi parla prima che egli si esprima; solo in un secondo momento
essa subisce la ripulsa, per cui si rifà con il lapsus. Nel secondo gruppo la
ripulsa ha una portata maggiore; l'intenzione non è già più avvertibile prima
dell'espressione verbale. Strano davvero che questo non le impedisca affatto di
divenire una delle cause del lapsus! Ma questo comportamento ci facilita la
spiegazione di ciò che ha luogo nel terzo gruppo. Avrò l'ardire di supporre che
nell'atto mancato può esprimersi anche una tendenza che è respinta da lungo,
forse da lunghissimo tempo, tendenza non avvertita che quindi può essere
direttamente sconfessata da chi parla. Ma anche lasciando da parte il problema
del terzo gruppo, le osservazioni sugli altri casi impongono la conclusione che
LA REPRESSIONE DELL'INTENZIONE CHE SI PRESENTA DI DIRE QUALCOSA E' LA CONDIZIONE
INDISPENSABILE PERCHE' SI VERIFICHI UN LAPSUS VERBALE.
Possiamo ora affermare di aver fatto ulteriori progressi nella conoscenza
degli atti mancati. Non solo sappiamo che essi sono atti psichici nei quali si
può riconoscere un senso e un'intenzione, non solo che hanno origine
dall'interferenza di due diverse intenzioni, ma anche che una di queste
intenzioni, per giungere a esprimersi attraverso la perturbazione dell'altra,
dev'essere stata in certo modo trattenuta dall'attuarsi Dev'essere stata
perturbata essa stessa, prima di diventare perturbatrice Con ciò, naturalmente,
non abbiamo ancora raggiunto una spiegazione completa dei fenomeni che chiamiamo
atti mancati. Vediamo subito sorgere altri quesiti e, nell'insieme, sospettiamo
che quanto più procederemo nella comprensione, tanto più numerosi si
presenteranno gli spunti per nuovi interrogativi. Possiamo chiedere, per
esempio, perché le cose non vadano molto più semplicemente. Se esiste
l'intenzione di ricacciare indietro una certa tendenza invece che di attuarla,
la spinta all'indietro dovrebbe riuscire in modo tale che appunto nulla di
quella tendenza giunga a esprimersi; oppure essa potrebbe anche non riuscire, e
in tal modo la tendenza respinta procurarsi piena espressione. Gli atti mancati,
però, sono risultati di compromesso; essi significano una mezza riuscita e un
mezzo fallimento per ognuna delle due intenzioni: l'intenzione messa in pericolo
non viene né completamente repressa né - a prescindere da singoli casi - giunge
a imporsi del tutto indenne. Possiamo immaginare che debbano esistere
particolari condizioni perché si verifichino questi risultati di interferenza o
di compromesso, ma non possiamo nemmeno sospettare di che specie possano essere.
E non credo che potremo scoprire questi rapporti a noi sconosciuti attraverso un
ulteriore approfondimento dello studio degli atti mancati. Sarà piuttosto
necessario esplorare prima altri oscuri campi della vita psichica; solo le
analogie che ci si faranno innanzi potranno darci il coraggio di formulare le
ipotesi che sono necessarie per una spiegazione più approfondita degli atti
mancati. E ancora un punto. Anche il lavorare sulla base di piccoli indizi, come
usiamo costantemente fare in questo campo, comporta determinati pericoli . C'è
una malattia psichica, la "paranoia combinatoria", nella quale l'impiego di tali
piccoli indizi viene effettuato in modo illimitato - e io naturalmente non mi
farò garante che le inferenze costruite su questo fondamento siano sempre
corrette. Da questi pericoli può preservarci solo l'ampia base che sapremo dare
alle nostre osservazioni. il ripetersi di impressioni analoghe nei più diversi
campi della vita psichica.
Abbandoneremo dunque qui l'analisi degli atti mancati. Ma una cosa devo
ancora raccomandarvi: vogliate tenere a mente, come modello, il metodo adottato
per trattare questi fenomeni. Da questo esempio potete scorgere quali siano gli
intenti della nostra psicologia.
Noi non vogliamo semplicemente descrivere e classificare i fenomeni, ma
concepirli come indizi di un gioco di forze che si svolge nella psiche, come
l'espressione di tendenze orientate verso un fine, che operano insieme o l'una
contro l'altra. Ciò che ci sforziamo di raggiungere è una CONCEZIONE DINAMICA
dei fenomeni psichici. Nella nostra concezione i fenomeni percepiti vanno posti
in secondo piano rispetto alle tendenze, che pure sono soltanto ipotetiche.
Rinunciando, quindi, ad approfondire ulteriormente gli atti mancati, possiamo
tuttavia dare ancora una scorsa all'estensione di questo ambito, nel quale
ritroveremo cose note e scopriremo qualcosa di nuovo. Ci atteniamo in questo
alla partizione già stabilita all'inizio degli atti mancati in tre gruppi: il
lapsus verbale con le forme a esso affini dei lapsus di scrittura, di lettura e
di ascolto; la dimenticanza, con le sue suddivisioni a seconda dell'oggetto
dimenticato (nomi propri, parole straniere, propositi, impressioni); e la
sbadataggine, lo smarrire, il perdere. Gli errori, fintantoché rientrano nella
nostra disamina, si riallacciano in parte alle dimenticanze, in parte alle
sbadataggini.
Abbiamo ancora qualcosa da aggiungere a proposito del LAPSUS VERBALE, pur
avendone già parlato piuttosto diffusamente. Al lapsus verbale si riallacciano
fenomeni affettivi minori, che non sono del tutto privi di interesse. Nessuno
ammette volentieri di aver commesso un lapsus verbale; inoltre spesso il proprio
lapsus sfugge, quello di un altro mai. In un certo senso il lapsus verbale è
anche contagioso; non è affatto facile parlare dei lapsus verbali senza
incorrervi a propria volta. Le forme più banali di lapsus verbale, quelle cioè
che non hanno alcun particolare chiarimento da fornire circa processi psichici
nascosti, non sono difficili da comprendere per quanto riguarda la loro
motivazione. Se, ad esempio, una certa persona pronuncia come breve una vocale
lunga, in seguito a una perturbazione che colpisce questa parola per un
qualsiasi motivo, subito dopo allungherà una vocale breve e, nel compensare il
primo lapsus, ne commetterà un secondo. Allo stesso modo, se si pronuncia in
modo impreciso e sbadato un dittongo, per esempio un "oi" come un "ai", si
cercherà di porvi rimedio modificando un "ai" susseguente in "oi". In entrambi i
casi sembra essere determinante un riguardo verso l'ascoltatore, il quale non
deve credere che a chi parla sia indifferente il modo in cui tratta la lingua
materna: la seconda deformazione, quella compensatoria, ha precisamente
l'intento di far notare all'ascoltatore la prima deformazione, e di assicurargli
che essa non è sfuggita nemmeno a chi parla. I casi più frequenti, più semplici
e banali di lapsus verbale consistono in contrazioni e presonanze, che si
manifestano in punti insignificanti del discorso. In una frase piuttosto lunga,
ad esempio, si può commettere un lapsus anticipando l'ultima parola di quel che
s'intende dire. Ciò dà l'impressione di una certa impazienza di finire la frase
e attesta, in generale, una certa riluttanza a profferire questa frase o il
discorso nel suo insieme. Giungiamo così a casi limite, nei quali le differenze
tra la concezione psicoanalitica e la comune concezione fisiologica del lapsus
verbale si confondono. Noi supponiamo che in questi casi sia presente una
tendenza a disturbare l'intenzione del discorso; ma essa può solo manifestare la
sua presenza e non ciò a cui mira. La perturbazione che essa provoca segue poi
influssi fonetici o attrazioni associative di un tipo o dell'altro, e può essere
concepita come sviamento dell'attenzione dall'intento del discorso. Ma né questa
perturbazione dell'attenzione né il fatto che siano diventate operanti le
inclinazioni associative colgono l'essenza del processo che, nonostante tutto, è
data ancora una volta dall'esistenza a cui si allude di un'intenzione che
perturba l'intento del discorso; solo che la natura dell'intenzione
perturbatrice questa volta non può essere ricavata dai suoi effetti, come è
possibile in tutti i casi di lapsus verbale più spiccatamente
caratterizzati.
Passando al LAPSUS DI SCRITTURA, dobbiamo dire che esso collima a tal punto
con il lapsus verbale che non abbiamo da aspettarci alcuna novità. Forse ci sarà
concessa una breve esemplificazione.
I piccoli lapsus di scrittura tanto diffusi, le contrazioni, le anticipazioni
di parole successive, specialmente dell'ultima, rinviano ancora una volta a una
generale svogliatezza di scrivere e a impazienza di finire. Effetti più
accentuati di lapsus di scrittura permettono di riconoscere natura e intenzione
della tendenza perturbatrice. In generale, quando si trova un lapsus in una
lettera, è segno che c'era qualcosa che non andava nello scrivente; che cosa si
agitasse in lui, non sempre lo si può determinare. Spesso il lapsus di scrittura
viene altrettanto poco notato da colui che lo commette quanto il lapsus verbale.
Degna di nota è poi la seguente osservazione: ci sono persone che hanno
l'abitudine di rileggere per intero ogni lettera prima di spedirla; altri
normalmente non lo fanno, ma quando eccezionalmente ciò accade, hanno sempre
modo di scoprire, e di correggere, un lapsus vistoso. Come si spiega tutto
questo? Sembra quasi che queste persone sappiano di aver sbagliato nel redigere
la lettera. Dobbiamo veramente crederlo?
All'importanza pratica del lapsus di scrittura si ricollega un interessante
problema. Vi ricorderete forse del caso di quell'assassino, H., abile nel
procurarsi da istituti scientifici colture di microbi patogeni estremamente
pericolosi, spacciandosi per batteriologo, per poi adoperare queste colture per
togliere di mezzo in tale modernissimo modo i suoi conoscenti. Accadde che
quest'uomo lamentò una volta presso la direzione di uno di tali istituti
l'inefficacia delle colture speditegli, ma nel farlo commise un lapsus di
scrittura: al posto delle parole "nei miei esperimenti su topi (Mausen) o cavie
(Meerschweillchen)", scrisse chiaramente la frase: "nei miei esperimenti su
uomini (Menschen)".
Questo lapsus diede nell'occhio anche ai medici dell'istituto, ma essi, per
quanto ne so, non ne trassero alcuna conclusione. Ora, voi che ne pensate? Non
avrebbero dovuto piuttosto accogliere il lapsus come una confessione e
promuovere un'indagine, con la quale si sarebbe tempestivamente posto fine alle
malefatte di quell'uomo? Forse che in questo caso l'ignoranza della nostra
concezione degli atti mancati non è divenuta la causa di un'omissione importante
dal punto di vista pratico? Per quanto mi riguarda, un tale lapsus di scrittura
mi sarebbe certamente apparso molto sospetto; ma qualcosa di importante si
frappone alla sua utilizzazione come confessione. La cosa non è così
semplice.
Il lapsus di scrittura è sicuramente un indizio, ma non sarebbe stato
sufficiente di per sé solo ad avviare un'inchiesta. E' vero che il lapsus dice
che l'uomo è occupato dal pensiero di provocare un'infezione in altre persone,
ma non permette di decidere se questo pensiero abbia il valore di un chiaro
proposito nocivo o quello di una fantasia senza importanza dal punto di vista
pratico. E' persino possibile che l'uomo che ha commesso un simile lapsus di
scrittura rinneghi, adducendo motivazioni soggettive perfettamente legittime,
questa fantasia, o la respinga come qualcosa che gli è completamente estraneo.
Quando, più avanti, prenderemo in esame le differenze tra realtà psichica e
realtà materiale, potrete comprendere ancora meglio queste eventualità.
Ma questo è di nuovo un caso in cui un atto mancato ha assunto
successivamente un'importanza insospettata.
Nel LAPSUS DI LETTURA ci imbattiamo in una situazione psichica che si
differenzia nettamente da quella del lapsus verbale e di scrittura. Una delle
due tendenze tra loro in concorrenza è qui sostituita da una stimolazione
sensoria ed è forse perciò meno resistente. Ciò che si ha da leggere non è una
produzione della propria vita psichica come, per esempio, ciò che ci si propone
di scrivere. Per questo, nella gran maggioranza dei casi, il lapsus di lettura
consiste in una completa sostituzione. Si sostituisce la parola da leggere con
un'altra, senza che debba esistere necessariamente un rapporto di contenuto tra
il testo e il risultato del lapsus, il quale si basa di regola su una
somiglianza di parole. L'esempio di Lichtenberg: "Agamemnon" al posto di
"angenommen" è il migliore di questo gruppo. Se si vuol riconoscere la tendenza
perturbatrice che ha provocato il lapsus, si deve lasciare completamente da
parte il testo letto in modo errato e si può introdurre l'indagine
psicoanalitica con due interrogativi: qual è la prima idea che si presenta in
rapporto al risultato del lapsus, e in quale situazione è avvenuto il
lapsus?
Talvolta la conoscenza di quest'ultima basta da sola a chiarire il lapsus.
Per esempio, un tale vaga per una città sconosciuta, spinto da un certo bisogno,
e su una grande insegna a un primo piano legge la dicitura "Reparto gabinetti".
Ha appena il tempo di meravigliarsi del fatto che l'insegna sia situata così in
alto, prima di scoprire che, a essere esatti, c'è scritto "Reparto giovinetti".
In altri casi proprio il lapsus di lettura che non ha nulla a che fare col
contenuto del testo, richiede un'analisi particolareggiata che non è possibile
eseguire senza pratica della tecnica psicoanalitica e senza fiducia in essa. Ma
generalmente è piuttosto facile procurarsi la spiegazione di un lapsus di
lettura: come nel caso di "Agamemnon", la parola sostituita rivela
immediatamente la cerchia di pensieri dalla quale proviene la perturbazione. In
questi tempi di guerra, per esempio, ci capita molto frequentemente di leggere i
nomi delle città o dei capi dell'esercito o le espressioni militari che ci
ronzano continuamente per il capo, ovunque ci si presenti una parola simile. Ciò
che ci interessa e ci occupa si mette così al posto di ciò che è estraneo e
ancor privo di interesse. Le immagini residue dei nostri pensieri turbano le
nuove percezioni.
Non mancano, anche in fatto di lapsus di lettura, casi di altro genere, in
cui è il testo stesso di ciò che si legge a risvegliare la tendenza
perturbatrice, dalla quale il testo stesso viene perlopiù trasformato nel suo
contrario. Si dovrebbe leggere qualcosa di indesiderato, e l'analisi dimostrerà
che un intenso desiderio di respingere quanto si è letto è responsabile della
sua modificazione.
Nei lapsus di lettura menzionati per primi - e sono i più frequenti - hanno
poco risalto due fattori ai quali abbiamo attribuito importanza nel meccanismo
degli atti mancati: il conflitto fra due tendenze e la ripulsa di una di esse,
la quale si rifà provocando un atto mancato. Non che nel lapsus di lettura si
possa rinvenire qualcosa che contrasti con questo, ma la prevalenza del
contenuto di pensiero che porta al lapsus di lettura è molto più appariscente
della ripulsa che esso può aver subìto in precedenza.
I due fattori testé menzionati si presentano nel modo più tangibile nelle
diverse situazioni di atti mancati causati da dimenticanza. La dimenticanza di
propositi è davvero inequivoca; la sua interpretazione, come abbiamo visto, non
viene contestata nemmeno dal profano. La tendenza che perturba il proposito è
ogni volta una controintenzione, un "non volere", di cui ci resta solo da sapere
perché non si manifesti diversamente e in modo non dissimulato. La presenza di
questa controvolontà è comunque indubbia. Talvolta si riesce anche a intuire
qualcosa dei motivi che costringono questa controvolontà a nascondersi; e tutte
le volte si vede che essa raggiunge surrettiziamente il suo intento attraverso
l'atto mancato, mentre andrebbe certamente incontro a un rifiuto se si
presentasse come una palese contraddizione. Se tra il proposito e la sua
esecuzione è subentrata un'importante alterazione della situazione psichica, per
cui il problema di eseguire il proposito non si pone più, allora la dimenticanza
del proposito esorbita dall'ambito degli atti mancati. Non ci si meraviglia più
di averlo dimenticato e ci si rende conto che sarebbe stato superfluo
ricordarlo; quindi esso è venuto meno per sempre o temporaneamente. La
dimenticanza del proposito può essere chiamata atto mancato solo quando non
possiamo credere che il proposito sia stato interrotto in questo modo.
I casi di dimenticanza di propositi sono, in generale, così uniformi e
trasparenti da non avere, appunto per questo, alcun interesse per la nostra
indagine. In due punti, però, possiamo apprendere qualcosa di nuovo dallo studio
di questi atti mancati.
Come abbiamo detto, la dimenticanza, ossia la non esecuzione di un proposito,
indica la presenza di una controvolontà che gli è ostile. Detto questo, va però
precisato che la controvolontà, secondo quanto asseriscono le nostre ricerche,
può essere di due specie: diretta o mediata. Che cosa si intenda per
quest'ultima, può essere meglio illustrato con uno o due esempi. Se il
protettore dimentica di mettere una buona parola per il suo protetto presso una
terza persona, questo può succedere perché il protetto in realtà non gli
interessa molto e quindi non ha una gran voglia di raccomandarlo. In ogni caso,
è in questo senso che il protetto interpreterà la dimenticanza del protettore.
Ma le cose possono essere anche più complicate. La controvolontà del protettore
nei riguardi dell'esecuzione del proposito può avere altra origine e concernere
un punto del tutto diverso. Può non aver niente a che fare con il protetto, ma
rivolgersi magari contro colui al quale va diretta la raccomandazione. Vedete
dunque quali perplessità si oppongano anche qui all'applicazione pratica delle
nostre interpretazioni. Nonostante la giusta interpretazione della dimenticanza,
c'è il pericolo che il protetto sia troppo diffidente e faccia un grave torto al
suo protettore. Oppure: se qualcuno dimentica l'appuntamento che aveva promesso
a un altro, e proposto a sé stesso, di osservare, la ragione più frequente sarà
senz'altro la riluttanza a incontrarsi con questa persona. Ma l'analisi potrebbe
fornire qui la dimostrazione che la tendenza perturbatrice non riguarda la
persona, ma è rivolta contro il luogo in cui l'incontro deve avvenire, luogo che
viene evitato a causa di un ricordo penoso a esso collegato. Oppure: se uno
dimentica di spedire una lettera, la controtendenza può basarsi sul contenuto
stesso della lettera; ma non è assolutamente escluso che la lettera sia di per
sé innocua e soccomba alla controtendenza solo perché qualcosa che la riguarda
ricorda un'altra lettera scritta in precedenza, la quale offriva veramente alla
controvolontà un preciso aggancio. Si può dire allora che qui la controvolontà
si è trasferita dalla lettera precedente, in cui era giustificata, su quella
attuale, con la quale in realtà non ha niente a che fare. Vedete dunque che
nell'utilizzazione delle nostre pur fondate interpretazioni si deve usare
riserbo e prudenza: fatti psicologicamente equivalenti possono avere in pratica
una grande varietà di significati .
Fenomeni come questi vi appariranno molto inconsueti. Forse siete inclini a
supporre che la controvolontà "indiretta" caratterizzi il processo come già
patologico. Ma vi posso assicurare che essa si presenta anche nell'ambito della
normalità e della sanità.
D'altra parte non fraintendetemi. Non intendo in alcun modo essere io stesso
ad ammettere l'inattendibilità delle nostre interpretazioni analitiche. La
suddetta molteplicità di significati della dimenticanza di propositi sussiste
infatti soltanto finché non avremo intrapreso un'analisi del caso, e finché ci
limitiamo a interpretare sulla base di premesse generali. Eseguendo l'analisi,
apprendiamo ogni volta con sufficiente certezza se la controvolontà è diretta o,
comunque, donde essa tragga origine.
Un secondo punto è il seguente. Se in una grande maggioranza di casi troviamo
confermato che la dimenticanza di un proposito risale a una controvolontà,
trarremo da ciò il coraggio di estendere questa soluzione anche a un'altra serie
di casi, nei quali la persona analizzata non conferma la controvolontà da noi
dedotta, ma anzi la smentisce. Prendete come esempi di ciò i casi oltremodo
frequenti in cui si dimentica di restituire libri presi a prestito, di pagare
conti o debiti. Noi saremo così audaci da rinfacciare all'individuo in questione
che in lui esiste l'intenzione di tenersi i libri e di non pagare i debiti,
mentre egli sconfesserà questa intenzione pur non essendo in grado di darci
un'altra spiegazione del suo comportamento. Al che noi proseguiamo dicendo che
egli nutre quest'intenzione, pur non sapendone nulla, ma che per noi è
sufficiente che essa si tradisca in lui attraverso l'effetto della dimenticanza.
Egli può ripeterci di aver appunto dimenticato. Riconoscerete una situazione che
già una volta abbiamo discusso. Se vogliamo portare innanzi in modo conseguente
il nostro discorso sugli atti mancati, che già più volte si è rivelato fondato,
siamo inevitabilmente spinti ad ammettere che ci sono nell'uomo tendenze le
quali possono agire senza che egli lo sappia. Con questo però ci mettiamo in
contrasto con tutte le opinioni che dominano la vita e la psicologia.
La DIMENTICANZA DI NOMI PROPRI E DI NOMI STRANIERI, come pure di parole
straniere, può ugualmente essere ricondotta a una controintenzione, rivolta
direttamente o indirettamente contro quel nome. Già in precedenza vi ho portato
diversi esempi di tale avversione diretta. Ma in questo campo la determinazione
indiretta è particolarmente frequente e il suo accertamento richiede perlopiù
accurate analisi. Così, ad esempio, in questo tempo di guerra, che ci ha
costretto a rinunciare a tante delle nostre inclinazioni precedenti, anche la
capacità di ricordare nomi propri ha sofferto molto, in seguito ai nessi più
strani. Poco tempo fa mi è successo di non poter riprodurre il nome dell'innocua
città morava di BISENZ, e dall'analisi è risultato che non ne era responsabile
alcuna ostilità diretta, ma la sua assonanza con il nome del palazzo BISENZI di
Orvieto, nel quale per altro ho alloggiato con piacere varie volte. Come motivo
della tendenza rivolta contro il ricordo di questo nome si presenta qui, per la
prima volta, un principio che ci si svelerà più tardi in tutta la sua enorme
importanza nell'etiologia dei sintomi nevrotici: l'avversione della memoria a
ricordare qualcosa che sia legato a sensazioni di dispiacere e la cui
riproduzione rinnoverebbe questo dispiacere. Questa intenzione di evitare un
dispiacere proveniente dal ricordo o da altri atti psichici, la fuga psichica
dal dispiacere, dev'essere da noi riconosciuta come la causa efficiente ultima
non solo della dimenticanza di nomi, ma di molti altri atti mancati, come le
omissioni, gli errori e così via.
La dimenticanza di nomi sembra però essere particolarmente facilitata sotto
il profilo psicofisiologico e si presenta quindi anche in casi che non
permettono di confermare l'inframmettenza di un motivo di dispiacere. Se
qualcuno tende a dimenticare nomi, potrete costatare in lui, attraverso
l'indagine analitica, che i nomi non gli sfuggono solo perché non gli piacciono
o gli fanno venire in mente cose sgradevoli, ma anche perché per lui quel nome
appartiene a un'altra cerchia di associazioni, con la quale ha rapporti più
intimi. Il nome viene, per così dire, ivi trattenuto, e rifiutato alle altre
associazioni momentaneamente attivate. Se pensate agli espedienti della
mnemotecnica, rileverete con una certa sorpresa che i nomi si dimenticano a
causa degli stessi nessi che di solito vengono approntati appositamente per
preservarli dalla dimenticanza. L'esempio più evidente a questo proposito è dato
dai nomi propri di persona i quali, com'è comprensibile, possiedono a seconda
delle persone una valenza psichica del tutto diversa. Prendete, ad esempio, un
nome come Teodoro. Per uno di voi non significherà nulla di particolare; per un
altro è il nome del padre, del fratello, dell'amico, o il proprio. L'esperienza
analitica vi mostrerà allora che il primo non corre il pericolo di dimenticare
che una certa persona estranea porta questo nome, mentre gli altri saranno
costantemente inclini a rifiutare all'estraneo un nome che sembra loro riservato
a relazioni particolarmente intime. Supponete ora che questa inibizione
associativa possa coincidere con l'azione del principio di dispiacere e,
inoltre, con un meccanismo indiretto: sarete così in grado di farvi un'idea
esatta della complessità delle cause che determinano la dimenticanza temporanea
di nomi. Tuttavia un'analisi appropriata vi sbroglierà perfettamente questa
matassa.
Le DIMENTICANZE DI IMPRESSIONI ED ESPERIENZE mettono in rilievo la tendenza
ad allontanare dalla memoria ciò che è sgradevole con una evidenza ed
esclusività ancora maggiore della dimenticanza di nomi. Non tutte queste
dimenticanze rientrano naturalmente negli atti mancati, ma solo quelle che,
valutate col metro della nostra abituale esperienza, ci sembrano particolarmente
appariscenti e ingiustificate; quindi, ad esempio, allorché la dimenticanza
riguarda impressioni troppo fresche o significative, o tali per cui il loro
venir meno apre una lacuna in un contesto che è altrimenti ben ricordato. Perché
e in che modo possiamo dimenticare, tra le altre, esperienze che certamente
hanno suscitato in noi impressioni profondissime, come gli avvenimenti dei primi
anni della nostra infanzia, è un problema del tutto diverso, nel quale la difesa
contro impulsi spiacevoli ha una certa parte, ma è ben lungi dallo spiegare
tutto. Che impressioni sgradevoli vengano facilmente dimenticate è un dato di
fatto da non mettere in dubbio. Diversi psicologi lo hanno notato e il grande
Darwin ne fu colpito così profondamente che si impose la "regola aurea" di
annotare con particolare cura le osservazioni che apparivano sfavorevoli alla
sua teoria, perché si era persuaso che proprio queste non volessero fissarsi
nella sua memoria.
Chi sente parlare per la prima volta di questo principio della difesa dai
ricordi spiacevoli per mezzo della dimenticanza, raramente trascura di sollevare
l'obiezione di aver piuttosto fatto l'esperienza che proprio ciò che è penoso è
difficile da dimenticare, poiché ritorna sempre a tormentare la persona contro
la sua volontà, per esempio il ricordo di offese e umiliazioni.
Anche questo è giusto, eppure l'obiezione non colpisce nel segno.
E' importante che si cominci per tempo a tener conto del fatto che la vita
psichica è un campo d'azione e di battaglia di tendenze contrastanti o, per
esprimerci in forma non dinamica, è fatta di contraddizioni e di coppie di
opposti. La dimostrazione che esiste una determinata tendenza non è sufficiente
per escludere l'esistenza di una tendenza contrastante: c'è posto per
entrambe.
Ciò che importa è solo quale posizione reciproca assumano i contrari, quali
effetti derivino dall'uno e quali dall'altro.
Il PERDERE e lo SMARRIRE sono per noi particolarmente interessanti per la
molteplicità dei loro significati, ossia per la varietà delle tendenze al cui
servizio possono mettersi questi atti mancati. Comune a tutti i casi è che si
voleva perdere qualcosa, diverso ne è invece il motivo e lo scopo. Si perde una
cosa quando è diventata difettosa, quando si ha l'intenzione di sostituirla con
una migliore, quando ha cessato di esserci cara, quando proviene da una persona
con la quale i rapporti si sono guastati, o quando è stata acquistata in
circostanze alle quali non si vuol più pensare. Allo stesso scopo può servire
anche il lasciar cadere, il danneggiare, il rompere un oggetto. Nell'ambito
della vita sociale sembra che sia stato sperimentato che i figli non voluti e
illegittimi sono notevolmente più fragili di quelli concepiti legittimamente.
Perché si ottenga questo risultato non occorre la tecnica grossolana delle
cosiddette fabbricatrici di angeli: una certa negligenza nella cura del bambino
sarà del tutto sufficiente. Per quanto riguarda la conservazione degli oggetti,
le cose potrebbero andare come per la custodia dei bambini.
Tuttavia, certe cose potrebbero essere destinate alla perdita senza che ne
sia stato diminuito il valore, quando cioè esiste l'intenzione di sacrificare
qualcosa al destino per scansare un'altra perdita di cui si ha timore. A quanto
asserisce l'analisi, simili scongiuri contro il destino sono ancora molto
frequenti tra noi; il nostro perdere è quindi spesso un volontario sacrificare.
Il perdere può altresì mettersi al servizio di un atteggiamento di sfida e di
autopunizione; in breve, infinite e remotissime possono essere le motivazioni
della tendenza a perdere una cosa per allontanarla da sé.
La SBADATAGGINE, come altri errori, viene impiegata spesso allo scopo di
appagare desideri che ci si deve interdire. L'intenzione si maschera in questo
caso da combinazione fortunata. Così, ad esempio quando, chiaramente
controvoglia, si deve andare a fare una visita in ferrovia nelle vicinanze della
città, come accadde a uno dei nostri amici, e poi alla stazione in cui bisogna
cambiare treno si sale per errore su quello che ci riporta nuovamente in città;
oppure quando, in viaggio, si vorrebbe assolutamente fare una sosta più lunga in
una stazione intermedia, ma non si può farla a causa di determinati impegni, e
allora non ci si accorge di una certa coincidenza o la si perde, per cui si è
costretti all'interruzione desiderata. Oppure, come avvenne a uno dei miei
pazienti, cui avevo proibito di chiamare per telefono la sua amata, il quale
però, volendo telefonare a me, richiese "erroneamente", "soprappensiero", un
numero sbagliato, così che si trovò improvvisamente collegato con la ragazza. Un
bell'esempio di sbadataggine diretta, di importanza anche pratica, è dato
dall'osservazione di un tecnico che racconta che cos'era accaduto prima di un
danneggiamento d'oggetto:
"Tempo fa lavoravo con alcuni colleghi nel laboratorio del Politecnico
attorno a una serie di complicate esperienze sull'elasticità; ci eravamo assunti
il lavoro volontariamente ma esso cominciava a portarci via più tempo del
previsto. Un bel giorno, mentre mi stavo recando al laboratorio col mio collega
F., questi disse che gli rincresceva perdere tanto tempo proprio quel giorno,
che aveva tante altre cose da fare in casa; io non potei che mostrarmi
d'accordo, e aggiunsi, quasi scherzando, alludendo a un fatto della settimana
precedente: 'Speriamo che la macchina s'inceppi di nuovo, così che possiamo
interrompere il lavoro e tornare a casa più presto!' Nella distribuzione del
lavoro, al collega F. viene assegnato il compito di comandare la valvola della
pressa, vale a dire gli tocca far entrare lentamente il liquido di pressione nel
cilindro della pressa idraulica dall'accumulatore, aprendo cautamente la
valvola. Il direttore dell'esperimento osserva il manometro e quando è raggiunta
la pressione voluta grida: 'Alt!'. A questo comando F. dà di piglio alla valvola
girandola con tutta forza...
a sinistra (tutte le valvole senza eccezione si chiudono girando verso
destra). Con ciò tutta la pressione dell'accumulatore viene di colpo ad agire
nella pressa, e siccome la tubazione non è predisposta per una pressione così
alta, un raccordo scoppia: un piccolo guasto tecnico che ci costringe tuttavia a
sospendere il lavoro per quel giorno e a tornarcene a casa.
E' del resto caratteristico che qualche tempo dopo, conversando di questo
incidente, l'amico F. non volle ricordarsi assolutamente della mia frase
scherzosa, che io però ricordavo con sicurezza".
In base a questo potete giungere a supporre che non è sempre il caso
innocente a trasformare le mani del personale domestico in nemici così
pericolosi per gli oggetti della vostra casa. Potete però del pari chiedervi se,
quando uno nuoce a sé stesso e mette in pericolo la propria incolumità, ciò sia
sempre dovuto al caso.
Si tratta di suggerimenti del cui valore potete rendervi conto volta per
volta analizzando vostre osservazioni.
Egregi ascoltatori, questo è lungi dall'essere tutto ciò che ci sarebbe da
dire sugli atti mancati. C'è ancora molto da ricercare e da discutere. Ma sarò
contento se le discussioni che precedono saranno riuscite a scuotere in parte le
opinioni da voi fin qui condivise, predisponendovi in qualche misura ad
accettarne di nuove. Per il resto mi rassegno a lasciarvi in presenza di uno
stato di cose non chiarito. Lo studio degli atti mancati non ci consente di
dimostrare tutte le nostre tesi; nessuna dimostrazione inoltre ci rinvia
esclusivamente a questo materiale. Il grande valore degli atti mancati per i
nostri scopi consiste nel fatto che si tratta di fenomeni molto frequenti,
facilmente osservabili sulla propria persona, il cui verificarsi non presuppone
in alcun modo uno stato morboso. Vorrei da ultimo menzionare ancora una sola
delle vostre domande che non hanno ricevuto risposta: se gli uomini, come
abbiamo visto in molti esempi, si avvicinano tanto alla comprensione degli atti
mancati e si comportano spesso come se ne intravedessero il senso, com'è
possibile che essi considerino questi fenomeni in via del tutto generale come
casuali, privi di senso e di importanza, e si oppongano tanto energicamente alla
spiegazione psicoanalitica dei medesimi?
Avete ragione, è una cosa che colpisce e che richiede uni spiegazione.
Tuttavia non ve la darò, ma vi condurrò gradualmente a cogliere i nessi a
partire dai quali la spiegazione vi s'imporrà senza il mio intervento.
NOTE:
- Ciò avvenne nel Parlamento (Reichstag) tedesco nel novembre 1908.
Parte seconda
IL SOGNO
Lezione 5 - DIFFICOLTA' E PRIMI APPROCCI
Signore e Signori, un giorno qualcuno fece la scoperta che i sintomi
patologici di certi pazienti nervosi hanno un senso (1).
Su tale scoperta fu fondato il procedimento terapeutico psicoanalitico.
Durante questo trattamento avvenne che gli ammalati, al posto dei loro sintomi,
producessero anche sogni.
Nacque così il sospetto che anche questi sogni avessero un senso.
Noi però non procederemo secondo questo cammino storico, ma prenderemo la
strada opposta. Vogliamo dimostrare il senso dei sogni a titolo di preparazione
allo studio delle nevrosi. Questa inversione è giustificata, poiché non soltanto
lo studio del sogno è la migliore preparazione a quello delle nevrosi, ma il
sogno stesso è anche un sintomo nevrotico e precisamente un sintomo che ha il
vantaggio, per noi inestimabile, di presentarsi in tutte le persone sane. Anzi,
se tutti gli uomini fossero sani e sognassero soltanto, noi potremmo desumere
dai loro sogni quasi tutte le scoperte alle quali ha condotto l'investigazione
delle nevrosi.
Il sogno diventa dunque in tal modo oggetto d'indagine psicoanalitica:
abbiamo qui ancora una volta un fenomeno usuale, tenuto in poca considerazione e
apparentemente senza valore pratico come gli atti mancati, con i quali il sogno
ha in comune il fatto di verificarsi nelle persone sane. Ma, quanto al resto, le
condizioni per il nostro lavoro sono assai più sfavorevoli. Gli atti mancati
erano stati trascurati dalla scienza, ci si era poco interessati a essi, ma, in
fin dei conti, non era una vergogna occuparsene. La gente diceva che esistono
cose più importanti, ma che forse anche da questi atti si può trarre qualche
insegnamento.
Occuparsi del sogno, invece, non è giudicato semplicemente un fatto superfluo
e privo di valore pratico, ma qualcosa di decisamente riprovevole che attira
l'odio riservato a ciò che non è scientifico e risveglia il sospetto di
un'inclinazione personale al misticismo. Possibile che un medico debba
interessarsi del sogno mentre nella stessa neuropatologia e psichiatria ci sono
tante cose più serie: tumori che raggiungono la grossezza di una mela e che
comprimono l'organo della vita mentale, travasi di sangue, infiammazioni
croniche, ove le alterazioni dei tessuti possono essere dimostrate al
microscopio! No, il sogno è troppo insignificante e non merita di essere fatto
oggetto d'indagine.
Il sogno è per di più una cosa la cui stessa natura contrasta con tutti i
requisiti di una ricerca esatta, perché nella sua indagine, oltre tutto non si è
nemmeno sicuri dell'oggetto.
Un'idea delirante, per esempio, si presenta in modo chiaro e con contorni
definiti. "Io sono l'imperatore della Cina", dice esplicitamente il paziente. Ma
il sogno? Perlopiù non lo si può affatto raccontare. Quando qualcuno racconta un
sogno, ha forse una garanzia di averlo raccontato esattamente e di non averlo
invece modificato nel raccontarlo, di non avervi aggiunto qualcosa d'inventato,
costretto dall'indeterminatezza del proprio ricordo?
La maggior parte dei sogni non possono venire ricordati affatto, sono
dimenticati a eccezione di alcuni piccoli frammenti. E sull'interpretazione di
questo materiale si dovrebbe fondare una psicologia scientifica o un metodo per
curare gli ammalati?
Una critica in qualche modo eccessiva finisce col metterci in sospetto. Le
obiezioni contro il sogno quale oggetto d'indagine vanno palesemente troppo in
là. Del problema dell'irrilevanza ci siamo già occupati a proposito degli atti
mancati. Grandi cose, ci siamo detti, possono manifestarsi anche con piccoli
indizi. Per ciò che riguarda l'indeterminatezza del sogno, essa è per l'appunto
un carattere come un altro; non si può prescrivere alle cose di avere un certo
carattere. Del resto ci sono anche sogni chiari e distinti. Esistono anche altri
oggetti dell'indagine psichiatrica che hanno lo stesso carattere di
indeterminatezza; in molti casi, per esempio, le rappresentazioni ossessive,
delle quali, dopo tutto, si sono occupati psichiatri rispettabili ed eminenti.
Voglio ricordare l'ultimo caso che mi si è presentato nella mia attività di
medico. L'ammalata esordì con le parole: "Ho una certa sensazione, come di aver
fatto del male o di aver voluto fare del male a un essere vivente... a un
bambino? ma no, a un cane piuttosto... forse di averlo spinto giù da un ponte..
o qualcos'altro". Allo svantaggio dell'incertezza nel ricordare i sogni si può
rimediare: basta stabilire che come sogno debba valere precisamente ciò che il
sognatore racconta, a prescindere da tutto ciò che egli può aver dimenticato o
modificato nel ricordo. Infine, non è nemmeno giusto affermare in maniera così
generale che il sogno è qualcosa di irrilevante. Ci è noto per nostra personale
esperienza che lo stato d'animo nel quale ci si sveglia da un sogno può
protrarsi per l'intera giornata; i medici hanno osservato casi nei quali una
malattia mentale ha tratto origine da un sogno e un'idea delirante originata da
questo sogno si è conservata; di personaggi storici si narra che abbiano attinto
da sogni l'incitamento a imprese memorabili. Chiediamoci dunque donde provenga
il disprezzo dei circoli scientifici per il sogno.
A mio parere si tratta di una reazione alla sopravvalutazione dei sogni in
epoche precedenti. La ricostruzione del passato non è facile, come è noto, ma
possiamo presumere con certezza - mi si passi la battuta - che già i nostri
antenati di tremila e più anni fa abbiano sognato in modo simile al nostro. Per
quanto ne sappiamo, tutti gli antichi popoli hanno attribuito ai sogni una
grande importanza e li hanno ritenuti utilizzabili da un punto di vista pratico.
Ne hanno tratto indizi per il futuro, vi hanno cercato presagi. Probabilmente
per i Greci e per gli altri popoli orientali una campagna militare senza
interpreti di sogni era inconcepibile, così come al giorno d'oggi lo sarebbe
senza ricognizione aerea. Quando Alessandro Magno intraprese la sua campagna di
conquiste, al suo seguito si trovavano i più famosi interpreti di sogni. La
città di Tiro, che a quei tempi si trovava ancora su un'isola, oppose al re una
resistenza così violenta che a costui venne in mente di rinunciare all'assedio.
Ma una notte sognò un satiro che ballava come in trionfo, e quando riferì questo
sogno ai suoi interpreti, gli venne risposto che gli era stata annunciata la
vittoria sulla città. Ordinò l'assalto e occupò Tiro. Presso gli Etruschi e i
Romani erano in uso altri metodi per scrutare il futuro, ma durante tutto il
periodo ellenistico-romano l'interpretazione dei sogni fu praticata e tenuta in
alta considerazione. Della letteratura che se ne è occupata ci è rimasta
fortunatamente l'opera principale, il libro di Artemidoro di Daldi che visse
presumibilmente durante il regno dell'imperatore Adriano. Come sia avvenuto poi
che l'arte dell'interpretazione onirica decadesse e il sogno venisse in
discredito, non so dirvelo. La rinascita della cultura non può avervi avuto gran
parte, poiché l'oscura età di mezzo ha conservato fedelmente cose ben più
assurde dell'antica interpretazione dei sogni. Fatto è che l'interesse per il
sogno decadde a poco a poco al rango di superstizione e poté sussistere solo
nelle persone incolte. L'ultimo abuso dell'interpretazione onirica, ancora ai
giorni nostri, è quello che cerca di sapere dai sogni i numeri che saranno
estratti al lotto. Per contro, la scienza esatta dell'epoca attuale si è
occupata ripetutamente del sogno, ma sempre soltanto con l'intento di applicarvi
le sue teorie fisiologiche. Per i medici, naturalmente, il sogno ha il valore di
un atto che non è psichico, di un'espressione di stimoli somatici nella vita
mentale. Binz (2) definisce il sogno come "un processo somatico, in tutti i casi
inutile, in molti casi addirittura morboso, rispetto al quale l'anima
dell'universo e l'immortalità sono tanto in alto quanto l'azzurro etere rispetto
a un terreno sabbioso coperto di erbacce situato nella più bassa depressione".
Maury lo paragona ai sobbalzi disordinati del ballo di san Vito confrontati con
i movimenti coordinati della persona normale. Un antico paragone fa un parallelo
tra il contenuto del sogno e i suoni che produrrebbero "le dieci dita di una
persona del tutto ignara di musica che scorrono sulla tastiera dello
strumento".
Interpretare significa trovare un senso nascosto. Naturalmente non si può
parlare di interpretazione qualora si valuti nel modo su riportato l'attività
onirica. Andate a leggere le descrizioni del sogno fatte da Wundt, da Jodl e da
altri filosofi più recenti; esse si accontentano di fare un'elencazione dei
punti di divergenza fra la vita onirica e il pensiero vigile con un intento
svalutativo nei riguardi del sogno, e mettono in risalto lo sgretolamento delle
associazioni, la sospensione della critica, l'esclusione di ogni sapere, e altri
segni di impoverimento delle funzioni psichiche. L'unico prezioso contributo
alla conoscenza del sogno di cui siamo debitori alla scienza esatta si riferisce
all'influenza che sul contenuto del sogno hanno determinati stimoli somatici
attivi durante il sonno. Possediamo due grossi volumi di ricerche sperimentali
sul sogno di un autore norvegese morto da poco, J. Mourly Vold (3), che trattano
quasi esclusivamente degli effetti prodotti sul sogno dai cambiamenti di
posizione delle membra. Questi libri ci vengono decantati come modelli di
ricerca esatta sul sogno. Potete ora figurarvi che cosa direbbe la scienza
esatta se apprendesse che vogliamo fare il tentativo di trovare il senso dei
sogni! Può darsi persino che si sia già espressa al riguardo. Tuttavia non ci
lasceremo intimidire. Se gli atti mancati potevano avere senso, anche il sogno
può averlo, e in moltissimi casi gli atti mancati hanno un senso che è sfuggito
alla ricerca esatta. Atteniamoci quindi al pregiudizio degli antichi e del
popolo e seguiamo le orme degli antichi interpreti dei sogni.
Innanzitutto dobbiamo trovare il modo di orientarci circa il compito che ci
sta di fronte e guardarci intorno nel campo dei sogni. Che cos'è dunque un
sogno? E' difficile dirlo in una frase.
Ma non vogliamo tentare una definizione quando può bastare un accenno a
qualcosa che tutti conoscono. E' piuttosto nostro dovere mettere in rilievo ciò
che è essenziale nel sogno. Dove trovarlo?
Ci sono diversità talmente enormi entro la cornice del nostro campo, e queste
diversità le scopriamo ovunque volgiamo lo sguardo. Essenziale sarà ciò che
avremo indicato come comune a tutti i sogni.
Ebbene, il primo tratto comune a tutti i sogni potrebbe essere il fatto che
nel sognare dormiamo. Il sogno costituisce evidentemente la vita della psiche
durante il sonno, vita che ha certe somiglianze con quella della veglia e che
d'altra parte se ne discosta per grandi differenze. Questa era già la
definizione di Aristotele. Ma forse tra sogno e sonno esistono relazioni ancora
più strette. Da un sogno si può venir destati; si ha molto spesso un sogno
quando ci si sveglia spontaneamente o quando si viene strappati violentemente
dal sonno. Il sogno sembra quindi essere uno stato intermedio tra sonno e
veglia. Così la nostra attenzione viene richiamata sul problema del sonno. Che
cos'è dunque il sonno?
E' questo un problema fisiologico o biologico che ha ancora molti aspetti
controversi. Su questo punto non possiamo decidere nulla, anche se penso che
possiamo tentare una caratterizzazione psicologica del sonno. Il sonno è uno
stato nel quale io non voglio sapere nulla del mondo esterno, ho ritirato da
esso il mio interesse. Nel mettermi a dormire mi ritraggo dal mondo esterno e
tengo lontani da me i suoi stimoli. Mi addormento, anche, quando ne sono stanco.
Nell'addormentarmi dico dunque al mondo esterno:
lasciami in pace perché voglio dormire. Il bambino al contrario dice: non
vado ancora a dormire, non sono stanco, voglio avere qualche altra esperienza.
La tendenza biologica del sonno sembra essere quindi il ristoro, il suo
carattere psicologico il venir meno dell'interesse per il mondo. Il nostro
rapporto con il mondo, nel quale siamo entrati così malvolentieri, sembra
implicare il fatto che non lo sopportiamo senza interruzioni. Ci ritiriamo
perciò di tanto in tanto nello stato prenatale, ossia nell'esistenza
endouterina. O almeno, ci creiamo condizioni del tutto simili a quelle di
allora: calore, oscurità e assenza di stimoli. Alcuni di noi si raggomitolano
ancora strettamente in sé stessi e assumono per dormire una posizione corporea
simile a quella assunta nel grembo materno. Sembra quasi che il mondo non ci
possegga interamente, anche noi adulti, ma solo per due terzi; per un terzo non
siamo ancora nati. Ogni risveglio al mattino è come una nuova nascita. Infatti
indichiamo lo stato che succede al sonno con le parole: "è come se fossimo
appena nati", ma è questa un'asserzione, circa le sensazioni del neonato,
probabilmente sbagliatissima, poiché è da supporre che questi si senta invece
molto a disagio. Del nascere diciamo anche: "venire alla luce" del mondo.
Se questo è il sonno, il sogno non rientra affatto nel suo programma; esso
sembra piuttosto un ingrediente indesiderato. E' anche opinione comune che il
sonno privo di sogni sia il migliore, l'unico veramente tale. Nel sonno non deve
esserci alcuna attività psichica; e se invece c'è lo stesso, vuol dire che
l'attuazione dello stato di quiete fetale non è riuscita; non si sono potuti
evitare completamente residui di attività psichica. Questi residui sono
presumibilmente il sogno. Ma allora sembra realmente che non sia necessario che
il sogno abbia un senso. Nel caso degli atti mancati la situazione era diversa:
si trattava dopo tutto di attività svolte durante la veglia. Quando invece io
dormo, quando ho sospeso completamente l'attività psichica, senza riuscire però
a reprimerne certi residui, allora non è affatto necessario che questi residui
abbiano un senso. Non saprei neanche che farmene di un tale senso, poiché il
resto della mia vita psichica dorme. In realtà non può trattarsi che di una
specie di reazione di soprassalto, che di fenomeni psichici risultanti
direttamente da stimoli somatici. I sogni sarebbero quindi i residui
dell'attività psichica della veglia che disturbano il sonno, e potremmo prendere
la risoluzione di abbandonare quanto prima questo argomento non adatto per la
psicoanalisi.
Ciò nondimeno, anche se è superfluo, il sogno esiste lo stesso e possiamo
tentare di renderci ragione di questa esistenza. Perché la vita psichica non si
addormenta? Probabilmente perché qualcosa non lascia in pace la psiche. Su di
essa agiscono stimoli ai quali bisogna reagire. Il sogno è quindi il modo con il
quale la psiche reagisce agli stimoli che agiscono durante lo stato di
sonno.
Notiamo qui una prima via d'accesso alla comprensione del sogno.
Possiamo ora cercare in diversi sogni quali siano gli stimoli che vogliono
disturbare il sonno e ai quali si reagisce sognando. Fin qui ci ha condotto
l'esame di ciò che sembrerebbe il primo tratto comune a tutti i sogni.
Esiste un altro tratto comune? Sì, ed è un tratto inconfondibile, ma molto
più difficile da afferrare e da descrivere. I processi psichici nel sonno hanno
anche un carattere del tutto diverso da quelli della veglia. Nel sogno si
sperimentano ogni sorta di fatti, e a essi si crede, mentre in effetti non si è
sperimentato nulla tranne forse quell'unico stimolo perturbatore.
Prevalentemente si vive il sogno in immagini visive; possono esservi anche
sentimenti, qua e là anche pensieri; anche gli altri sensi possono esperire
qualcosa, ma in prevalenza si tratta di immagini. Una parte delle difficoltà nel
raccontare il sogno proviene dal fatto che queste immagini devono essere
tradotte in parole. "Potrei disegnarlo ci dice spesso il sognatore - ma non so
come dirlo". Non si tratta dunque, in realtà, di un'attività psichica ridotta,
come quella del deficiente in confronto al genio; è qualcosa di qualitativamente
diverso, ma è difficile dire dove stia la differenza. Fechner formulò una volta
l'ipotesi che la scena sulla quale si svolgono i sogni (nella psiche) sia
diversa da quella della vita rappresentativa vigile. A dire il vero, questo non
lo comprendiamo, non sappiamo cosa pensarne, però rende l'impressione di
stranezza che ci dà la maggior parte dei sogni. Nemmeno il paragone fra
l'attività onirica e le prestazioni di una mano ignara di musica qui regge. Il
pianoforte risponderà pur sempre con le stesse note, anche se non con melodie,
non appena il caso scorra con la mano sui suoi tasti. Teniamo accuratamente
presente questo secondo tratto comune a tutti i sogni, anche se possiamo non
averlo compreso.
Ce n'è altri, di aspetti comuni? Io non ne trovo; vedo dappertutto solo
differenze, e sotto ogni profilo: tanto per ciò che si riferisce alla durata
apparente, quanto anche alla chiarezza, alla partecipazione affettiva, alla
possibilità di ritenzione, e altro.
Tutto ciò non è propriamente quanto avremmo potuto aspettarci dalla reazione
di difesa contro uno stimolo, reazione necessitata, povera, del tipo a sobbalzi.
Per ciò che concerne la dimensione dei sogni, ce ne sono di molto brevi, che
contengono solo una o poche immagini, un pensiero, persino solo una parola;
altri che sono straordinariamente ricchi di contenuto, che mettono in scena
interi romanzi e sembrano durare a lungo. Ci sono sogni chiari come l'esperienza
concreta, così chiari che per un bel tratto dopo il risveglio continuiamo a non
riconoscerli come sogni; altri che sono indicibilmente tenui, nebulosi e vaghi;
in uno stesso e medesimo sogno possono anzi alternarsi parti fortemente marcate
e parti indistinte, a malapena afferrabili. Alcuni sogni possono essere
perfettamente sensati o perlomeno coerenti, anzi perfino spiritosi, belli in
modo fantastico; altri, invece, sono confusi, quasi idioti, assurdi, spesso
addirittura pazzi. Ci sono sogni che ci lasciano completamente freddi, altri in
cui tutti gli affetti si fanno sentire con forza, un dolore fino a piangere,
un'angoscia fino a svegliarsi, meraviglia, rapimento eccetera. I sogni vengono
perlopiù dimenticati rapidamente dopo il risveglio, oppure resistono per una
giornata così da venir ricordati fino a sera, ma sempre più vagamente e con
sempre maggiori lacune; altri, ad esempio certi sogni infantili, si conservano
così bene da essere presenti alla memoria, trent'anni dopo, come un'esperienza
recente. I sogni, come gli individui, possono comparire un'unica volta e mai
più, oppure ripresentarsi immutati o con piccole varianti nella stessa persona.
In breve, questo briciolo di attività psichica notturna dispone di un gigantesco
repertorio, ed è ancora capace, in effetti, di tutto ciò che la psiche produce
durante il giorno; tuttavia non è mai la stessa cosa.
Si potrebbe tentare di rendere ragione di queste varietà di aspetti del sogno
supponendo che essi corrispondano a diversi stadi intermedi tra il sonno e la
veglia, a diversi gradi di sonno incompleto. Sì, ma allora assieme al valore, al
contenuto e alla chiarezza della produzione onirica, anche la certezza che si
tratta di un sogno dovrebbe aumentare dal momento che in sogni di questo genere
la psiche si avvicina al risveglio, e non dovrebbe succedere che immediatamente
accanto a un frammento onirico logico e chiaro ne emerga un altro privo di senso
o indistinto, al quale segua poi nuovamente un pezzo di lavoro ben fatto. La
psiche non può certamente cambiare con tanta rapidità la profondità del suo
sonno. Pertanto, questa spiegazione non porta a nulla; le cose non sono così
semplici.
Rinunciamo provvisoriamente al "senso" del sogno e tentiamo invece di aprirci
una via verso una migliore comprensione dei sogni partendo da quanto abbiamo
trovato in essi di comune. Dal rapporto dei sogni con lo stato di sonno abbiamo
concluso che il sogno è la reazione a uno stimolo che disturba il sonno. Come
abbiamo visto, questo è anche l'unico punto sul quale la psicologia
sperimentale, esatta, può venirci in aiuto; essa fornisce la dimostrazione che
stimoli provocati durante il sonno compaiono nel sogno. Molte ricerche di questo
genere sono state condotte, oltre a quelle del già menzionato Mourly Vold; anche
ognuno di noi ha probabilmente avuto l'opportunità di confermare questo
risultato con proprie occasionali osservazioni. Maury fece eseguire tali
esperimenti sulla propria persona. Durante il sonno gli fu fatta odorare
dell'acqua di colonia: sognò di essere al Cairo nel negozio di Giovanni Maria
Farina, e seguirono altre straordinarie avventure.
Oppure, gli si pizzicò lievemente la nuca: sognò che gli applicavano un
cataplasma bollente, e di un medico che lo aveva curato da bambino. Ancora, gli
versarono una goccia d'acqua sulla fronte: si trovava in Italia, sudava
abbondantemente e beveva vino bianco d'Orvieto.
Quello che ci colpisce in questi sogni prodotti sperimentalmente potremo
afferrarlo forse ancor più chiaramente in un'altra serie di sogni provocati da
stimoli. Si tratta di tre sogni riferiti da uno spiritoso osservatore,
Hildebrandt, consistenti tutti in reazioni al rumore della sveglia:
"Sogno dunque di andarmene pian piano a passeggio una mattina di primavera
per i campi rigogliosi, finché arrivo a un villaggio lì vicino, dove vedo gli
abitanti vestiti a festa, col libro di preghiere in mano, avviarsi in gran
numero verso la chiesa. E' vero! Oggi è domenica e sta per incominciare la
funzione del mattino. Decido di assistervi, ma prima, essendo un po' accaldato,
vado a prendere il fresco nel cimitero che circonda la chiesa.
Mentre sto leggendo alcune epigrafi, sento il campanaro salire sul campanile
e lassù scorgo la piccola campana del paese che segnerà l'inizio della funzione.
Per un po' rimane immobile, poi incomincia a dondolare: improvvisamente i suoi
rintocchi risuonano chiari e penetranti, tanto chiari e penetranti da porre fine
al mio sonno. Ma lo scampanio proviene dalla sveglia.
Seconda combinazione. E' una chiara giornata d'inverno, le strade sono
coperte da un alto strato di neve e io ho accettato di prender parte a una corsa
in slitta, ma devo attendere a lungo, finché mi si dice che la slitta è alla
porta. Ecco ora i preparativi per salirvi - indosso la pelliccia, tiro fuori il
sacco a pelo per i piedi - e sono pronto, seduto al mio posto. La partenza
ritarda ancora, ma finalmente le redini danno il via ai cavalli in attesa: i
campanelli scossi con forza attaccano la loro ben nota musica turca con
un'intensità che lacera immediatamente la lieve trama del mio sogno. Anche
questa volta, è solo il trillo della sveglia.
Ecco il terzo esempio. Vedo passare per il corridoio una sguattera che si
dirige verso la sala da pranzo con qualche dozzina di piatti messi l'uno sopra
l'altro. Ho l'impressione che la colonna di porcellana che essa regge sulle
braccia stia per perdere l'equilibrio. 'Attenta - le grido - finirà tutto per
terra'.
Naturalmente non manca la risposta d'obbligo: è già abituata a questi lavori,
e così via. Preoccupato, continuo a seguirla con lo sguardo ed ecco, giunta
davanti alla porta, la ragazza incespica, le fragili stoviglie cadono rovinando
fragorosamente in mille pezzi sul pavimento. Ma il suono che si propaga senza
fine non è, me ne accorgo ben presto, di stoviglie in frantumi, bensì un
autentico trillo: il trillo, come ora chi è desto può riconoscere, della sveglia
che fa il suo dovere".
Questi sogni sono davvero graziosi, perfettamente sensati, nient'affatto
incoerenti come sono di solito i sogni. Non vogliamo criticarli per questo. Ciò
che li accomuna è il fatto che la situazione si risolve ogni volta in un rumore
che al risveglio viene riconosciuto per quello della sveglia. Qui vediamo dunque
come viene prodotto un sogno, ma apprendiamo anche qualcos'altro.
Il sogno non riconosce la sveglia - questa non compare neppure, nel sogno -
ma sostituisce il rumore della sveglia con un altro rumore, interpreta lo
stimolo che fa cessare il sonno ma lo interpreta ogni volta in un modo diverso.
Perché? A questa domanda non c'è risposta, sembra trattarsi di un fatto
arbitrario.
Comprendere il sogno, però, significa poter indicare perché esso abbia scelto
proprio questo rumore e nessun altro per interpretare lo stimolo provocato dalla
sveglia. In modo del tutto analogo, agli esperimenti di Maury si deve obiettare
che pur mostrando bene che lo stimolo indotto si presenta nel sogno, non dicono
tuttavia perché esso si presenti proprio in quella forma, e il perché non sembra
affatto dipendere dalla natura dello stimolo che disturba il sonno. Inoltre,
negli esperimenti di Maury, all'effetto diretto dello stimolo si riconnette
perlopiù una gran messe di altro materiale onirico - per esempio, le
straordinarie avventure nel sogno dell'acqua di Colonia - di cui non si sa
render ragione.
Vogliate ora considerare che i sogni di risveglio offrono le migliori
possibilità di rilevare l'influenza di stimoli esterni perturbanti il sonno.
Nella maggior parte degli altri casi ciò sarà più difficile. Non da tutti i
sogni si viene risvegliati, e se al mattino si ricorda un sogno della notte,
come si farà a scoprire uno stimolo perturbatore che forse ha agito durante la
notte? Sono riuscito una volta a costatare a posteriori uno stimolo sonoro di
questo genere, naturalmente solo grazie a particolari circostanze. Mi svegliai
un mattino in una località d'alta montagna del Tirolo sapendo d'aver sognato che
il Papa era morto. Non ero capace di chiarirmi il sogno, ma poi mia moglie mi
chiese: "Hai sentito verso mattina il terribile scampanio che si è diffuso da
tutte le chiese e cappelle?". No, non avevo udito nulla, il mio sonno è più
resistente, ma grazie a questa informazione compresi il mio sogno. Con quale
frequenza stimolazioni di questo tipo possono indurre il dormiente a sognare,
senza che costui in seguito se ne renda conto? Forse molto spesso e forse no. Se
lo stimolo non può più essere dimostrato, è impossibile persuadersi della sua
esistenza.
Indipendentemente da questo, ci siamo ricreduti circa l'importanza degli
stimoli esterni che disturbano il sonno da quando sappiamo che essi possono
chiarirci solo una piccola parte del sogno e non l'intera reazione onirica.
Non occorre per questo che abbandoniamo completamente tale teoria.
Tanto più che essa è passibile di essere portata oltre. E' chiaro che è
indifferente che cosa possa disturbare il sonno e spingere la psiche a sognare.
Se non può essere ogni volta uno stimolo sensoriale proveniente dall'esterno, al
suo posto può subentrare uno stimolo proveniente dagli organi interni, uno
stimolo cosiddetto corporeo. Questa supposizione risulta molto ovvia; essa
corrisponde anche all'opinione più popolare sull'origine dei sogni: "i sogni
provengono dallo stomaco", si sente dire spesso.
Purtroppo anche qui è da supporre frequente il caso che uno stimolo corporeo
che ha agito durante la notte non sia più accertabile dopo il risveglio e sia
quindi diventato indimostrabile. Non vogliamo con ciò trascurare tutte quelle
valide esperienze che appoggiano la provenienza dei sogni da stimoli corporei.
E' indubbio che, in genere, lo stato degli organi interni può influire sul
sogno. Il rapporto del contenuto di alcuni sogni con un eccessivo riempimento
della vescica o con uno stato di eccitamento degli organi genitali è tanto
chiaro che non può venir disconosciuto. Da questi casi trasparenti si giunge ad
altri, nei quali dal contenuto del sogno si può se non altro dedurre
fondatamente che abbiano agito stimoli corporei di tal genere, poiché nel
contenuto onirico c'è qualcosa che può essere concepito come rielaborazione,
raffigurazione, interpretazione di questi stimoli. Scherner, uno studioso dei
sogni, ha sostenuto con particolare vigore la derivazione di essi da stimoli
organici e ne ha portato alcuni begli esempi (4). Quando egli per esempio vede
in un sogno: "due file di bei ragazzi biondi e dalla carnagione delicata
fronteggiarsi con desiderio di lotta, scagliarsi gli uni contro gli altri,
afferrarsi reciprocamente, svincolarsi di nuovo, riprendere la posizione di
prima e ripetere da capo l'intera operazione", interpretare queste due file di
ragazzi come quelle dei denti è plausibile di per sé e sembra trovare piena
convalida quando, dopo questa scena, il sognatore "estrae dalla sua mascella un
lungo dente". Anche il fatto che "lunghi, stretti, tortuosi corridoi" siano
un'allusione a stimoli intestinali sembra reggere e confermare la tesi di
Scherner che il sogno cerchi soprattutto di rappresentare l'organo che provoca
lo stimolo per mezzo di oggetti a esso simili.
Dobbiamo quindi essere pronti ad ammettere che gli stimoli interni possono
svolgere per il sogno la stessa funzione di quelli esterni. Purtroppo anche il
giudizio sul loro valore soggiace alle stesse obiezioni. In un gran numero di
casi la nostra interpretazione dello stimolo corporeo rimane incerta o
indimostrabile. Non tutti i sogni, ma solo una certa parte di essi desta il
sospetto che nella loro formazione siano implicati stimoli organici interni.
Infine, lo stimolo corporeo interno, proprio come lo stimolo sensoriale esterno,
sarà in grado di spiegare solo quella parte del sogno che corrisponde a una
reazione diretta allo stimolo stesso; da dove provenga poi il resto del sogno,
rimane oscuro.
Teniamo però presente una peculiarità della vita onirica che viene alla luce
studiando questi effetti degli stimoli. Il sogno non riproduce semplicemente lo
stimolo, ma lo rielabora, vi allude, lo inserisce in un contesto, lo sostituisce
con qualcos'altro. E' questo un aspetto del lavoro onirico che deve
interessarci, perché forse conduce più vicino all'essenza del sogno. Se un
individuo fa qualcosa spintovi da uno stimolo, non è detto che questo stimolo
sia sufficiente a dar ragione di tutto ciò che egli fa. Il "Macbeth" di
Shakespeare, per esempio, è un dramma d'occasione, composto per l'ascesa al
trono del re che per la prima volta riuniva sul suo capo le corone dei tre
paesi. Ma questo spunto storico corrisponde al contenuto del dramma, ce ne
spiega la grandezza e gli enigmi? Forse anche gli stimoli esterni e interni che
agiscono sul dormiente suggeriscono soltanto il sogno e nulla ci rivelano della
sua essenza.
L'altro aspetto comune ai sogni, la loro peculiarità psichica, mentre da una
parte è difficilmente afferrabile, dall'altra non offre alcun punto di appoggio
per procedere ulteriormente.
Perlopiù nel sogno sperimentiamo qualcosa in forme visive. Possono gli
stimoli darci una spiegazione di questo? Ciò che noi viviamo è davvero lo
stimolo? Perché allora l'esperienza è di tipo visivo, se solo in rarissimi casi
è stata una stimolazione ottica a suggerire il sogno? Oppure, quando ascoltiamo
in sogno dei discorsi, è davvero accertabile che durante il sonno siano giunti
al nostro orecchio una conversazione o rumori a essa somiglianti?
Credo di poter respingere decisamente questa eventualità.
Se ciò che i sogni hanno in comune non ci consente di procedere, tentiamo di
farlo con le loro diversità. E' vero che i sogni sono spesso insensati, confusi,
assurdi, ma ce ne sono anche di sensati, lucidi, logici. Cerchiamo di vedere se
questi ultimi, i sogni sensati, possono darci qualche schiarimento su quelli
insensati. Vi riferisco l'ultimo sogno ragionevole che mi è stato raccontato, il
sogno di un giovane: "Sono andato a passeggio per la Kärntnerstrasse, là ho
incontrato il signor X., al quale mi sono accompagnato per un tratto di strada,
quindi sono andato al ristorante. Due donne e un uomo si sono seduti al mio
tavolo.
Dapprima mi sono seccato per questo e non ho voluto guardarli. Poi li ho
guardati e ho trovato che erano simpatici". Il sognatore osserva in proposito
che la sera precedente il sogno era andato veramente nella Kärntnerstrasse, che
è la strada che fa solitamente, e vi aveva incontrato il signor X. L'altra parte
del sogno non è una reminiscenza diretta, ma ha solo una certa somiglianza con
un episodio di parecchio tempo prima. Oppure, ecco qui un altro sogno lucido, di
una signora: "Suo marito chiede:
'Non è il caso di far accordare il pianoforte?'. Lei: 'Non ne vale la pena;
tanto bisogna far ricoprire i martelletti'". Questo sogno ripete senza
modificarla molto, una conversazione che si è svolta il giorno prima del sogno
tra la signora e suo marito. Che cosa apprendiamo da questi due sogni lucidi?
Nient'altro se non che in essi si trovano ripetizioni di avvenimenti della vita
quotidiana o riferimenti a essa. Sarebbe già qualcosa se si potesse dire lo
stesso dei sogni in genere. Neanche da parlarne! Anche questo vale solo per una
minoranza di sogni; nella maggior parte di essi non si trova alcun riferimento
al giorno precedente, e non scaturisce di qui alcuna luce sui sogni insensati e
assurdi. Tutto quel che sappiamo è che ci siamo imbattuti in un nuovo compito.
Non solo vogliamo sapere ciò che un sogno dice, ma quando (come nei nostri
esempi) un sogno dice qualcosa chiaramente, vogliamo sapere altresì perché e a
che scopo il materiale noto e vissuto di recente viene ripetuto nel sogno.
Penso che sarete stanchi quanto me di continuare con tentativi come questi da
noi fatti sinora. Abbiamo qui la conferma che non basta avere un grande
interesse per un problema se non si sa quale via imboccare per giungere alla sua
soluzione. Finora questa via non l'abbiamo trovata. La psicologia sperimentale
non ci ha fornito nulla all'infuori di alcune pregevoli indicazioni
sull'importanza degli stimoli che istigano il sogno. Dalla filosofia non abbiamo
da aspettarci nulla, se non che ci rinfacci ancora una volta altezzosamente
l'inferiorità intellettuale del nostro oggetto d'indagine; alle scienze occulte
non vogliamo certo chiedere alcun prestito. La storia e l'opinione popolare ci
dicono che il sogno ha un senso e un significato; che getta uno sguardo nel
futuro: tutte cose difficili da ammettere e certamente non dimostrabili. Così il
nostro primo sforzo ci lascia completamente sconcertati.
Inaspettatamente ci giunge un'indicazione da una parte verso cui non abbiamo
finora guardato. L'uso linguistico - il quale non è affatto qualcosa di casuale,
ma è il sedimento di antiche conoscenze il cui impiego non può certamente essere
incauto - il nostro linguaggio, dunque, conosce qualcosa che chiama stranamente
"sognare a occhi aperti". I sogni a occhi aperti sono fantasie (prodotti dalla
fantasia); sono fenomeni molto generali, osservabili anch'essi tanto in persone
sane che malate e facilmente accessibili allo studio sulla propria persona. Ciò
che più colpisce in queste formazioni della fantasia è che abbiano ricevuto il
nome di "sogni a occhi aperti", poiché non hanno nulla in sé dei due aspetti
comuni ai sogni. Già il nome nega una loro relazione con lo stato di sonno e,
per quanto riguarda il secondo aspetto comune, in esse non c'è alcuna
esperienza, alcuna allucinazione, bensì la rappresentazione di qualcosa; si sa
di fantasticare, non si vede nulla ma si pensa. Questi sogni a occhi aperti
fanno apparizione nella prepubertà, spesso già nella tarda infanzia, persistono
fino agli anni della maturità, poi vengono o abbandonati o mantenuti fino
all'età più avanzata. Il contenuto di queste fantasie è dominato da una
motivazione molto trasparente.
Sono scene e avvenimenti in cui trovano soddisfacimento i bisogni egoistici,
di ambizione e di potenza, oppure i desideri erotici della persona. Nei giovani
uomini prevalgono perlopiù le fantasie ambiziose; nelle donne, che usano
riversare la loro ambizione nei successi amorosi, quelle erotiche. Ma abbastanza
spesso anche negli uomini il bisogno erotico fa apparizione sullo sfondo; tutte
le gesta eroiche e i successi mirano sempre e soltanto a ottenere l'ammirazione
e il favore delle donne. Peraltro questi sogni a occhi aperti sono molto vari e
subiscono alterne vicende: o vengono abbandonati, uno a uno, dopo breve tempo e
sostituiti con nuove fantasie, oppure vengono conservati, sviluppati in lunghe
vicende e adattati ai mutamenti delle circostanze della vita.
Essi, per così dire, vanno di pari passo con il tempo e ne ricevono una
impronta, che attesta l'influsso di ogni nuova situazione. Sono il materiale
grezzo della produzione poetica, poiché dai suoi sogni a occhi aperti il poeta,
mediante certi rimodellamenti, travestimenti e omissioni, crea le situazioni che
inserisce nelle sue novelle, nei suoi romanzi, nei lavori teatrali. L'eroe dei
sogni a occhi aperti è però sempre la persona stessa del poeta, sia direttamente
sia in trasparente identificazione con un'altra persona.
Forse i sogni a occhi aperti portano questo nome perché hanno la medesima
relazione con la realtà; per indicare che il loro contenuto è da ritenersi tanto
poco reale quanto quello dei sogni.
Forse però questa comunanza di nome è basata su una caratteristica psichica
del sogno a noi ancora sconosciuta, una di quelle che stiamo cercando. Può anche
darsi che abbiamo torto a volerci servire di questa simiglianza di denominazione
come se fosse significativa. Tutte cose che comunque potranno venir chiarite
solo in seguito.
NOTE:
- Josef Breuer negli anni 1880-82. Vedi in proposito le mie "Cinque conferenze
sulla psicoanalisi" tenute in America nel 1909, e "Per la storia del movimento
psicoanalitico" (1924).
- C. Binz, "Über den Traum", (Bonn 1878) pagina 35.
- J. M. Vold, "Über den Traum", traduzione tedesca di O. Klemm (Lipsia
1910-12).
- K. A. Scherner, "Das Leben des Traumes" (Berlino 1861).
Lezione 6 - PREMESSE E TECNICA DELL'INTERPRETAZIONE
Signore e Signori, abbiamo dunque bisogno di una nuova strada, di un metodo
per procedere nell'indagine sul sogno. Vi faccio una proposta semplicissima.
Poniamo come premessa a quanto segue che IL SOGNO NON SIA UN FENOMENO SOMATICO,
MA PSICHICO. Voi sapete cosa ciò significhi; ma che cosa ci autorizza a questa
supposizione? Nulla, ma nulla anche ci impedisce di farla. Le cose stanno così:
se il sogno è un fenomeno somatico, non ci riguarda; esso può interessarci solo
se vale la premessa che si tratta di un fenomeno psichico. Procediamo quindi in
base alla premessa che esso sia veramente tale, e vediamo cosa ne vien fuori.
Sarà il risultato del nostro lavoro a decidere se abbiamo il diritto di
attenerci a questa ipotesi, e di considerarla pertanto un dato acquisito. Ma
cosa vogliamo raggiungere in effetti? a che cosa mira il nostro lavoro?
Aspiriamo a ciò cui mira in genere la scienza: comprendere i fenomeni, istituire
delle connessioni fra di essi, e in ultima istanza, dove ciò sia possibile,
ampliare il nostro potere su di essi.
Procediamo dunque nel nostro lavoro con l'ipotesi che il sogno sia un
fenomeno psichico. In tal caso esso è una produzione e un'espressione del
sognatore, tale però da non dirci nulla, da risultarci incomprensibile. Ora,
cosa fate voi nel caso che io mi esprima in modo per voi incomprensibile? Mi
interrogate, non è vero? Perché non dovremmo fare lo stesso e CHIEDERE AL
SOGNATORE CHE COSA IL SUO SOGNO SIGNIFICHI?
Vi ricorderete che già un'altra volta ci siamo trovati in questa situazione.
Fu nell'esame di certi atti mancati, in un caso di lapsus verbale. Qualcuno
aveva detto: "Poi alcuni fatti vennero in LURCHE", al che noi gli chiedemmo -
anzi, per fortuna, non noi, ma altri che sono del tutto estranei alla
psicoanalisi, gli chiesero che cosa intendesse con questo discorso
incomprensibile. Egli rispose subito di avere avuto l'intenzione di dire che
erano "porcherie", ma che aveva cacciato indietro questa intenzione in favore
della versione attenuata: "Poi alcuni fatti vennero in luce". Già vi spiegai che
questa raccolta di informazioni è il modello di ogni indagine psicoanalitica, e
voi comprendete adesso che la psicoanalisi segue la tecnica di farsi comunicare
da coloro stessi che vengono esaminati, almeno per quanto è possibile, la
soluzione dei loro enigmi. Così, anche il sognatore deve dirci cosa significhi
il suo sogno.
Ma questo, come è noto, non è così semplice nel caso del sogno.
Negli atti mancati tale metodo funzionò per un certo numero di esempi; poi ci
se ne presentarono altri in cui l'interrogato non voleva dire nulla, anzi
rifiutava addirittura indignato la risposta che gli suggerivamo. Nel caso del
sogno ci mancano completamente gli esempi della prima specie; il sognatore dice
sempre di non sapere nulla. Rifiutare la nostra interpretazione non può, dal
momento che non abbiamo alcuna interpretazione da prospettargli. Dovremmo dunque
abbandonare di nuovo il nostro tentativo? Dal momento che il sognatore non sa
nulla, noi non sappiamo nulla e una terza persona meno che mai può saperne
qualcosa, non c'è prospettiva di venire a capo di alcunché.
Ebbene, se volete, rinunciate pure al tentativo. Ma se invece non è questa la
vostra intenzione, potete proseguire il cammino con me. Io vi dico infatti che è
effettivamente possibile, anzi molto probabile, che il sognatore sappia che cosa
significhi il suo sogno, SOLO NON SA DI SAPERLO E PER QUESTO CREDE DI NON
SAPERLO.
Mi farete osservare che a questo punto introduco nuovamente una ipotesi, già
la seconda in questo breve contesto, e che riduco enormemente le pretese di
credibilità del mio procedimento. Posta la premessa che il sogno sia un fenomeno
psichico, e l'ulteriore premessa che esistano nell'uomo fatti psichici che egli
conosce senza sapere di conoscerli... e così via. A questo punto sarà
sufficiente considerare l'intrinseca inverosimiglianza di queste due premesse
per distogliere tranquillamente il proprio interesse dalle conclusioni che ne
scaturiscono.
Sia chiaro, Signore e Signori, che non vi ho fatto venire qui per darvi a
intendere o nascondervi qualcosa. Ho annunciato, è vero, delle "lezioni
elementari di introduzione alla psicoanalisi", ma non ho inteso con ciò
un'esposizione "in usum delphini' ove tutto corra liscio, ove siano state
nascoste accuratamente tutte le difficoltà, riempite le lacune, ritoccati i
dubbi, tale che voi possiate credere con animo tranquillo di aver appreso
qualcosa di nuovo. No, proprio perché voi siete principianti, ho voluto
mostrarvi la nostra scienza così com'essa è, con i suoi dislivelli e asperità,
le sue esigenze e le sue perplessità. So che, particolarmente agli inizi, in
nessuna scienza le cose vanno, né possono andare diversamente. So anche che di
solito l'insegnamento si sforza a tutta prima di nascondere queste difficoltà e
imperfezioni a chi impara. Ma ciò non è possibile nella psicoanalisi. Io ho
posto realmente due premesse, una all'interno dell'altra, e se a qualcuno tutto
ciò riesce troppo faticoso e incerto, o se vi è chi è abituato a più alte
certezze e a più eleganti deduzioni, costui consideri che non ha bisogno di
proseguire con me. Penso, tuttavia, che dovrebbe tralasciare i problemi
psicologici in genere, perché c'è da temere che qui trovi vie impraticabili, e
non le strade precise e sicure che è disposto a percorrere. D'altronde è del
tutto superfluo che una scienza che ha qualcosa da offrire vada in cerca di
uditorio e di seguaci:
saranno i suoi risultati a crearle intorno un'atmosfera favorevole, ed essa
può ben aspettare finché questi si saranno accattivati l'attenzione del
pubblico.
A quelli di voi che vogliono perseverare nell'argomento desidero ricordare
che le mie due ipotesi non sono equivalenti. La prima, che il sogno sia un
fenomeno psichico, è la premessa che vogliamo dimostrare per mezzo del risultato
del nostro lavoro; l'altra è già stata dimostrata in un altro campo e io mi
prendo semplicemente la libertà di trasportarla ai nostri problemi.
Dove, in quale campo è stata portata la prova che c'è un sapere di cui l'uomo
non sa nulla, come abbiamo stabilito di supporre nel caso del sognatore? Se ciò
è vero, si tratterebbe di un fatto singolare, sorprendente, tale da mutare la
nostra concezione della vita psichica e che non avrebbe bisogno di nascondersi:
un fatto, tra l'altro, che si annullerebbe nella sua stessa denominazione, e che
tuttavia vorrebbe essere qualcosa di reale, una "contradictio in adjecto".
Ebbene, questo fatto non fa nulla per nascondersi.
Non è colpa sua se la gente non lo conosce per niente o se non se ne cura
abbastanza. Così come non è colpa nostra se tutti questi problemi psicologici
vengono giudicati negativamente da persone che si sono mantenute estranee a
tutte le osservazioni e le esperienze decisive in proposito.
La prova è stata portata nel campo dei fenomeni ipnotici. Quando, nell'anno
1889, assistetti alle dimostrazioni straordinariamente impressionanti di
Liébeault e Bernheim a Nancy, fui anche testimone del seguente esperimento. Un
uomo veniva trasposto in stato di sonnambulismo e in tale stato gli si faceva
vivere in forma allucinatoria ogni possibile esperienza. Poi lo si svegliava, e
dapprima egli sembrava non sapere nulla di quanto era avvenuto durante il sonno
ipnotico. Bernheim lo invitava allora direttamente a raccontare che cosa gli
fosse accaduto durante l'ipnosi. Egli affermava di non poter ricordare nulla. Ma
Bernheim insisteva, faceva pressione su di lui, gli assicurava che lo sapeva,
che doveva ricordarsene; ed ecco, l'uomo diveniva titubante, cominciava a
riflettere, si ricordava dapprima nebulosamente una delle esperienze
suggeritegli, poi un altro pezzo, il ricordo diveniva sempre più chiaro, sempre
più completo, e alla fine veniva portato alla luce senza lacune. Ma, poiché dopo
costui sapeva, nonostante nel frattempo non avesse appreso alcunché da
nessun'altra fonte, è giustificato concludere che anche prima egli sapesse di
questi ricordi. Essi gli erano solo inaccessibili, non sapeva di saperli,
credeva di non saperli.
Dunque, in tutto e per tutto il caso che noi supponiamo nel sognatore.
Spero che vi sorprenda che questo fatto sia stato accertato e che mi
domandiate: "Perché Lei non si è richiamato a questa prova già precedentemente,
a proposito degli atti mancati, quando a un certo punto attribuimmo al discorso
dell'uomo che aveva commesso un lapsus verbale intenzioni di cui egli non sapeva
nulla e che smentiva? Se una persona crede di non sapere nulla di certe
esperienze delle quali tuttavia porta in sé il ricordo, il fatto che non sappia
nulla anche di altri processi psichici del suo intimo cessa di essere
inverosimile. Questo argomento avrebbe senza dubbio fatto impressione su di noi
e ci avrebbe avvantaggiati nella comprensione degli atti mancati". Certo, avrei
potuto richiamarmi a questo fatto già allora, ma lo tenni in serbo per un'altra
occasione, in cui fosse più necessario. Alcuni atti mancati si sono spiegati in
parte da sé; quanto agli altri ne abbiamo ricavato il suggerimento che, al fine
di preservare l'interconnessione tra i fenomeni, occorre supporre l'esistenza di
processi psichici di cui non si sa nulla. Nel caso del sogno siamo costretti ad
attingere spiegazioni altrove, e inoltre conto sul fatto che qui voi ammetterete
più facilmente una trasposizione dall'ipnosi al nostro campo. Lo stato nel quale
viene eseguito un atto mancato non può non apparirvi normale; si tratta invero
di uno stato che non ha alcuna somiglianza con quello ipnotico. Una chiara
affinità, al contrario, esiste tra lo stato ipnotico e lo stato di sonno, il
quale è la condizione necessaria per sognare.
L'ipnosi viene chiamata, anzi, un sonno artificiale; alla persona che
ipnotizziamo diciamo: "dorma", e le suggestioni che ad essa provengono da parte
nostra sono paragonabili ai sogni del sonno naturale. Le situazioni psichiche in
entrambi i casi sono realmente analoghe. Nel sonno naturale ritiriamo il nostro
interesse da tutto il mondo esterno; in quello ipnotico lo ritiriamo ugualmente
da tutto il mondo, a eccezione di quell'unica persona che ci ha ipnotizzato, con
la quale rimaniamo in rapporto.
Del resto il cosiddetto "sonno della nutrice", durante il quale la nutrice
rimane in rapporto con il bambino e può essere svegliata solo da lui, è un
corrispettivo normale del sonno ipnotico. Non sembra quindi un'idea tanto
azzardata quella di trasporre una situazione dall'ipnosi al sonno naturale. La
supposizione che anche nel sognatore esista una conoscenza circa il proprio
sogno, conoscenza che gli resta inaccessibile tanto che egli non ci crede, non è
completamente campata in aria. Prendiamo nota, inoltre, che a questo punto si
apre una terza via di accesso allo studio del sogno: dopo gli stimoli che
turbano il sonno, dopo i sogni a occhi aperti, ora anche i sogni indotti dello
stato ipnotico.
Ora torniamo, forse con maggior fiducia, al nostro compito. E' dunque molto
probabile che il sognatore sappia qualcosa del suo sogno; si tratta solo di
metterlo in grado di scoprire quello che sa e di comunicarcelo. Non pretendiamo
che ci dica subito il senso del suo sogno, ma egli potrà scoprirne l'origine, la
cerchia di pensieri e di interessi da cui proviene. Ricordate che nel caso
dell'atto mancato fu chiesto al soggetto come fosse giunto alla parola sbagliata
"lurche" e la prima idea che ci fu comunicata chiarì il lapsus. La nostra
tecnica nel caso del sogno è dunque molto semplice, ricalcata su questo esempio.
Anche qui, chiederemo al sognatore come sia giunto a quel determinato sogno e,
di nuovo, la sua prima affermazione dovrà essere considerata come una
spiegazione. Pertanto sorvoliamo sulla distinzione se egli creda o non creda di
sapere qualcosa e trattiamo entrambi i casi allo stesso modo.
Questa tecnica è certamente molto semplice, ma temo che susciterà la vostra
più netta opposizione. Voi direte: "Una nuova ipotesi, la terza! E' la più
inverosimile di tutte! Se io chiedo al sognatore che cosa gli viene in mente a
proposito del sogno, dev'essere proprio la sua prima idea a fornire la
spiegazione desiderata? Non è affatto necessario che gli venga un'idea, oppure
può passargli per la testa Dio sa che cosa. Non possiamo comprendere su che basi
si regga una simile aspettativa. Ciò significa veramente mostrare troppa fiducia
nella Provvidenza quando sarebbe meglio avere un po' più di senso critico. Oltre
a ciò, un sogno non è una singola parola sbagliata, ma si compone di molti
elementi. E allora, su quale idea che passa per la mente del sognatore ci
baseremo?".
Avete ragione in tutto ciò che è secondario. Un sogno si differenzia da un
lapsus verbale anche per la molteplicità dei suoi elementi. Di questo la tecnica
deve tener conto. Vi propongo quindi di scomporre il sogno nei suoi elementi e
di esaminare ogni elemento separatamente; in tal modo viene ristabilita
l'analogia con il lapsus verbale. Avete ragione anche nel fatto che la persona
interrogata sui singoli elementi del sogno può rispondere che non le viene in
mente nulla. Ci sono casi in cui accettiamo come valida questa risposta e
apprenderete in seguito quali sono; val la pena di osservare che si tratta di
casi nei quali idee ben definite possono venire in mente a noi. In generale,
però, contraddiremo il sognatore quando afferma di non avere alcuna idea, faremo
pressione su di lui, gli assicureremo che non può non venirgli in mente qualcosa
e... ci darà ragione. Egli produrrà un'idea in proposito, una qualsiasi, per noi
è indifferente quale.
Certi ragguagli, che si possono chiamare "storici", li comunicherà con
particolare facilità. Dirà: "Si tratta di qualcosa che è successo ieri" (come
nei due sogni "lucidi" che ci sono noti; oppure: "Ciò mi ricorda qualcosa che è
accaduto poco tempo fa", e in questo modo noteremo che i legami dei sogni con
impressioni degli ultimi giorni sono di gran lunga più frequenti di quanto
abbiamo creduto inizialmente. Infine, a partire dal sogno, egli si ricorderà
anche di avvenimenti più lontani, eventualmente persino di avvenimenti che
appartengono a epoche assai remote.
In ciò che è essenziale, però, avete torto. Se pensate che sia arbitrario
supporre che la prima idea che viene in mente al sognatore debba fornire proprio
l'elemento ricercato o condurre a esso, e ritenete invece che tale idea possa
essere del tutto fortuita e senza connessione con ciò che si cerca, e che
l'aspettarsi qualcosa di diverso sia, da parte mia, solo un'espressione di
fiducia nella Provvidenza, allora vi sbagliate di grosso. Già una volta mi sono
preso la libertà di farvi osservare che in voi c'è una fede profondamente
radicata nella libertà psichica e nell'arbitrio, fede però che non ha nulla di
scientifico e deve ammainare le vele di fronte all'esigenza di un determinismo
che domina anche la vita psichica. Alla persona interrogata è venuta in mente
questa cosa e non un'altra, e io vi prego di rispettare ciò come un dato di
fatto. Però non contrappongo a una fede un'altra fede, giacché è possibile
dimostrare che l'idea prodotta dalla persona interrogata non è arbitraria,
indeterminabile, priva di connessione con ciò che cerchiamo. Ho anzi appreso non
molto tempo fa - senza del resto annettervi troppo valore - che anche la
psicologia sperimentale ha addotto tali prove.
Data l'importanza dell'argomento che segue, chiedo che mi prestiate
un'attenzione particolare. Quando invito qualcuno a dire ciò che gli viene in
mente a proposito di un determinato elemento del sogno, è come se pretendessi da
lui che si abbandoni all'associazione libera tenendo fissa una rappresentazione
iniziale. Questo richiede uno speciale atteggiamento dell'attenzione, che è del
tutto diverso da quello che si ha nella riflessione e che esclude la
riflessione. Alcuni assumono facilmente tale atteggiamento; altri, quando ci si
provano, si rivelano incredibilmente e sommamente incapaci. Ora, vi è un più
alto grado di libertà d'associazione, e cioè io posso lasciar cadere
l'insistenza su una rappresentazione iniziale e stabilire magari solo il genere
e la specie dell'idea che richiedo al soggetto (per esempio stabilisco che egli
debba pensare liberamente un nome proprio o un numero). L'idea che allora gli si
presenta dovrebbe essere ancora più arbitraria, ancora più imprevedibile di
quella utilizzata dalla nostra tecnica. E' possibile però dimostrare che essa
viene ogni volta rigorosamente determinata da importanti atteggiamenti interni,
i quali non ci sono noti nel momento in cui agiscono, o tanto poco noti quanto
lo sono le tendenze perturbatrici degli atti mancati e le tendenze che provocano
le azioni casuali.
Io e molti altri dopo di me abbiamo svolto ripetute ricerche di questo genere
su nomi e numeri lasciati affiorare senza alcun punto di riferimento, e alcune
di queste ricerche sono state anche pubblicate. In esse si procede in modo da
risvegliare continue associazioni con il nome che è emerso; tali associazioni
non sono dunque più completamente libere, ma hanno un vincolo, come le idee
connesse con gli elementi del sogno. Si continua così finché si trova che
l'impulso è esaurito; ma a questo punto si sono chiariti anche la motivazione e
il significato del nome liberamente presentatosi. Gli esperimenti riescono
sempre tutti allo stesso modo; il risultato comprende spesso un ricco materiale
e rende necessari commenti circostanziati. Le associazioni connesse con numeri
liberamente emersi sono forse quelle più probanti: esse procedono così
velocemente, si lanciano con tanta incredibile sicurezza verso un obiettivo
nascosto, da fare un effetto veramente sbalorditivo. Voglio riferirvi solo un
esempio di un'analisi di questo genere riferita a un nome, dal momento che
fortunatamente il materiale necessario a liquidarla è scarso.
Nel corso della cura di un giovanotto, vengo a parlare di questo argomento e
accenno alla tesi che, nonostante l'apparente arbitrarietà, non è possibile
farsi venire in mente nome alcuno che non si dimostri strettamente condizionato
dalle immediate circostanze, dalle particolarità del soggetto esaminato e dalla
sua situazione attuale. Poiché egli manifesta delle perplessità, gli propongo di
sottoporsi senza indugio a un esperimento del genere. So che intrattiene un
numero particolarmente elevato di relazioni di ogni tipo con donne e ragazze, e
penso perciò che avrà una scelta particolarmente vasta se dovrà farsi venire in
mente un nome di donna. E' d'accordo. Con mio, o forse con suo stupore, a questo
punto egli non m'investe affatto con una valanga di nomi femminili, ma rimane
per un tratto silenzioso e confessa poi che un unico nome gli è venuto in mente
e nessun altro:
Albina. "Che strano! Ma che cosa si collega per Lei con questo nome? Quante
Albine conosce?". Curioso! non conosceva nessuna Albina e anche in seguito non
riuscì ad associare nulla con questo nome. Si poteva così supporre che l'analisi
fosse fallita; invece no, semplicemente era già terminata, non occorrevano altri
elementi. Il giovanotto aveva colori straordinariamente chiari e nei colloqui
durante la cura io lo avevo varie volte chiamato per scherzo "Albino". Noi
eravamo per l'appunto intenti a determinare la parte femminile della sua
costituzione. Egli stesso era dunque questa "Albina", la donna che in quel
momento più lo interessava.
Allo stesso modo si rivelano condizionate, e appartenenti a un giro di
pensieri che ha diritto a occupare l'individuo senza che egli sappia di questa
attività, le melodie che gli risuonano dentro all'improvviso. E' facile
dimostrare che la relazione con la melodia è basata sul testo o sulla
provenienza della melodia stessa. Ammetto però che questa affermazione non va
estesa ai veri intenditori di musica, sui quali si dà il caso che non abbia
alcuna esperienza. Può darsi che in tali persone sia il contenuto musicale della
melodia ciò che determina il suo affiorare.
Certamente è più frequente il primo caso. So, ad esempio, di un giovanotto
che per un certo tempo fu addirittura perseguitato dalla melodia, invero
deliziosa, del canto di Paride nella "Belle Hélène", finché l'analisi non gli
fece rivolgere l'attenzione sulla "Ida" e la "Elena" che si contendevano a
quell'epoca il suo interesse.
Se dunque le idee che affiorano del tutto liberamente sono condizionate in
tal modo e sono inserite in un determinato contesto, concluderemo certamente a
ragione che le idee che sono sottoposte a un unico vincolo, quello con una
rappresentazione iniziale, non possono esserlo di meno. L'indagine mostra in
realtà che, oltre al collegamento che abbiamo assegnato loro con la
rappresentazione iniziale, esse consentono di individuare una seconda dipendenza
da cerchie di pensieri e interessi potenti dal punto di vista affettivo, da
complessi il cui concorso non è noto al momento, ossia è inconscio.
Il presentarsi di idee con collegamenti di questo genere è stato fatto
oggetto di indagini sperimentali molto istruttive, che hanno svolto un ruolo
notevole nella storia della psicoanalisi. La scuola di Wundt aveva introdotto il
cosiddetto "esperimento associativo", nel quale viene prescritto al soggetto di
rispondere il più rapidamente possibile con una reazione qualsiasi a una
parola-stimolo propostagli. E' allora possibile studiare l'intervallo che corre
tra stimolo e reazione, la natura della risposta data come reazione, l'eventuale
errore in una successiva ripetizione dello stesso esperimento, e via dicendo. La
scuola di Zurigo, sotto la guida di Bleuler e Jung ha fornito la spiegazione
delle reazioni che hanno luogo nell'esperimento associativo. A questo scopo,
quando le reazioni di un soggetto presentavano qualcosa che dava nell'occhio,
essi lo invitavano a chiarirle mediante successive associazioni. Ne risultò
allora che queste reazioni appariscenti erano determinate in modo nettissimo dai
complessi del soggetto. Bleuler e Jung avevano con ciò gettato il primo ponte
che dalla psicologia sperimentale porta alla psicoanalisi .
Avendo ottenuto questi chiarimenti, potreste dire: "Adesso riconosciamo che
le idee che si presentano liberamente sono determinate, non arbitrarie come
abbiamo creduto. Ammettiamo che le cose stiano così anche per le idee che si
presentano a proposito degli elementi del sogno. Ma non è questo quello che ci
interessa. Lei infatti afferma che l'idea che si presenta a proposito di un
elemento del sogno sarà determinata dallo sfondo psichico, a noi sconosciuto, di
quel particolare elemento. Ciò non ci sembra dimostrato. Siamo pronti ad
aspettarci che quel che viene in mente in relazione all'elemento del sogno si
mostri determinato da uno dei complessi del sognatore, ma questo a che ci serve?
Non ci porta alla comprensione del sogno bensì, come l'esperimento associativo,
alla conoscenza di questi cosiddetti complessi. Ma cosa hanno a che fare questi
ultimi con il sogno?".
Avete ragione, ma trascurate un fattore. Proprio quello, del resto, a causa
del quale non ho scelto l'esperimento associativo come punto di partenza per
questa esposizione. In tale esperimento una delle due determinanti della
reazione, ossia la parola- stimolo, viene scelta da noi arbitrariamente. La
reazione è quindi una mediazione tra questa parola-stimolo e il complesso
destato in quel momento nella persona esaminata. Nel sogno la parola-stimolo è
sostituita da qualche cosa che proviene essa stessa dalla vita psichica del
sognatore, da fonti a lui sconosciute, che quindi a sua volta potrebbe essere
molto facilmente un "derivato del complesso". Per questo non è irragionevole
aspettarsi che anche le ulteriori idee che si ricollegano agli elementi del
sogno siano determinate dallo stesso complesso di cui fa parte l'elemento
onirico portino alla sua scoperta.
Permettetemi di dimostrare con un altro esempio che le cose rispondono
effettivamente alle nostre aspettative. La dimenticanza di nomi propri è in
effetti un eccellente modello per l'analisi del sogno; con la differenza che là
si trova riunito in una sola persona ciò che nell'interpretazione onirica è
ripartito tra due persone. Se dimentico temporaneamente un nome, ho pur tuttavia
l'intima certezza di sapere quel nome, mentre questa certezza, nel caso di chi
sogna, è acquisibile, come abbiamo visto, solo per la via traversa
dell'esperimento di Bernheim. Il nome obliato e tuttavia conosciuto mi è, però,
inaccessibile. L'esperienza mi dice subito che il rifletterci, per quanto mi
sforzi non serve a nulla. Ogni volta posso però, al posto del nome dimenticato,
farmi venire in mente uno o più nomi sostitutivi. A questo punto, quando mi si è
presentato spontaneamente un nome sostitutivo, diviene evidente la conformità di
questa situazione con quella dell'analisi del sogno. Anche l'elemento onirico
non è l'elemento vero, ma solo un sostituto di qualcos'altro, della cosa vera e
propria, che io non conosco e che devo scoprire attraverso l'analisi del sogno.
La differenza sta ancora una volta solo nel fatto che nel caso della
dimenticanza di un nome riconosco senza esitare il sostituto come improprio,
mentre per l'elemento onirico abbiamo dovuto conquistarci questa nozione a
fatica. Ora, anche nella dimenticanza di un nome, esiste una via per giungere
dal sostituto alla cosa vera e propria che è inconscia, al nome dimenticato. Se
rivolgo la mia attenzione a questi nomi sostitutivi e mi faccio venire in mente
altre associazioni riguardo a essi giungo, dopo giri più o meno lunghi, al nome
dimenticato, e trovo allora che i nomi sostitutivi spontanei, non meno di quelli
da me evocati, sono connessi col nome dimenticato, e sono stati da esso
determinati.
Vi presenterò un'analisi di questo genere. Un giorno mi accorgo di non
riuscire a ricordare il nome di quel minuscolo stato in Riviera che ha per
capitale MONTECARLO. E' davvero irritante, ma è così. Mi sprofondo in tutto
quanto so di questo paese, penso al principe Alberto della casa dei Lusignano,
ai suoi matrimoni, alla sua predilezione per le esplorazioni delle profondità
marine e a quant'altro so mettere insieme, ma non mi serve a nulla. Rinuncio
quindi a riflettere e, al posto di quello dimenticato, mi faccio venire in mente
nomi sostitutivi. Vengono rapidamente: lo stesso MONTECARLO, poi PIEMONTE,
ALBANIA, MONTEVIDEO, COLICO. In questa serie mi colpisce dapprima Albania, che
viene sostituita subito da Montenegro, certo per la contrapposizione di "bianco"
[albus] e "nero". Poi vedo che quattro di questi nomi sostitutivi contengono la
stessa sillaba MON; improvvisamente afferro la parola dimenticata ed esclamo ad
alta voce: "MONACO!". I nomi sostitutivi sono dunque veramente scaturiti da
quello dimenticato: i primi quattro dalla prima sillaba mentre l'ultimo
riproduce la sequenza delle sillabe e l'intera sillaba finale. Inoltre sono in
grado anche di trovare facilmente che cosa mi ha temporaneamente sottratto il
nome. MONACO, in italiano, è anche il nome di "München [Monaco di Baviera]; è
questa città che ha esercitato l'influsso inibitorio.
L'esempio è certamente bello, ma troppo semplice. Ci sono casi in cui occorre
far ricorso a una serie più ampia di idee associate ai primi nomi sostitutivi, e
allora l'analogia con l'analisi del sogno appare più evidente. Ho fatto anche
esperienze di questo genere. Una volta che uno straniero mi invitò a bere con
lui del vino italiano, avvenne che, nella locanda, egli dimenticò il nome del
vino di cui gli era rimasto un ottimo ricordo e che intendeva ordinare. Dai
numerosi e disparati pensieri sostitutivi che gli vennero in mente al posto del
nome dimenticato potei trarre la conclusione che il nome del vino gli era stato
sottratto da un riguardo per una certa Edvige. Egli, in realtà, non solo
confermò che aveva assaggiato questo vino per la prima volta in compagnia di una
donna così chiamata, ma per merito di questa scoperta ne ritrovò anche il nome.
Egli era allora felicemente sposato e quella Edvige apparteneva a tempi
precedenti, che non ricordava volentieri.
Ciò che è possibile nel caso dell'oblio di un nome deve poter riuscire anche
nell'interpretazione dei sogni: rendere cioè accessibile il materiale autentico
e nascosto procedendo dal sostituto attraverso associazioni che si ricollegano a
tale materiale. Seguendo l'esempio della dimenticanza di nomi, possiamo supporre
che le idee associate all'elemento onirico saranno determinate sia dall'elemento
onirico stesso sia dal materiale inconscio che gli sta dietro. Ne risulterebbe
quindi una certa giustificazione della nostra tecnica.
Lezione 7 - CONTENUTO MANIFESTO DEL SOGNO E PENSIERI ONIRICI
LATENTI
Signore e Signori, vedete bene che lo studio degli atti mancati non è stato
inutile. Grazie ai nostri sforzi siamo approdati sulla base delle premesse che
vi ho indicato - a due risultati: a una concezione dell'elemento onirico e a una
tecnica dell'interpretazione dei sogni. La nostra concezione dell'elemento
onirico afferma che esso è qualcosa di inautentico, un sostituto di
qualcos'altro che al sognatore è sconosciuto (simile in ciò alla tendenza
dell'atto mancato), un sostituto di qualcosa la cui conoscenza è presente nel
sognatore ma gli è inaccessibile.
Secondo noi, dev'essere possibile trasporre la stessa concezione a tutto il
sogno, il quale si compone di elementi siffatti. La nostra tecnica consiste nel
far emergere, per mezzo di associazioni libere con questi elementi, altre
formazioni sostitutive che ci permettano di scoprire ciò che è nascosto.
Vi propongo ora di introdurre un cambiamento nella nostra nomenclatura, il
quale ci faciliterà la libertà di movimento.
Invece di "nascosto", "inaccessibile", "inautentico", diremo, dandone la
descrizione esatta, "inaccessibile alla coscienza del sognatore" o "inconscio".
Con questo termine intendiamo esclusivamente ciò che può suggerirvi il far
riferimento alla parola che vi è sfuggita o alla tendenza perturbatrice
dell'atto mancato, intendiamo cioè "inconscio in un determinato momento".
Naturalmente, per contrapposizione a ciò, possiamo chiamare "consci" gli
elementi onirici stessi e le nuove rappresentazioni sostitutive acquisite
mediante associazione. Per ora nessuna costruzione teorica è collegata con
questa nomenclatura. L'impiego della parola "inconscio" quale descrizione
adeguata e facilmente comprensibile è ineccepibile.
Se dal singolo elemento trasponiamo la nostra concezione all'intero sogno, ne
risulta allora che il sogno nel suo complesso è il sostituto deformato di
qualcos'altro, di qualcosa d'inconscio, e che il compito dell'interpretazione
del sogno è scoprire questo materiale inconscio. Ne conseguono però subito tre
regole importanti cui deve uniformarsi il nostro lavoro di interpretazione
onirica:
1) non ci si preoccupi di ciò che il sogno sembra dire, sia esso
intelligibile o assurdo, chiaro o confuso, poiché ciò non è in alcun caso il
materiale inconscio da noi cercato (un'ovvia restrizione di questa regola ci si
imporrà in seguito); 2) si limiti il lavoro a destare le rappresentazioni
sostitutive per ogni elemento, non si rifletta su di esse, non le si esamini per
vedere se contengano qualcosa di adatto, non ci si preoccupi di quanto ci
portino lontano dall'elemento onirico; 3) si aspetti finché il materiale
inconscio nascosto e cercato si presenti da sé, così come fece la parola
"Monaco" che mi era sfuggita, nei tentativi sopra descritti.
A questo punto comprendiamo anche che è del tutto indifferente se il sogno
viene ricordato poco o molto e, soprattutto, fedelmente o in maniera incerta. Il
sogno ricordato non è infatti il materiale autentico, ma un suo sostituto
deformato che deve aiutarci (destando altre formazioni sostitutive) a giungere
più vicino al materiale vero e proprio, a rendere conscio quel che c'è di
inconscio nel sogno. Se dunque il nostro ricordo era infedele, esso ha
semplicemente operato un'ulteriore deformazione di questo sostituto,
deformazione che d'altronde non può essere immotivata.
Il lavoro interpretativo può essere compiuto sia su sogni propri sia su sogni
altrui. Sui propri si impara persino di più; il procedimento riesce più
convincente. Facendo questo tentativo, si osserva che qualcosa si oppone al
lavoro. All'interprete dei propri sogni vengono in mente parecchie idee, ma egli
non le lascia agire tutte. In lui si fanno valere certi influssi che vagliano e
selezionano. Di una data idea dice: "No, questa non va bene, non c'entra"; di
un'altra: "non ha nessun senso"; di una terza: "è del tutto secondaria". Si può
inoltre osservare come, con tali obiezioni, egli soffoca le idee ancor prima che
siano diventate del tutto chiare e alla fine le scaccia addirittura.
Quindi, da una parte, egli si tiene troppo attaccato alla rappresentazione
iniziale, all'elemento onirico e, dall'altra, turba, compiendo una scelta,
l'esito dell'associazione libera. Se non siamo soli durante l'interpretazione
del sogno, se ci facciamo interpretare il nostro sogno da un altro, ci rendiamo
conto chiaramente che un altro motivo si fa valere in noi per compiere questa
illecita scelta, giacché, in certi casi, diciamo a noi stessi: "No, è un'idea
troppo sgradevole, non voglio o non posso riferirla".
Queste obiezioni minacciano palesemente di guastare il successo del nostro
lavoro. Ci si deve proteggere contro di esse. Se si tratta della propria
persona, lo si fa mediante il fermo proposito di non assecondarle; se si
interpreta il sogno di un altro, occorre prescrivergli la regola inviolabile di
non escludere dalla comunicazione nulla di quanto gli passa per la mente, anche
se si presta a una delle quattro obiezioni: che è irrilevante, che non ha senso,
che non c'entra o che è spiacevole da riferirsi. Egli prometterà di osservare
questa regola, e noi avremo probabilmente ragione di arrabbiarci per il pessimo
modo in cui, alla prima occasione, terrà fede alla parola data. Dapprima, a mo'
di spiegazione, ricorreremo all'ipotesi che, nonostante le nostre autorevoli
assicurazioni, non gli è parsa plausibile la fondatezza dell'associazione
libera, e ci illuderemo forse di cominciare a conquistarlo per via teorica,
dandogli scritti da leggere o mandandolo a qualche conferenza, nella speranza di
trasformarlo in un fautore delle nostre vedute sull'associazione libera. Per
evitare di prendere questa cantonata, ci basterà osservare che anche in noi
stessi e qui possiamo essere certi della convinzione in merito vengono a galla
le medesime obiezioni critiche contro certe idee che ci vengono in mente, e
queste obiezioni vengono eliminate solo in seguito, in certo qual modo in
seconda istanza.
Invece di arrabbiarci per la disobbedienza del sognatore, facciamo tesoro di
questa esperienza per imparare qualcosa di nuovo, che è tanto più importante
quanto meno vi eravamo preparati. Rendiamoci conto che il lavoro di
interpretazione del sogno si effettua contro una resistenza che si oppone a
questo lavoro e che si esprime mediante le obiezioni critiche di cui abbiamo
parlato.
Questa resistenza è indipendente dal convincimento teorico del sognatore.
Anzi, impariamo qualcosa di più; apprendiamo cioè che nessuna obiezione critica
del genere è mai giustificata. Al contrario, le idee che si vorrebbero in tal
modo reprimere si rivelano senza eccezione le più importanti, quelle decisive
per la scoperta del materiale inconscio. Anzi, se un'idea viene accompagnata da
un'obiezione del genere, ciò costituisce un suo segno distintivo particolare.
Questa resistenza è qualcosa di completamente nuovo, un fenomeno di cui siamo
venuti a conoscenza in base alle nostre premesse senza che fosse implicito in
esse.
Non è una sorpresa piacevole, questo nuovo fattore che entra in gioco.
Presagiamo che non ci faciliterà il lavoro. Anzi potrebbe indurci nella
tentazione di abbandonare tutti i nostri sforzi intorno al sogno. Già il sogno è
così irrilevante, e per giunta tutte queste difficoltà, invece di una tecnica
agevole! Ma, per altro verso, chissà che queste difficoltà non ci stimolino e
non ci facciano venire il sospetto che il lavoro meriti lo sforzo. Le resistenze
ci si fanno innanzi invariabilmente quando vogliamo procedere dal sostituto,
ossia dall'elemento onirico, al materiale inconscio nascosto dietro di esso.
Possiamo quindi pensare che dietro al sostituto si celi qualcosa di importante.
A che scopo, altrimenti, tutte queste difficoltà intese a tenerlo nascosto?
Quando un bambino non vuol aprire il pugno chiuso, per far vedere che cosa
c'è dentro, certamente si tratta di qualcosa che non va e che non dovrebbe
avere.
Nel momento stesso in cui introduciamo nel nostro contesto la
rappresentazione dinamica di una resistenza, dobbiamo anche pensare che questo
fattore sia qualcosa di quantitativamente variabile. Le resistenze possono
essere più o meno cospicue, e siamo preparati all'evenienza che queste
differenze si presentino anche nel corso del nostro lavoro. A questo fatto
possiamo forse collegare un'altra esperienza, che pure facciamo durante il
lavoro di interpretazione dei sogni. Talvolta, cioè, una sola o poche idee
improvvise bastano a portarci dall'elemento onirico al suo materiale inconscio,
mentre altre volte, per ottenere questo risultato, sono necessarie lunghe catene
di associazioni e il superamento di molte obiezioni critiche. Queste diversità,
diremo a noi stessi, sono connesse con le grandezze variabili della resistenza,
e probabilmente avremo colto nel segno. Quando la resistenza è scarsa, anche il
sostituto non è molto lontano dal materiale inconscio; una cospicua resistenza
implica invece grandi deformazioni del materiale inconscio e quindi un lungo
cammino a ritroso dal sostituto verso il materiale inconscio.
E' forse giunto il momento di prendere in esame un sogno e di sperimentare su
di esso la nostra tecnica, per vedere se le nostre aspettative trovano conferma.
Già, ma che sogno dobbiamo scegliere a questo scopo? Non potete immaginare
quanto difficile mi riesca questa decisione, anche se non è ancora possibile
farvi vedere dove stia la difficoltà. Evidentemente devono esserci sogni che in
complesso hanno subìto una piccola deformazione, e meglio di tutto sarebbe
cominciare con questi. Ma quali sono i sogni meno deformati? Quelli
intelligibili e non confusi, di cui vi ho già presentato due esempi? Saremmo
totalmente fuori strada. L'indagine mostra che questi sogni hanno subìto un
grado di deformazione eccezionalmente elevato. Se invece, rinunciando a
particolari condizioni, scegliessi un sogno qualsiasi, sareste probabilmente
molto delusi. Magari ci toccherebbe notare o registrare una tale abbondanza di
idee a proposito dei singoli elementi onirici, che diverrebbe impossibile
raccapezzarsi nel lavoro. Quando mettiamo per iscritto un sogno e lo
confrontiamo con l'annotazione di tutte le idee che si presentano in
associazione a esso, è facile che, dei due testi, il secondo sia notevolmente
più lungo. Sembrerebbe quindi preferibile scegliere per l'analisi parecchi sogni
brevi, ciascuno dei quali possa almeno dirci o confermarci qualcosa. E a questo
ci risolveremo, a meno che l'esperienza ci indichi dove possiamo trovare
realmente sogni poco deformati.
Conosco tuttavia un modo di semplificare le cose che, per giunta, si trova
sul nostro cammino. Invece di affrontare l'interpretazione di interi sogni,
limitiamoci a singoli elementi onirici e vediamo, in una serie di esempi, come
essi trovino spiegazione applicando la nostra tecnica.
a) Una signora racconta di aver sognato molto spesso da bambina che "il buon
Dio aveva in testa un cappello di carta a punta".
Come capirci qualcosa senza l'aiuto della sognatrice? Ha tutta l'aria di non
aver senso. Comincia ad averlo quando la signora ci riferisce che da bambina, a
tavola, solevano metterle in testa un cappello simile, perché non la smetteva di
sbirciare nei piatti dei fratelli e delle sorelle per vedere se qualcuno avesse
ricevuto più cibo di lei. Il cappello doveva quindi funzionare da paraocchi. Per
inciso, si tratta di un'informazione "storica", data senza alcuna difficoltà.
L'interpretazione di questo elemento e al tempo stesso di tutto il breve sogno
risulta facilitata da una successiva affermazione della sognatrice. "Poiché
avevo sentito dire che il buon Dio è onnisciente e vede tutto - dice - il sogno
non può significare altro se non che io so tutto e vedo tutto come il buon Dio,
anche se si vuole impedirmelo". Questo esempio è fin troppo semplice.
b) Una paziente scettica (nei confronti della psicoanalisi) fa un sogno
piuttosto lungo, nel quale càpita che certe persone le parlino del mio libro sul
"Motto di spirito" (1905) lodandolo molto. Poi si accenna a qualche cosa di un
"canale", FORSE UN ALTRO LIBRO NEL QUALE SI PARLA DI UN CANALE, O ALTRIMENTI
QUALCHE COSA CON UN CANALE... LEI NON LO SA... E' MOLTO CONFUSO...
Ora sarete di certo propensi a credere che l'elemento "canale" si sottrarrà
all'interpretazione, essendo tanto indeterminato. Avete ragione nel supporre una
difficoltà, ma la cosa non è difficile perché poco chiara, ma è poco chiara per
un altro motivo, quello stesso che rende difficile anche l'interpretazione. Alla
sognatrice non viene in mente nulla per "canale", e anch'io naturalmente, non so
cosa dire. Qualche tempo dopo, per la verità il giorno dopo, racconta che le è
venuto in mente qualche cosa che forse è in rapporto con quest'elemento. Si
tratta precisamente di un motto di spirito che ha sentito raccontare. Su una
nave tra Dover e Calais, un noto scrittore s'intrattiene con un inglese che a un
certo punto cita la frase: "Du sublime au ridicule il n'y a qu'un pas" [Dal
sublime al ridicolo non c'è che un passo]. "Oui, le pas de Calais" [Sì, il passo
di Calais], risponde lo scrittore, intendendo dire che per lui la Francia è
sublime e l'Inghilterra ridicola. Ma il Pas de Calais è pure un "canale" e
precisamente il Canale della Manica.
Penso forse che questa associazione abbia a che vedere col sogno?
Penso proprio di sì; essa in verità fornisce la soluzione dell'enigmatico
elemento onirico. O forse volete mettere in dubbio che questo motto di spirito
sia esistito già prima del sogno, quale base inconscia dell'elemento "canale"?
Preferite supporre che esso si sia aggiunto come invenzione successiva? In
realtà, è un'idea che rivela lo scetticismo che si cela nella paziente dietro
un'ammirazione ostentata; e la resistenza è di certo il motivo comune sia del
fatto che l'associazione si presenta in lei in modo tanto esitante, sia della
forma così indeterminata in cui si è realizzato l'elemento onirico. Osservate
anche a questo punto la relazione dell'elemento onirico con la sua base
inconscia. Esso ne è in certo modo una particella, un'allusione; per essersi
così frammentato è diventato incomprensibile.
c) Un paziente sogna in un contesto più ampio: INTORNO A UN TAVOLO DI FORMA
PARTICOLARE SONO SEDUTI ALCUNI MEMBRI DELLA SUA FAMIGLIA ECCETERA. A proposito
di questo tavolo gli viene in mente di aver visto un mobile simile in occasione
di una visita a una determinata famiglia. Poi i suoi pensieri proseguono: in
questa famiglia vi è stato un particolare rapporto tra padre e figlio; e subito
aggiunge che, in effetti, tra lui e suo padre le cose vanno allo stesso modo. Il
tavolo è stato quindi accolto nel sogno per designare questo parallelo.
Questo paziente conosceva da tempo ciò che è richiesto dall'interpretazione
dei sogni. Un altro si sarebbe forse scandalizzato che un dettaglio così futile
come la forma di un tavolo fosse fatto oggetto di un'indagine. In verità secondo
noi nulla è casuale o indifferente nel sogno e ci attendiamo di trarre
informazioni proprio dalla spiegazione di dettagli così futili e apparentemente
senza scopo. Vi meraviglierà forse anche che per esprimere il pensiero "da noi
le cose vanno tali e quali come da loro" il lavoro onirico scelga proprio il
tavolo ["TISCH"]. Anche questo però si spiega, allorché si apprende che il
cognome della famiglia dei conoscenti è TISCHLER. Facendo prendere posto ai suoi
familiari attorno a questo tavolo, il sognatore dice che sono anch'essi dei
Tischler. Notate, tra l'altro, come nel riferire simili interpretazioni di sogni
si deve per forza diventare indiscreti. Non vi sfuggirà che è questa una delle
difficoltà cui ho accennato a proposito della scelta degli esempi. Avrei potuto
facilmente sostituire questo esempio con un altro, ma avrei probabilmente
evitato questa indiscrezione solo a costo di commetterne un'altra .
Mi sembra giunto il momento di introdurre due termini che avremmo potuto
usare da molto tempo. Chiameremo CONTENUTO ONIRICO MANIFESTO ciò che il sogno
racconta, e PENSIERI ONIRICI LATENTI ciò che è nascosto, cui dobbiamo giungere
seguendo le idee che vengono in mente al sognatore. Vi prego di fare attenzione
alle relazioni tra il contenuto onirico manifesto e i pensieri onirici latenti,
quali si mostrano negli esempi citati. Possono esistere svariatissime relazioni
di questo genere. Negli esempi a) e b) l'elemento manifesto è anche una parte
costitutiva dei pensieri latenti, ma solo un piccolo brano di questi pensieri.
Un pezzettino di una grande e complicata struttura psichica presente nei
pensieri onirici inconsci è pervenuto nel sogno manifesto, come un frammento di
essi o, in altri casi, come un'allusione a essi, come un richiamo,
un'abbreviazione in stile telegrafico. Il lavoro d'interpretazione ha il compito
di riportare a unità, integrandole, queste briciole o questi accenni, come è
riuscito particolarmente bene nell'esempio b). Un tipo di deformazione, nella
quale consiste il "lavoro onirico", è quindi la sostituzione mediante un
frammento o un'allusione. In c) è riconoscibile anche un'altra relazione, che
vediamo espressa più nettamente e chiaramente negli esempi seguenti
d) Il sognatore ESTRAE UNA SIGNORA (ben individuata, a lui conosciuta) DA
DIETRO IL LETTO. Egli trova da sé, con la prima cosa che gli viene in mente, il
senso di questo elemento onirico.
Significa: preferisce questa signora ["hervorziehen" = estrarre; "vorziehen"
= preferire].
e) Un altro sogna che SUO FRATELLO STA IN UN ARMADIO. La prima idea venutagli
in mente sostituisce "armadio" con stipo, e la seconda dà quindi
l'interpretazione: il fratello è stipato in ristrettezze.
f) Il sognatore SALE SU UNA MONTAGNA, DA CUI GODE UNA VISTA STRAORDINARIA,
AMPLISSIMA. Qui tutto appare razionale: forse non c'è nulla da interpretare, ma
solo da appurare da quale reminiscenza proviene il sogno e per quale motivo essa
si è risvegliata a questo punto. Ma vi sbagliate; risulta che questo sogno ha
bisogno di essere interpretato come qualsiasi altro, ben più confuso. Al
sognatore, infatti, non viene in mente nulla che riguardi proprie escursioni in
montagna; si rammenta invece della circostanza che un suo conoscente pubblica
una rivista che si occupa delle nostre relazioni con le parti estreme della
terra. Il pensiero onirico latente quindi, in questo caso, è una identificazione
del sognatore con chi pubblica la rivista.
Trovate qui un nuovo tipo di relazione tra l'elemento onirico manifesto e
quello latente. Il primo non è tanto una deformazione del secondo quanto una sua
raffigurazione, un modo immaginifico, plastico, concreto di rappresentarlo, che
prende lo spunto dal significato letterale della parola. In verità è proprio per
questo che si tratta pur sempre di una deformazione, perché da molto tempo
abbiamo dimenticato da quale immagine concreta sia scaturita la parola e, di
conseguenza, non la riconosciamo nell'immagine che ne prende il posto.
Considerando che il sogno manifesto consiste prevalentemente di immagini visive,
e più raramente di pensieri e di parole, si vede subito che a questo tipo di
relazione spetta una particolare importanza per la formazione del sogno. Vedete
anche che diventa possibile, in questo modo, creare nel sogno manifesto immagini
sostitutive per tutta una serie di pensieri astratti, immagini che servono
contemporaneamente all'intento di nascondere. E' questa la tecnica del ben noto
rebus. Donde provenga quel certo che di spiritoso che è proprio di simili
figurazioni, è una questione particolare che non occorre toccare qui.
C'è un quarto tipo di relazione tra elemento manifesto ed elemento latente di
cui per ora non posso ancora parlarvi, ma che verrà richiamato quando
considereremo la tecnica. Neppure allora la nostra enumerazione sarà completa,
ma per i nostri scopi potrà bastare.
Ve la sentite ora di cimentarvi nell'interpretazione di un sogno intero?
Proviamo a vedere se siamo sufficientemente preparati per questo compito.
Naturalmente non sceglierò uno dei sogni più oscuri, ma uno che mostri in
maniera ben spiccata le proprietà del sogno.
Dunque, una giovane signora, che però è già sposata da molti anni, sogna: SI
TROVA CON SUO MARITO A TEATRO, UNA PARTE DELLA PLATEA E' COMPLETAMENTE VUOTA.
SUO MARITO LE RACCONTA CHE ANCHE ELISE L. E IL SUO FIDANZATO AVREBBERO VOLUTO
VENIRCI, MA AVEVANO TROVATO SOLO BRUTTI POSTI, TRE PER 1 FIORINO E 50 CENTESIMI,
E NON POTEVANO CERTO PRENDERLI. LEI E' DEL PARERE CHE NON SAREBBE POI STATA UNA
DISGRAZIA.
La prima cosa che la sognatrice ci riferisce è che lo spunto del sogno è
accennato nel suo contenuto manifesto. Suo marito le aveva effettivamente
raccontato che Elise L., una conoscente a lei pressappoco coetanea, si era
appena fidanzata allora. Il sogno è la reazione a questa comunicazione. Sappiamo
già che per molti sogni è facile indicare uno spunto come questo tratto dal
giorno prima, e che questa provenienza viene riferita spesso senza difficoltà
dal sognatore. Informazioni dello stesso genere ci vengono messe a disposizione
dalla sognatrice anche per altri elementi del sogno manifesto. Da dove proviene
il particolare che una parte della platea è vuota? Si tratta di un'allusione a
un fatto reale della settimana precedente. Essa si era proposta di andare a una
certa rappresentazione teatrale e a tal fine aveva preso i biglietti per tempo,
tanto per tempo che dovette pagare la tariffa di prenotazione. Quando giunsero a
teatro, si dimostrò quanto superflua era stata la sua preoccupazione, perché UN
LATO DELLA PLATEA ERA QUASI VUOTO. Avrebbe fatto in tempo se avesse comprato i
biglietti il giorno stesso della rappresentazione. Il marito non tralasciò di
punzecchiarla per questa precipitazione.
Da dove vengono le cifre: 1 fiorino e 50 centesimi? Da un nesso del tutto
diverso, che non ha nulla a che vedere col precedente, ma che allude ugualmente
a una notizia del giorno prima. Sua cognata aveva ricevuto in dono dal marito
150 fiorini e non aveva trovato nulla di più urgente da fare, quell'oca, che
correre dal gioielliere e farsi dare un gioiello al posto del denaro. - Donde
viene il "tre"? A questo proposito essa non sa nulla, a meno che non si voglia
accettare per buona l'idea che la fidanzata, Elise L., è di soli tre mesi più
giovane di lei, sposata ormai da quasi dieci anni. E l'assurdità di prendere tre
biglietti se si è solo in due? Riguardo a ciò essa non dice nulla e rifiuta ogni
ulteriore associazione e informazione.
Tuttavia, nelle sue poche associazioni, la sognatrice ci ha fornito tanto
materiale che in base a esso diventa possibile individuare i pensieri onirici
latenti. Non può non colpirci il fatto che in parecchi punti delle sue
comunicazioni relative al sogno appaiono determinazioni di tempo, le quali
attestano l'esistenza di un carattere comune tra diverse parti del materiale.
Essa ha provveduto ai biglietti per il teatro troppo presto, li ha presi
PRECIPITOSAMENTE, tanto da doverli pagare di più; similmente, la cognata si è
AFFRETTATA a portare il suo denaro dal gioielliere per comprarsi un gioiello,
quasi che questo altrimenti le sfuggisse. Se al tanto accentuato "troppo
presto", "precipitosamente", aggiungiamo lo spunto del sogno la notizia che
l'amica PIU' GIOVANE di soli tre mesi ha tuttavia trovato ora un buon marito - e
la critica espressa nell'ingiuria rivolta alla cognata, cioè che era stato
ASSURDO precipitarsi a quel modo, ci si presenta quasi spontaneamente la
seguente ricostruzione dei pensieri onirici latenti, dei quali il sogno
manifesto è un sostituto fortemente deformato:
" E' stato ASSURDO da parte mia affrettarmi tanto a sposarmi!
L'esempio di Elise mi fa vedere che avrei trovato un marito anche più tardi".
(La precipitazione è rappresentata dal suo comportamento nell'acquisto dei
biglietti e da quello della cognata nell'acquisto del gioiello. Come sostituto
dello sposarsi subentra l'andare a teatro). Questo sarebbe il pensiero
principale; forse possiamo proseguire - benché con minor sicurezza perché
l'analisi dovrebbe basarsi anche in questi punti su osservazioni della
sognatrice -: "E con quel denaro ne avrei trovato uno cento volte migliore!" (
150 fiorini è cento volte l fiorino e 50 centesimi). Se al posto del denaro
potessimo mettere la dote, ciò significherebbe che ci si compra il marito con la
dote; tanto il gioiello quanto i cattivi biglietti starebbero al posto del
marito. Sarebbe ancora più desiderabile se proprio l'elemento "tre biglietti"
avesse qualcosa a che fare con un uomo.
Ma la nostra comprensione non giunge ancora fino a questo punto.
Abbiamo scoperto soltanto che il sogno esprime la SVALUTAZIONE del proprio
marito e il rimpianto di essersi SPOSATA TANTO PRESTO.
A mio giudizio, più che soddisfatti saremo sorpresi e sconcertati dal
risultato di questa prima interpretazione onirica. Troppe cose in una sola volta
ci piombano addosso, più di quante possiamo per ora padroneggiarne. Ci rendiamo
subito conto che non riusciremo a sfruttare tutti gli insegnamenti di questa
interpretazione.
Affrettiamoci a sceverare gli elementi conoscitivi nuovi che riusciamo a
individuare con certezza.
Primo: è strano come nei pensieri latenti l'accento cada principalmente
sull'elemento della precipitazione; nel sogno manifesto non ve n'è traccia.
Senza l'analisi non avremmo potuto avere alcun sospetto che questo fattore
svolga un qualsiasi ruolo.
Sembra dunque possibile che nel sogno manifesto manchi proprio la cosa
principale, il punto centrale dei pensieri inconsci. Ciò non può non mutare
sostanzialmente l'impressione suscitata dal sogno nel suo complesso. Secondo:
nel sogno si trova una combinazione assurda, tre per 1 fiorino e 50 centesimi;
nei pensieri onirici indoviniamo la proposizione: "è stato assurdo (sposarsi
così presto)". Si può negare forse che questo pensiero, "è stato assurdo", venga
raffigurato nel sogno manifesto proprio per mezzo dell'introduzione di un
elemento assurdo? Terzo: uno sguardo comparativo insegna che la relazione tra
elementi manifesti e latenti non è semplice, in nessun caso è una relazione tale
per cui un elemento manifesto sostituisce sempre un elemento latente.
Tra i due campi deve piuttosto esserci una relazione d'insieme, entro la
quale un elemento manifesto può rappresentare vari elementi latenti e uno
latente può essere sostituito da più elementi manifesti.
Per quanto riguarda il senso del sogno e l'atteggiamento della sognatrice nei
suoi confronti, ci sarebbero ugualmente molte cose sorprendenti da dire. Essa
accetta l'interpretazione, ma se ne meraviglia. Non sapeva di avere così poca
stima per suo marito e non sa nemmeno perché dovrebbe stimarlo così poco.
Rimangono quindi molti aspetti incomprensibili. Credo davvero che non abbiamo
ancora un'attrezzatura sufficiente per interpretare un sogno e che ci occorre
un'ulteriore istruzione e preparazione.
Lezione 8 - SOGNI INFANTILI
Signore e Signori, abbiamo la sensazione di aver proceduto troppo
rapidamente. Torniamo quindi un passo indietro. Prima del nostro ultimo
tentativo di superare mediante la nostra tecnica la difficoltà della
deformazione onirica, ci eravamo detti che la miglior cosa sarebbe stata di
aggirarla attenendoci a quei sogni - ammesso che ce ne siano - nei quali la
deformazione manchi o sia presente solo in scarsissima misura. Il seguire questa
via ci porta di nuovo lontano dallo sviluppo storico delle nostre conoscenze
poiché in realtà fu solo dopo aver applicato conseguentemente la tecnica
interpretativa e aver compiuto l'analisi dei sogni deformati che ci si accorse
dell'esistenza di sogni esenti da deformazione.
I sogni che cerchiamo si trovano nei bambini. Essi sono brevi, chiari,
coerenti, facili da comprendere, inequivocabili, eppure sono indubbiamente
sogni. Non crediate però che tutti i sogni di bambini siano di questa specie. La
deformazione onirica comincia a manifestarsi molto presto nell'infanzia e sono
stati segnalati sogni di bambini dai cinque agli otto anni che portano in sé già
tutti i caratteri dei sogni che si fanno più tardi. Se però vi limitate all'età
che va dall'inizio dell'attività psichica osservabile fino al quarto o quinto
anno, raccoglierete una serie di sogni dalle caratteristiche che possono essere
definite "infantili", e alcuni della stessa specie potrete trovarli negli anni
successivi dell'infanzia. Invero, in particolari condizioni, anche in persone
adulte si verificano sogni che sono del tutto simili a quelli tipicamente
infantili.
Da questi sogni di bambini possiamo trarre con facilità e sicurezza
delucidazioni sulla natura del sogno che, vogliamo sperare, si dimostreranno
decisive e universalmente valide.
1. Per la comprensione di questi sogni non occorre alcuna analisi né
l'applicazione di alcuna tecnica. Non c'è bisogno di interrogare il bambino che
racconta il suo sogno: Vi si deve aggiungere però una breve informazione sulla
vita del bambino. C'è sempre un'esperienza del giorno prima che ci spiega il
sogno. Il sogno è la reazione della vita psichica nel sonno a questa esperienza
diurna.
Ascoltiamo alcuni esempi, sui quali appoggiare le nostre ulteriori
conclusioni . ' a) Un bambino di 22 mesi, nel fare gli auguri, deve offrire in
dono un cestino di ciliegie. Lo fa manifestamente molto a malincuore, benché gli
si prometta che anche lui ne riceverà qualcuna. Il mattino seguente racconta di
aver sognato: "HE(R)MANN MANGIATO TUTTE LE CILIEGIE".
b) Una bambina di 3 anni e 3 mesi attraversa per la prima volta un lago. Al
momento di scendere non vuole lasciare la barca e si mette a piangere
amaramente. Il tempo della traversata le sembra essere passato troppo in fretta.
Il mattino seguente: "STANOTTE SONO STATA SUL LAGO". Per parte nostra possiamo
completare che verosimilmente quest'ultima traversata è durata più a lungo.
c) Un bambino di 5 anni e 3 mesi viene portato in gita nella valle
dell'Eschern, presso Hallstatt. Egli aveva sentito dire che Hallstatt si trova
ai piedi del Dachstein. Per questa montagna aveva dimostrato molto interesse.
Dalla sua casa ad Aussee si godeva una bella veduta del Dachstein e con il
cannocchiale vi si poteva scorgere il Rifugio Simony. Il bambino si era
ripetutamente sforzato di vederlo con il cannocchiale, non si sa con quale
risultato. La gita iniziò in un'atmosfera festosa e piena di aspettative. Ogni
volta che appariva un nuovo rilievo, il bambino chiedeva: "E' il Dachstein,
questo?". Egli diveniva sempre più di cattivo umore ogniqualvolta veniva
risposto negativamente a questa domanda, poi s'imbronciò del tutto e non volle
seguirci per un piccolo sentiero che portava alla cascata. Si pensò che fosse
stanco, ma il mattino dopo raccontò tutto beato: "Stanotte ho sognato che SIAMO
STATI AL RIFUGIO SIMONY". Era dunque con questa aspettativa che aveva preso
parte alla gita. Quanto a dettagli, riferì solo quello che aveva sentito dire in
precedenza: "Si salgono scalini per sei ore.
Questi tre sogni possono bastare a fornire tutti gli schiarimenti desiderati
.
2. Come si vede, questi sogni di bambini non sono privi di senso; sono ATTI
PSICHICI INTELLIGIBILI, PIENAMENTE VALIDI. Ricordatevi di ciò che vi ho
presentato come il giudizio medico sul sogno, della similitudine delle dita
ignare di musica che scorrono sui tasti del pianoforte. Vi renderete conto che
questi sogni infantili si oppongono nettamente a tale concezione. Sarebbe però
fin troppo strano se proprio il bambino fornisse nel sonno prestazioni psichiche
complete allorché l'adulto nello stesso caso si accontenta di reazioni a
sobbalzi. Tra i due, abbiamo tutte le ragioni di attribuire al bambino il sonno
migliore e più profondo.
3. Questi sogni sono esenti da deformazione onirica e non necessitano quindi
di alcun lavoro di interpretazione. Qui sogno manifesto e sogno latente
coincidono. LA DEFORMAZIONE ONIRICA NON APPARTIENE DUNQUE ALL'ESSENZA DEL SOGNO.
Suppongo che ciò vi toglierà un peso dal cuore. Ma, da una più attenta
considerazione, anche a questi sogni accorderemo un briciolo di deformazione
onirica, una certa differenza tra il contenuto onirico manifesto e i pensieri
onirici latenti.
4. Il sogno infantile è la reazione a un'esperienza diurna che ha lasciato
dietro di sé un rammarico, una nostalgia, un desiderio irrisolto. IL SOGNO RECA
L'APPAGAMENTO DIRETTO, SCOPERTO, DI QUESTO DESIDERIO. Pensate ora alle nostre
discussioni sul ruolo degli stimoli corporei esterni o interni quali
perturbatori del sonno e promotori del sogno: a questo riguardo eravamo venuti a
conoscenza di fatti assolutamente certi, in grado, tuttavia, di spiegarci solo
un piccolo numero di sogni. In questi sogni infantili non vi è nulla che accenni
all'influenza di tali stimoli somatici; non possiamo sbagliarci in questo,
poiché i sogni sono pienamente intelligibili e facilmente afferrabili nel loro
insieme. Ma non per questo siamo costretti a rinunciare a una loro etiologia da
stimoli: ci tocca solo chiederci perché, all'inizio, abbiamo dimenticato che,
oltre a quelli somatici, ci sono anche stimoli psichici che disturbano il sonno.
Eppure sappiamo che la responsabilità di perturbare il sonno dell'adulto,
impedendogli di attuare in sé la condizione psichica necessaria per
addormentarsi, ossia il ritiro dell'interesse dal mondo, va attribuita perlopiù
a eccitamenti di questo genere. L'adulto non vorrebbe interrompere la vita, anzi
preferirebbe continuare a lavorare alle cose che lo interessano: perciò non si
addormenta. Per il bambino un simile stimolo psichico perturbatore del sonno è
dunque il desiderio irrisolto, al quale egli reagisce con il sogno.
5. Di qui otteniamo per la via più breve schiarimenti sulla funzione del
sogno. Come reazione allo stimolo psichico, il sogno deve avere il valore di una
liquidazione di questo stimolo, così che esso venga eliminato e il sonno possa
continuare. Sul piano dinamico non sappiamo ancora come questa liquidazione per
mezzo del sogno sia resa possibile, ma notiamo già che IL SOGNO NON E' IL
PERTURBATORE DEL SONNO, come lo si descrive, BENSI' IL CUSTODE DEL SONNO, CIO'
CHE ELIMINA LE PERTURBAZIONI DEL SONNO. Noi diciamo che avremmo dormito meglio
se non ci fosse stato il sogno, ma abbiamo torto; in realtà, senza l'aiuto del
sogno non avremmo dormito affatto. E' merito suo se abbiamo dormito così bene.
Esso non ha potuto evitare di disturbarci un po', così come il guardiano
notturno spesso non può non fare qualche rumore mentre scaccia i disturbatori
della quiete che vogliono svegliarci col loro fracasso.
6. Suscitatore del sogno è un desiderio, contenuto del sogno è l'appagamento
di questo desiderio: ecco uno dei caratteri fondamentali del sogno. L'altro
carattere, non meno costante, è che il sogno non esprime semplicemente un
pensiero, ma rappresenta questo desiderio come appagato in forma di esperienza
allucinatoria. "VORREI ANDARE SUL LAGO", è il desiderio che suscita il sogno; il
sogno stesso ha come contenuto: "VADO SUL LAGO". Anche in questi semplici sogni
di bambini sussiste quindi una differenza tra sogno latente e sogno manifesto,
una deformazione del pensiero onirico latente: LA TRASPOSIZIONE DEL PENSIERO IN
ESPERIENZA VISSUTA. Nell'interpretazione del sogno si deve anzitutto far
recedere questa alterazione. Se ciò dovesse risultare un carattere generalissimo
del sogno, il frammento onirico riferito più sopra: "VEDO MIO FRATELLO IN UNO
STIPO" non sarebbe dunque da tradurre "mio fratello è stipato in ristrettezze",
ma "vorrei che mio fratello si stipasse, mio fratello deve fare economia". Dei
due caratteri generali del sogno qui menzionati, il secondo ha evidentemente
maggiori prospettive del primo di venir ammesso senza obiezioni. Solo attraverso
indagini molto estese potremo stabilire se suscitatore del sogno debba sempre
essere un desiderio, e non possa essere invece anche una preoccupazione, un
proposito o un rimprovero; questo non intaccherà però l'altro carattere, cioè
che il sogno non riproduce semplicemente questo stimolo, ma l'abolisce,
l'elimina, lo liquida per mezzo di una sorta di esperienza vissuta.
7. In correlazione con questi caratteri del sogno possiamo riprendere
nuovamente anche il confronto del sogno con l'atto mancato. In quest'ultimo
distinguemmo una tendenza perturbatrice e una tendenza perturbata, fra le quali
l'atto mancato costituiva un compromesso. Nello stesso schema si inserisce anche
il sogno. In esso l'intenzione perturbata non può essere che quella di
dormire.
Quella perturbatrice va sostituita con lo stimolo psichico, ovverosia con il
desiderio che preme verso la propria risoluzione, giacché finora non siamo
venuti a conoscenza di nessun altro stimolo psichico che disturbi il sonno.
Anche il sogno è il risultato di un compromesso. Si dorme, eppure si esperisce
l'eliminazione di un desiderio; si soddisfa un desiderio, ma intanto si continua
a dormire. Entrambe le intenzioni vengono in parte realizzate e in parte
abbandonate.
8. Ricorderete che in un'occasione precedente abbiamo sperato di ricavare una
via di accesso alla comprensione dei problemi del sogno dal fatto che certe
creazioni della fantasia, per noi molto trasparenti, vengono chiamate "sogni a
occhi aperti". Ora, questi sogni a occhi aperti sono realmente appagamenti di
desideri, appagamenti di desideri ambiziosi ed erotici che ci sono ben noti;
essi però, seppure rappresentati in modo vivido, sono pensati e mai vissuti in
forma allucinatoria. Dei due caratteri principali del sogno, quindi, in questo
caso viene mantenuto quello meno sicuro, mentre l'altro, che dipende dallo stato
di sonno e non è realizzabile nella vita vigile, viene totalmente meno. Nell'uso
linguistico è dunque adombrato il fatto che l'appagamento di un desiderio è uno
dei caratteri principali del sogno. Tra l'altro, se l'esperienza vissuta nel
sogno è solo un modo diverso di immaginare, reso possibile dalle condizioni
dello stato di sonno, quindi un "sognare a occhi aperti notturno", già
comprendiamo che il processo di formazione del sogno può far cessare lo stimolo
notturno e apportare soddisfacimento, poiché anche il sognare a occhi aperti è
un'attività congiunta a soddisfacimento ed è solo per questa ragione che viene
praticata.
Non solo questo, ma anche altri usi linguistici si esprimono nello stesso
senso. Noti proverbi dicono: "Il porco sogna le ghiande, l'oca il granturco";
oppure chiedono: "Che cosa sogna il pollo? Il miglio". Il proverbio si spinge
dunque ancora più in là di noi, dal bambino all'animale, e afferma che il
contenuto del sogno è il soddisfacimento di un bisogno. Tanti modi di dire
sembrano alludere alla stessa cosa, per esempio: "bellissimo: un sogno", "non mi
sarebbe venuto in mente neppure in sogno", "non me lo sarei immaginato neppure
nei miei sogni più audaci". C'è qui una palese presa di posizione dell'uso
linguistico. Ovviamente esistono anche sogni angosciosi e sogni dal contenuto
penoso o indifferente, ma non hanno ispirato l'uso linguistico. Questo conosce
sogni "brutti", ma il sogno puro e semplice è per esso solo il dolce appagamento
di un desiderio. Né c'è alcun proverbio che ci assicuri che il porco o l'oca
sognino di venir macellati.
Naturalmente sarebbe inconcepibile che il carattere di appagamento di
desiderio del sogno non fosse stato notato dagli autori che si sono occupati del
sogno. Ciò, al contrario, è avvenuto spesso, ma a nessuno di costoro è venuto in
mente di riconoscere questo carattere come generale e di prenderlo come cardine
per la spiegazione del sogno. Possiamo senz'altro immaginare - e approfondiremo
anche questo punto - che cosa possa averli trattenuti.
Ma guardate ora che congerie di spiegazioni abbiamo ricavato dall'esame dei
sogni infantili, e quasi senza fatica! La funzione del sogno quale custode del
sonno; la sua origine da due tendenze in conflitto, una delle quali, l'esigenza
di dormire, rimane costante, l'altra aspira a soddisfare uno stimolo psichico;
la dimostrazione che il sogno è un atto psichico dotato di senso; i suoi due
caratteri principali: appagamento di desiderio ed esperienza allucinatoria. E
intanto ci siamo quasi dimenticati che ci occupiamo di psicoanalisi. A parte il
fatto di riallacciarsi agli atti mancati, il nostro lavoro non ha avuto alcuna
impronta specifica. Qualsiasi psicologo che non sapesse nulla delle premesse
della psicoanalisi avrebbe potuto dare questa spiegazione dei sogni infantili.
Perché non è stato fatto?
Se ci fossero solo sogni come quelli infantili, il problema sarebbe risolto,
il nostro compito esaurito, e tutto ciò senza interrogare il sognatore, senza
tirare in campo l'inconscio e senza ricorrere all'associazione libera. Ebbene, è
qui che sta evidentemente il proseguimento del nostro compito. Abbiamo già
ripetutamente sperimentato che certi caratteri, dati per universalmente validi,
si sono poi confermati tali solo per un certo genere e numero di sogni. Si
tratta quindi ora di vedere se i caratteri generali dedotti dai sogni infantili
siano costanti, se valgano anche per quei sogni che non sono trasparenti, il cui
contenuto manifesto non lascia intravedere alcun rapporto con un desiderio che
risale al giorno prima. La nostra idea è che questi altri sogni abbiano subìto
un'ampia deformazione e che perciò non possano essere valutati di primo acchito.
Abbiamo anche il sospetto che per spiegare questa deformazione dovremo far
ricorso alla tecnica psicoanalitica, di cui potremmo fare a meno ai fini della
comprensione testé raggiunta dei sogni infantili.
C'è, in ogni caso, un'altra categoria di sogni che non sono deformati e che
come i sogni infantili si lasciano riconoscere facilmente come appagamenti di
desideri. Sono quelli che vengono provocati durante tutta la vita dai bisogni
imperativi del corpo- la fame, la sete, il bisogno sessuale, - che sono quindi
appagamenti di desideri, in quanto reazioni a stimoli interni del corpo. Ho
annotato, ad esempio, un sogno di una bambina di 19 mesi, il quale consisteva in
un menu con l'aggiunta del proprio nome (ANNA F..., F.AGOLE, F.AGOLONI,
F.ITTATA, PAPPA), come reazione a un giorno di digiuno a causa di una
indigestione, indisposizione che era stata fatta risalire proprio al frutto che
compare due volte nel sogno. Contemporaneamente anche la nonna, la cui età
sommata a quella della nipotina toccava giusto i settanta, dovette digiunare per
un giorno a causa dell'irrequietezza del suo rene mobile e nella stessa notte
sognò di essere "invitata" e di vedersi presentare i migliori manicaretti.
Osservazioni sui prigionieri cui viene fatta soffrire la fame e su persone
che devono sopportare privazioni durante viaggi e spedizioni insegnano che in
tali condizioni si sogna regolarmente il soddisfacimento di questi bisogni. Così
Otto Nordenskjold riferisce sull'equipaggio che svernò con lui (2): "I nostri
sogni, che mai furono più vividi e più numerosi di allora, erano molto
significativi dal punto di vista del corso dei nostri pensieri più intimi.
Persino certi nostri compagni che sognavano solo eccezionalmente, avevano ora
lunghe storie da raccontare, quando al mattino ci scambiavamo le nostre
esperienze di quel mondo fantastico. Si riferivano tutte al mondo esterno,
lontanissimo da noi ma spesso adattato alla nostra situazione di quel momento
(...) Del resto, mangiare e bere erano i punti centrali intorno ai quali più
frequentemente giravano i nostri sogni. Uno di noi, che si era specializzato
nell'arte di partecipare durante la notte a grandi banchetti, era felice quando
poteva raccontare al mattino d'aver consumato un pranzo di tre portate, un altro
sognava tabacco, intere montagne di tabacco; altri ancora la nave che avanzava a
vele spiegate verso di noi sul mare aperto. Da ricordare anche questo sogno: il
postino arriva con la posta e spiega a lungo la ragione del ritardo: ha
sbagliato nel consegnarla e solo con molta fatica è riuscito a riaverla.
Beninteso nei sogni ci occupavamo di cose anche più impossibili, ma in quasi
tutti, sia miei che degli altri, ciò che colpiva era la mancanza di fantasia.
Annotati, questi sogni sarebbero sicuramente di grande interesse psicologico. Si
capirà facilmente quanto desiderassimo il sonno, dal momento che esso era in
grado di appagare tutto ciò che ciascuno di noi desiderava più ardentemente".
Cito ancora da Du Prel: "Durante un viaggio in Africa, Mungo Park, quasi morto
di sete, sognava continuamente le valli e i prati irrigui della sua patria. Così
Trenck, rinchiuso nella specola di Magdeburgo, tormentato dalla fame si vedeva
circondato da piatti prelibati, e George Back, uno dei partecipanti alla prima
spedizione di Franklin, prossimo a morir di fame per le terribili privazioni
subìte, sognava sempre e regolarmente pasti abbondanti".
Chi, consumando a cena cibi piccanti, si fa venir sete la notte, sogna poi
spesso di bere. Naturalmente è impossibile eliminare mediante il sogno un
bisogno piuttosto forte di mangiare o di bere; da tali sogni ci si sveglia
assetati e si deve bere veramente. In questo caso la prestazione del sogno è
irrilevante dal punto di vista pratico; non è tuttavia meno chiaro che fu fatto
ricorso a essa allo scopo di preservare il sonno dallo stimolo che spinge al
risveglio e all'azione. Quando l'intensità di questi bisogni è minore, i sogni
di soddisfacimento aiutano spesso a vincerli.
Analogamente, sotto l'influsso degli stimoli sessuali il sogno procura
soddisfacimenti che presentano però particolarità degne di menzione. Poiché la
pulsione sessuale ha la proprietà di dipendere dal suo oggetto di un grado in
meno rispetto alla fame e alla sete, nel sogno di polluzione il soddisfacimento
può essere reale e - in conseguenza di certe difficoltà, di cui faremo menzione
più tardi, nel rapporto con l'oggetto - avviene particolarmente spesso che il
soddisfacimento reale si associ nondimeno a un contenuto onirico indistinto o
deformato. Questa peculiarità dei sogni di polluzione ne fa, come ha notato Otto
Rank, oggetti propizi allo studio della deformazione onirica. D'altronde, tutti
i sogni di adulti provocati da bisogni sono soliti contenere, oltre al
soddisfacimento, anche qualcos'altro, che scaturisce da fonti di stimolazione
puramente psichiche e che, per essere compreso, richiede l'interpretazione.
Non vogliamo del resto affermare che i sogni di appagamento di desiderio
degli adulti, foggiati secondo il modulo infantile, si presentano solo come
reazioni ai suddetti bisogni imperativi.
Conosciamo parimenti sogni brevi e chiari di questo tipo, sorti sotto
l'influsso di certe situazioni dominanti, che muovono indubbiamente da fonti di
stimolazione psichiche. Così, ad esempio, i sogni di impazienza, quando qualcuno
ha fatto i preparativi per un viaggio, per uno spettacolo per lui importante,
per una conferenza, per una visita e ora sogna in anticipo l'adempimento della
sua aspettativa, si vede la notte prima dell'avvenimento giunto alla meta, a
teatro, in conversazione con la persona che deve andare a trovare. Oppure i
sogni chiamati, a ragione, "di comodità", quando qualcuno che ama prolungare il
sonno sogna che si è già alzato, che si lava o che si trova a scuola, mentre in
realtà continua a dormire e quindi preferisce alzarsi in sogno invece che
davvero. Il desiderio di dormire, di cui abbiamo riconosciuto l'invariabile
concorso nella formazione del sogno, diventa palese in questi sogni e se ne
mostra l'autore essenziale. Il bisogno di dormire si affianca a buon diritto
agli altri grandi bisogni corporei.
Vi mostro qui, nella riproduzione di un quadro di Schwind che si trova nella
galleria Schack di Monaco, con quale esattezza il pittore abbia colto il sorgere
di un sogno da una situazione dominante. E' il "Sogno di un prigioniero", il
quale non può avere per contenuto nient'altro che la sua liberazione. Un tratto
felice mostra che la fuga è sognata attraverso la finestra, perché attraverso la
finestra è penetrato lo stimolo luminoso che mette fine al sonno del
prigioniero. Gli gnomi l'uno sopra l'altro rappresentano senza dubbio le
successive posizioni che egli stesso dovrebbe assumere nell'arrampicarsi
all'altezza della finestra, e, se non erro, se non attribuisco con ciò
all'artista troppa intenzionalità, lo gnomo che sta più in alto, quello che sega
l'inferriata - ossia fa ciò che il prigioniero stesso vorrebbe fare - ha la
stessa fisionomia di quest'ultimo .
In tutti gli altri sogni, eccettuati quelli dei bambini e quelli di tipo
infantile, l'ostacolo della deformazione onirica, come abbiamo detto, ci
intralcia il cammino. A tutta prima non possiamo dire se siano anch'essi come
supponiamo, appagamenti di desideri; dal loro contenuto manifesto non
indoviniamo a quale stimolo psichico debbano la loro origine e non possiamo
dimostrare che anch'essi si adoperano per scacciare o liquidare questo
stimolo.
Essi vanno interpretati (cioè tradotti), la loro deformazione va fatta
recedere e il loro contenuto manifesto va sostituito con quello latente: solo in
seguito a ciò potremo formarci un giudizio se ciò che abbiamo scoperto a
proposito dei sogni infantili possa pretendere di esser considerato valido per
tutti i sogni.
NOTE:
- O. NORDENSKJÖLD, Antarctic: "Zwei Jahre in Schnee und Eis am Südpol"
(Berlino 1904) volume 1, pagine 336 e seguenti.
Lezione 9 - LA CENSURA ONIRICA
Signore e Signori, dallo studio dei sogni infantili abbiamo ricavato la
conoscenza dell'origine, della natura e della funzione del sogno. I SOGNI SONO
ELIMINAZIONI, MEDIANTE SODDISFACIMENTO ALLUCINATORIO, DI STIMOLI (PSICHICI) CHE
DISTURBANO IL SONNO. Dei sogni degli adulti, a dire il vero, abbiamo potuto
spiegarne solo un gruppo, quelli che abbiamo designato come sogni di tipo
infantile. Come stiano le cose con gli altri, non lo sappiamo ancora, ma è un
fatto che non li comprendiamo. Tuttavia abbiamo ottenuto provvisoriamente un
risultato di cui non sottovaluteremo l'importanza: ogniqualvolta un sogno ci è
pienamente comprensibile, esso si rivela l'appagamento allucinatorio di un
desiderio. Questa coincidenza non può essere né casuale né priva
d'importanza.
Circa i sogni di altro genere, abbiamo supposto, sulla base di varie
considerazioni e in analogia con la concezione degli atti mancati, che essi
siano un sostituto deformato di un contenuto ignoto e che debbano prima venir
ricondotti a questo contenuto.
L'esame, la comprensione di questa DEFORMAZIONE ONIRICA è dunque il nostro
prossimo compito.
La deformazione onirica è ciò che ci fa apparire il sogno strano e
incomprensibile. Di essa vogliamo sapere parecchie cose: primo, da dove provenga
(la sua dinamica); secondo, che cosa faccia; e infine come lo faccia. Possiamo
anche dire che la deformazione onirica è l'opera del lavoro onirico.
Descriveremo il lavoro onirico e lo ricondurremo alle forze in esso
operanti.
E ora ascoltate il seguente sogno. E' stato segnalato da una signora del
nostro gruppo (1) e proviene, a quanto essa ci informa, da una signora piuttosto
anziana, molto colta e stimata.
Un'analisi di questo sogno non è stata intrapresa. La nostra informatrice
osserva che per uno psicoanalista esso non abbisogna di alcuna interpretazione.
Nemmeno la sognatrice stessa l'ha interpretato, ma lo ha valutato e condannato
come se sapesse interpretarlo. Essa infatti osservò in proposito: "E questa
orribile, stupida roba la sogna una donna di cinquant'anni, che non ha altro in
mente giorno e notte che la preoccupazione per suo figlio!".
Ecco ora il sogno dei "servizi d'amore". "La signora si reca all'Ospedale di
guarnigione Numero 1 e dice alla sentinella al cancello di dover parlare con il
medico primario... (dice un nome a lei sconosciuto) perché intende prestar
servizio all'ospedale.
Così dicendo, pone l'accento sulla parola 'servizio' in modo tale che il
sottufficiale capisce subito che sono 'servizi d'amore'.
Trattandosi di una signora anziana, dopo qualche esitazione la fa passare.
Ma, anziché raggiungere il medico primario, essa arriva in un grande, tetro
stanzone nel quale si trovano in piedi o seduti intorno a un lungo tavolo molti
ufficiali e medici militari. Rivolge la sua offerta a un capitano medico che la
capisce a volo. Essa dice testualmente: 'Io e numerose signore e giovani ragazze
di Vienna siamo pronte a offrire ai soldati, non importa se della truppa o
ufficiali...'. A questo punto nel sogno segue un borbottio. Ma l'espressione del
volto degli ufficiali, in parte imbarazzati, in parte beffardi, le dimostra che
il borbottio è stato ben compreso da tutti gli astanti. La signora continua:
'So che la nostra decisione può sembrare strana, ma è molto seria.
Anche al soldato al fronte non si chiede se vuole o non vuole morire'. Segue
un lungo, penoso silenzio. Il capitano medico le cinge la vita col braccio e
dice: 'Gentile signora, supponga che si arrivi effettivamente a questo...'
(borbottio). Essa si svincola dal suo braccio, pensando: 'Sono proprio tutti
uguali', e risponde: 'Mio Dio, sono una donna anziana e forse non mi troverò mai
in una situazione del genere. Del resto bisognerebbe rispettare una condizione:
l'età, in modo che una donna attempata e un ragazzo giovanissimo non...
(borbottio). Sarebbe spaventoso'.
Il capitano medico: 'Capisco perfettamente'. Alcuni ufficiali, tra i quali
uno che da giovane le ha fatto la corte, scoppiano a ridere e la signora esprime
il desiderio di essere condotta dal medico primario che conosce, per mettere
ogni cosa in chiaro. Con enorme costernazione, si accorge di non conoscerne il
nome.
Ciononostante il capitano medico, molto gentile, le indica una strettissima
scala a chiocciola, di ferro, che dallo stanzone porta direttamente ai piani
superiori. Salendo, ode le parole di un ufficiale: 'E' una decisione
formidabile, giovane o vecchia che sia; i miei rispetti!'. Certa di fare
semplicemente il suo dovere, essa sale un'interminabile scala.
Nel giro di poche settimane, il sogno si ripete altre due volte, con
variazioni, come rileva la signora, del tutto insignificanti e assurde".
Nel suo svolgimento il sogno corrisponde a una fantasia diurna: ha solo poche
interruzioni, e alcuni dettagli del suo contenuto avrebbero potuto essere
chiariti richiedendo delucidazioni, cosa che, come sapete, non è stata fatta.
Quello che ci colpisce e ci interessa è però che il sogno presenta parecchie
lacune, lacune non del ricordo ma del contenuto. In tre punti il contenuto è
come cancellato; i discorsi in cui si presentano queste lacune vengono
interrotti da un borbottio. Non avendo noi effettuato alcuna analisi di questo
sogno, non abbiamo, a rigore, nemmeno il diritto di dire qualcosa circa il suo
senso. Ci sono tuttavia allusioni dalle quali qualcosa si può dedurre - per
esempio, nella parola "servizi d'amore" - e, soprattutto, i brani dei discorsi
che precedono immediatamente i borbottii obbligano a colmare le lacune in modi
che non possono riuscire che univoci. Se colmiamo le lacune, ne risulta una
fantasia avente come contenuto che la sognatrice è pronta, nell'adempimento di
un dovere patriottico, a mettere a disposizione la sua persona per il
soddisfacimento dei bisogni amorosi dell'esercito, ufficiali e truppa. Questo è
certo estremamente sconveniente, un campione di fantasia sfacciatamente
libidinosa, ma... nel sogno ciò non compare affatto. Proprio là dove il contesto
esigerebbe questa ammissione, nel sogno manifesto si trova un borbottio
indistinto: qualcosa è andato perduto o è stato soppresso.
Spero che riconosciate come cosa ovvia che il motivo della soppressione di
questi punti è stato proprio il loro carattere sconveniente. Ma dove trovare
un'analogia con questo fatto? Di questi tempi non occorre cercare lontano.
Prendete in mano un qualsiasi giornale politico e troverete che di tanto in
tanto il testo è stato tralasciato e al suo posto spicca il candore della carta.
Si tratta, come sapete, dell'opera della censura sulla stampa. In questi punti
rimasti vuoti c'era qualcosa che era sgradito alle alte autorità censorie e che
perciò è stato eliminato. "Peccato, - pensate, - sarà stato certo il punto più
interessante, il pezzo migliore".
Altre volte la censura non è intervenuta su una proposizione compiuta.
L'autore ha previsto in quali punti ci si dovesse aspettare una contestazione
della censura e li ha quindi preventivamente mitigati, leggermente modificati,
oppure si è accontentato di approssimazioni e allusioni a ciò che in effetti
voleva uscirgli dalla penna. Il foglio non ha allora alcun punto vuoto, tuttavia
potrete indovinare da certe circonlocuzioni e oscurità di espressione il
riguardo preventivo usato verso la censura.
Ebbene, teniamo fermo questo parallelo. Noi diciamo che anche i discorsi
omessi nel sogno, coperti da un borbottio, sono stati sacrificati alla censura.
Parliamo direttamente di una CENSURA ONIRICA, cui bisogna assegnare una certa
partecipazione alla deformazione del sogno. Ovunque ci sono lacune nel sogno
manifesto, la censura onirica ne è responsabile. Dovremmo andare ancora oltre e
ravvisare sempre una manifestazione della censura laddove un elemento onirico
viene ricordato inmodo particolarmente debole, indeterminato e dubbio, tra altri
più chiaramente strutturati. Solo raramente però questa censura si manifesta in
modo così palese, così ingenuo vorremmo dire, come nell'esempio del sogno dei
"servizi d'amore". Molto più spesso la censura si fa valere nella sua seconda
forma, provocando smorzamenti, approssimazioni, allusioni, in luogo del
materiale autentico.
Per quanto riguarda un terzo modo di operare della censura onirica non saprei
trovare alcun parallelo tratto dal funzionamento della censura sulla stampa; ma
sono in grado di dimostrarlo proprio a partire dall'unico esempio di sogno
finora analizzato. Ricorderete il sogno dei "tre brutti biglietti teatrali per 1
fiorino e 50 centesimi". In primo piano nei pensieri latenti di questo sogno
stava l'elemento "precipitosamente, troppo presto". Significava: è stato assurdo
sposarsi tanto presto; è stato assurdo anche procurarsi i biglietti per il
teatro tanto presto; è stato ridicolo da parte della cognata spendere il suo
denaro così in fretta per comprarsi un gioiello. Nulla di questo elemento
centrale dei pensieri onirici è passato nel sogno manifesto nel quale la
posizione centrale è stata assunta dall"'andare a teatro" e dal "prendere i
biglietti". Mediante questo spostamento d'accento, questa ristrutturazione degli
elementi del contenuto, il sogno manifesto diventa talmente dissimile dai
pensieri onirici latenti, che nessuno sospetterebbe la presenza di questi ultimi
dietro al primo. Questo spostamento di accento è uno dei principali mezzi della
deformazione onirica e conferisce al sogno quel carattere di stranezza a causa
del quale il sognatore non vorrebbe riconoscerlo come propria produzione.
Omissione, modificazione, ristrutturazione del materiale sono quindi gli
effetti della censura onirica e i mezzi della deformazione onirica. La censura
onirica stessa è la causa prima, o una delle cause principali della deformazione
onirica, del cui esame ci stiamo ora occupando. Modificazione e riordinamento
siamo abituati anche a sussumerli nel termine "spostamento".
Dopo queste osservazioni sugli effetti della censura onirica, rivolgiamoci
ora alla sua dinamica. Spero che non assumerete questo termine con un
significato troppo antropomorfico e non vi figurerete il censore dei sogni come
un piccolo ometto rigoroso o uno spirito che abita in uno stanzino del cervello
e da lì esercita le sue funzioni; ma nemmeno in forma troppo localizzante,
pensando a un "centro del cervello" dal quale promani questo influsso censorio,
il quale verrebbe meno con il danneggiamento o l'allontanamento di questo
centro. Per il momento la censura onirica non è niente di più di un termine che
ben si presta a designare una relazione dinamica. Questo vocabolo non ci
impedisce di chiedere da e contro quali tendenze questo influsso venga
esplicato. E non saremo sorpresi di apprendere che ci siamo imbattuti già una
volta in precedenza nella censura onirica, forse senza riconoscerla.
Così è stato in effetti. Ricorderete che facemmo un'esperienza sorprendente
quando cominciammo ad applicare la nostra tecnica dell'associazione libera. Ci
fu dato allora di accorgerci che una RESISTENZA si opponeva ai nostri sforzi di
pervenire all'elemento inconscio a partire dall'elemento onirico che ne è il
sostituto.
Questa resistenza, dicemmo, può essere di grandezza variabile, una volta
enorme, un'altra assolutamente irrilevante. In quest'ultimo caso, per il nostro
lavoro d'interpretazione, dobbiamo passare soltanto per pochi anelli intermedi;
quando invece la resistenza è grande, dobbiamo percorrere lunghe catene
associative a partire dall'elemento onirico, siamo sospinti lungi da esso e
dobbiamo superare lungo il cammino tutte le difficoltà che si presentano in
forma di obiezioni critiche contro l'idea che ci è venuta in mente. Ciò che
durante il lavoro d'interpretazione ci si para innanzi in forma di resistenza,
dobbiamo ora farlo rientrare nel lavoro onirico come censura del sogno. La
resistenza all'interpretazione è soltanto l'oggettivazione della censura
onirica. Essa ci dimostra anche che la forza della censura non si è esaurita nel
produrre la deformazione del sogno e non è estinta da quel momento, ma che
questa censura sussiste come istituzione permanente con l'intento di mantenere
la deformazione. Del resto, come durante l'interpretazione la resistenza variava
di intensità per ogni elemento, così anche la deformazione prodotta dalla
censura riesce di grandezza diversa per ogni elemento nello stesso sogno. Se si
confrontano sogno manifesto e sogno latente, si vede che alcuni elementi latenti
sono stati completamente eliminati, altri più o meno modificati, altri ancora
sono stati accolti nel contenuto onirico manifesto immutati, forse addirittura
rafforzati.
Noi volevamo però esaminare da quali e contro quali tendenze sia esercitata
la censura. E' questo un interrogativo fondamentale per la comprensione del
sogno, forse addirittura per la vita umana, ed è facile rispondere se passiamo
in rassegna i sogni che siamo riusciti a interpretare. Le tendenze che
esercitano la censura sono quelle che vengono riconosciute dal giudizio vigile
del sognatore, e con le quali egli si sente solidale. Quando respingete
un'interpretazione correttamente eseguita di un vostro sogno, lo fate, siatene
certi, per gli stessi motivi per i quali fu esercitata la censura, fu prodotta
la deformazione del sogno e fu resa necessaria l'interpretazione. Pensate al
sogno della nostra signora cinquantenne. Senza averlo analizzato, essa trovò
orribile il suo sogno e ne sarebbe stata ancora più indignata se la dottoressa
von Hug-Hellmuth le avesse comunicato qualcosa della sua inequivocabile
interpretazione; ebbene, proprio a causa di questa condanna, nel suo sogno i
punti più scabrosi sono stati sostituiti da un borbottio.
Le tendenze contro le quali si rivolge la censura onirica devono essere
descritte innanzitutto dal punto di vista di questa stessa istanza. In tal caso
si può dire soltanto che esse sono di natura assolutamente riprovevole,
sconvenienti sotto il profilo etico, estetico, sociale, cose alle quali non si
osa pensare o si pensa solo con ribrezzo. Questi desideri censurati giunti nel
sogno a un'espressione deformata sono prima di tutto manifestazioni di un
egoismo senza limiti e senza scrupoli. E, per la verità, il proprio Io compare
in ogni sogno e in ogni sogno recita la parte del protagonista, anche se sa
nascondersi bene per il contenuto manifesto. Questo "sacro egoismo'' [in
italiano nel testo] del sogno non è certamente privo di connessione con
l'atteggiamento che si assume per dormire, il quale consiste precisamente nel
ritiro dell'interesse da tutto quanto il mondo esterno.
L'Io, sbarazzato da tutti i vincoli etici, si sente anche solidale con tutte
le pretese del desiderio sessuale, pretese che da lungo tempo sono state
condannate dalla nostra educazione estetica e che contrastano con tutte le
esigenze restrittive della morale. La tendenza al piacere - la libido, come noi
diciamo - sceglie i suoi oggetti senza inibizioni, e di preferenza proprio
quelli proibiti.
Non solo la donna altrui, ma soprattutto oggetti incestuosi, consacrati dalla
convenzione umana, la madre e la sorella per l'uomo, il padre e il fratello per
la donna. (Anche il sogno della nostra signora cinquantenne è un sogno
incestuoso, la sua libido è inconfondibilmente rivolta verso il figlio).
Appetiti che crediamo estranei alla natura umana si mostrano abbastanza forti da
suscitare sogni. Anche l'odio si sfoga illimitatamente. Desideri di vendetta e
di morte nei riguardi delle persone più prossime, più care nella vita, i
genitori, i fratelli e le sorelle, il coniuge, i propri figli, non sono affatto
insoliti. Questi desideri censurati sembrano salire da un vero e proprio
inferno; da svegli, dopo l'interpretazione, nessuna censura contro di essi ci
sembra abbastanza severa.
Per questo brutto contenuto non dovete tuttavia rivolgere alcun rimprovero al
sogno in quanto tale. Non dimenticate che esso ha l'innocua, anzi utile funzione
di preservare il sonno da perturbazioni. Tale malvagità non è insita nella
natura del sogno.
Voi sapete, anzi, che ci sono sogni che si lasciano riconoscere come il
soddisfacimento di desideri giustificati e di impellenti bisogni fisici. Questi
sogni, a dire il vero, non presentano alcuna deformazione: del resto non ne
hanno bisogno, possono assolvere la loro funzione senza offendere le tendenze
etiche ed estetiche dell'Io. Tenete presente inoltre che la deformazione del
sogno si sviluppa in proporzione diretta con due fattori: da una parte essa
diventa tanto più grande quanto più malvagio è il desiderio da censurare, ma
dall'altra, anche quanto più severe si presentano le esigenze della censura in
quel determinato momento.
Una giovinetta ritrosa, educata severamente, deformerà perciò con inesorabile
censura impulsi onirici che noi medici, per esempio, dovremmo riconoscere come
innocui e ammissibili desideri libidici che la sognatrice stessa giudicherà tali
un decennio più tardi.
Resta da dire che siamo ancora ben lontani dal poterci scandalizzare per
questo risultato del nostro lavoro interpretativo. E' un risultato che non
comprendiamo ancora bene, credo; ma prima di tutto abbiamo l'obbligo di
difenderlo da certe calunnie per le quali è fin troppo facile trovare un
appiglio. Le nostre interpretazioni di sogni sono condotte sulla base delle
premesse che abbiamo stabilito in precedenza: che il sogno in generale abbia un
senso, che sia lecito trasporre dal sonno ipnotico a quello normale l'esistenza
di processi psichici inconsci in un determinato momento, e che tutte le
associazioni siano determinate. Se, sulla base di queste premesse, fossimo
giunti a risultati plausibili nell'interpretazione dei sogni, avremmo concluso a
ragione che tali premesse erano esatte. Ma se questi risultati appaiono così
come li ho appena descritti? In questo caso viene spontaneo dire che si tratta
di risultati impossibili, assurdi, perlomeno molto inverosimili, e che quindi
qualcosa era sbagliato nelle premesse. O il sogno non è un fenomeno psichico,
oppure non c'è nulla di inconscio nello stato normale, oppure la nostra tecnica
ha una falla in qualche punto.
Non è forse più facile e soddisfacente ammettere questo piuttosto che tutti
gli orrori che presumiamo di avere scoperto in base alle nostre premesse?
Certamente! Più facile e anche più soddisfacente, ma non per questo
necessariamente più esatto. Diamoci tempo, la cosa non è ancora matura per un
giudizio. Innanzitutto possiamo rafforzare ancora la critica contro le nostre
interpretazioni di sogni. Il fatto che i loro risultati siano così spiacevoli e
disgustosi potrebbe non avere tanto peso. Un argomento più forte è che i
sognatori ai quali, in base all'interpretazione dei loro sogni, attribuiamo tali
propensioni, le respingono da sé nel modo più energico e con buone ragioni.
"Come? - dice uno. - Vuole dimostrarmi in base al sogno che mi dispiace per le
somme che ho speso per la dote di mia sorella e l'educazione di mio
fratello?
Ma questo davvero non può essere; lavoro solo per i miei fratelli, non ho
altro interesse nella vita che adempiere ai miei doveri verso di essi, come,
essendo il maggiore, ho promesso alla nostra povera mamma". Oppure dice una
sognatrice: "Io dovrei augurare la morte a mio marito? Ma è un assurdità
rivoltante! Non solo abbiamo una vita coniugale felicissima - in questo Lei
probabilmente non mi crederà - ma la sua morte mi farebbe perdere anche tutto
ciò che possiedo al mondo". Oppure un altro ci ribatte: "Io dovrei rivolgere su
mia sorella desideri sensuali? Questo è ridicolo; non m'importa nulla di lei;
siamo in cattivi rapporti e da anni non scambio più una parola con lei". Forse,
se questi sognatori non confermassero né smentissero le tendenze a essi
attribuite con l'interpretazione, prenderemmo ancora la faccenda alla leggera;
potremmo dire che si tratta di cose che appunto essi non sanno di se stessi. Se
essi però avvertono in sé l'esatto contrario del desiderio interpretato e ci
possono dimostrare con la loro condotta la predominanza di questo contrario,
questo è un fatto che alla fin fine deve pur renderci perplessi. Non sarebbe
tempo ormai di gettar da parte l'intero lavoro di interpretazione dei sogni come
qualcosa che è portato "ad absurdum" dai suoi stessi risultati?
No, non ancora. Anche questo più solido argomento crolla, se lo affrontiamo
criticamente. Ammesso che esistano nella vita psichica tendenze inconsce, il
fatto che nella vita cosciente possa essere dimostrato il predominio delle
tendenze a esse opposte non ha alcuna forza probante. Forse nella vita psichica
c'è posto anche per tendenze antitetiche, per contraddizioni che coesistono
l'una accanto all'altra; anzi, proprio la predominanza di un impulso è
presumibilmente una condizione perché il suo contrario permanga inconscio. Le
obiezioni, quindi, restano quelle sollevate all'inizio: che i risultati
dell'interpretazione del sogno non sono semplici e che sono molto sgradevoli.
Alla prima si deve replicare che, con tutto il vostro entusiasmo per la
semplicità, non siete in grado di risolvere uno solo dei problemi del sogno; in
questo campo dovete acconciarvi sin d'ora ad ammettere situazioni più
complicate. Quanto alla seconda, vi dirò che avete palesemente torto a servirvi
di una simpatia o di una repulsione come motivo per un giudizio scientifico. Che
importa se i risultati dell'interpretazione dei sogni vi appaiono sgradevoli, o
addirittura vergognosi e ripugnanti? "ça n'empêche pas d'exister" [Questo non
impedisce loro di esistere], ho sentito dire in un caso analogo, quand'ero un
giovane medico, dal mio maestro Charcot. Occorre essere umili, mettere
bellamente da parte le proprie simpatie e antipatie, se si vuole apprendere che
cosa è reale in questo mondo. Se un fisico potesse dimostrarvi che entro breve
termine la vita organica di questa terra è destinata a finire per totale
assideramento, osereste forse replicare anche a lui: "Ciò non può essere, questa
prospettiva è troppo sgradevole?". Penso che stareste zitti in attesa che un
altro fisico segnalasse al primo un errore nelle sue premesse o nei suoi
calcoli. Se respingete ciò che vi è sgradito, non fate altro che RIPETERE il
meccanismo della formazione del sogno invece di comprenderlo e di superarlo.
Può darsi che ora promettiate di prescindere dal carattere repellente dei
desideri onirici censurati e ripieghiate sull'argomento che in fin dei conti è
inverosimile che al male vada attribuita una parte così grande nella
costituzione dell'uomo. Ma le vostre esperienze personali vi autorizzano davvero
a parlare così? Non mi riferisco a come voi possiate apparire a voi stessi, ma
avete trovato davvero tanta benevolenza nei vostri superiori e concorrenti,
tanta cavalleria nei vostri nemici e così scarsa invidia nella società di cui
fate parte, da sentirvi obbligati a pronunciarvi contro la componente egoistica
e malvagia della natura umana? Non vi è noto quanto l'uomo medio sia incapace di
dominarsi e indegno di affidamento in tutte le faccende della vita sessuale? O
forse non sapete che tutte le soverchierie e le trasgressioni di cui sogniamo
durante la notte vengono compiute davvero quotidianamente da uomini svegli in
forma di delitti? Che altro fa qui la psicoanalisi se non confermare l'antico
detto di Platone secondo il quale i buoni sono coloro che si accontentano di
sognare ciò che gli altri, i cattivi, fanno realmente?
E ora, prescindendo dagli aspetti individuali, volgete lo sguardo alla grande
guerra che continua a devastare l'Europa; pensate all'eccesso di brutalità, di
crudeltà e di falsità che dilaga attualmente nel mondo civile. Credete veramente
che un pugno di arrivisti e di corruttori senza coscienza sarebbe riuscito a
scatenare tutti questi spiriti maligni, se milioni di uomini al loro seguito non
avessero anch'essi la loro parte di colpa? Osate anche in queste circostanze
spezzare una lancia in favore dell'esclusione del male dalla costituzione
psichica dell'uomo?
Replicherete che giudico la guerra unilateralmente; che essa ha messo in luce
anche la parte più bella e più nobile degli uomini, il loro eroismo, il
sacrificio di sé, il loro senso sociale.
Questo è vero; tuttavia non rendetevi qui complici dell'ingiustizia che si è
commessa così spesso nei riguardi della psicoanalisi, rimproverandole di
rinnegare una cosa perché ne afferma un'altra. Non è nostra intenzione
misconoscere le nobili aspirazioni della natura umana, né abbiamo mai fatto
alcunché per diminuirne il valore. Al contrario; io non vi mostro soltanto i
desideri cattivi censurati nel sogno, ma anche la censura che li reprime e li
rende irriconoscibili. Ci soffermiamo con maggior insistenza sulla malvagità
dell'uomo solo perché gli altri non vogliono ammetterla, con il risultato non di
rendere migliore la psiche umana, ma di renderla incomprensibile. Se rinunceremo
alla valutazione unilateralmente etica, potremo certamente trovare una formula
più corretta per quanto riguarda il rapporto tra il bene e il male nella natura
umana.
Dunque, siamo intesi. Non occorre che rinunciamo ai risultati del nostro
lavoro sull'interpretazione del sogno, anche se ci tocca trovarli strani. Forse
possiamo avvicinarci più tardi, per un'altra via, alla loro comprensione. Per il
momento atteniamoci a questo: la deformazione onirica è una conseguenza della
censura, la quale viene esercitata da tendenze di cui l'Io si assume la
paternità contro moti di desiderio in qualche modo sconvenienti che si agitano
in noi nottetempo, durante il sonno. Perché proprio nottetempo e donde traggano
origine questi desideri riprovevoli sono ovviamente questioni ancora aperte e
suscettibili di molti approfondimenti.
Sarebbe però sbagliato se trascurassimo di mettere debitamente in rilievo un
altro risultato delle nostre indagini. I desideri onirici che vogliono
disturbarci nel sonno ci sono sconosciuti; infatti ne abbiamo cognizione solo
attraverso l'interpretazione dei sogni. Essi devono quindi venir definiti come
inconsci in un certo momento, nel senso discusso. Dobbiamo però dirci che essi
sono inconsci anche più che in quel determinato momento. Il sognatore infatti,
come abbiamo visto in tanti casi, li rinnega anche dopo che ne è venuto a
conoscenza attraverso l'interpretazione del sogno. Si ripete quindi il caso in
cui ci siamo imbattuti per la prima volta interpretando il lapsus verbale
"ruttare", quando l'autore del brindisi assicurò indignato che né allora né mai
prima di allora aveva avuto coscienza di un impulso irriverente contro il
proprio capo. Già allora avevamo dubitato del valore di questa asserzione e
l'avevamo sostituita con la supposizione che l'oratore non sapesse e non avesse
mai saputo nulla di tale impulso presente in lui. Questo fatto si ripete ora
ogni volta quando interpretiamo un sogno fortemente deformato, e acquista
pertanto un significato maggiore ai fini della nostra concezione. Siamo ora
pronti ad ammettere che nella vita psichica esistono processi e tendenze di cui
il soggetto non sa assolutamente nulla, non sa nulla da lungo tempo, forse
addirittura non ha mai saputo nulla. Con ciò l'inconscio acquista per noi un
nuovo senso: il "determinato momento" e il "temporaneamente" scompaiono dalla
sua essenza; il suo significato può essere: "PERMANENTEMENTE inconscio", e non
solo: "latente in un determinato momento". Su questo com'è ovvio, dovremo
tornare in seguito.
NOTE:
- La dottoressa Hermine von Hug-Hellmuth.
Lezione 10 - IL SIMBOLISMO NEL SOGNO
Signore e Signori, abbiamo scoperto che la deformazione onirica, che ci
ostacola nella comprensione del sogno, è il risultato di un'attività censoria
che si rivolge contro gli impulsi di desiderio inconsci e inaccettabili.
Naturalmente però non abbiamo affermato che la censura è l'unica responsabile
della deformazione onirica; e in effetti, con lo studio ulteriore del sogno, è
possibile scoprire anche altri fattori che vi sono implicati. Vale a dire che se
anche la censura onirica venisse esclusa non saremmo ugualmente in grado di
comprendere i sogni, il sogno manifesto non sarebbe ancora identico ai pensieri
onirici latenti.
Questo altro fattore che rende impenetrabile il sogno, questo nuovo
contributo alla deformazione onirica, noi lo scopriamo nel momento in cui ci
rendiamo conto di una lacuna della nostra tecnica. Vi ho già concesso che
talvolta alle persone in analisi può non venire in mente nulla in relazione ai
singoli elementi del sogno. In verità, ciò non avviene così di frequente come
esse affermano; in moltissimi casi, insistendo, si riesce a strappare qualche
cosa. Certamente però rimangono casi in cui l'associazione non viene o, se
strappata a forza, non fornisce quanto da essa ci aspettavamo. Se questa
evenienza si verifica durante un trattamento psicoanalitico ad essa va
attribuito un significato particolare di cui non intendo occuparmi qui. Ma il
fatto è che essa si verifica anche nell'interpretazione di sogni di persone
normali o di sogni nostri. Se ci si convince che in simili casi a nulla servono
le pressioni, si finisce col fare la scoperta che l'indesiderato accidente si
presenta sempre in relazione a determinati elementi onirici, e si comincia a
riconoscere una nuova regolarità là dove in un primo tempo si credeva di
assistere solo un insuccesso anomalo della tecnica.
Viene in tal modo la tentazione di interpretare questi elementi onirici
"muti", di intraprenderne la traduzione con i nostri mezzi. Sta di fatto che,
ogniqualvolta si osa fare questa sostituzione, si ottiene un senso
soddisfacente, mentre finché non ci si decide a questo intervento, il sogno
rimane senza senso e il nesso è interrotto. Col ripetersi di molti casi
assolutamente simili, il nostro tentativo, dapprima timido, acquisterà la
necessaria sicurezza.
Espongo tutto questo un po' schematicamente; ma ciò è pur lecito a scopi
didattici, tanto più che le cose non sono falsate, ma solo semplificate .
Procedendo in questo modo si ottengono traduzioni costanti per una serie di
elementi onirici, proprio come fanno i nostri popolari "libri dei sogni" per
tutto ciò che sogniamo. Non dimenticate, per contro, che usando la nostra
tecnica associativa, non vengono mai in luce sostituzioni costanti degli
elementi onirici.
Direte subito che questa via per giungere all'interpretazione vi appare
ancora più insicura e contestabile della precedente, basata sulle associazioni
libere. Ma c'è qualcos'altro. Infatti, quando con l'esperienza si è raccolto un
numero sufficiente di sostituzioni costanti, a un bel momento ci si accorge che
in effetti avremmo dovuto ricavare questi pezzi di interpretazione del sogno
dalle nostre conoscenze, e che in realtà essi potevano essere compresi senza le
associazioni del sognatore. Da che cosa avremmo dovuto conoscere il loro
significato, risulterà dalla seconda parte della nostra discussione.
Chiamiamo "simbolica" una simile relazione costante fra un elemento onirico e
la sua traduzione, e "simbolo" del pensiero onirico inconscio l'elemento onirico
stesso. Vi ricorderete che in precedenza, esaminando le relazioni esistenti tra
gli elementi onirici e ciò che di "autentico" gli sta dietro, ho distinto tre di
queste relazioni: quella della parte per il tutto, quella dell'allusione e
quella della rappresentazione per immagini. Ve ne annunciai allora una quarta,
ma non ve la nominai. Questa quarta è dunque la relazione simbolica qui
introdotta. A essa si riallacciano discussioni molto interessanti, sulle quali è
opportuno soffermarsi prima di esporre le nostre particolari osservazioni sul
simbolismo.
Il simbolismo è forse il capitolo più singolare della teoria del sogno.
Innanzitutto, essendo traduzioni immutabili, i simboli realizzano in certa
misura l'ideale dell'antica interpretazione dei sogni, non meno che di quella
popolare, ideale dal quale noi con la nostra tecnica ci eravamo molto
allontanati. Essi ci permettono, in certe circostanze, di interpretare un sogno
senza interrogare il sognatore, il quale, comunque, nulla sa dire a proposito
del simbolo. Se si conoscono i simboli onirici usuali e inoltre la persona del
sognatore, le circostanze nelle quali vive e le impressioni che hanno preceduto
il sogno, si è spesso in condizione di interpretare senz'altro un sogno, di
tradurlo per così dire a prima vista. Un simile virtuosismo lusinga l'interprete
del sogno e fa impressione al sognatore; esso contrasta piacevolmente con la
faticosa incombenza di interrogare il sognatore. Ma non lasciatevi sviare da
ciò. Non è nostro compito produrci in virtuosismi. L'interpretazione basata
sulla conoscenza dei simboli non è una tecnica che possa sostituire quella
associativa o competere con essa. E' un'integrazione della tecnica associativa e
solo se inserita in questa fornisce risultati apprezzabili. Per quanto riguarda
invece la conoscenza della situazione psichica del sognatore, dovete considerare
che non avete da interpretare solo sogni di persone a voi ben note, che di
regola non conoscete gli avvenimenti diurni che hanno suscitato il sogno, e
infine che le associazioni dell'analizzato vi apportano precisamente la
conoscenza di ciò che si chiama la situazione psichica.
Inoltre è particolarmente notevole - anche con riferimento ad argomenti che
saranno menzionati in seguito - il fatto che anche contro l'esistenza della
relazione simbolica tra sogno e inconscio sono state rese esplicite le più
violente resistenze. Perfino persone stimabili e intelligenti, che pure hanno
percorso un lungo tratto di cammino con la psicoanalisi, giunte a questo punto
hanno rifiutato di seguirci. Tanto più singolare è questo comportamento in
quanto, in primo luogo, il simbolismo non è peculiare solo al sogno o
caratteristico di esso e, in secondo luogo, il simbolismo che si ritrova nel
sogno non è stato scoperto dalla psicoanalisi, nonostante essa vada fiera di un
numero non esiguo di scoperte sorprendenti. Quale scopritore del simbolismo
onirico, se proprio vogliamo a esso attribuire un inizio nei tempi moderni, va
citato il filosofo K. A. Scherner (1). La psicoanalisi ha confermato le scoperte
di Scherner anche se va detto che le ha modificate in modo decisivo.
Immagino che desideriate ora sentire qualcosa sulla natura del simbolismo
onirico e averne alcuni esempi. Vi riferirò volentieri ciò che so, ma vi
confesso che la nostra comprensione non giunge così lontano come vorremmo.
L'essenza della relazione simbolica è un paragone, ma non un paragone
qualsiasi. Intuiamo che esso è soggetto a un particolare condizionamento, ma non
sappiamo dire in che cosa questo consista.
Non tutto ciò cui possiamo paragonare un oggetto o un processo compare come
suo simbolo nel sogno. Né il sogno, d'altra parte, simbolizza qualsiasi cosa, ma
solo determinati elementi dei pensieri onirici latenti. Quindi vi sono
limitazioni sotto tutti e due gli aspetti. Dobbiamo anche ammettere che
attualmente il concetto di simbolo non può essere delimitato nettamente; esso si
confonde con la nozione di sostituzione, di raffigurazione eccetera, e si
avvicina perfino a quella di allusione. In un certo numero di simboli il
paragone sotteso è evidente: accanto a questi, ce ne sono altri per i quali
dobbiamo porci la domanda dove si debba cercare l'elemento comune, il "tertium
comparationis" di questo presunto paragone: grazie a una riflessione più
approfondita possiamo scoprirlo, oppure no, e in questo caso esso rimane davvero
celato ai nostri occhi. E' inoltre strano che, se il simbolo è un paragone,
quest'ultimo non si lasci svelare dall'associazione, e anche che il sognatore
non conosca il paragone, che se ne serva senza averne conoscenza; anzi, ancor
più, che il sognatore non abbia neppure voglia di riconoscere questo paragone
dopo che gli è stato indicato. Vedete dunque che una relazione simbolica è una
comparazione di tipo tutto particolare, il cui fondamento non è stato da noi
ancora colto chiaramente. Ma forse, più avanti, emergerà qualche indicazione su
questo elemento sconosciuto.
L'ambito delle cose che trovano rappresentazione simbolica nel sogno non è
grande: il corpo umano nel suo insieme, i genitori, i figli, i fratelli, la
nascita, la morte, la nudità... e ancora un'altra cosa. La figura umana nel suo
insieme è oggetto di un'unica raffigurazione tipica, ossia regolare, che è la
casa, come ha riconosciuto Scherner, il quale volle addirittura attribuire a
questo simbolo un'importanza predominante, che invece non gli spetta. Accade nel
sogno di calarsi lungo la facciata di una casa, ora provando piacere ora
angoscia. Le case coi muri completamente lisci sono uomini; quelle provviste di
sporgenze e davanzali, ai quali ci si può appigliare, sono donne. I genitori
appaiono in sogno come IMPERATORE e IMPERATRICE, RE e REGINA, o come altre
persone di riguardo; dunque, in questo caso, il sogno è pieno di devozione
filiale. I sogni trattano invece con meno delicatezza i bambini e i fratelli,
che vengono simbolizzati da PICCOLI ANIMALI, INSETTI. La nascita è quasi sempre
rappresentata mediante una relazione con l'ACQUA: si sogna qualcuno che
precipita nell'acqua oppure ne emerge, salva una persona dall'acqua o viene
salvato da una persona, ossia ha con essa un rapporto materno. Il morire viene
sostituito nel sogno con il PARTIRE, con l'ANDARE IN TRENO; l'essere morto, con
diverse allusioni oscure, quasi timide; la nudità con ABITI e UNIFORMI.
Vedete come qui i confini tra rappresentazione simbolica e allusiva si
confondano.
In confronto alla povertà di questa enumerazione non può non sorprendere il
fatto che oggetti e contenuti di altro genere vengono rappresentati mediante un
simbolismo straordinariamente ricco. E' questo il campo della vita sessuale, dei
genitali, dei processi e dei rapporti sessuali. Nel sogno la stragrande
maggioranza dei simboli è costituita da simboli sessuali. Risulta evidente qui
una singolare sproporzione. I contenuti che ho indicato sono pochi, ma i simboli
che li rappresentano sono straordinariamente numerosi, così che ognuna di queste
cose può venire espressa da moltissimi simboli pressappoco equivalenti.
L'interpretazione darà poi risultati tali da suscitare lo scandalo generale.
In contrasto con la varietà delle raffigurazioni oniriche, le interpretazioni
dei simboli sono molto monotone.
Questo spiace a quanti ne vengono a conoscenza; ma che farci?
Poiché è la prima volta che in questa lezione si parla di contenuti della
vita sessuale, mi sento in dovere di dirvi qualcosa a proposito del modo in cui
intendo trattare questo tema.
La psicoanalisi non trova alcun motivo per dissimulare e alludere, non
ritiene necessario vergognarsi perché si occupa di questa importante materia,
pensa che sia corretto e decente chiamare tutto con il suo vero nome, e spera
che questo sia il modo migliore per tenere lontani secondi pensieri importuni.
Il fatto che si parli davanti a un pubblico composto di persone di entrambi i
sessi non può cambiare nulla di quanto abbiamo detto. Come non c'è una scienza
"in usum delphini", così non ce n'è una per educande, e le signore che si
trovano fra voi hanno fatto capire con la loro presenza in quest'aula che
vogliono essere equiparate agli uomini.
Per il genitale maschile, dunque, il sogno ha una quantità di
rappresentazioni che debbono definirsi simboliche, nelle quali l'elemento comune
che dà luogo al paragone è perlopiù molto evidente. Cominciamo con l'osservare
che per il genitale maschile nel suo insieme è simbolicamente significativo il
numero sacro.
Poi, la parte del genitale più appariscente e curiosa per entrambi i sessi,
il membro virile, trova sostituzione simbolica, in primo luogo, in cose che gli
sono simili nella forma, ossia lunghe ed erette, come: BASTONI, OMBRELLI,
VERGHE, ALBERI e simili; inoltre, in oggetti che con ciò che raffigurano hanno
in comune la proprietà di penetrare nel corpo e di ferire, ossia ARMI appuntite
di ogni genere, COLTELLI, PUGNALI, LANCE, SCIABOLE; ma anche armi da fuoco:
FUCILI, PISTOLE e la RIVOLTELLA, così adatta allo scopo per la sua forma. Nei
sogni d'angoscia delle fanciulle, l'inseguimento da parte di un uomo che impugna
un coltello o un'arma da fuoco ha un'ampia parte. E' questo il caso di
simbolismo onirico forse più frequente e che ora siete in grado facilmente di
tradurvi. Senz'altro comprensibile è anche la sostituzione del membro virile con
oggetti dai quali scorre dell'acqua - RUBINETTI, ANNAFFIATOI, FONTANE - e altri
oggetti che possono essere allungati, come LAMPADE A SALISCENDI, MATITE
RIENTRABILI eccetera. Un aspetto altrettanto ovvio dell'organo è alla base del
fatto che MATITE, PORTAPENNE, LIME PER UNGHIE, MARTELLI e altri strumenti sono
indubbi simboli sessuali maschili.
La singolare proprietà del membro di potersi sollevare contro la forza di
gravità, uno degli aspetti del fenomeno dell'erezione, porta alla
rappresentazione simbolica mediante AEROSTATI, MACCHINE VOLANTI e,
recentissimamente, mediante DIRIGIBILI ZEPPELIN. Il sogno però conosce un altro
modo ancora, di gran lunga più espressivo, per simbolizzare l'erezione. Esso fa
del membro sessuale la parte essenziale dell'intera persona che viene essa
stessa fatta VOLARE. Non prendetevela se i sogni di volo, spesso così belli, che
noi tutti conosciamo, devono essere interpretati come sogni di eccitazione
sessuale generalizzata, come sogni di erezione. Tra gli studiosi di psicoanalisi
Paul Federn ha accertato contro ogni dubbio questa interpretazione. Ma alla
stessa conclusione è giunto con le sue ricerche anche Mourly Vold, tanto lodato
per la sua sobrietà, il quale ha condotto gli esperimenti sul sogno di cui vi ho
parlato, facendo assumere ai suoi soggetti posizioni artificiali delle braccia e
delle gambe; ed egli era veramente lontano dalla psicoanalisi e forse non ne
sapeva nulla. Non venitemi poi a dire che ciò non è vero dato che le donne
possono avere gli stessi sogni di volo. Ricordate piuttosto che i nostri sogni
vogliono essere appagamenti di desiderio, e che il desiderio di essere un uomo è
presente molto spesso, in forma cosciente o inconscia, nella donna. Che alla
donna sia possibile realizzare questo desiderio con le stesse sensazioni
dell'uomo non può essere motivo di sconcerto per chi sa di anatomia. Anche la
donna infatti possiede nei suoi genitali un piccolo membro a somiglianza di
quello maschile, e questo piccolo membro, la clitoride, svolge nell'infanzia e
nell'età che precede i rapporti sessuali la medesima parte del membro più grande
dell'uomo.
Ai simboli sessuali maschili meno facilmente comprensibili appartengono certi
RETTILI e PESCI, soprattutto il famoso simbolo del SERPENTE. Non è certo facile
indovinare perché il CAPPELLO e il MANTELLO abbiano trovato lo stesso impiego,
ma questo loro significato simbolico è assolutamente indubitabile. Ci si può
ancora chiedere, infine, se si possa designare come simbolica la sostituzione
del membro virile con un altro membro, il piede o la mano. Io credo che vi siamo
costretti dal contesto e dai corrispettivi simboli femminili.
Il genitale femminile viene rappresentato simbolicamente da tutti quegli
oggetti che ne condividono la proprietà di racchiudere una cavità che può
accogliere in sé qualcosa, quindi con POZZI, FOSSE e CAVERNE, con RECIPIENTI e
BOTTIGLIE, con SCATOLE, ASTUCCI, VALIGIE, BARATTOLI, CASSE, BORSE e così via.
Anche la NAVE rientra in questa serie. Alcuni simboli, più che con il genitale
della donna, hanno riferimento con il grembo materno, così ARMADI, FORNI e
soprattutto la STANZA. Il simbolismo della stanza si congiunge qui con il
simbolismo della casa: PORTA e PORTONE diventano a loro volta simboli
dell'orifizio genitale. Tuttavia anche certi materiali sono simboli della donna:
il LEGNO, la CARTA e certi oggetti che sono fatti con questi materiali, come il
TAVOLO e il LIBRO. Tra gli animali vanno citati come innegabili simboli
femminili almeno la CHIOCCIOLA e la CONCHIGLIA; tra le parti del corpo, la BOCCA
quale sostituto dell'orifizio genitale; tra gli edifici, la CHIESA e la
CAPPELLA. Non tutti i simboli, come vedete, sono ugualmente comprensibili.
Tra i genitali bisogna annoverare le mammelle che, così come gli emisferi
maggiori del corpo femminile, trovano la loro rappresentazione in MELE, PESCHE,
FRUTTI in genere. La peluria pubica di entrambi i sessi viene descritta dal
sogno come BOSCO e CESPUGLIO. La complicata topografia delle parti genitali
femminili fa comprendere perché esse vengano rappresentate molto spesso come
paesaggi con rocce, boschi e acqua, mentre l'imponente meccanismo dell'apparato
genitale maschile fa sì che ne diventino simboli tutte le specie di MACCHINE
complicate e difficili da descrivere.
Un simbolo del genitale femminile degno di menzione è ancora lo SCRIGNO DEI
GIOIELLI; GIOIA e TESORO sono designazioni della persona amata anche nel sogno;
i DOLCIUMI una frequente rappresentazione del godimento sessuale. Il
soddisfacimento ottenuto sul proprio genitale viene accennato mediante ogni
specie di attività musicale, anche col SUONARE IL PIANOFORTE.
Rappresentazioni simboliche per eccellenza dell'onanismo sono lo SCIVOLARE e
lo SDRUCCIOLARE, come pure lo STRAPPARE UN RAMO. Un simbolo onirico
particolarmente degno di nota è la CADUTA o l'ESTRAZIONE DI DENTI. Certamente
esso significa innanzitutto l'evirazione, quale punizione per l'onanismo. Meno
numerose di quanto ci si potrebbe aspettare dopo quanto vi ho finora comunicato
sono nel sogno le raffigurazioni specifiche del rapporto fra i sessi. Vanno
menzionate qui attività ritmiche come il BALLARE, il CAVALCARE e il SALIRE, e
anche esperienze violente, come l'ESSERE INVESTITI. Inoltre certi mestieri
manuali e, naturalmente, la MINACCIA A MANO ARMATA.
Non dovete immaginarvi l'impiego e la traduzione di questi simboli come
qualcosa di semplice e lineare. Avvengono a questo proposito ogni sorta di cose
che contraddicono le nostre aspettative. Così, ad esempio, sembra quasi
incredibile che spesso in queste rappresentazioni simboliche le differenze tra i
sessi non siano rigorosamente osservate. Alcuni simboli - per esempio il bambino
PICCOLO, il figlio PICCINO o la figlia PICCINA - significano un genitale in
genere, non importa se maschile o femminile. Altre volte un simbolo
prevalentemente maschile può essere impiegato per un genitale femminile o
viceversa. Questo non si capisce se prima non ci si è fatti una certa idea dello
sviluppo delle rappresentazioni sessuali negli uomini. In alcuni casi questa
ambiguità dei simboli può essere solo apparente; i simboli più lampanti, come
ARMI, BORSE, CASSE, sono esclusi da questo impiego bisessuale.
Intendo ora prendere le mosse non più da ciò che viene rappresentato, bensì
dal simbolo, per dare una prospettiva generale dei campi dai quali i simboli
sessuali vengono, per la maggior parte, attinti e per aggiungere alcune
osservazioni supplementari con particolare riguardo ai simboli in cui l'elemento
comune del paragone rimane incompreso. Un simbolo oscuro di tal genere è il
CAPPELLO, o forse il copricapo in genere, che di norma ha un significato
maschile, ma può anche averne uno femminile. Analogamente, il MANTELLO significa
un uomo, forse non sempre con riferimento ai genitali. Siete liberi di cercarne
il perché. La CRAVATTA, che pende giù e che non viene portata dalla donna, è un
simbolo chiaramente maschile. La BIANCHERIA, e la TELA in genere, sono
femminili; ABITI, UNIFORMI sono, come abbiamo già detto, sostituti della nudità,
delle forme del corpo; la SCARPA, la PANTOFOLA, un genitale femminile; TAVOLO e
LEGNO sono stati già menzionati come simboli enigmatici, ma sicuramente
femminili. SCALE A PIOLI, GRADINATE, SCALE, o per meglio dire l'andare su di
esse, sono simboli certi del rapporto sessuale: a una più attenta considerazione
ci salterà agli occhi, quale elemento comune, il ritmo di questo andare, forse
anche il crescere dell'eccitazione, l'affanno, quanto più in alto si sale.
Abbiamo già menzionato il paesaggio quale rappresentazione del genitale
femminile. MONTAGNA e ROCCIA sono simboli del membro maschile; il GIARDINO, un
frequente simbolo del genitale femminile. Il FRUTTO non sta per il bambino, ma
per il seno. Gli ANIMALI FEROCI significano persone sensualmente eccitate, e
inoltre pulsioni cattive, passioni. FIORITURE e FIORI designano il genitale
della donna o, più specificamente, la verginità. Non dimenticate che i fiori
sono realmente i genitali delle piante.
Conosciamo già la STANZA come simbolo. Qui la rappresentazione può
proseguire, in quanto le finestre, le entrate e le uscite della stanza assumono
il significato di orifizi del corpo. Anche il fatto che la stanza sia aperta o
chiusa si inserisce in questo simbolismo, e la CHIAVE, che apre, è certamente un
simbolo maschile.
Ecco dunque del materiale per il simbolismo del sogno. L'elenco non è
completo e potrebbe venire approfondito nonché esteso. Penso però che vi
sembrerà più che sufficiente, forse vi irriterà. Mi pare di sentire la vostra
domanda: "Vivo davvero in mezzo a simboli sessuali? Tutti gli oggetti che mi
circondano, tutti i vestiti che indosso, tutte le cose che prendo in mano, sono
sempre simboli sessuali e nient'altro?". Abbiamo effettivamente ragioni
sufficienti per meravigliarci e investigare, e la prima domanda che ci porremo
sarà: Da che cosa propriamente veniamo a conoscere il significato di questi
simboli onirici, intorno ai quali il sognatore stesso non ci fornisce che
ragguagli insufficienti o addirittura non sa dirci nulla?
Rispondo: Da fonti molto diverse, dalle fiabe e dai miti, da facezie e motti
di spirito, dal folklore (cioè dallo studio dei costumi, degli usi, dei proverbi
e delle canzoni popolari), dall'uso linguistico poetico e colloquiale. In tutti
questi campi si riscontra lo stesso simbolismo e in alcuni di essi lo
comprendiamo senza bisogno di ulteriori delucidazioni. Esaminando una per una
queste fonti, troveremo tanti di quei paralleli con il simbolismo del sogno da
non poter più dubitare delle nostre interpretazioni .
Secondo Scherner, come dicevamo, il corpo umano viene raffigurato spesso nel
sogno mediante il simbolo della casa. Proseguendo questa raffigurazione, abbiamo
visto che le finestre, le porte e i portoni sono gli accessi alle cavità
corporee, e che le facciate sono lisce o provviste di davanzali e sporgenze che
servono d'appiglio. Lo stesso simbolismo si trova nell'uso linguistico tedesco,
che saluta confidenzialmente un buon conoscente chiamandolo "altes Haus"
[vecchia casa], parla di dare a uno una pacca "aufs Dachl" [sul tetto (sulla
testa)], o afferma di un altro che non è a posto "im Oberstübchen" [nella
soffitta; cioè non ha la testa a posto]. In anatomia gli orifizi del corpo si
chiamano esplicitamente "Leibespforten" [porte del corpo].
Incontrare in sogno i genitori come coppia imperiale o reale sembra a tutta
prima sorprendente. Ma ha il suo parallelo nelle favole. Non ci balugina forse
l'idea che le molte favole che cominciano con "C'era una volta un re e una
regina" non vogliano dire nient'altro che "c'era una volta un padre e una
madre"? In famiglia i figli vengono chiamati scherzosamente "principini" e il
maggiore "principe ereditario". Il re chiama se stesso "padre della patria". I
bambini piccoli vengono scherzosamente denominati "Wurmer" [vermi] e si dice
compassionevolmente: "das arme Wurm" [il povero verme].
Ritorniamo al simbolismo della casa. Se nel sogno utilizziamo le sporgenze
delle case per aggrapparci, non ci viene forse in mente la definizione volgare
per un petto fortemente sviluppato: "Quella lì ha un bel davanzale"? A questo
proposito c'è in tedesco un'altra espressione volgare: "Quella lì ha molta legna
davanti alla casa", che sembra voler suffragare la nostra interpretazione del
legno come simbolo femminile, materno.
Sempre a proposito del legno, non è facile comprendere come questo materiale
sia giunto a rappresentare la maternità, la femminilità.
Qui può venirci in aiuto il raffronto tra le lingue. La parola tedesca "Holz"
[legno] è probabilmente dello stesso ceppo della parola greca "yle", che
significa materia, materiale grezzo. Qui ci troveremmo davanti al caso non raro
in cui il nome generico di un materiale è stato alla fine riservato a un
particolare materiale. Ora, c'è un'isola nell'oceano che porta il nome di
"Madeira": questo nome le fu dato dai portoghesi quando la scoprirono, perché
allora era coperta da cima a fondo di boschi; infatti in portoghese madeira
significa "legno". Voi certo riconoscete che MADEIRA non è nient'altro che la
parola latina MATERIA un po' modificata. Ora, materia deriva da MATER,
"madre,".
La materia di cui qualcosa è costituito è, per così dire, la sua parte
materna. Questa antica concezione sussiste quindi nell'uso simbolico del legno
al posto di "donna", "madre".
La nascita viene regolarmente espressa nel sogno mediante un riferimento
all'acqua: ci si precipita in acqua o si esce dall'acqua, cioè si partorisce o
si è partoriti. Ora non dimentichiamo che questo simbolo può far riferimento in
due modi alla realtà della storia evolutiva: non solo tutti i mammiferi
terrestri, compresi i progenitori dell'uomo, hanno avuto origine da animali
acquatici - questo sarebbe il dato di fatto più remoto -, ma anche ogni singolo
mammifero, ogni uomo, ha trascorso nell'acqua la prima fase della propria
esistenza, cioè ha vissuto come embrione nel liquido amniotico nel grembo della
madre e con la nascita è uscito dall'acqua. Non voglio affermare che il
sognatore sappia questo; sostengo, al contrario, che non occorre che lo sappia.
C'è un'altra cosa che il sognatore probabilmente sa perché gli è stata detta
nell'infanzia; e tuttavia affermo che questa conoscenza non gli è servita per
formare il simbolo. Da piccolo gli si è raccontato che la cicogna porta i
bambini; ma dove li prendeva? Dallo stagno, dal pozzo, quindi ancora una volta
dall'acqua. Uno dei miei pazienti cui da bambino era stata data questa
spiegazione - era figlio di un conte - scomparve subito dopo per un intero
pomeriggio. Alla fine lo si trovò disteso sulla riva dello stagno del castello,
il visino inclinato sullo specchio d'acqua, a spiare attentamente se poteva
scorgere i bambini nel fondo dell'acqua.
Nei miti della nascita dell'eroe che Otto Rank ha sottoposto a uno studio
comparativo - il più antico è quello del re Sargon di Agade, intorno al 2800
avanti Cristo, - l'abbandono nell'acqua e il salvataggio dall'acqua hanno una
parte predominante. Rank ha mostrato che queste sono raffigurazioni della
nascita, analoghe a quelle consuete nel sogno. Quando in sogno si salva una
persona dall'acqua, ci si rende madre di quella persona, o madre in genere; nel
mito una persona che salva un bambino dall'acqua riconosce di essere la vera
madre del bambino. In un noto aneddoto scherzoso si chiede a un intelligente
ragazzo ebreo chi fosse la madre di Mosè. "La principessa", risponde senza
esitare. "Ma no, - gli si ribatte, - lei lo ha soltanto tratto fuori
dall'acqua".
"Questo è quello che dice LEI", replica il ragazzo, dimostrando così di aver
trovato la giusta interpretazione del mito.
In sogno, partire significa morire. C'è l'usanza di dire al bambino, che
s'informa dove sia un morto di cui sente la mancanza, che è "partito". Anche
qui, vorrei contestare la credenza che il simbolo onirico abbia origine da
questo espediente verbale che si usa col bambino. Il poeta si serve della stessa
relazione simbolica quando parla dell'aldilà come di un "paese non ancora
scoperto dal cui confine nessun viaggiatore ('no traveller') ritorna''
[Shakespeare, Amleto, atto 3, scena 1]. Anche nella vita di ogni giorno è per
noi del tutto comune parlare dell"'ultimo viaggio". Ogni conoscitore degli
antichi riti sa quanto seriamente venisse presa, ad esempio nella religione
dell'antico Egitto, la rappresentazione di un viaggio nel paese della morte. Ci
sono rimasti conservati molti esemplari del "Libro dei morti", che veniva dato
alla mummia come se fosse un Baedeker per il suo viaggio. Da quando i luoghi di
sepoltura sono stati separati da quelli di abitazione, anche l'ultimo viaggio
del defunto è diventato una realtà.
Nemmeno il simbolismo genitale è qualcosa di esclusiva pertinenza del sogno.
Ognuno di voi sarà stato almeno una volta tanto scortese da chiamare una donna
"vecchia ciabatta", forse senza sapere di servirsi in tal modo di un simbolo
genitale. Nel Nuovo Testamento, la donna è "un fragile vaso". Le sacre Scritture
degli ebrei, nel loro stile così vicino alla poesia, sono piene di espressioni
simboliche sessuali, che non sempre sono state comprese esattamente e la cui
esegesi (per esempio nel caso del "Cantico dei cantici") ha condotto a parecchi
fraintendimenti.
Nella letteratura ebraica più tarda, la rappresentazione della donna come
casa, ove la porta sta per l'orifizio genitale, è molto diffusa. L'uomo si
lamenta, per esempio, nel caso di mancata verginità, di aver trovato "la porta
aperta". Anche il simbolo di tavola per donna è noto a questa letteratura. La
moglie dice del marito: "Gli preparai la tavola, ma egli la capovolse". I
bambini storpi dovrebbero la loro origine al fatto che l'uomo "capovolge la
tavola" (2).
Che anche le navi abbiano nel sogno il significato di donne ci è reso
credibile dagli etimologi, i quali affermano che "Schiff" [nave] è stato
originariamente il nome di un recipiente d'argilla ed è la stessa parola di
"Schaff" [mastello, in dialetto]. Il fatto che il forno sia una donna e un
grembo materno ci viene confermato dalla leggenda greca di Periandro di Corinto
e di sua moglie Melissa: allorché, secondo il racconto di Erodoto, il tiranno
evocò l'ombra della consorte ardentemente amata, ma da lui uccisa per gelosia,
al fine di avere da lei una informazione, la morta si diede a conoscere con
l'affermazione che egli "aveva gettato i pani nel forno freddo", alludendo
oscuramente a un fatto che non poteva essere noto ad altri. Nella rivista
"Anthropophyteia", diretta da F. S. Krauss, una fonte insostituibile per tutto
quanto riguarda la vita sessuale dei popoli, leggiamo che in una certa regione
tedesca di una donna che si è sgravata si dice: "le è crollato il forno". La
preparazione del fuoco e tutto ciò che con esso è in rapporto sono intimamente
intessuti di simbolismo sessuale. La fiamma è sempre un genitale maschile e il
posto dove arde il fuoco, il focolare, un grembo femminile.
Se, com'è probabile, il fatto che nel sogno vengono impiegati tanto spesso
paesaggi per rappresentare il genitale femminile ha destato il vostro stupore,
lasciatevi dire dagli studiosi di mitologia quale parte abbia avuto la Madre
Terra nelle credenze e nei culti dei tempi antichi, e come questo simbolismo
abbia determinato la concezione dell'agricoltura. Che la stanza ("Zimmer")
rappresenti in sogno una donna, sarete inclini a dedurlo dall'uso della lingua
tedesca che, al posto di "Frau" ammette di dire "Frauenzimmer", ossia fa in modo
che la persona umana sia rappresentata dal locale a essa destinato.
Analogamente, noi parliamo della ''Sublime Porta", intendendo con ciò riferirci
al Sultano e al suo governo; anche il nome del sovrano dell'antico Egitto,
Faraone, non significava altro che "grande cortile" (nell'antico Oriente i
cortili tra le doppie porte della città erano luoghi di incontro, come nel mondo
classico le piazze del mercato). Tuttavia io penso che questa derivazione sia
troppo superficiale: mi sembra più verosimile che la stanza sia diventata
simbolo della donna in quanto spazio racchiudente l'essere umano.
La casa ci è già nota sotto questo significato; dalla mitologia e dallo stile
poetico possiamo aggiungere, come ulteriori simboli della donna, CITTA',
ROCCAFORTE, CASTELLO, FORTEZZA. La questione sarebbe facilmente risolvibile
sulla base dei sogni di quelle persone che non parlano il tedesco e non lo
comprendono. Negli ultimi anni ho curato prevalentemente pazienti di lingua
straniera e credo di ricordarmi che anche nei loro sogni "stanza" significava
"donna" benché la loro lingua non comportasse un uso analogo al nostro. Abbiamo
ancora altri indizi che la relazione simbolica può esorbitare dai confini
linguistici, ciò che del resto aveva già affermato il vecchio studioso di sogni
Schubert.
Nessuno dei miei sognatori, tuttavia, ignorava completamente il tedesco, così
che devo lasciare ogni decisione in merito a quegli psicoanalisti che in altri
paesi possono raccogliere dati su persone che parlano una sola lingua.
Tra le rappresentazioni simboliche del genitale maschile, difficilmente ne
troveremo una che non ricorra nell'uso linguistico scherzoso, volgare o poetico,
specialmente dei poeti classici. In questi ultimi casi però entrano in gioco non
soltanto i simboli che compaiono nel sogno ma anche altre raffigurazioni, per
esempio attrezzi per svariate operazioni, l'aratro innanzitutto. Del resto, con
la rappresentazione simbolica della virilità, ci avviciniamo a un campo molto
esteso e assai discusso, da cui vogliamo tenerci lontani per motivi di economia
espositiva.
Ancora alcune osservazioni vorrei dedicare al solo simbolo del 3 che esula in
un certo senso da questa categoria. Se questo numero debba eventualmente a
questa relazione simbolica il suo carattere sacro, è una questione ancora
aperta. Sembra però accertato che parecchie cose tripartite che compaiono in
natura, per esempio il trifoglio, derivano da questo significato simbolico il
loro impiego in stemmi ed emblemi. Anche il cosiddetto giglio francese
tripartito e il singolare stemma di due isole così lontane tra loro come la
Sicilia e l'isola di Man, il "triscele" (tre gambe semipiegate che si dipartono
da un comune centro), sembrano essere solo stilizzazioni del genitale maschile.
Nell'antichità le effigi del membro maschile erano ritenute i più potenti mezzi
apotropaici, cioè di difesa contro gli influssi malefici, e con ciò si connette
il fatto che gli amuleti portafortuna del nostro tempo sono nell'insieme
facilmente riconoscibili come simboli genitali o sessuali. Consideriamo una
raccolta di cose del genere, portate ad esempio in forma di piccoli ciondoli
d'argento: un quadrifoglio, un maiale, un fungo, un ferro di cavallo, una scala
a pioli, uno spazzacamino. Il quadrifoglio è subentrato al posto del trifoglio,
che sarebbe simbolo più adatto; il maiale è un antico simbolo di fecondità; il
fungo è un indubbio simbolo del pene, ci sono funghi che debbono il loro nome
sistematico alla loro inconfondibile somiglianza con il membro maschile
("phallus impudicus"); il ferro di cavallo ripete il contorno dell'orifizio
genitale femminile. Infine lo spazzacamino, che porta la scala, rientra in
questa compagnia perché fa una cosa alla quale viene volgarmente paragonato il
rapporto sessuale (vedi 1a rivista "Anthropophiteia"): nel sogno abbiamo
incontrato la sua scala come simbolo sessuale e su questo punto ci soccorre
l'uso linguistico, il quale ci mostra come la parola "steigen" [salire, montare]
abbia un significato squisitamente sessuale. Si dice: "den Frauen nachsteigen"
[correr dietro (letteralmente: salire, montare dietro) alle donne] e "ein alter
Steiger" [un vecchio donnaiolo, letteralmente: 'montatore']. Nella lingua
francese nella quale il gradino si chiama la "marche", troviamo l'esatto analogo
di quest'ultima espressione: "un vieux marcheur". Verosimilmente qui c'entra l
fatto che l'atto sessuale di molti grandi animali presuppone il salire, il
"montare" sulla femmina.
Lo strappare un ramo, quale raffigurazione simbolica dell'onanismo, non solo
concorda con designazioni volgari dell'atto onanistico ["strapparsene uno"], ma
si presta altresì ad ampi paralleli mitologici. Particolarmente degna di nota
perché trova un riscontro nell'etnologia, cosa che probabilmente è nota a
pochissimi sognatori - è però la raffigurazione dell'onanismo o meglio della sua
punizione, l'evirazione, mediante la caduta o l'estrazione di denti. Mi sembra
fuori di dubbio che la circoncisione, in uso presso tanti popoli, sia un
equivalente e una sostituzione dell'evirazione; e ora ci viene riferito che in
Australia certe stirpi primitive praticano la circoncisione come rito della
pubertà (per festeggiare la raggiunta maturità sessuale dei giovani), mentre
altre stirpi, confinanti, hanno sostituito questo atto con l'estrazione di un
dente.
Con questi esempi termino la mia esposizione. Sono soltanto degli esempi; ne
sappiamo di più su questo argomento, e potete immaginare quanto più ricca e
interessante riuscirebbe una raccolta di questo genere che non fosse fatta da
dilettanti come noi, ma da veri specialisti in mitologia, antropologia,
linguistica e folklore.
Ci preme trarre alcune conclusioni, che non possono essere esaurienti, ma che
ci daranno molto da pensare.
Per prima cosa ci troviamo dinanzi al dato di fatto che il sognatore ha a
disposizione una forma di espressione simbolica che nella veglia non conosce e
non riconosce. Ciò è davvero stupefacente; è come se scopriste che la vostra
cameriera capisce il sanscrito, benché sappiate che è nata in un villaggio boemo
e non lo ha mai appreso. Non è facile venire a capo di questo dato sicuro per
mezzo delle nostre concezioni psicologiche. Possiamo soltanto dire che nel
sognatore la conoscenza del simbolismo è inconscia, appartiene alla sua vita
intellettuale inconscia.
Nemmeno questa supposizione però ci soddisfa. Fin qui è stato necessario solo
ammettere aspirazioni inconsce, aspirazioni di cui temporaneamente o
permanentemente non si sa nulla. Ora però si tratta di qualcosa di più,
addirittura di conoscenze inconsce, di connessioni mentali, di comparazioni fra
oggetti differenti, che fanno sì che un oggetto possa invariabilmente prendere
il posto di un altro. Queste comparazioni non vengono fatte ogni volta ex novo,
ma sono già predisposte, sono pronte una volta per tutte; ciò risulta infatti
dalla loro concordanza in persone diverse, concordanza che esiste forse anche
malgrado le diversità di lingua. Da dove dovrebbe provenire la conoscenza di
queste relazioni simboliche? L'uso linguistico non ne copre che una piccola
parte. I molteplici paralleli da altri campi sono perlopiù sconosciuti al
sognatore; noi stessi ci siamo dovuti sottoporre a un paziente lavoro per
raccoglierli.
In secondo luogo, queste relazioni simboliche non contengono in sé nulla di
peculiare al sognatore o al lavoro onirico attraverso cui giungono a
espressione. Come abbiamo visto, dello stesso simbolismo si servono miti e
favole, il popolo nei suoi detti e nelle sue canzoni, l'uso linguistico
colloquiale e la fantasia poetica. Quello del simbolismo è un ambito
straordinariamente vasto di cui il simbolismo onirico costituisce solo una
piccola parte: non è nemmeno opportuno affrontare l'intero problema partendo dal
sogno. Molti dei simboli usuali altrove non compaiono nel sogno o compaiono solo
raramente; alcuni dei simboli onirici non si ritrovano in tutti gli altri campi
ma, come avete visto, solo qua e là. Si ha l'impressione di essere in presenza
di una forma di espressione antica e tramontata, di cui parecchi elementi si
sono conservati in ambiti diversi, uno solo qua, l'altro solo là, un terzo
magari in più di un ambito con forme leggermente modificate. Mi viene qui da
pensare alla fantasia di un malato mentale molto interessante, il quale aveva
immaginato una "lingua fondamentale" della quale tutti questi rapporti simbolici
sarebbero stati i residui.
In terzo luogo, deve colpirvi il fatto che negli altri campi che ho
menzionato il simbolismo non è affatto soltanto sessuale, mentre invece nel
sogno i simboli vengono impiegati quasi esclusivamente per portare a
significazione oggetti e relazioni sessuali. Anche questo non è facilmente
spiegabile. Forse che simboli di significato originariamente sessuale sarebbero
in seguito stati utilizzati diversamente, e con ciò sarebbe magari connessa
l'attenuazione della raffigurazione simbolica e la sua trasformazione in una
raffigurazione di tipo diverso? Non si può evidentemente rispondere a questi
interrogativi se ci si è occupati solo del simbolismo onirico. L'unica cosa che
si può fare è attenersi all'ipotesi che tra i simboli veri e propri e la
sessualità esista una relazione particolarmente intima.
Un'importante indicazione ci è stata data a questo riguardo negli ultimi
anni. Un glottologo, Hans Sperber di Uppsala, che lavora indipendentemente dalla
psicoanalisi, ha avanzato la tesi che nell'origine e nel successivo sviluppo del
linguaggio, la parte più grande l'abbiano avuta i bisogni sessuali. I suoni
linguistici servirono inizialmente alla comunicazione sessuale e al richiamo del
compagno; l'ulteriore evoluzione delle radici linguistiche si sarebbe avuta con
l'attività lavorativa degli uomini primitivi.
Questi lavori sarebbero stati svolti collettivamente e accompagnati da
espressioni verbali ritmicamente ripetute. Con ciò sarebbe stato trasferito sul
lavoro un interesse sessuale. L'uomo primitivo si sarebbe, per così dire, reso
accettabile il lavoro trattandolo come un equivalente e come un sostituto
dell'attività sessuale. La parola pronunciata durante il lavoro comune avrebbe
avuto così due significati: avrebbe designato l'attività sessuale e al tempo
stesso l'attività lavorativa a quella equiparata. Con il tempo la parola si
sarebbe svincolata dal significato sessuale e fissata a quel determinato lavoro.
La stessa cosa sarebbe accaduta, alcune generazioni più tardi, con una nuova
parola, che aveva significato sessuale e che sarebbe stata applicata a un nuovo
genere di lavoro. In tal modo si sarebbe formato un gran numero di radici
linguistiche, che erano tutte di provenienza sessuale e che avrebbero
abbandonato il loro significato sessuale.
Se l'esposizione qui abbozzata è corretta, si dischiude certamente per noi
una possibilità di comprendere il simbolismo onirico.
Comprenderemmo perché nel sogno, il quale conserva qualcosa di queste
antichissime condizioni, esista una così straordinaria quantità di simboli
riguardanti ciò che è sessuale, perché in generale le armi e gli strumenti
stiano sempre per ciò che è maschile e i materiali e le cose lavorate per ciò
che è femminile.
La relazione simbolica sarebbe il residuo dell'antica identità verbale; cose
che venivano una volta chiamate nel medesimo modo del genitale, possono ora
comparire nel sogno come suoi simboli.
Dai paralleli che abbiamo scoperto per il simbolismo onirico si può anche
ricavare una valutazione su quel carattere della psicoanalisi che le ha
consentito di attrarre l'interesse generale come né la psicologia né la
psichiatria sono riuscite a fare. Nel corso del lavoro psicoanalitico si
stabiliscono rapporti con numerosissime altre discipline; ebbene, esplorando
questi rapporti si ottengono preziosissimi chiarimenti: sono i rapporti con la
mitologia, con la linguistica, con il folklore, con la psicologia sociale e con
la filosofia della religione. Non vi stupirete quindi che sul terreno
psicoanalitico sia nata una rivista, "Imago", fondata nel 1912 e diretta da
Hanns Sachs e Otto Rank, la quale si è posta il compito esclusivo di coltivare
questi rapporti. In essi la psicoanalisi ha essenzialmente la parte di chi dà,
raramente di chi riceve. Certo, la psicoanalisi trae il vantaggio che, per il
fatto di ritrovarli in altri campi, gli esiti peregrini della sua indagine ci
diventano più familiari; ma, tutto sommato, è essa a fornire i metodi tecnici e
i punti di vista la cui applicazione si dimostrerà feconda negli altri
campi.
Grazie all'indagine psicoanalitica la vita psichica dell'individuo singolo
fornisce le delucidazioni atte a risolvere, o almeno a mettere in giusta luce,
parecchi enigmi che si presentano nelle grandi comunità umane.
Non vi ho ancora detto, del resto, a quali condizioni possiamo ottenere la
comprensione più profonda di quella supposta "lingua fondamentale", e in quale
campo essa si sia conservata meglio.
Finché ciò non vi è noto, non potete neanche apprezzare tutta l'importanza
dell'argomento. Questo campo è infatti quello delle nevrosi, e il suo materiale
sono i sintomi e le altre manifestazioni dei nevrotici, per il cui chiarimento e
trattamento è in effetti stata creata la psicoanalisi.
Il quarto punto di vista cui voglio accennare ci riporta nuovamente agli
esordi e rientra nella via che ci siamo tracciati.
Abbiamo detto che se anche non esistesse la censura onirica, il sogno non
sarebbe facilmente intelligibile ai nostri occhi, poiché ci troveremmo comunque
di fronte al problema di tradurre il linguaggio simbolico del sogno in quello
del nostro pensiero vigile. Il simbolismo è dunque un secondo e indipendente
fattore della deformazione onirica, accanto alla censura onirica. Pare logico
tuttavia supporre che alla censura onirica faccia comodo servirsi del
simbolismo, dato che questo tende al suo stesso fine, alla stranezza e
all'incomprensibilità del sogno.
Si vedrà tra poco se nell'ulteriore studio del sogno ci imbatteremo in un
nuovo fattore che contribuisce alla deformazione onirica. Non vorrei tuttavia
abbandonare il tema del simbolismo onirico senza menzionare ancora una volta il
problema seguente:
com'è possibile che esso abbia incontrato una così violenta resistenza da
parte delle persone colte, dal momento che la diffusione dei simboli nel mito,
nella religione, nell'arte e nel linguaggio è assolutamente fuori discussione?
Che di questo enigma sia responsabile ancora una volta il rapporto con la
sessualità?
NOTE:
- A. SCHERNER. Das Leben des Traumes (Berlino 1861).
- Ricavo queste testimonianze da uno scritto di uno studioso di Brema: L.
LEVY, "Die Sexual symbolik der Bibel und des Talmuds", Z. Sexualwiss., volume 1,
274 (1914).
Lezione 11 - IL LAVORO ONIRICO
Signore e Signori, se siete venuti a capo della censura onirica e della
rappresentazione per simboli, pur non avendo ancora sconfitto definitivamente la
deformazione onirica, siete comunque in grado di comprendere la maggior parte
dei sogni. Vi servirete a questo scopo delle due tecniche, fra loro
complementari, di evocare le associazioni del sognatore finché dal sostituto
riuscirete a cogliere il materiale autentico, e di sostituire, in base alle
vostre conoscenze, i simboli con il relativo significato. Tratteremo in seguito
alcuni problemi risultanti da tale accostamento.
Possiamo ora riprendere un compito che ci proponemmo a suo tempo con mezzi
insufficienti, allorché studiammo le relazioni tra gli elementi onirici e il
materiale autentico che a essi corrisponde.
Rilevammo allora quattro di queste relazioni principali: quella della parte
con il tutto, quella dell'approssimazione o allusione, la relazione simbolica, e
la raffigurazione plastica di parole.
Vogliamo intraprendere la stessa ricerca su più vasta scala confrontando, nel
suo insieme, il contenuto manifesto del sogno con il sogno latente che abbiamo
scoperto mediante l'interpretazione.
Spero che non scambierete mai più tra loro queste due cose. Se davvero ci
riuscite, siete probabilmente più avanti, nella comprensione del sogno, della
maggior parte dei lettori della mia "Interpretazione dei sogni". Lasciatemi
ripetere ancora una volta che il lavoro che trasforma il sogno latente in sogno
manifesto si chiama LAVORO ONIRICO. Il lavoro che procede in direzione opposta,
quello che si sforza di giungere dal sogno manifesto a quello latente, è il
nostro LAVORO D'INTERPRETAZIONE. Il lavoro d'interpretazione si propone di
annullare il lavoro onirico. I sogni di tipo infantile, per quanto riconoscibili
come evidenti appagamenti di desiderio, sono stati sottoposti anch'essi a un
tanto di lavoro onirico, e precisamente alla trasposizione della forma
desiderativa in qualcosa di reale e, perlopiù, alla trasposizione dei pensieri
in immagini visive. In questo caso non c'è bisogno d'interpretazione, ma solo di
far recedere queste due trasposizioni. Quel tanto di lavoro onirico che viene ad
aggiungersi negli altri sogni è da noi chiamato deformazione onirica, ed è
questa che va fatta recedere mediante il nostro lavoro d'interpretazione.
L'aver confrontato molte interpretazioni di sogni mi mette in grado di
indicarvi succintamente come il lavoro onirico manipola il materiale dei
pensieri onirici latenti. Non tentate però di capirne troppo. E' una
descrizione, e come tale va ascoltata con tranquilla attenzione.
Il primo risultato del lavoro onirico è la CONDENSAZIONE.
Intendiamo con ciò il fatto che il sogno manifesto contiene meno del sogno
latente, ed è quindi una sorta di traduzione abbreviata di quest'ultimo. Può
accadere che qualche volta la condensazione manchi; ma di solito è presente e
molto spesso è enorme. Essa non si muta mai nel proprio contrario, ossia non
avviene che il sogno manifesto sia più ricco di quello latente in estensione e
in contenuto. La condensazione si attua perché: 1) certi elementi latenti
vengono omessi del tutto; 2) di alcuni complessi del sogno latente solo una
briciola passa in quello manifesto; 3) elementi latenti che hanno qualcosa in
comune vengono combinati, fusi in unità nel sogno manifesto.
Se volete, potete riservare il termine "condensazione" soltanto a
quest'ultimo processo, i cui effetti sono particolarmente evidenti. Vi
ricorderete senza fatica di aver sognato voi stessi diverse persone condensate
in una sola. Una simile persona composita ha, per esempio, l'aspetto di A, è
però vestita come B, compie un'operazione che si ricorda esser stata compiuta da
C, e per giunta pare di capire che si tratta della persona D. Mediante questa
formazione mista viene messo in particolare rilievo, naturalmente, qualcosa che
le quattro persone hanno in comune.
Oltre che con persone, formazioni miste possono essere realizzate con oggetti
o con località, purché sia assolta la condizione che i singoli oggetti e
località abbiano in comune qualcosa, che viene accentuato dal sogno latente. E'
come una nuova formazione concettuale transitoria, che ha come nucleo questo
elemento comune. Dalla sovrapposizione delle singole unità condensate scaturisce
di norma un'immagine vaga, confusa, così come succede scattando varie fotografie
sulla medesima lastra.
La produzione di formazioni miste è certamente essenziale per il lavoro
onirico, dato che possiamo dimostrare che, nei casi in cui in un primo tempo
mancano i caratteri comuni necessari, essi vengono prodotti deliberatamente, per
esempio mediante la scelta di una parola al posto di un pensiero. Abbiamo già
fatto la conoscenza di condensazioni e formazioni miste come queste: esse
svolgevano un ruolo nella produzione di alcuni lapsus verbali ( vi ricorderete
di quel giovanotto che voleva ''invultare'' una signorina. Oltre a questo ci
sono motti di spirito la cui tecnica si basa su una condensazione del genere. A
parte questi casi, si può però affermare che tale processo è assolutamente
insolito e peregrino. La formazione delle persone miste del sogno trova, a dire
il vero, corrispettivi in talune creazioni della nostra fantasia, la quale
compone facilmente in unità elementi che nell'esperienza non formano un tutto
unico, come per esempio nel caso dei centauri e degli animali favolosi
dell'antica mitologia o dei quadri di Böcklin. La fantasia "creatrice" non è in
grado di inventare assolutamente nulla, ma solo di mettere insieme elementi
estranei tra loro. Ma ciò che vi è di singolare nel procedimento del lavoro
onirico è quanto segue: il materiale che è a disposizione del lavoro onirico è
costituito da pensieri; pensieri, che, in parte, possono essere sconvenienti e
inaccettabili, ma che sono formati ed espressi correttamente.
Questi pensieri vengono trasposti dal lavoro onirico in un'altra forma, ed è
curioso e incomprensibile che in questa traduzione (una sorta di resa in
un'altra scrittura o lingua) trovino impiego i mezzi della fusione e della
combinazione. Una traduzione cerca di solito di rispettare le distinzioni date
nel testo e di tenere separate proprio le somiglianze. Il lavoro onirico,
proprio al contrario, si sforza di condensare due pensieri differenti,
scegliendo, analogamente al motto di spirito, una parola ambigua, nella quale i
due pensieri possano incontrarsi. Senza pretendere di capire subito questa
caratteristica, va detto che essa può diventare importante per spiegare il
lavoro onirico.
Benché la condensazione renda impenetrabile il sogno, non si ha tuttavia
l'impressione che essa sia un effetto della censura onirica. Siamo piuttosto
propensi a ricondurla a fattori meccanici o economici; comunque la censura trae
da essa un vantaggio.
I risultati della condensazione possono essere veramente straordinari. Con il
suo aiuto diventa talora possibile riunire in un sogno manifesto due processi di
pensiero totalmente diversi, cosicché si può ottenere un'interpretazione onirica
apparentemente sufficiente, ma nel contempo ci si può lasciare sfuggire una
possibile "sovrainterpretazione".
Anche per quanto riguarda i rapporti tra il sogno latente e quello manifesto,
la condensazione ha la conseguenza di non lasciar sussistere relazioni semplici
tra gli elementi dell'uno e quelli dell'altro. Un elemento manifesto corrisponde
simultaneamente a parecchi elementi latenti e, viceversa, un elemento latente
può concorrere alla formazione di parecchi elementi manifesti, in una specie di
rapporto incrociato. Nel corso dell'interpretazione del sogno si vede anche che
le associazioni relative a un unico elemento manifesto non affluiscono
necessariamente in successione ordinata. Spesso si deve aspettare che l'intero
sogno sia interpretato.
Il lavoro onirico procede dunque a un genere molto insolito di trascrizione
dei pensieri onirici: non a una traduzione parola per parola o segno per segno,
e neppure a una scelta secondo una regola determinata (come se venissero
riprodotte solo le consonanti di una parola e venissero omesse le vocali), e
nemmeno a ciò che si potrebbe chiamare una scelta rappresentativa (il fatto che
al posto di parecchi elementi ne sia estratto sempre uno solo) bensì a qualcosa
di diverso e di gran lunga più complicato.
Il secondo risultato del lavoro onirico è lo SPOSTAMENTO.
Fortunatamente, abbiamo già preparato il terreno per questo; sappiamo infatti
che esso è in tutto e per tutto opera della censura onirica. Le sue due
manifestazioni sono: primo, che un elemento latente viene sostituito non da una
propria componente, bensì da qualcosa di più lontano, ossia da un'allusione; e,
secondo, che l'accento psichico passa da un elemento importante a un elemento
irrilevante, così che il sogno appare strano e diversamente centrato.
La sostituzione mediante un'allusione è nota anche al nostro pensiero vigile,
ma c'è una differenza. Nel pensiero vigile l'allusione deve essere facilmente
comprensibile e il sostituto deve stare in rapporto di contenuto con il
materiale autentico corrispettivo. Anche il motto di spirito si serve spesso
dell'allusione, ma lascia cadere la condizione dell'associazione di contenuto e
la sostituisce con associazioni estrinseche inusitate, come l'omofonia, l'uso di
parole ambigue, e così via.
Esso mantiene tuttavia ferma la condizione della comprensibilità; il motto di
spirito verrebbe a perdere ogni effetto se la via di ritorno dall'allusione alla
cosa cui si vuole alludere non si presentasse agevolmente. L'allusione al
servizio dello spostamento si è invece liberata nel sogno da entrambe le
limitazioni. Essa ha con l'elemento da lei sostituito le relazioni più
estrinseche e più lontane ed è quindi incomprensibile; una volta risolta, la sua
interpretazione dà l'impressione di un motto di spirito mal riuscito o di una
spiegazione forzata, stentata, tirata per i capelli. La censura onirica ha
raggiunto appunto il suo fine se è riuscita a rendere introvabile la via di
ritorno dall'allusione al materiale autentico .
Lo spostamento di accento non è un mezzo cui si faccia ricorso per esprimere
un pensiero. Nel pensiero vigile lo usiamo talvolta per ottenere un effetto
comico. Posso forse darvi un'idea dell'effetto sconcertante che esso provoca
ricordandovi un aneddoto. Un fabbro in un villaggio si era macchiato di un
crimine meritevole della pena di morte. Il tribunale decise che la colpa venisse
espiata, ma poiché il fabbro era l'unico del villaggio ed era indispensabile,
mentre di sarti ce n'erano tre, al suo posto fu impiccato uno di questi tre.
Il terzo risultato del lavoro onirico è quello più interessante sotto il
profilo psicologico. Esso consiste nella trasposizione dei pensieri in immagini
visive. Teniamo presente che nei pensieri onirici non tutto subisce questa
trasposizione; qualcosa conserva la sua forza e compare anche nel sogno
manifesto come pensiero o come conoscenza; le immagini visive, inoltre, non sono
l'unica forma in cui vengono trasposti i pensieri. Nondimeno esse sono
l'essenziale della formazione del sogno; questa parte del lavoro onirico è, come
già sappiamo, una delle due caratteristiche più costanti del sogno e del resto,
a proposito di singoli elementi del sogno, già conosciamo la "raffigurazione
plastica di parole".
E' chiaro che non è un risultato che si ottiene facilmente. Per farvi un'idea
delle sue difficoltà, dovete immaginarvi di esservi assunti il compito di
sostituire un articolo politico di fondo di un giornale con una serie di
illustrazioni. Dovreste in un certo qual modo tornare dalla scrittura alfabetica
a quella ideografica.
Vi sarà facile, e forse addirittura vantaggioso, sostituire con immagini le
persone e gli oggetti concreti menzionati nell'articolo, ma grandi difficoltà vi
attendono quando si tratterà di raffigurare tutte le parole astratte e tutte le
parti del discorso che indicano relazioni di pensiero, come le particelle, le
congiunzioni e simili. Nel caso delle parole astratte potrete aiutarvi con ogni
specie di accorgimenti. Vi sforzerete, ad esempio, di trasporre il testo
dell'articolo in un'altra formulazione verbale, che può forse apparire più
insolita, ma che contiene un maggior numero di elementi concreti e suscettibili
di raffigurazione. Vi ricorderete poi che la maggior parte delle parole astratte
sono parole concrete sbiadite, e risalirete quindi, ogniqualvolta vi sarà
possibile, all'originario significato concreto di queste parole. Eccovi felici
di poter rappresentare il "possedere un oggetto" mediante un vero e proprio
"sedercisi sopra" fisicamente. Così opera anche il lavoro onirico.
Date queste circostanze, è inutile avere grandi pretese per quel che riguarda
la precisione della raffigurazione. Vi toccherà lasciar correre se il lavoro
onirico, per esempio, sostituisce un elemento così difficile da ridurre in
immagine come l'adulterio ["Ehebruch", letteralmente: rottura di matrimonio] con
un'altra rottura, quella di una gamba ("Beinbruch) (1).
Riuscirete così, in certa misura, a compensare le goffaggini della scrittura
ideografica costretta a sostituire la scrittura alfabetica.
Per raffigurare le parti del discorso che indicano relazioni tra pensieri
("perché, perciò, ma" eccetera) non avete a disposizione alcuna risorsa di tal
genere; queste componenti del testo andranno quindi perdute, per quanto riguarda
la loro trasposizione in immagini. Analogamente, il lavoro onirico riduce il
contenuto dei pensieri onirici al loro materiale grezzo di oggetti e di
attività. Sarà già tanto se vi si offrirà la possibilità di accennare in qualche
modo,mediante una più sottile caratterizzazione delle immagini, a certe
relazioni per sé stesse non raffigurabili. Allo stesso modo il lavoro onirico
riesce a esprimere parecchi tratti del contenuto dei pensieri onirici latenti
mediante peculiarità formali del sogno manifesto, mediante la sua chiarezza o la
sua oscurità, la sua scomposizione in più parti, e così via. Il numero di parti
in cui è suddiviso un sogno corrisponde di norma al numero dei temi principali,
alle sequenze di pensieri presenti nel sogno latente; spesso un breve sogno di
apertura sta, rispetto al successivo e particolareggiato sogno principale, in un
rapporto di introduzione o di motivazione, una tesi accessoria presente nei
pensieri onirici viene sostituita inserendo un mutamento di scena nel sogno
manifesto eccetera. La forma assunta dai sogni è quindi tutt'altro che priva di
significato e invita anch'essa all'interpretazione. Più sogni fatti nella stessa
notte hanno spesso lo stesso significato e indicano lo sforzo di dominare sempre
meglio uno stimolo di crescente intensità. In un sogno singolo un elemento
particolarmente difficile può trovare la sua raffigurazione in "doppioni", o
simboli molteplici.
Il continuo confronto fra i pensieri onirici e i sogni manifesti che li
sostituiscono ci rivela ogni sorta di cose alle quali non eravamo preparati: per
esempio che anche l'insensatezza e l'assurdità dei sogni ha un preciso
significato. Anzi, in questo punto il contrasto tra la concezione medica e
quella psicoanalitica del sogno diventa acuto in misura non raggiunta altrove.
Secondo la prima, il sogno è insensato perché l'attività psichica ha perduto
durante il sogno ogni capacità critica; secondo la nostra concezione, invece, il
sogno diventa insensato quando deve essere data rappresentazione a una critica
contenuta nei pensieri onirici, al giudizio: "ciò è insensato". Ne è un buon
esempio il sogno a voi noto dell'andata a teatro (tre biglietti per 1 fiorino e
50). Il giudizio così espresso era: "è stato assurdo sposarmi così presto".
Nel corso del lavoro interpretativo apprendiamo, parimenti, che cosa
corrisponde ai dubbi e alle incertezze, così spesso riferiti dal sognatore, se
un certo elemento sia comparso nel sogno, se sia stato proprio quello o non
piuttosto un altro. Di solito, nulla corrisponde nei pensieri onirici latenti a
questi dubbi e incertezze, i quali provengono esclusivamente dall'azione della
censura onirica e sono da equiparare a un tentativo di eliminazione non
completamente riuscito.
Fra le scoperte più sorprendenti rientra il modo in cui il lavoro onirico
tratta gli opposti presenti nel sogno latente. Sappiamo già che le concordanze
nel materiale latente vengono sostituite nel sogno manifesto mediante
condensazioni. Ebbene, le contrapposizioni vengono trattate allo stesso modo
delle concordanze, vengono espresse, con particolare predilezione, mediante il
medesimo elemento manifesto. Un elemento del sogno manifesto che sia in grado di
avere un contrario può dunque significare ugualmente sé stesso e il suo
contrario, oppure entrambi nello stesso tempo: solo il senso può decidere quale
traduzione si debba scegliere. Connesso con questo è poi il fatto che non si
trova nel sogno una rappresentazione del "no", perlomeno non una
rappresentazione inequivocabile.
Un'analogia, che ci giunge gradita, con questo singolare comportamento del
lavoro onirico ci viene fornita dall'evoluzione del linguaggio. Alcuni
glottologi hanno sostenuto la tesi che nelle lingue più antiche opposti quali
"forte-debole", "chiaro- scuro", "grande-piccolo", venissero espressi con la
medesima radice linguistica ("il significato opposto delle parole primordiali").
Così, nell'antico egizio, KEN significava originariamente "forte" e "debole".
Nel parlare ci si salvaguardava da malintesi, provenienti dall'uso di simili
parole ambivalenti, per mezzo dell'intonazione e di gesti accompagnatori; nello
scrivere, con l'aggiunta di un cosiddetto determinativo, cioè di un disegno che
non era destinato a essere pronunciato.
"Ken = forte" veniva dunque scritto aggiungendo dopo i segni alfabetici, la
figura di un omino in piedi; se si intendeva "ken = debole", allora seguiva la
figura di un uomo negligentemente accovacciato. Soltanto più tardi, attraverso
lievi modificazioni della parola originaria omofona, si ottennero due
designazioni per gli opposti in essa contenuti. Così da "ken", forte-debole,
nacque un "ken" forte e un "kan" debole. Non solo le lingue più antiche negli
ultimi stadi del loro sviluppo, ma anche lingue di gran lunga più recenti e vive
ancor oggi avrebbero conservato abbondanti residui di questo antico significato
opposto delle parole. Ve ne riferirò alcuni esempi, tratti da Karl Abel (2).
Nel latino ci sono alcune di queste parole rimaste ambivalenti:
"altus" (alto-profondo) e "sacer" (sacro-sacrilego).
Come esempi di modificazioni della stessa radice posso citare:
"clamare" (gridare) "clam" (piano, silenziosamente, segretamente); "siccus"
(asciutto) "succus" (succo). Inoltre, dal tedesco, "Stimme" [voce] - "stumm"
[muto].
Se si mettono in relazione tra loro lingue affini, ne risultano abbondanti
esempi. Inglese "lock" (serrare) - tedesco: "Loch" [buco], "Lucke" [apertura].
Inglese: "cleave" (spaccare) tedesco:
"kleben" [attaccare].
L'inglese "without" (propriamente: con-senza) viene oggi impiegato per
"senza"; che "with" avesse, oltre a quello di aggiunzione anche un significato
di privazione, risulta evidente anche dai composti "withdraw" [ritirare] e
"withhold" [trattenere]. Lo stesso vale per il tedesco" wieder" ["insieme con";
e "wider", "contro"].
Ancora un'altra peculiarità del lavoro onirico trova riscontro
nell'evoluzione del linguaggio. Nella lingua egizia, come in altre successive,
accadeva che la successione dei suoni delle parole venisse invertita, pur
conservando lo stesso significato. Esempi di questo genere in inglese e tedesco
sono: "topf" [tedesco pentola] - pot [inglese pentola]; "boat" [inglese barca]
"tub" [inglese barcaccia]; "hurry" [inglese fretta] "Ruhe" [tedesco calma];
"Balken" [tedesco trave] - "Kloben" [tedesco ceppo] e "club" [inglese mazza];
"wait" [inglese aspettare] - "tauwen" [tedesco indugiare]. Tra il latino e il
tedesco: "capere"-"packen" [afferrare]; "ren"-"Niere" [rene].
Inversioni di questo genere, considerate qui a proposito di singole parole,
si riscontrano in diverse forme nel lavoro onirico. Il rovesciamento del
significato, la sostituzione mediante il contrario, ci è già nota. Inoltre, si
trovano nei sogni rovesciamenti della situazione, del rapporto tra due persone:
un vero "mondo alla rovescia"; abbastanza spesso nel sogno è la lepre che spara
sul cacciatore. E ancora, inversioni nell'ordine di successione degli eventi,
così che la premessa viene nel sogno posposta alla conseguenza; è come la
rappresentazione di un dramma da parte di una compagnia scadente, dove prima
cade a terra l'eroe e soltanto dopo viene sparato dietro le quinte il colpo che
lo uccide. Oppure ci sono sogni in cui l'intero ordine degli elementi è
invertito, così che nell'interpretazione, per ottenere un senso, si deve
prendere per primo l'ultimo elemento e per ultimo il primo. Vi ricorderete
anche, dai nostri studi sul simbolismo onirico, che l'entrare o il cadere in
acqua significano la stessa cosa dell'uscirne, ossia partorire o venire
partorito; e che salire una scala, o una scala a pioli, significa la stessa cosa
che scenderla. E' evidente il vantaggio che la deformazione onirica può trarre
da una simile libertà di raffigurazione.
Queste caratteristiche del lavoro onirico possono essere definite arcaiche.
Esse sono pure inerenti agli antichi sistemi di espressione, lingue e scritture,
e comportano le stesse difficoltà, di cui torneremo a parlare da un punto di
vista critico.
Qualche considerazione ancora. E' chiaro che nel lavoro onirico si tratta di
trasporre i pensieri latenti, concepiti in parole, in immagini sensoriali,
perlopiù di natura visiva. Ora, i nostri pensieri hanno avuto origine da
immagini sensoriali di tal genere; il loro primo materiale e i loro stadi
preliminari consistettero in impressioni dei sensi o, più esattamente, nelle
immagini mnestiche di queste impressioni. Solo successivamente, a esse vennero
abbinate parole e queste collegate poi in pensieri. Il lavoro onirico sottopone
dunque i pensieri a un trattamento REGRESSIVO, fa retrocedere la loro
evoluzione, e in questa regressione deve esser lasciato cadere tutto ciò che si
è aggiunto come nuova acquisizione nel corso dello sviluppo delle immagini
mnestiche a pensieri.
Tale è dunque, a quanto pare, il lavoro onirico. Rispetto ai processi che in
esso abbiamo imparato a conoscere, l'interesse per il sogno manifesto ha dovuto
per forza recedere. Ciononostante intendo dedicare a quest'ultimo, che è dopo
tutto l'unica cosa di cui abbiamo conoscenza immediata, ancora alcune
osservazioni.
E' naturale che il sogno manifesto perda per noi di importanza.
Non dovrebbe importarci granché se esso sembra il frutto di una composizione
coerente o se invece è costituito da una serie sconnessa di immagini singole.
Persino quando il suo aspetto esteriore è apparentemente sensato noi sappiamo
che è dovuto alla deformazione onirica e che con il contenuto intrinseco del
sogno esso può avere un rapporto assai poco organico, come la facciata di una
chiesa italiana con la sua struttura e la sua pianta. Può succedere che anche
questa facciata del sogno abbia la sua importanza, in quanto riproduce in forma
poco o nulla deformata un'importante componente dei pensieri onirici latenti. Ma
non possiamo saperlo prima di aver sottoposto il sogno a interpretazione e
averne tratto un giudizio circa il grado di deformazione che ha avuto luogo. Un
dubbio analogo vale per il caso in cui due elementi del sogno sembrano posti in
stretta relazione reciproca. In questo può essere contenuta un'indicazione
preziosa relativa al fatto che è lecito mettere insieme ciò che corrisponde a
questi elementi nel sogno latente; ma altre volte perveniamo invece al
convincimento che ciò che nei pensieri appartiene allo stesso contesto, nel
sogno è stato sparpagliato.
In generale è meglio rinunciare a chiarire una parte del sogno manifesto per
mezzo di un'altra sua parte, come se il sogno fosse concepito coerentemente e
fosse una descrizione fatta a regola d'arte. Esso è perlopiù paragonabile a una
breccia, formata da diversi frantumi di roccia cementati insieme, così che i
disegni che ne risultano non appartengono alle rocce originarie che vi sono
state incluse. C'è in effetti una parte del lavoro onirico, la cosiddetta
elaborazione secondaria, alla quale spetta di ricavare dai primi prodotti del
lavoro onirico stesso qualcosa di compiuto e più o meno coerente. In tal modo il
materiale viene ordinato secondo un senso che è spesso completamente
ingannevole, e, dove sembra necessario, vengono effettuate in esso delle
interpolazioni.
D'altra parte non si deve nemmeno sopravvalutare il lavoro onirico
attribuendogli capacità eccessive. La sua attività si esaurisce con le
prestazioni sopraelencate; più che condensare, spostare, raffigurare
plasticamente e sottoporre poi il tutto a una elaborazione secondaria, esso non
può fare. Le valutazioni, le critiche, le espressioni di meraviglia e le
deduzioni che si trovano nel sogno, non sono prestazioni del lavoro onirico e
solo molto di rado dimostrano una riflessione sul sogno; si tratta invece
perlopiù di frammenti di pensieri onirici latenti che sono passati nel sogno
manifesto più o meno modificati e adattati al contesto. Il lavoro onirico non è
nemmeno in grado di comporre discorsi. A parte poche eccezioni precisabili, i
discorsi dei sogni sono copie e combinazioni di discorsi che sono stati uditi o
fatti il giorno del sogno e che si sono inseriti nei pensieri latenti come
materiale o come l'elemento che ha suscitato il sogno. Tanto meno può il lavoro
onirico eseguire calcoli; quelli che si trovano nel sogno manifesto sono
perlopiù combinazioni di numeri, pseudocalcoli, totalmente privi di senso come
tali e anch'essi solo copie di calcoli presenti nei pensieri onirici latenti.
Stando così le cose, non c'è da meravigliarsi se l'interesse che è stato rivolto
al lavoro onirico presto tende ad allontanarsene, per rivolgersi verso i
pensieri onirici latenti quali si rivelano, in forma più o meno deformata,
attraverso il sogno manifesto. Non è giusto però spingere questo mutamento
d'interesse fino al punto che nella considerazione teorica i pensieri onirici
latenti prendano il posto del sogno in genere, e asserire riguardo al secondo
cose che possono valere solo per i primi. E' strano che i risultati della
psicoanalisi abbiano potuto essere malamente adoperati per una simile
confusione. "Sogno" può essere denominato soltanto il prodotto del lavoro
onirico, vale a dire la FORMA nella quale i pensieri onirici latenti sono stati
trasfigurati dal lavoro onirico.
Il lavoro onirico è un processo di tipo singolarissimo, di cui finora non si
è conosciuto l'uguale nella vita psichica. Simili condensazioni, spostamenti,
trasposizioni regressive di pensieri in immagini sono novità la cui scoperta ha
già abbondantemente compensato le fatiche della psicoanalisi. Potete costatare
ancora una volta, dai paralleli col lavoro onirico, le connessioni che sono
state scoperte tra gli studi psicoanalitici e altri campi, in special modo
quelle relative all'evoluzione del linguaggio e del pensiero. Ma dell'ulteriore
importanza di queste scoperte potrete farvi un'idea solo quando apprenderete che
i meccanismi della formazione del sogno prefigurano il modo in cui si formano i
sintomi nevrotici.
So anche che non siamo ancora in grado di elencare tutte le nuove
acquisizioni che da questi lavori risultano per la psicologia.
Vogliamo soltanto sottolineare che nuove prove sono emerse riguardo
all'esistenza di atti psichici inconsci - tali sono infatti i pensieri onirici
latenti - e che l'interpretazione dei sogni ci promette un accesso che non
sospettavamo così ampio alla conoscenza della vita psichica inconscia.
Ora però sarà tempo che, mediante diversi brevi esempi di sogni, vi dimostri
nei particolari ciò a cui vi ho preparato nell'insieme.
NOTE:
- Durante la correzione delle bozze, il caso mi offre una notizia di giornale
che riproduco qui, quale inaspettata conferma delle frasi precedenti:
"IL CASTIGO Dl DIO (Un braccio rotto per una rottura di matrimonio).
La signora Anna M., moglie di un milite territoriale, ha sporto querela per
adulterio contro la signora Klementine K. Nell'accusa si dice che la K. ha
intrattenuto una relazione illecita con Karl M. mentre suo marito si trovava al
campo e perfino le spediva mensilmente di là settanta corone. La K. avrebbe
ricevuto già parecchio denaro dal marito della querelante, mentre questa sarebbe
costretta a soffrire la fame e la miseria assieme al suo bambino. Commilitoni di
suo marito le avevano riferito che la K.
avrebbe frequentato osterie insieme con M. e avrebbe gozzovigliato fino a
tarda notte. Una volta l'accusata avrebbe addirittura chiesto al marito della
querelante, in presenza di parecchi soldati di fanteria, quando si decideva a
divorziare dalla sua 'vecchia' per andare a stare con lei. Anche la fantesca
della K.
avrebbe visto ripetutamente il marito della querelante nell'abitazione della
K. in abiti assai succinti.
Ieri la K. negò, davanti a un giudice di Leopoldstadt, di conoscere M.: tanto
meno era il caso di parlare di rapporti intimi.
La teste Albertine M. ammise tuttavia che la K. aveva baciato il marito della
querelante e che in tale atto venne da lei sorpresa.
M., interrogato come testimone già in una precedente udienza, aveva in
quell'occasione negato l'esistenza di rapporti intimi con l'accusata. Ieri
giunse al giudice una lettera, in cui il teste ritrattava le dichiarazioni fatte
nella prima udienza e ammetteva di aver intrattenuto fino allo scorso giugno una
relazione amorosa con la K. Nell'udienza precedente aveva negato i suoi rapporti
con l'imputata semplicemente perché questa si era presentata da lui prima
dell'udienza e lo aveva pregato in ginocchio di salvarla e di non rivelare
nulla. 'Oggi - scriveva il teste - mi sento spinto a fare al tribunale una piena
confessione, perché mi sono rotto il braccio sinistro e questo mi sembra un
castigo di Dio per il mio comportamento'.
Il giudice accertava che il reato è caduto in prescrizione, al che la
querelante ritirava la sua accusa e seguiva l'assoluzione dell'imputata".
- K. Abel, "Uber den Gegensinn der Urworte" (Lipsia 1884).
Lezione 12 - ESEMPI DI SOGNI E LORO ANALISI
Signore e Signori, non siate delusi se ancora una volta vi presento frammenti
di interpretazioni di sogni, invece di invitarvi a partecipare
all'interpretazione di un sogno bello e lungo. Direte che, dopo tanta
preparazione, ne avreste il diritto, ed esprimerete il convincimento che essendo
state interpretate con successo tante migliaia di sogni, dovrebbe esser
possibile da tempo effettuare una selezione di ottimi sogni coi quali dimostrare
tutte le nostre affermazioni sul lavoro onirico e sui pensieri onirici. E' così,
ma troppe sono le difficoltà che si frappongono all'appagamento di questo vostro
desiderio.
Devo innanzitutto confessarvi che nessuno di noi ha come principale
occupazione quella di interpretare i sogni. Quand'è, infatti, che capita di
farlo? Accade di occuparsi occasionalmente, senza particolare intenzione, dei
sogni di una persona amica; oppure per un certo periodo si lavora sui propri
sogni, per esercitarsi nel lavoro psicoanalitico; perlopiù tuttavia, si ha a che
fare con i sogni di persone nervose, che sono in trattamento psicoanalitico.
Questi ultimi sogni sono un materiale eccellente e non sono inferiori sotto
nessun profilo a quelli delle persone sane; tuttavia la tecnica del trattamento
ci costringe a subordinare l'interpretazione dei sogni agli intenti terapeutici
e a trascurare un gran numero di sogni dopo averne tratto qualcosa di utile per
il trattamento. Alcuni dei sogni che avvengono durante la cura si sottraggono
interamente a un'interpretazione compiuta; avendo avuto origine dalla massa
informe del materiale psichico che ci è ancora sconosciuto, la loro comprensione
sarà possibile solo dopo la conclusione della cura. Comunicarvi tali sogni
implicherebbe rivelare anche tutti i segreti di una nevrosi; e questo non fa per
noi, che abbiamo affrontato il sogno proprio come preparazione allo studio delle
nevrosi.
Quanto a voi, rinuncereste volentieri a questo materiale e preferireste
sentirvi spiegare sogni di persone sane o sogni vostri. Questo però non è
possibile a causa del loro contenuto.
Non possiamo esporci né compromettere irriguardosamente chi in noi ha riposto
la sua fiducia; e ciò sarebbe inevitabile qualora interpretassimo in profondità
i suoi sogni, i quali, come sapete, hanno a che fare con la parte più intima di
ciascuno di noi. Oltre a questa difficoltà di procurarsi il materiale, ce n'è da
considerare un'altra. Il sogno, come sapete, appare strano al sognatore stesso,
tanto più dunque a un altro, cui la persona del sognatore sia sconosciuta. La
nostra letteratura non scarseggia di buone ed esaurienti analisi di sogni, io
stesso ne ho pubblicato alcune nell'ambito dei miei casi clinici. Il più
bell'esempio di interpretazione di un sogno è forse quello riferito da Otto
Rank:
due sogni di una ragazzina, tra loro collegati, che occupano circa due pagine
a stampa; ma la relativa analisi comprende settantasei pagine. Impiegherei
qualcosa come un intero anno accademico per guidarvi attraverso un simile
lavoro. Se si mette mano a un sogno qualsiasi, piuttosto lungo e fortemente
deformato, tante sono le spiegazioni che bisogna fornire, tanto è il materiale
di associazioni e ricordi che va considerato, tante sono le strade secondarie
che bisogna imboccare, che una sola lezione su questo sogno riuscirebbe quanto
mai confusa e insoddisfacente. Vogliate dunque accontentarvi di ciò che è più
facile ottenere: pezzetti di sogni di persone nevrotiche, in cui è possibile
riconoscere, uno per volta, questo o quell'elemento. Più facili da dimostrare
sono i simboli onirici, poi vengono certe particolarità della raffigurazione
onirica regressiva. Per ognuno dei sogni che seguiranno ora, vi indicherò perché
l'ho ritenuto degno di essere riferito.
1. Il primo sogno consiste solo di due brevi immagini: "Suo zio fuma una
sigaretta, benché sia sabato. Una donna lo accarezza [il sognatore] e lo coccola
come se fosse suo figlio".
Riguardo alla prima immagine, il sognatore (ebreo) osserva che suo zio è un
uomo pio, che non ha mai commesso e mai commetterebbe una cosa così peccaminosa.
Riguardo alla donna della seconda immagine, non gli viene in mente nient'altro
che sua madre. Queste due immagini o pensieri sono evidentemente da porre in
rapporto tra loro. Ma come? Dal momento che egli ha espressamente contestato la
realtà dell'azione dello zio, viene spontaneo introdurre un "se".
"Se mio zio, quel sant'uomo, fumasse una sigaretta di sabato, allora anch'io
potrei farmi coccolare dalla mamma". Ciò significa evidentemente che anche
essere coccolato dalla madre è qualcosa di illecito come il fumare di sabato per
l'ebreo devoto. Vi ricorderete che vi dissi che nel lavoro onirico tutte le
relazioni tra i pensieri onirici vengono a cadere: questi vengono risolti nel
loro materiale grezzo, ed è compito dell'interpretazione reinserire le relazioni
omesse.
2. In seguito alle mie pubblicazioni sul sogno, sono diventato in un certo
senso consulente pubblico in materia di sogni e da molti anni ricevo lettere di
provenienza svariatissima, nelle quali mi vengono comunicati o sottoposti a
giudizio dei sogni. Sono naturalmente grato a tutti coloro che, o aggiungono al
sogno tanto materiale da rendere possibile una interpretazione, o forniscono
essi stessi tale interpretazione. In questa categoria rientra il seguente sogno
di uno studente di medicina di Monaco, fatto nell'anno 1910. Ve lo espongo
perché può dimostrarvi quanto un sogno sia in generale inaccessibile alla
comprensione prima che il sognatore abbia fornito le relative informazioni. Ho
infatti il sospetto che voi, in fondo, riteniate che l'interpretazione ideale
sia quella fondata sul significato simbolico, mentre vorreste mettere in
disparte la tecnica delle associazioni da produrre in relazione al sogno; ed è
mia intenzione liberarvi da questo errore dannosissimo.
"13 luglio 1910. Verso mattina sogno: A Tubinga vado in bicicletta per una
strada in discesa, allorché un bassotto marrone si mette a corrermi dietro
furiosamente e mi afferra a un calcagno. Percorso un tratto scendo, mi siedo su
un gradino e incomincio a riempire di botte la bestia ostinata a tener duro.
(Del morso e dell'intera scena non ho sensazioni sgradevoli). Di fronte sono
sedute due signore piuttosto anziane, che mi osservano sogghignando. Allora mi
sveglio e, come già spesse volte, in questo momento del passaggio alla veglia
l'intero sogno mi appare chiaro".
Poco si può concludere qui con i simboli. Il sognatore però ci racconta:
"Negli ultimi tempi mi sono innamorato di una ragazza, solo così per averla
vista per strada, ma non ho mai avuto modo di abbordarla. Il pretesto più facile
sarebbe stato il suo bassotto, tanto più che io sono un grande amico degli
animali e mi aveva fatto piacere trovare questa inclinazione anche nella
ragazza".
Aggiunge anche di essere intervenuto varie volte con gran destrezza, e spesso
tra lo stupore degli astanti, nelle zuffe fra cani. Apprendiamo quindi che la
ragazza che gli piaceva si faceva sempre vedere in compagnia di quel particolare
cane. Questa ragazza, però, è stata eliminata nel sogno manifesto in cui è
rimasto solo il cane a lei associato. Forse al posto della ragazza sono
subentrate le signore anziane che lo guardano sogghignando.
Quanto egli riferisce ancora, non basta comunque per chiarire questo punto.
Il fatto che nel sogno egli vada in bicicletta, è la diretta ripetizione della
situazione ricordata. Tutte le volte che aveva incontrato la ragazza con il cane
stava andando in bicicletta.
3. Quando uno ha perso un caro congiunto, per parecchio tempo dopo fa sogni
di tipo particolare, nei quali la consapevolezza della morte giunge ai più
strani compromessi con il bisogno di richiamare in vita il morto. Talora il
defunto è morto e tuttavia continua a vivere, perché non sa di essere morto e
solo se lo sapesse morirebbe del tutto; talaltra è a metà morto e a metà vivo, e
ognuno di questi stati è indicato in modo particolare.
Questi sogni non devono essere definiti semplicemente come assurdi: il sogno
ammette benissimo che qualcuno risusciti, così come lo ammettono, per esempio,
le favole, dove questo è un evento comunissimo. Per quanto ho potuto analizzare
sogni del genere, ne è risultato che sono suscettibili di una soluzione
ragionevole, ma che il pietoso desiderio di richiamare in vita il morto sa
operare con i mezzi più insoliti. Vi espongo qui un sogno di questo tipo,
piuttosto strano e insensato, la cui analisi vi mostrerà molte delle cose alle
quali siete stati preparati dalle nostre esposizioni teoriche. E' il sogno di un
uomo che aveva perso il padre da parecchi anni.
"Il padre è morto, ma è stato esumato e ha un brutto aspetto. Da allora
continua a vivere e il sognatore fa di tutto perché non se ne accorga" (poi il
sogno passa ad altre cose, in apparenza lontanissime).
Il padre è morto, questo lo sappiamo. Il fatto che sia stato esumato non
corrisponde alla realtà, che naturalmente non è presa in considerazione neppure
nel resto del sogno. Ma il sognatore racconta: Dopo che era tornato dalla
sepoltura del padre, un dente cominciò a dolergli. Voleva trattare questo dente
secondo il precetto della dottrina ebraica: "Se il tuo dente ti infastidisce
strappalo" e si recò dal dentista. Ma questi disse: "Un dente non va strappato,
bisogna aver pazienza con lui. Gli metterò dentro qualcosa per farlo morire;
venga di nuovo fra tre giorni e allora lo estrarrò".
"Questo 'estrarre' - dice improvvisamente il sognatore - è l'esumare".
Che il sognatore abbia ragione? Per la verità, non tutto quadra
perfettamente, ma solo all'incirca, giacché non è il dente che viene estratto
bensì qualcosa che in esso è morto. Ma simili imprecisioni si possono senz'altro
attribuire al lavoro onirico, sulla base di altre esperienze. Il sognatore
avrebbe dunque condensato, fuso in unità il padre defunto con il dente morto e
tuttavia conservato. Nessuna meraviglia quindi che nel sogno manifesto risulti
qualcosa che non ha senso, poiché non tutto quanto viene detto del dente si può
adattare al padre. In cosa consisterà mai il "tertium comparationis" tra il
dente e il padre, che rende possibile questa condensazione?
Eppure il sognatore deve aver ragione, tanto è vero che prosegue affermando
di sapere che, quando si sogna di un dente caduto, ciò significa che si perderà
un membro della famiglia.
Sappiamo che questa interpretazione popolare è inesatta o, perlomeno, è
esatta solo in un senso scurrile. Tanto più ci sorprenderà, allora, che il tema
così accennato ricompaia dietro le altre parti del contenuto onirico.
Senza ulteriori esortazioni, il sognatore comincia ora a raccontare della
malattia e della morte del padre, come pure dei suoi rapporti con lui. Il padre
fu ammalato per lungo tempo, l'assistenza e le cure dell'ammalato costarono a
lui, il figlio, molto denaro. Eppure nulla gli parve mai troppo, non si
spazientì mai, non ebbe mai il desiderio che la cosa una buona volta potesse
avere fine. Si vanta di vera pietà ebraica verso il padre, di aver osservato
rigorosamente la legge ebraica. Non ci colpisce qui una contraddizione nei
pensieri attinenti al sogno? Egli aveva identificato il padre con il dente. Nei
confronti del dente voleva procedere secondo la legge ebraica, che comportava la
sentenza di strapparlo quando procurasse dolore e fastidio. Anche nei confronti
del padre pretendeva di aver proceduto secondo il precetto della legge, la quale
in questo caso raccomanda invece di non badare a spese e a fastidi, di
addossarsi ogni peso e non lasciar emergere alcuna intenzione ostile nei
riguardi dell'oggetto che procura il dolore. Non sarebbe di gran lunga più
perentoria la concordanza, se egli avesse effettivamente sviluppato verso il
padre malato sentimenti simili a quelli verso il dente malato, se avesse cioè
desiderato che una morte repentina mettesse fine alla sua esistenza superflua,
dolorosa e costosa?
Non dubito che questo sia stato realmente il suo atteggiamento nei riguardi
del padre durante la lunga malattia, e che le assicurazioni ostentate della sua
devota pietà siano intese a stornare l'attenzione da questi ricordi. Il
desiderio di morte riferito al genitore suole presentarsi in simili circostanze
e coprirsi con la maschera di una considerazione compassionevole del tipo: "per
lui sarebbe solo una liberazione". Notate però che qui abbiamo superato una
barriera che è negli stessi pensieri onirici latenti: infatti anche se una prima
parte di essi era inconscia solo temporaneamente, cioè durante la formazione del
sogno, i moti ostili verso il padre dovevano essere stati inconsci
permanentemente, trarre origine forse dal tempo dell'infanzia ed essersi
occasionalmente insinuati nella coscienza in forma timida e mascherata, durante
la malattia del padre. Questo possiamo affermarlo con sicurezza ancora maggiore
di altri pensieri latenti che hanno innegabilmente contribuito al contenuto del
sogno. Certo nel sogno nulla si può scoprire dei moti ostili verso il padre. Ma
se cerchiamo nella vita infantile la radice di questa ostilità verso il padre,
ci ricordiamo che la paura del proprio padre si determina perché questi, già nei
primissimi anni, si oppone all'attività sessuale del ragazzo, non diversamente
da come è obbligato a opporvisi di nuovo, per motivi sociali, nell'età che segue
la pubertà. Questa relazione con il padre vale anche per il nostro sognatore; il
suo amore per lui era intessuto di rispetto e di angoscia, scaturiti dalla fonte
della precoce intimidazione sessuale.
Sulla base del complesso onanistico si spiegano ora le ulteriori proposizioni
del sogno manifesto. "Ha un brutto aspetto", allude in verità a un altro
discorso del dentista, il quale aveva osservato che si ha un brutto aspetto
quando si perde un dente in quel punto; ma si riferisce contemporaneamente al
brutto aspetto con il quale il giovane nella pubertà tradisce o teme di tradire
la sua smodata attività sessuale. Non è senza sollievo che il sognatore, nel
contenuto manifesto, ha spostato il brutto aspetto dalla propria persona su
quella del padre: uno dei ribaltamenti del lavoro onirico a voi noti. "Da allora
continua a vivere" coincide con il desiderio che il padre torni in vita, come
pure con la promessa del dentista che il dente si conserverà. Invece la frase
"Il sognatore fa di tutto perché (il padre) non se ne accorga", è apprestata con
grande sottigliezza per indurci a completare: "che è morto", ma anche qui
l'unico completamento che abbia significato risulta dal complesso onanistico,
dove è ovvio che il giovanetto fa di tutto per nascondere al padre la propria
vita sessuale. Ricordatevi infine che i cosiddetti "sogni da stimolo dentario"
li abbiamo sempre dovuti ricondurre all'onanismo e alla temuta punizione per
esso.
Vedete dunque come si è formato questo sogno incomprensibile:
attuando una strana e fuorviante condensazione, omettendo tutti i pensieri
che erano al centro del processo ideativo latente e creando formazioni
sostitutive polivalenti per i pensieri più profondi e cronologicamente più
remoti.
4. Abbiamo già tentato varie volte di accostarci a quei sogni lucidi e banali
che non hanno in sé nulla di assurdo o di peregrino, ma riguardo al quali sorge
la domanda: a che scopo si sognano delle cose tanto insignificanti?. Vi
presenterò dunque un nuovo esempio di questo genere: tre sogni di una giovane
signora, avvenuti in una sola notte e interconnessi tra loro.
a) "Attraversando l'atrio della sua casa picchia con la testa contro il
lampadario che pende molto basso, e perde sangue".
Nessuna reminiscenza, nulla che sia accaduto realmente. Le sue informazioni
in proposito conducono in tutt'altre direzioni. "Lei sa in che gran quantità mi
cadono i capelli. 'Figlia mia mi ha detto ieri mia madre - se le cose continuano
così ti verrà la testa come un popò'". La testa sta dunque qui per l'altra
estremità del corpo. Il lampadario possiamo intenderlo simbolicamente senz'altro
aiuto: tutti gli oggetti suscettibili di allungamento sono simboli del membro
virile. Si tratta quindi di una emorragia alla parte inferiore del corpo, che ha
origine dallo scontro col pene. Ciò potrebbe avere anche ulteriori
significati:
le sue successive associazioni mostrano che si tratta della credenza che
l'emorragia mestruale abbia origine dai rapporti sessuali con l'uomo; è questo
un tratto di teoria sessuale che ha molte seguaci tra le fanciulle immature.
b) "Vede nella vigna una profonda fossa, che sa essere stata prodotta dallo
sradicamento di un albero". Si aggiunga la sua osservazione che l'albero "le
mancava". Essa ritiene di non aver visto l'albero nel sogno, ma la stessa
locuzione serve a esprimere un altro pensiero, che convalida interamente
l'interpretazione simbolica. Il sogno si riferisce a un altro tratto delle
teorie sessuali infantili, ossia alla credenza che le bambine originariamente
avessero lo stesso genitale dei maschietti e che la successiva conformazione del
loro genitale sia dovuta all'evirazione (sradicamento di un albero).
c) "Si trova davanti al cassetto della sua scrivania, che conosce così bene
da sapere subito se qualcuno vi ha messo le mani". Il cassetto della scrivania -
come ogni cassetto, cassa, scatola - è il genitale femminile. Lei sa che sul
genitale si possono riconoscere i segni dei rapporti sessuali (secondo lei,
anche dei toccamenti) e per tanto tempo ha temuto una dimostrazione del genere.
Penso che in tutti e tre questi sogni l'accento debba essere messo sul SAPERE.
Essa pensa al tempo delle sue esplorazioni sessuali infantili, dei cui risultati
era allora molto fiera.
5. Ancora qualcosa sul simbolismo. Ma questa volta devo premettere un breve
resoconto sulla situazione psichica. Un signore, che ha trascorso una notte
d'amore con una donna, descrive la sua compagna come una di quelle nature
materne, nelle quali durante i rapporti amorosi con l'uomo irrompe
irresistibilmente il desiderio di avere un bambino. Le circostanze di
quell'incontro rendono però necessaria una precauzione grazie alla quale
l'emissione seminale fecondatrice viene tenuta lontana dal grembo femminile. Al
risveglio dopo la stessa notte, la donna racconta il seguente sogno:
"Un ufficiale con una cappa rossa la insegue per la strada. Essa fugge
davanti a lui, sale di corsa la scala, e lui sempre dietro.
Senza fiato essa raggiunge la sua abitazione, sbatte la porta dietro di sé e
la chiude a chiave. Egli rimane fuori e, quando essa guarda attraverso lo
spioncino, è seduto fuori su una panca e piange".
Nell'inseguimento da parte dell'ufficiale con la cappa rossa e nella salita a
perdifiato, voi riconoscete di certo la raffigurazione dell'atto sessuale. Il
fatto che la sognatrice si chiuda a chiave davanti all'inseguitore può servirvi
come esempio dei rovesciamenti così di frequente applicati nel sogno; infatti in
realtà era stato l'uomo a sottrarsi al compimento dell'atto sessuale.
Analogamente, la sua tristezza è spostata sul compagno:
è lui infatti che piange nel sogno, e con ciò si allude contemporaneamente
all'emissione seminale.
Avrete certo sentito dire qualche volta che nella psicoanalisi si afferma che
tutti i sogni hanno un significato sessuale. Ora voi stessi siete in grado di
formarvi un giudizio sull'illegittimità di questo rimprovero. Avete fatto la
conoscenza dei sogni di desiderio, che trattano del soddisfacimento dei bisogni
più evidenti - la fame, la sete, la brama di libertà, - dei sogni di comodità e
di impazienza, e anche dei sogni puramente avidi ed egoistici. Ma che i sogni
fortemente deformati diano espressione prevalentemente ripetiamo, non
esclusivamente - a desideri sessuali, potete senz'altro tenerlo a mente come un
risultato dell'indagine psicoanalitica.
6. Ho un particolare motivo per accumulare esempi di impiego dei simboli nel
sogno. Nel nostro primo incontro mi sono lamentato di quanto sia difficile,
nell'insegnamento della psicoanalisi, dare dimostrazioni e quindi suscitare
convinzioni; e sono sicuro che da quel momento in poi vi siete trovati d'accordo
con me. Tuttavia le singole affermazioni della psicoanalisi sono così
intimamente congiunte le une alle altre che la convinzione può facilmente
estendersi da un punto a una più vasta parte del tutto. Si potrebbe dire della
psicoanalisi che se uno le dà il mignolo, essa gli afferra subito tutta la mano.
Persino colui al quale è parsa plausibile la spiegazione degli atti mancati non
può più logicamente esimersi dal credere a tutto il resto. Un secondo punto
altrettanto accessibile, è dato dal simbolismo onirico. Vi esporrò il sogno, già
pubblicato, di una popolana, il cui marito è una guardia, e che certamente non
ha mai sentito nulla del simbolismo onirico e della psicoanalisi. Giudicherete
voi stessi se la spiegazione di questo sogno con l'aiuto di simboli sessuali
possa essere definita arbitraria e forzata.
" ...Poi qualcuno è penetrato nell'abitazione e lei ha chiamato
angosciosamente una guardia. Ma questa, d'accordo con due vagabondi, si era
recata in una chiesa, cui si giungeva salendo diversi gradini. Dietro la chiesa
c'era una montagna e in alto una fitta foresta. La guardia portava un elmetto,
una gorgiera e un mantello. Aveva una lunga barba scura. I due vagabondi, che si
accompagnavano pacificamente alla guardia, avevano allacciati intorno ai fianchi
grembiuli rialzati a sacco. Davanti alla chiesa un sentiero portava al monte.
Esso era interamente coperto ai lati da erbe e cespugli, che si facevano sempre
più fitti e alla sommità della montagna formavano un bosco vero e proprio".
Riconoscerete senza fatica i simboli impiegati. Il genitale maschile è
rappresentato da una triade di persone, quello femminile da un paesaggio con
cappella, montagna e bosco. Ancora una volta incontrate gli scalini come simbolo
dell'atto sessuale.
Ciò che nel sogno è stato definito monte si chiama così anche in anatomia, e
cioè "Mons Veneris", il monte del pube.
7. Ancora un sogno da risolvere per mezzo dell'applicazione dei simboli.
Intanto esso è notevole e convincente in quanto il sognatore stesso ne ha
tradotto tutti i simboli, benché non possedesse alcuna nozione teorica
propedeutica all'interpretazione dei sogni. Questo comportamento è veramente
insolito e le condizioni che lo determinano non sono conosciute con
esattezza.
"Va a passeggio con suo padre in un luogo che è certamente il Prater [Parco
di Vienna], perché si vede la Rotonda e, davanti a questa, un piccolo fabbricato
sporgente, al quale è attaccato un pallone frenato, che però sembra piuttosto
floscio. Suo padre gli chiede a che cosa serva tutto questo. Se ne stupisce, ma
gliene dà la spiegazione. Poi arrivano in un cortile, nel quale è distesa una
grande piastra di latta. Suo padre vuole strapparsene un grosso pezzo, ma prima
si guarda in giro per accertarsi che nessuno possa vederlo. Lui gli dice che
basta dirlo al guardiano, poi potrà prendersene senz'altro un pezzo. Da questo
cortile una scala conduce in un pozzo, le cui pareti sono morbidamente
imbottite, pressappoco come una poltrona di pelle. Alla fine del pozzo c'è una
piattaforma, piuttosto lunga, e poi comincia un altro pozzo...".
Il sognatore stesso interpreta: la Rotonda è il mio organo genitale, il
pallone frenato davanti a essa il mio pene, della cui flaccidità ho ragione di
lamentarmi. Si può dunque fare una traduzione più penetrante: la Rotonda è il
sedere - che, per il bambino, fa regolarmente parte dell'organo genitale, - il
piccolo fabbricato sporgente, lo scroto. Nel sogno il padre gli chiede a che
cosa serva tutto questo, cioè gli chiede lo scopo e le funzioni dei genitali.
Viene spontaneo di rovesciare la situazione, e allora è il paziente a fare la
domanda. Dato che in realtà una domanda di questo tipo, rivolta al padre, non è
mai avvenuta, bisogna considerare il pensiero del sogno come un desiderio oppure
eventualmente prenderlo in senso condizionale:
"Se avessi chiesto a mio padre spiegazioni sessuali". Troveremo presto, in un
altro punto, la continuazione di questo pensiero.
Il cortile nel quale è distesa la piastra di latta non va considerato in
primo luogo come simbolico: esso deriva dai magazzini commerciali del padre. Per
ragioni di discrezione, ho sostituito con latta il materiale di cui fa commercio
il padre, senza peraltro nulla cambiare al testo del sogno. Il paziente è
entrato nella ditta del padre ed è rimasto profondamente scandalizzato dalle
operazioni piuttosto scorrette sulle quali è fondata gran parte del suo
guadagno. Quindi la continuazione del pensiero, che abbiamo citato, potrebbe
essere questa: "(Se lo avessi interrogato), mi avrebbe ingannato come inganna i
suoi clienti". Per l'atto di "strappare", che serve a rappresentare la
scorrettezza commerciale, è lo stesso sognatore a dare la seconda spiegazione,
dicendo che significa l'onanismo. Questo non solo ci è noto da molto tempo, ma
concorda anche assai bene col fatto che la segretezza dell'onanismo è espressa
dal contrario (si può cioè fare apertamente). Che poi l'attività onanistica
venga anch'essa attribuita al padre, come già la domanda nella prima scena del
sogno, corrisponde a ogni attesa. Richiamandosi alla morbida imbottitura delle
pareti, egli interpreta immediatamente il pozzo come vagina. Di mia iniziativa
aggiungo che lo scendere, come del resto il salire, intendono descrivere l'atto
del coito nella vagina.
Egli stesso spiega biograficamente i particolari del primo pozzo, al quale
seguono una piattaforma piuttosto lunga e poi un nuovo pozzo. Per un certo
periodo di tempo egli ha praticato il coito, poi, in seguito a inibizioni, ha
interrotto il rapporto sessuale e ora spera di poterlo riprendere con l'aiuto
della cura.
8. Vi riferisco i due sogni seguenti, fatti da uno straniero con forte
inclinazione alla poligamia, a prova dell'affermazione che il proprio Io compare
in ogni sogno, anche quando si è nascosto nel contenuto manifesto. Nei sogni le
valigie sono simboli della donna.
a) "Parte; il suo bagaglio viene portato alla stazione con una vettura: sono
molte valigie accatastate, tra cui due grandi e nere, simili a valigie di
campionari. Dice a qualcuno per consolarlo: "Suvvia, quelle lì ci seguono solo
fino alla stazione".
In realtà egli suole viaggiare con moltissimo bagaglio; ma anche nella cura
si porta dietro una gran quantità di storie di donne.
Le due valigie nere corrispondono a due donne brune, che in quel momento
hanno la parte principale nella sua vita. Una di esse voleva raggiungerlo a
Vienna; egli le aveva telegrafato, su mio consiglio, di non farlo.
b) Una scena alla dogana: "Un compagno di viaggio apre la sua valigia e dice,
fumando con indifferenza una sigaretta: 'Qui dentro non c'è niente'. Il
doganiere sembra credergli, ma vi caccia dentro ancora una volta le mani e trova
qualcosa di particolarmente proibito. Il viaggiatore dice allora rassegnato:
'Non c'è niente da fare'". Il viaggiatore è lui stesso, io il doganiere. Di
solito egli è molto sincero nelle sue confessioni, ma si era proposto di tacermi
una relazione da poco allacciata con una signora, perché poteva supporre, a
ragione, che quest'ultima non mi fosse sconosciuta. La situazione penosa del
venire scoperti è da lui spostata su una persona estranea, così che egli stesso
non sembra comparire in questo sogno.
9. Ecco un esempio relativo a un simbolo che non ho ancora menzionato:
"Incontra sua sorella in compagnia di due amiche, che sono sorelle tra loro.
Dà la mano a entrambe, ma non alla sorella".
Nessun nesso con un fatto realmente accaduto. I suoi pensieri lo portano
piuttosto a un periodo in cui lo preoccupava l'osservazione che il seno delle
ragazze si sviluppa così tardi.
Le due sorelle sono quindi i seni: egli li toccherebbe volentieri con le
mani, se solo non si trattasse di sua sorella.
10. Ecco un esempio del simbolismo onirico relativo alla morte:
"Assieme a due persone, di cui sa il nome ma l'ha dimenticato al risveglio,
passa su un ponticello di ferro, ripido e molto alto.
Improvvisamente i due non ci sono più ed egli vede un uomo fantasma con una
cappa e un vestito di tela. Gli chiede se è il fattorino del telegrafo... No. E'
forse il traghettatore? No.
Allora egli prosegue. Nel sogno prova anche molta angoscia e dopo il
risveglio continua il sogno con la fantasia che improvvisamente il ponte di
ferro si spezzi ed egli precipiti nell'abisso".
Le persone a proposito delle quali si sottolinea che ci sono sconosciute, che
si è dimenticato il loro nome, perlopiù ci sono molto vicine. Il sognatore ha un
fratello e una sorella; se dovesse aver augurato la morte a questi due, gli
starebbe proprio bene essere afflitto lui stesso da un'angoscia di morte. A
proposito del fattorino del telegrafo, egli osserva che questa gente porta
sempre notizie funeste. Dall'uniforme avrebbe potuto essere anche un lampionaio;
il quale però è anche colui che spegne i lampioni, così come il genio della
morte spegne la fiaccola. Al traghettatore egli associa la poesia di Uhland
della traversata di re Carlo, e ricorda una pericolosa traversata con due
compagni, durante la quale egli ebbe la parte che nella poesia ha il re.
Riguardo al ponte di ferro, gli viene in mente un incidente degli ultimi
tempi e lo stupido detto: "La vita è un ponte sospeso".
11. Come ulteriore esempio della raffigurazione della morte può valere il
sogno:
"Un signore sconosciuto lascia per lui un biglietto da visita listato di
nero".
12. Il seguente sogno - nelle cui premesse rientra, peraltro, anche uno stato
nevrotico - vi interesserà sotto molteplici punti di vista.
"Viaggia in ferrovia. Il treno si ferma in aperta campagna. Crede che sia
imminente un incidente, si deve pensare a fuggire.
Attraversa tutti gli scompartimenti del treno e uccide tutti quelli che
incontra, controllore, macchinista eccetera".
A ciò si allaccia il ricordo del racconto di un amico. Su una linea
ferroviaria in Italia veniva trasportato un mentecatto in un piccolo
scompartimento, nel quale per errore fu ammesso un viaggiatore. Il pazzo uccise
il compagno di viaggio. Egli si identifica dunque con questo pazzo e fonda il
suo diritto a farlo con l'ossessione, che lo tormenta saltuariamente, di doversi
"liberare di tutti i testimoni". Ma poi trova una motivazione addirittura
migliore, che porta allo spunto del sogno. Ieri ha rivisto a teatro la ragazza
che voleva sposare, ma che però ha lasciato perché gli ha dato motivo di
gelosia. Data l'intensità che raggiunge in lui la gelosia, sarebbe stato
veramente pazzo a volerla sposare. Cioè, egli la ritiene così indegna di
fiducia, che sarebbe costretto a uccidere per gelosia tutte le persone che gli
capitassero a tiro. Abbiamo già conosciuto l'andare attraverso una serie di
stanze, qui di scompartimenti, quale simbolo dell'essere sposati (il simbolo,
per contrasto, diviene quello della monogamia).
Riguardo all'arresto del treno in aperta campagna e al timore di un
incidente, egli racconta: una volta che durante un viaggio in ferrovia si
verificò un simile arresto improvviso al di fuori di una stazione, una giovane
signora che viaggiava con lui dichiarò che forse stava per avvenire uno scontro,
e in quel caso la precauzione più opportuna era di sollevare le gambe in
alto.
Questo "le gambe in alto" aveva però avuto un ruolo anche nelle molte
passeggiate ed escursioni in aperta campagna che egli aveva intrapreso con
quella fanciulla durante i primi tempi felici del loro amore. Un nuovo argomento
a convalida del fatto che dovrebbe essere pazzo per sposarla ora. Che un
desiderio di essere così pazzo sussistesse tuttavia in lui, avevo motivo di
darlo per certo in base alla mia conoscenza della situazione.
Lezione 13 - TRATTI ARCAICI E INFANTILISMO DEL SOGNO
Signore e Signori, ricolleghiamoci al risultato da noi raggiunto, secondo il
quale il lavoro onirico, sotto l'influsso della censura onirica traspone i
pensieri latenti del sogno in un altro modo di espressione. I pensieri latenti
non sono diversi dai pensieri consci della nostra vita vigile, a noi ben noti.
Il nuovo modo di espressione ci è però incomprensibile per molti suoi
tratti.
Abbiamo detto che esso risale a stadi del nostro sviluppo intellettuale che
da gran tempo abbiamo superato, al linguaggio figurato, alla relazione
simbolica, forse a condizioni che sono esistite prima dello sviluppo del nostro
linguaggio concettuale.
Per questo abbiamo chiamato ARCAICO o REGRESSIVO il modo di esprimersi del
lavoro onirico.
Da ciò potreste concludere che attraverso uno studio più approfondito del
lavoro onirico dovremmo riuscire a ottenere preziosi chiarimenti sui non ben
conosciuti inizi del nostro sviluppo intellettuale. Mi auguro che questo sia
possibile, ma finora questo lavoro non è stato ancora iniziato. La preistoria
cui il lavoro onirico ci riconduce è di due specie: in primo luogo la preistoria
dell'individuo, l'infanzia; in secondo luogo, in quanto ciascun individuo nella
sua infanzia ripete in certo qual modo in forma abbreviata l'intero sviluppo
della specie umana, anche quest'altra preistoria, quella filogenetica. Si
riuscirà a distinguere quale parte dei processi psichici latenti provenga dalla
preistoria individuale e quale da quella filogenetica? Non lo ritengo
impossibile. Mi pare, ad esempio, che la relazione simbolica, mai insegnata al
singolo, abbia i requisiti per venir considerata un'eredità filogenetica.
Non è questo, tuttavia, l'unico carattere arcaico del sogno. Tutti voi
conoscete bene, per personale esperienza, la singolare amnesia concernente
l'infanzia. Intendo il fatto che i primi anni di vita, fino al quinto, sesto o
ottavo anno, non lasciano tracce nella memoria, al contrario delle esperienze
vissute successivamente. E' vero che ci si imbatte in singole persone che
possono vantare un ricordo ininterrotto dai loro primi esordi al momento
presente; ma l'altro comportamento, caratterizzato da lacune mnestiche, è
incomparabilmente più frequente. Ritengo che non ci si sia meravigliati a
sufficienza di questo fatto. Il bambino è in grado di parlare bene a due anni,
dimostra presto di raccapezzarsi in situazioni psichiche complicate, ha delle
uscite che molti anni più tardi gli verranno raccontate, ma che avrà
dimenticato. Con tutto ciò la memoria è migliore nei primi anni, perché meno
sovraccarica che in seguito. Non c'è nemmeno motivo di ritenere la funzione
mnemonica una prestazione mentale particolarmente elevata o difficile; al
contrario, si può riscontrare una buona memoria anche in persone di livello
intellettuale molto basso.
Aggiungete a questo fatto una seconda particolarità degna di nota, e cioè che
dal vuoto mnemonico che avvolge i primi anni dell'infanzia emergono singoli
ricordi ben conservati, perlopiù percepiti in forma plastica, che non si capisce
perché abbiano potuto, appunto, conservarsi. La nostra memoria fa una selezione
nella massa di impressioni che ci colpiscono più tardi, ossia conserva ciò che
per qualche verso è importante e lascia cadere l'irrilevante. Le cose si
svolgono in tutt'altro modo coi ricordi infantili che sono stati conservati.
Essi non corrispondono necessariamente a esperienze importanti degli anni
infantili e nemmeno a quelle che avrebbero dovuto apparire tali dal punto di
vista del bambino. Sono spesso talmente banali e insignificanti che non possiamo
fare a meno di domandarci stupiti perché proprio quel singolo dettaglio è
sfuggito all'oblio. Ho cercato a suo tempo, con l'aiuto dell'analisi, di
affrontare l'enigma dell'amnesia infantile e dei residui mnestici che la
interrompono, e sono giunto al risultato che anche il bambino ha conservato nel
ricordo solamente ciò che è importante; solo che, attraverso i processi a voi
già noti della condensazione, e in special modo dello spostamento, questi fatti
importanti sono nel ricordo sostituiti da altri fatti, che appaiono irrilevanti.
Per questo ho chiamato tali ricordi infantili RICORDI DI COPERTURA; mediante
un'analisi radicale è possibile ricavare da essi tutto il materiale che è stato
dimenticato.
Nei trattamenti psicoanalitici si pone invariabilmente il compito di colmare
questa lacuna della memoria infantile, e nei casi in cui la cura ha un certo
successo, quindi con estrema frequenza, siamo effettivamente in grado di
riportare alla luce il contenuto di quegli anni infantili coperti dall'oblio.
Queste impressioni non sono mai state realmente dimenticate: erano solo
inaccessibili, latenti, appartenevano all'inconscio. Tuttavia accade altresì che
esse emergano spontaneamente dall'inconscio, e ciò avviene precisamente in
rapporto con certi sogni. Dunque la vita onirica sa trovare l'accesso a questi
ricordi infantili latenti. Begli esempi di ciò sono riportati nella letteratura
e io stesso ho potuto fornire un contributo del genere. Sognai una volta, in un
certo contesto, di una persona che doveva avermi reso un servizio e che vedevo
distintamente davanti a me. Si trattava di un uomo privo di un occhio, di
piccola statura, grasso, la testa profondamente incassata nelle spalle. Dal
contesto stabilii che era un medico. Per fortuna potei chiedere a mia madre,
ancora vivente, che aspetto avesse il medico del mio paese natale, da me
lasciato a tre anni, e appresi da lei che era privo di un occhio, piccolo,
grasso, la testa profondamente incassata nelle spalle; appresi anche in
occasione di quale infortunio da me dimenticato egli mi aveva prestato aiuto.
Questo poter disporre del materiale dimenticato dei primi anni infantili è
quindi un altro tratto arcaico del sogno.
Lo stesso chiarimento vale per un altro degli enigmi nei quali ci siamo
finora imbattuti. Vi ricorderete la nostra sorpresa quando scoprimmo che i sogni
sono suscitati da desideri fortemente malvagi e licenziosamente sessuali, i
quali hanno reso necessarie la censura e la deformazione onirica. Quando
interpretiamo al sognatore un sogno di questo tipo, anche se, nel migliore dei
casi, egli non attacca la nostra interpretazione, pone però sempre la domanda di
dove gli sia venuto un tal desiderio, dal momento che lo percepisce come
estraneo ed è consapevole del suo opposto.
Possiamo dimostrare questa provenienza senza esitazione. Questi impulsi di
desiderio cattivi provengono dal passato, spesso da un passato che non c poi
lontanissimo. E' possibile provare che una volta essi erano noti e coscienti,
anche se oggi non lo sono più.
La donna, il cui sogno significa che vorrebbe vedere dinanzi a sé morta la
sua unica figlia, ora diciassettenne, scopre sotto la nostra guida di aver
effettivamente nutrito un tempo questo desiderio di morte. La figlia è il frutto
di un matrimonio fallito, subito sciolto. Una volta, quando ancora portava la
figlia in seno, dopo una violenta scenata col marito, in una crisi di rabbia si
era percossa il ventre coi pugni per uccidere il bambino. Quante madri che oggi
amano teneramente, forse troppo teneramente i loro figli, li hanno concepiti
malvolentieri e hanno desiderato che la vita che portavano in sé potesse non
svilupparsi! Anzi, hanno anche tradotto questo desiderio in azioni svariate,
fortunatamente innocue. Il loro desiderio di morte nei riguardi della persona
amata, che in seguito appare così misterioso, trae quindi origine dai primi
tempi del loro rapporto con quella persona.
Anche il padre il cui sogno dimostra che egli desidera la morte del figlio
maggiore, il prediletto, sarà indotto a ricordare che questo desiderio una volta
non gli fu estraneo. Quando questo figlio era ancora lattante, egli aveva spesso
pensato, scontento della propria scelta matrimoniale, che se il piccolo essere,
il quale non significava nulla per lui, fosse morto, egli sarebbe stato di nuovo
libero e avrebbe fatto miglior uso della propria libertà. La medesima origine
può essere rintracciata per un gran numero di analoghi impulsi d'odio; essi sono
ricordi di qualcosa che appartiene al passato, che una volta fu presente alla
coscienza ed ebbe il suo peso nella vita psichica. Sarete propensi a concludere
che tali desideri e sogni non possono presentarsi se non sono intervenuti
mutamenti di un certo tipo nei rapporti con una persona, se questi rapporti sono
rimasti uguali fin dall'inizio. Sono pronto a seguirvi in questa vostra
deduzione, voglio soltanto avvertirvi di non prendere in considerazione la
lettera del sogno, ma il suo significato a interpretazione avvenuta. Può
accadere che il sogno manifesto della morte di una persona amata abbia soltanto
assunto una maschera spaventosa ma significhi qualcosa di completamente diverso,
oppure che la persona amata vada intesa come l'ingannevole sostituto di qualcun
altro.
Sempre a questo proposito, vi verrà spontanea un'altra domanda, molto più
seria, che è la seguente: "Anche se questo desiderio di morte fu una volta
presente e viene confermato dal ricordo, ciò non è ancora una spiegazione. Esso
è da lungo tempo superato, oggi può essere presente nell'inconscio, ma solo come
un ricordo sprovvisto di affetti, non come un impulso possente. Nulla parla in
favore di quest'ultimo. Perché mai dunque viene ricordato dal sogno?". Questa
domanda è veramente legittima. Ogni tentativo di risposta ci porterebbe troppo
lontano e ci costringerebbe a prendere posizione nei confronti di uno dei punti
più importanti della teoria del sogno. E io sono obbligato a rimanere
nell'ambito della nostra discussione e a stringere il discorso. Preparatevi
quindi a una rinuncia provvisoria. Accontentiamoci di prendere atto che la
dimostrazione del promovimento del sogno da parte di questo desiderio superato è
possibile, e continuiamo a indagare se anche altri desideri cattivi ammettano la
stessa derivazione dal passato.
Rimaniamo ai desideri di eliminazione di persone, che possiamo perlopiù far
risalire all'illimitato egoismo del sognatore. Si può dimostrare spessissimo che
il sogno si struttura in base a un desiderio di tal genere. Ogni volta che nella
vita qualcuno ci ostacola il cammino - e quanto spesso ciò è inevitabile, data
la complessità dei rapporti umani! - il sogno è subito pronto a farlo morire, si
tratti pure del padre, della madre, di un fratello, di un coniuge e così via. A
suo tempo ci stupimmo parecchio di questa malvagità della natura umana e non
eravamo certamente disposti ad ammettere senz'altro l'esattezza di questo
risultato dell'interpretazione dei sogni. Ma non appena fummo indotti a cercare
nel passato l'origine di tali desideri, scoprimmo che c'è un periodo, nel
passato di ognuno di noi, nel quale questo egoismo e questi impulsi di
desiderio, rivolti persino contro le persone più prossime, non hanno niente di
sconcertante. Il bambino, proprio in quei primi anni che più tardi vengono
avvolti da amnesia, mostra questo egoismo spesso in forma estremamente marcata e
invariabilmente ne pone in risalto rudimenti o, più esattamente, residui. Il
bambino, per l'appunto, ama innanzitutto sé stesso e solo più tardi impara ad
amare gli altri, a sacrificare agli altri qualcosa del proprio Io. Anche le
persone che sembra amare fin dall'inizio, le ama innanzitutto perché di esse ha
bisogno, perché non ne può fare a meno, dunque di nuovo per motivi egoistici.
Solo più tardi l'impulso ad amare si rende indipendente dall'egoismo. In effetti
EGLI HA IMPARATO AD AMARE DALL'EGOISMO.
A questo proposito può essere istruttivo confrontare l'atteggiamento del
bambino verso i fratelli con quello verso i genitori. Il bambino piccolo non ama
necessariamente i suoi fratelli, spesso palesemente non li ama affatto. E'
indubbio che egli odia in essi i propri concorrenti, ed è noto quanto spesso
questo atteggiamento permanga ininterrottamente per molti anni, fino al tempo
della maturità e persino più in là ancora.
Abbastanza spesso a esso si sostituisce o, per meglio dire, si sovrappone un
atteggiamento più affettuoso; ma quello ostile sembra essere con assoluta
regolarità il più antico. Si può osservarlo con maggior facilità in bambini da
due anni e mezzo fino a quattro o cinque anni, quando sopravviene un nuovo
fratellino. Questi ha perlopiù un'accoglienza molto scortese.
Espressioni quali: "Non mi piace, voglio che la cicogna se lo riporti via"
sono assai frequenti. In seguito ogni occasione sarà buona per denigrare il
nuovo arrivato, e tentativi di fargli persino del male, veri e propri attentati,
non sono niente di inaudito. Se la differenza di età è minore, il bambino si
trova già davanti il concorrente quando in lui si risveglia un'attività psichica
più intensa, e gli è più facile adattarsi. Se la differenza è maggiore, il nuovo
bambino può risvegliare fin dall'inizio una certa simpatia come oggetto
interessante, come una specie di bambola vivente, e con una differenza di età di
otto e più anni possono già entrare in gioco, specie nelle femmine, impulsi
premurosi, materni. Ma diciamo il vero: se dietro il sogno di un adulto si
scopre il desiderio della morte dei fratelli, raramente è il caso di trovarlo
enigmatico e si può indicarne senza difficoltà il prototipo nell'infanzia o
anche, abbastanza spesso, negli anni successivi della convivenza.
Non esiste probabilmente nessuna stanza dei giochi senza violenti conflitti
tra i suoi ospiti. I motivi sono la rivalità per l'amore dei genitori, per la
proprietà comune, per lo spazio in cui muoversi. Gli impulsi ostili si rivolgono
sia verso i fratelli maggiori, sia verso i minori. Credo sia stato Bernard Shaw
a formulare il detto:' "Di regola c'è solo una persona che una ragazza inglese
odia più di sua madre; ed è la sorella maggiore".
In questa enunciazione c'è però qualcosa che ci sconcerta.
Ammettiamo pure, se proprio è indispensabile, che l'odio e la rivalità tra
fratelli siano comprensibili, ma com'è possibile che sentimenti d'odio
s'introducano nel rapporto tra figlia e madre, tra genitori e figli?
Questo rapporto è senza dubbio più favorevole dell'altro, anche dal punto di
vista del bambino. Ed è quanto noi ci aspettiamo; troviamo molto più scandaloso
se manca l'amore tra genitori e figli che non se manca tra fratelli. Nel primo
caso abbiamo, per così dire, reso sacro qualcosa che nell'altro abbiamo lasciato
profano. Ciò nondimeno l'osservazione quotidiana ci mostra quanto spesso le
relazioni emotive tra genitori e figli adulti restino inferiori all'ideale
innalzato dalla società, quanto spesso l'ostilità sia lì pronta e verrebbe
espressa se non venisse trattenuta da un misto di affetto e di pietà filiale. I
motivi di ciò sono universalmente noti e mostrano una tendenza alla separazione
tra gli individui dello stesso sesso, la figlia dalla madre, il figlio dal
padre. La figlia trova nella madre l'autorità che limita il suo volere e che è
investita del compito di imporle la rinuncia alla libertà sessuale, richiesta
dalla società; inoltre nella madre trova, in alcuni casi, anche la rivale che
lotta per non essere soppiantata. La stessa cosa si ripete, in modo ancor più
acuto, tra figlio e padre. Per il figlio è personificata nel padre ogni
costrizione sociale sopportata controvoglia; il padre gli sbarra l'accesso
all'esercizio della propria volontà, al godimento sessuale in giovane età, e,
dove esistono beni familiari comuni, al godimento di questi. L'attesa della
morte del padre raggiunge, nel caso dell'erede al trono, un'intensità che sfiora
la tragedia. Meno minacciati appaiono i rapporti tra padre e figlia, tra madre e
figlio. Quest'ultimo offre gli esempi più puri di un affetto immutabile, non
turbato da alcuna considerazione egoistica.
Perché parlo di queste cose che in fin dei conti sono luoghi comuni che tutti
sanno? Perché esiste un'innegabile inclinazione a smentire che esse abbiano
importanza nella vita e a spacciare per adempiuto, molto più di quanto realmente
sia, l'ideale richiesto dalla società. Comunque è preferibile che sia lo
psicologo a dire la verità e che questo compito non sia lasciato al cinico.
D'altra parte la gente smentisce queste cose solo nella vita reale, mentre
all'arte narrativa e drammatica è concesso servirsi della tematica che sorge dal
turbamento di questo ideale.
In numerosissimi casi non abbiamo quindi di che meravigliarci se il sogno
rivela il desiderio di eliminare i genitori, particolarmente il genitore dello
stesso sesso. E' lecito supporre che tale desiderio sia presente anche nella
vita vigile e talvolta sia addirittura cosciente, quando può mascherarsi sotto
un altro motivo come, nel caso del nostro sognatore dell'esempio 3, sotto la
compassione per l'inutile sofferenza del padre. Di rado l'ostilità domina il
rapporto in modo esclusivo, molto più spesso essa recede dinanzi a impulsi più
affettuosi, dai quali viene repressa, e deve attendere fino a che un sogno, per
così dire, la isoli. Ciò che nel sogno, in seguito a questo isolamento, si
mostra in proporzioni enormi torna poi a rimpicciolirsi quando è reinserito
dalla nostra interpretazione nel contesto della vita (1). Troviamo però questo
desiderio onirico anche là dove non ha alcun sostegno nella vita e dove l'adulto
non è mai costretto ad ammetterlo nello stato vigile. Ciò dipende dal fatto che
il motivo più profondo e più costante dell'estraniamento, specie tra le persone
del medesimo sesso, si è fatto valere già nell'infanzia.
Mi riferisco alla competizione amorosa, con chiara accentuazione del
carattere sessuale. Già da piccolo, il figlio comincia a sviluppare
un'affettuosità particolare per la madre, che considera come cosa propria, e ad
avvertire nel padre un rivale che gli contrasta questo possesso esclusivo; e,
allo stesso modo, la figlioletta vede nella madre una persona che disturba il
suo affettuoso rapporto con il padre e che tiene un posto che lei stessa
potrebbe occupare molto bene. Apprendiamo dall'osservazione quanto sia precoce
l'età cui risalgono questi atteggiamenti. Li designiamo col nome di "complesso
edipico", perché la leggenda di Edipo realizza con un'attenuazione minima i due
desideri estremi risultanti dalla situazione del figlio: uccidere il padre e
prendere in moglie la madre. Non intendo sostenere che il complesso edipico
esaurisca la relazione dei figli con i genitori; nulla di più facile che tale
relazione sia molto più complicata.
Inoltre il complesso edipico può essere più o meno pronunciato e può
addirittura essere rovesciato; ma è un fattore che compare regolarmente e ha una
grande importanza nella vita psichica infantile; è maggiore il pericolo di
sottovalutare il suo influsso e quello degli sviluppi che ne conseguono, che non
di sopravvalutarlo. Del resto spesso i bambini reagiscono con l'atteggiamento
edipico a una sollecitazione dei genitori, i quali, nella loro predilezione, si
lasciano guidare abbastanza spesso dalla differenza di sesso, così che il padre
preferisce la figlia, la madre il figlio, oppure, nel caso di cattiva riuscita
del matrimonio, li prendono come sostituto dell'oggetto del loro amore, che ha
perso il suo valore.
Non si può certo dire che il mondo sia stato riconoscente alla ricerca
psicoanalitica per la scoperta del complesso edipico. Al contrario, questa ha
suscitato la più violenta opposizione degli adulti, e certuni che avevano
trascurato di partecipare al generale ripudio di questa relazione emotiva
proscritta, o colpita da tabù, più tardi hanno riparato alla propria colpa
sottraendo al complesso il suo valore per mezzo delle loro interpretazioni
distorte. Secondo la mia immutata convinzione non c'è qui niente da smentire,
niente da ammantare. C'è solo da familiarizzarsi con un fatto, che la stessa
leggenda greca ha riconosciuto come nostro ineluttabile destino. E' interessante
d'altronde che il complesso edipico, espulso dalla vita, sia stato lasciato alla
poesia, messo per così dire a sua completa disposizione. Rank ha mostrato in uno
studio accurato come proprio il complesso edipico abbia fornito all'arte
drammatica una ricca tematica in infinite varianti, attenuazioni e
travestimenti, ossia in quelle deformazioni che già conosciamo come opera della
censura. Noi pertanto potremo attribuire questo complesso edipico anche a quei
sognatori che sono stati così fortunati da sottrarsi ai conflitti coi propri
genitori nella vita successiva. Intimamente legato a esso troviamo ciò che
chiamiamo il COMPLESSO DI EVIRAZIONE, la reazione all'intimidazione sessuale o
imbrigliamento dell'attività sessuale dell'infanzia, attribuiti al padre.
Indirizzati dalle indagini sinora condotte allo studio della vita psichica
infantile, potremo ragionevolmente aspettarci di trovare colà anche la
spiegazione dell'origine degli altri desideri onirici proibiti, cioè degli
eccessivi impulsi sessuali.
Avvertiamo quindi l'urgenza di studiare anche lo sviluppo della vita sessuale
infantile e apprendiamo da parecchie fonti quanto segue.
E' innanzitutto un errore insostenibile asserire che il bambino non ha una
vita sessuale e supporre che la sessualità inizi soltanto al tempo della
pubertà, con la maturazione dei genitali.
Al contrario, il bambino ha fin dall'inizio una ricca vita sessuale, che si
differenzia in molti punti da quella ritenuta in seguito normale. Ciò che noi
chiamiamo "perverso" nella vita degli adulti, si scosta dalla normalità nei
seguenti punti: primo, per l'incuranza della barriera tra le specie (dell'abisso
tra uomo e animale); secondo, per lo scavalcamento della barriera del disgusto;
terzo, di quella dell'incesto (del divieto di ricercare soddisfacimento sessuale
con stretti consanguinei); quarto, di quella dell'uguaglianza di sesso; e,
quinto, per il trasferimento del ruolo dei genitali ad altri organi e parti del
corpo. Tutte queste barriere non esistono fin dall'inizio, ma vengono erette
solo a poco a poco nel corso dello sviluppo e dell'educazione. Il bambino
piccolo ne è libero. Egli non conosce ancora il grande abisso tra uomo e
animale; l'orgoglio con cui l'uomo si separa dall'animale cresce in lui solo più
tardi. Inizialmente non mostra alcun disgusto di fronte agli escrementi, ma lo
apprende lentamente, indottovi dall'educazione; non dà alcun particolare valore
alla differenza tra i sessi, e attribuisce anzi ai due sessi la stessa
conformazione dei genitali; rivolge le sue prime brame sessuali e la sua
curiosità sulle persone a lui più vicine e, per altri motivi, più care: sui
genitori, sui fratelli, su chi ha cura di lui; e infine si evidenzia in lui -
ciò che più tardi proromperà di nuovo al culmine del rapporto amoroso - il fatto
che egli non si aspetta piacere solo dalle parti sessuali, ma che molte altre
parti del corpo reclamano per sé la medesima sensibilità, permettono analoghe
sensazioni di piacere e possono quindi svolgere il ruolo di genitali. Il bambino
può quindi venir definito "perverso polimorfo" e, se esercita tutti questi
impulsi solo in forma rudimentale, ciò dipende, da una parte, dalla loro minor
intensità rispetto a periodi successivi della vita, e dall'altra, dal fatto che
l'educazione reprime subito energicamente tutte le manifestazioni sessuali del
bambino. Questa repressione prosegue poi, per così dire, nella teoria, in quanto
gli adulti si sforzano di non vedere una parte delle manifestazioni sessuali
infantili e di spogliare le altre, travisandole, della loro natura sessuale fino
al punto in cui riescono finalmente a sconfessare il tutto. Sono spesso le
stesse persone che prima, stando con i bambini, infieriscono contro tutti i loro
vizietti sessuali quelle che poi, a tavolino, ne difendono la purezza sessuale.
Nel caso in cui siano lasciati a sé stessi, o sotto l'influenza di una
seduzione, i bambini si esibiscono spesso in prestazioni notevolissime di
attività sessuale perversa.
Naturalmente gli adulti hanno ragione a non prenderle sul serio,
considerandole "bambinate" e "giochetti", perché il bambino non può essere
ritenuto pienamente capace e responsabile né davanti al tribunale della morale
né davanti alla legge; ma intanto queste cose esistono, hanno la loro importanza
sia come indizi di costituzione innata, sia come cause e premesse di sviluppi
successivi, ci danno informazioni sulla vita sessuale infantile e quindi sulla
vita sessuale dell'uomo in genere. Se dunque dietro i nostri sogni deformati
ritroviamo tutti questi impulsi di desideri perversi, ciò significa soltanto che
il sogno ha compiuto anche in questo campo il cammino a ritroso verso la
condizione infantile.
Un particolare rilievo meritano ancora, tra questi desideri proibiti, quelli
incestuosi, cioè rivolti al rapporto sessuale con genitori e fratelli. Sapete
quale ribrezzo venga provato, o perlomeno professato, nella società umana verso
un rapporto simile, e come siano insistenti i divieti contro di esso. Si sono
fatti gli sforzi più immani per spiegare questo orrore per l'incesto. Gli uni
hanno supposto che si tratti di preveggenza della natura riguardo alla
riproduzione, preveggenza che avrebbe trovato in questo divieto la propria
rappresentanza psichica, dato che i contatti tra consanguinei peggiorerebbero i
caratteri della razza; gli altri hanno sostenuto che, attraverso la convivenza
fin dall'infanzia, le brame sessuali vengono distolte dalle persone in
questione. In ambedue i casi, peraltro l'elusione dell'incesto sarebbe
assicurata automaticamente e non si comprenderebbe perché siano necessarie
severe proibizioni, che indicano piuttosto la presenza di un'intensa aspirazione
ad attuarlo. Dalle ricerche psicoanalitiche è inequivocabilmente risultato che
la scelta amorosa incestuosa si instaura invece per prima e invariabilmente, e
che solo più tardi ha inizio contro di essa una resistenza, la cui derivazione
dalla psicologia individuale è peraltro da respingere.
Riassumiamo quanto abbiamo ricavato per la comprensione del sogno
dall'approfondimento della psicologia infantile. Non soltanto abbiamo trovato
che il materiale delle esperienze infantili dimenticate è accessibile al sogno,
ma abbiamo anche visto che la vita psichica del bambino, con tutte le sue
peculiarità, il suo egoismo, la sua scelta amorosa incestuosa eccetera, continua
a sussistere nel sogno, ossia nell'inconscio, e che il sogno ci riconduce ogni
notte a questo stadio infantile. Ci viene così convalidato che ciò che nella
vita psichica è inconscio è infantile. L'impressione così sconcertante, che ci
sia nell'uomo tanta malvagità, comincia a venir meno. Questa spaventosa
malvagità è semplicemente il tratto iniziale, primitivo, infantile, della vita
psichica, che possiamo trovare operante nel bambino, ma che in lui in parte non
notiamo per le sue piccole dimensioni, in parte non prendiamo sul serio perché
non pretendiamo dal bambino alcuna elevatezza morale. Il sogno, regredendo a
questo stadio, desta l'impressione di aver portato alla luce la malvagità che è
in noi. Ma ci siamo lasciati spaventare da qualcosa che non è altro che
un'ingannevole apparenza. Non siamo così cattivi come eravamo indotti a supporre
dall'interpretazione dei sogni.
Se gli impulsi cattivi dei sogni sono soltanto infantilismi, sono cioè un
ritorno agli inizi del nostro sviluppo etico (dal momento che il sogno ci rifà
semplicemente bambini nel pensare e nel sentire), allora, a essere ragionevoli,
non abbiamo bisogno di vergognarci di questi sogni cattivi. Ma l'essere
ragionevoli costituisce una parte soltanto della vita psichica, al di là della
quale accadono nella psiche ogni sorta di cose che non sono ragionevoli; e
accade così che, irragionevolmente e nonostante tutto, ci vergogniamo di questi
sogni. Li sottoponiamo alla censura onirica, ci vergogniamo e ci arrabbiamo se,
eccezionalmente, uno di questi desideri è riuscito a penetrare nella coscienza
in forma talmente inalterata che siamo obbligati a riconoscerlo; anzi, talvolta
ci vergogniamo perfino dei sogni deformati proprio come se li comprendessimo.
Pensate soltanto all'indignato giudizio di quella brava signora, piuttosto
anziana, sul suo sogno non interpretato dei "servizi d'amore". Il problema non è
dunque ancora risolto e rimane la possibilità che, occupandoci ulteriormente
della malvagità del sogno, perveniamo a un altro giudizio e a un altro
apprezzamento della natura umana.
Come risultato dell'intera indagine, atteniamoci a due punti fermi, i quali
significano però soltanto l'inizio di nuovi enigmi e di nuovi dubbi. Primo: la
regressione del lavoro onirico non è soltanto formale, ma anche materiale. Essa
non solo traduce i nostri pensieri in una forma primitiva di espressione, ma
risveglia anche la peculiarità della nostra vita psichica primitiva, l'antica
strapotenza dell'Io, gli impulsi iniziali della nostra vita sessuale, e
addirittura il nostro antico patrimonio intellettuale, se tale possiamo
considerare la relazione simbolica. E, secondo: tutti questi antichi tratti
infantili, che una volta erano dominanti, e i soli dominanti, dobbiamo oggi
ascriverli all'inconscio, modificando e allargando le nostre rappresentazioni di
esso. "Inconscio" non è più un nome che indica ciò che è latente in un
determinato momento; l'inconscio è un particolare regno della psiche con impulsi
di desiderio propri, con una propria forma espressiva e con propri
caratteristici meccanismi psichici che non vigono altrove. I pensieri onirici
latenti, che abbiamo scoperto attraverso l'interpretazione del sogno, non
appartengono però a questo regno; sono piuttosto simili a quelli che avremmo
potuto pensare anche nello stato di veglia. Eppure sono inconsci; come si
risolve dunque questa contraddizione? Cominciamo a intuire che qui bisogna
procedere a una distinzione. Qualcosa che ha origine dalla nostra vita cosciente
e ne condivide i caratteri - noi lo chiamiamo " residui diurni"- si incontra,
per formare il sogno, con qualcos'altro che proviene dal regno dell'inconscio di
cui abbiamo parlato. Tra queste due componenti si effettua il lavoro
onirico.
L'influsso esercitato sui residui diurni dal sopravvenire dell'inconscio
implica certamente il determinarsi della regressione. E' questa l'intuizione più
profonda circa la natura del sogno alla quale possiamo giungere qui, prima di
aver esplorato altri campi psichici. Ma fra poco sarà tempo di applicare un
altro nome al carattere inconscio dei pensieri onirici latenti, per distinguerlo
dall'inconscio proveniente da quel regno dell'infantile.
Possiamo naturalmente sollevare anche la questione seguente: cosa obbliga
l'attività psichica durante il sonno a effettuare questa regressione? perché non
liquida in altro modo gli stimoli psichici che disturbano il sonno? e se, per i
motivi propri della censura onirica, è costretta a servirsi del travestimento
offerto dall'antica forma espressiva ora incomprensibile, a che le serve la
reviviscenza di antichi impulsi psichici, di desideri e tratti del carattere
ormai superati, ovverosia la regressione materiale che viene ad aggiungersi a
quella formale? L'unica risposta che ci potrebbe soddisfare sarebbe che solo in
tal modo può venir formato un sogno, che, dal punto di vista dinamico,
l'abolizione dello stimolo del sogno non è possibile altrimenti. Ma per ora non
abbiamo il diritto di dare una simile risposta.
NOTE:
- H. SACHS, "Traumdeutung und Menschenkenntnis", Jb. psychoanal. psychopath.
Forsch., vol. 3, 569 (1912).
Lezione 14 - L'APPAGAMENTO DI DESIDERIO
Signore e Signori, devo farvi presente ancora una volta il cammino che
abbiamo finora percorso? Come, applicando la nostra tecnica, ci siamo imbattuti
nella deformazione onirica, come dapprima abbiamo pensato di eluderla, e come
abbiamo ricavato le informazioni decisive sulla natura del sogno dai sogni
infantili?
Come, dopo di ciò, armati dei risultati di questa indagine, abbiamo
affrontato direttamente la deformazione onirica e, spero, siamo riusciti a poco
a poco a superarla? Ora però dobbiamo dire a noi stessi che quanto abbiamo
scoperto per una via non concorda completamente con quanto abbiamo scoperto per
l'altra. Diventa nostro compito mettere insieme e conciliare tra loro i due
risultati.
Da ambedue i lati ci è risultato che il lavoro onirico consiste
essenzialmente nella trasposizione dei pensieri in una esperienza allucinatoria.
Come ciò possa avvenire è abbastanza misterioso, ma si tratta di un problema
della psicologia generale di cui non dobbiamo occuparci qui. Dai sogni infantili
abbiamo appreso che il lavoro onirico si propone di eliminare uno stimolo
psichico che disturba il sonno mediante l'appagamento di un desiderio. Non
potevamo dire nulla di simile a proposito dei sogni deformati, se prima non
scoprivamo il modo di interpretarli; comunque fin dall'inizio ci attendevamo di
riuscire a vedere i sogni deformati dallo stesso angolo visuale di quelli
infantili. La prima conferma di tale aspettativa ci venne dalla scoperta che in
realtà tutti i sogni sono... sogni di bambini, lavorano con materiale infantile,
con impulsi psichici e meccanismi infantili. Adesso che riteniamo di aver
superato la deformazione onirica, dobbiamo proseguire nell'indagine se la
concezione dei sogni come appagamenti di desideri abbia validità anche per i
sogni deformati.
Poco fa abbiamo sottoposto a interpretazione una serie di sogni, lasciando
però completamente da parte l'appagamento di desiderio.
Sono convinto che già più volte vi si è posto il problema: "Ma dov'è
l'appagamento di desiderio, che si pretende sia lo scopo del lavoro onirico?".
Questa domanda è importante; è diventata infatti la domanda dei profani che ci
criticano. Come sapete, l'umanità ha una tendenza istintiva a difendersi dalle
novità intellettuali.
Fra le manifestazioni di questa tendenza rientra quella di ridurre la novità
alle minime dimensioni, possibilmente comprimendola in una frase a effetto. Per
quanto riguarda la nuova teoria del sogno, l"'appagamento di desiderio" si è
prestato a diventare tale frase a effetto. Il profano pone la domanda: "Dov'è
l'appagamento di desiderio?" non appena ha udito che il sogno deve essere
l'appagamento di un desiderio, e già mentre la pone vi risponde con un rifiuto.
Gli vengono subito in mente innumerevoli esperienze oniriche proprie in cui al
sogno erano connessi sentimenti che andavano dal dispiacere fino a forme di
grave angoscia, talché l'affermazione della teoria psicoanalitica del sogno gli
appare oltremodo inverosimile. Ci è facile rispondergli che nei sogni deformati
l'appagamento di desiderio non può essere palese, ma deve ancora essere cercato
e non può quindi essere indicato prima che il sogno sia interpretato. Sappiamo
anche che i desideri di questi sogni deformati sono desideri proibiti, respinti
dalla censura e che la loro esistenza è stata appunto la causa della
deformazione onirica, il motivo dell'intervento della censura. Ma è difficile
far comprendere al critico profano che non è lecito indagare sull'appagamento di
desiderio prima dell'interpretazione del sogno. Egli continuerà a dimenticarlo.
Il suo atteggiamento di rifiuto nei confronti della teoria dell'appagamento di
desiderio non è altro, in effetti, che una conseguenza della censura onirica, un
sostituto e una emanazione del suo rifiuto di questi desideri onirici
censurati.
Naturalmente anche noi sentiamo il bisogno di chiarirci il perché esistano
tanti sogni con un contenuto penoso e, in special modo, perché esistano i sogni
d'angoscia. Qui ci imbattiamo per la prima volta nel problema degli affetti nel
sogno, il quale meriterebbe uno studio a sé stante, che purtroppo non possiamo
affrontare. Se il sogno è l'appagamento di un desiderio, dovrebbero essere
impossibili nel sogno sensazioni penose; in questo la critica dei profani sembra
cogliere nel segno. Ci sono però tre generi di complicazioni da prendere in
esame, alle quali costoro non hanno pensato.
Primo: può essere che il lavoro onirico non sia riuscito in pieno a
realizzare l'appagamento di un desiderio, così che una parte dell'affetto penoso
dei pensieri onirici permane nel sogno manifesto. L'analisi dovrebbe allora
dimostrare che questi pensieri onirici erano di gran lunga più penosi del sogno
configuratosi a partire da essi. E questo riusciamo a dimostrarlo sempre. In
questi casi ammettiamo comunque che il lavoro onirico non ha raggiunto il suo
scopo, così come il sogno di bere, formato sotto lo stimolo della sete, non
raggiunge il suo intento di spegnere la sete. Si rimane assetati e, per bere,
bisogna svegliarsi. Eppure quello era un vero e proprio sogno, che non aveva
perso nulla della sua natura. Dobbiamo dire: "Ut desint vires, tamen est
laudanda voluntas" ["Benché manchino le forze, tuttavia la volontà è da
lodare"]. Perlomeno l'intenzione, chiaramente riconoscibile, rimane lodevole.
Tali casi di insuccesso non sono rari. A ciò contribuisce il fatto che al lavoro
onirico riesce molto più difficile modificare il significato degli affetti di un
sogno che non quello del suo contenuto; gli affetti sono talvolta molto tenaci.
Accade dunque che il lavoro onirico trasformi il CONTENUTO penoso dei pensieri
onirici in un appagamento di desiderio, mentre l'AFFETTO penoso persiste
inalterato. In tali sogni l'affetto non è quindi per nulla adeguato al
contenuto, e i nostri critici possono dire che il sogno è tanto poco
l'appagamento di un desiderio che in esso persino un contenuto innocuo può
venire percepito come penoso.
Contro questa osservazione irragionevole obietteremo che proprio in tali
sogni la tendenza del lavoro onirico all'appagamento di desiderio viene in luce
nel modo più chiaro, perché isolata.
L'errore sorge dal fatto che chi non conosce la nevrosi immagina il nesso fra
contenuto e affetto come troppo intimo, e quindi non può concepire che un
contenuto venga modificato senza che venga contemporaneamente modificata
l'espressione affettiva che gli compete.
Un secondo fattore, assai più rilevante e penetrante, ma ugualmente
trascurato dai profani è il seguente. L'appagamento di un desiderio dovrebbe di
certo recar piacere ma, ci si chiede, a chi? Naturalmente, a colui che prova il
desiderio. Sappiamo però che il sognatore intrattiene coi propri desideri un
rapporto del tutto speciale. Li rigetta, li censura, in breve non li vuole. Un
loro appagamento può quindi non arrecargli alcun piacere, bensì soltanto il
contrario del piacere. E l'esperienza c'insegna che questo contrario - il quale
dev'essere ancora spiegato - compare in forma di angoscia. Il sognatore può
dunque essere paragonato, nel suo rapporto coi propri desideri onirici, soltanto
alla somma di due persone, congiunte tuttavia fra loro da molti elementi comuni.
Al posto di ulteriori argomentazioni, vi racconterò una nota fiaba, nella quale
si ritrovano le medesime relazioni. Una buona fata promette a due poveri, marito
e moglie, l'esaudimento dei loro primi tre desideri. Beati, essi si propongono
di sceglierli accuratamente. Ma la donna si lascia indurre, dall'odore di
salsicce arrostite che viene dalla capanna vicina, a desiderarne un paio per sé.
Eccole lì all'istante. Il primo desiderio è esaudito. L'uomo si incollerisce e
nell'esasperazione desidera che le salsicce pendano dal naso della moglie. Anche
questo desiderio si compie e non si riesce a togliere le salsicce dalla loro
nuova posizione; questo è il secondo desiderio appagato, ma è il desiderio
dell'uomo, ed esso riesce assai sgradito alla donna. Voi sapete come continua la
favola: dato che dopotutto i due sono una cosa sola, marito e moglie, il terzo
desiderio dev'essere che le salsicce se ne vadano dal naso della donna. Questa
fiaba potrebbe essere usata in molti altri contesti; in questo caso ci serve
soltanto a illustrare la possibilità che l'appagamento del desiderio di una
persona conduca allo scontento dell'altra, se le due non sono d'accordo fra
loro.
Non ci sarà ora difficile pervenire a una comprensione ancora migliore dei
sogni d'angoscia. Ci avvarremo ancora di un'unica osservazione e ci risolveremo
poi a un'ipotesi, in favore della quale depongono parecchi elementi.
L'osservazione è che spesso i sogni d'angoscia hanno un contenuto completamente
esente da deformazione, un contenuto che è, per così dire, sfuggito alla
censura. Il sogno d'angoscia è spesso lo scoperto appagamento di un desiderio,
naturalmente non di un desiderio accettato, ma di un desiderio respinto. Al
posto della censura è subentrata l'angoscia. Mentre del sogno infantile si può
dire che è l'aperto appagamento di un desiderio ammesso, e del comune sogno
deformato che è l'appagamento camuffato di un desiderio rimosso, al sogno
d'angoscia si adatta soltanto la formula che è l'aperto appagamento di un
desiderio rimosso. L'angoscia è l'indizio che il desiderio rimosso si è mostrato
più forte della censura, che il desiderio ha imposto, o era in procinto di
imporre, il proprio appagamento contro la censura. Comprendiamo che ciò che per
il desiderio è appagamento, per noi, che stiamo dalla parte della censura
onirica, può essere solo occasione di sensazioni penose e di difesa. L'angoscia
che in tal caso penetra nel sogno è, se così volete, angoscia di fronte alla
forza di questi desideri solitamente tenuti a freno. Perché questa difesa si
presenti sotto forma di angoscia, è cosa che non può essere scoperta soltanto
dallo studio del sogno; bisognerà evidentemente studiare l'angoscia altrove.
Ciò che è valido per i sogni d'angoscia non deformati può essere ammesso
anche per quei sogni che hanno subìto una parziale deformazione, e per gli altri
sogni spiacevoli, le cui sensazioni penose corrispondono probabilmente al fatto
che ci si avvicina all'angoscia. Comunemente il sogno d'angoscia è anche un
sogno di risveglio; noi siamo soliti interrompere il sonno prima che il
desiderio rimosso che è nel sogno abbia imposto il suo pieno appagamento contro
la censura. In questo caso la funzione del sogno è fallita, ma non per questo la
sua natura è mutata. Abbiamo paragonato il sogno al guardiano notturno o al
custode del sonno, che vuol proteggere quest'ultimo da ogni elemento di
disturbo. Ma anche il guardiano notturno si trova nella situazione di dover
svegliare i dormienti quando si sente troppo debole per scacciare da solo la
perturbazione o il pericolo. Tuttavia talvolta riusciamo a preservare il sonno,
anche se il sogno comincia a diventare precario e a volgersi in angoscia. Ci
diciamo nel sonno:
"in fondo è soltanto un sogno", e continuiamo a dormire.
Quando dovrebbe accadere che il desiderio onirico si trova nella situazione
di sopraffare la censura? La condizione necessaria può essere adempiuta tanto da
parte del desiderio onirico quanto da parte della censura onirica. Può essere
che talvolta, per cause sconosciute, il desiderio divenga eccessivamente
intenso; ma si ha l'impressione che più spesso sia il comportamento della
censura onirica a provocare lo spostamento del rapporto di forza. Abbiamo già
visto che la censura opera con intensità diversa in ogni singolo caso, tratta
ogni elemento con un diverso grado di severità; ora vorremmo aggiungere
l'ipotesi che essa sia molto variabile in generale e non usi sempre lo stesso
rigore contro il medesimo elemento intollerabile. Se le cose giungono al punto
che la censura si sente impotente di fronte a un desiderio onirico che minaccia
di sopraffarla, allora essa si serve, al posto della deformazione, dell'ultimo
mezzo che le rimane: rinunciare allo stato di sonno, generando angoscia.
A questo punto ci accorgiamo di non sapere ancora perché questi desideri
malvagi e ripudiati si attivino proprio nottetempo, per disturbarci quando
dormiamo. La risposta non potrà essere che un'ipotesi, la quale si rifaccia alla
natura dello stato di sonno.
Durante il giorno grava su questi desideri il duro peso di una censura che,
di solito, rende loro impossibile manifestarsi attraverso una qualsiasi forma di
attività. Di notte questa censura, come tutti gli altri interessi della vita
psichica, viene presumibilmente ritirata, o perlomeno potentemente attenuata, in
favore dell'unico desiderio di dormire. Dunque questa riduzione della censura
durante la notte fa sì che i desideri proibiti possano riattivarsi. Ci sono
nervosi insonni, i quali ci confessano che all'inizio la loro insonnia era
voluta. Non osavano addormentarsi perché temevano i loro sogni, cioè le
conseguenze di questa attenuazione della censura. Tuttavia comprenderete
facilmente che tale ritiro della censura non significa una grossolana
imprudenza. Lo stato di sonno paralizza la nostra motilità; anche se le nostre
cattive intenzioni cominciano ad agitarsi, non possono tuttavia produrre altro
che un sogno, il quale è innocuo dal punto di vista pratico. A questo
tranquillizzante stato di cose si richiama la ragionevolissima osservazione del
dormiente, fatta da lui di notte ma non appartenente alla vita onirica: "E' solo
un sogno. Lasciamolo fare e continuiamo a dormire".
In terzo luogo, se rammentate la concezione che il sognatore in lotta contro
i propri desideri è paragonabile alla somma di due persone distinte ma in certo
modo intimamente congiunte, comprenderete che è possibile un'altra soluzione, e
cioè che attraverso un appagamento di desiderio, si realizzi qualcosa di molto
spiacevole, ossia una punizione. Per illustrare questo punto torna ancora utile
la favola dei tre desideri: il piatto di salsicce arrostite sono il diretto
appagamento del desiderio della prima persona della moglie; le salsicce appese
al naso sono l'appagamento del desiderio della seconda persona, del marito, ma
contemporaneamente anche la punizione per lo stolto desiderio della moglie.
(Nelle nevrosi ritroveremo poi la motivazione del terzo desiderio, l'ultimo
espresso nella favola). Di tali tendenze alla punizione ce ne sono molte nella
vita psichica; sono fortissime, e possiamo ritenerle responsabili di una parte
dei sogni penosi. Forse ora direte che in questo modo non rimane gran che del
famoso appagamento di desiderio. Ma, riflettendo bene, ammetterete di aver
torto. Di fronte alla quantità di cose - di cui in seguito faremo menzione- che
il sogno potrebbe essere (e in effetti è, secondo alcuni autori) la nostra
soluzione "appagamento di desiderio - appagamento d'angoscia - appagamento di
punizione" è molto ristretta. A ciò si aggiunga che l'angoscia è il diretto
contrario del desiderio, che i contrari si trovano particolarmente vicini tra
loro nell'associazione e, come abbiamo visto, coincidono nell'inconscio;
inoltre, che anche la punizione è un appagamento di desiderio, il desiderio
dell'altra persona, quella che esercita la censura.
In complesso dunque non ho fatto concessioni alla vostra obiezione contro la
teoria dell'appagamento di desiderio. Ci tocca però ancora dimostrare
l'appagamento di desiderio in un qualsiasi sogno deformato, e non intendiamo
certamente sottrarci a questo compito.
Rifacciamoci a quel sogno, già interpretato, dei tre biglietti teatrali per 1
fiorino e 50, dal quale abbiamo già imparato parecchie cose. Spero che ve lo
ricorderete ancora. Una signora, alla quale il marito ha comunicato durante il
giorno che la sua amica Elise, più giovane di lei di soli tre mesi, si è
fidanzata, sogna di essere a teatro con il marito. Un lato della platea è quasi
vuoto. Il marito le dice che anche Elise e il suo fidanzato avrebbero voluto
recarsi a teatro, ma non era stato loro possibile perché avevano trovato solo
brutti posti (tre per 1 fiorino e 50).
Lei è del parere che non sarebbe poi stata una disgrazia. Avevamo arguito che
i pensieri onirici si riferivano al dispetto di essersi sposata così presto e al
malcontento verso il marito.
Siamo ora curiosi di sapere come questi foschi pensieri siano stati
trasformati nell'appagamento di un desiderio, e dove si trovi traccia di questo
nel contenuto manifesto. Ora, sappiamo già che l'elemento "troppo presto,
precipitosamente" è stato eliminato nel sogno dalla censura. La platea vuota ne
è un'allusione.
L'enigmatico "tre per 1 fiorino a 50" ci diventa ora meglio comprensibile con
l'aiuto del simbolismo, che nel frattempo abbiamo imparato (1). Il "3" significa
effettivamente un uomo, e l'elemento manifesto è facilmente traducibile:
comprarsi un uomo con la dote ("Con la mia dote avrei potuto comprarmene uno
dieci volte migliore"). Lo sposarsi è chiaramente sostituito dall'andare a
teatro. L'acquistare troppo presto i biglietti sta direttamente al posto dello
sposarsi troppo presto. Questa sostituzione, tuttavia, è operata
dall'appagamento di desiderio. La nostra sognatrice non era sempre stata così
scontenta di essersi sposata per tempo, come lo era il giorno in cui ricevette
la notizia del fidanzamento della sua amica. Un tempo ne era stata orgogliosa e
si sentiva privilegiata rispetto all'amica. Tutti sanno che le fanciulle ingenue
dopo il fidanzamento spesso rivelano la loro gioia di poter di lì a poco recarsi
a teatro, a tutti gli spettacoli fino allora proibiti, felici di poter vedere
ogni cosa.
Il piacere di guardare, o curiosità, che qui emerge, era all'inizio
certamente un desiderio sessuale di guardare, un desiderio rivolto alla vita
sessuale, specialmente dei genitori, divenuto poi un forte motivo che spinge le
fanciulle a sposarsi precocemente. In tal modo l'andata a teatro diviene
un'ovvia sostituzione allusiva dell'essere sposata. Nell'attuale dispetto per
essersi sposata così presto, la sognatrice si rifà quindi a quel tempo in cui il
matrimonio precoce era stato per lei un appagamento di desiderio giacché
soddisfaceva la sua curiosità; e, spinta da questo antico impulso di desiderio,
sostituisce ora lo sposarsi con l'andare a teatro.
Non credo di essere andato a scegliere proprio l'esempio più comodo per
dimostrare un appagamento di desiderio nascosto. Con altri sogni deformati
dovremmo procedere in modo analogo. Questo non posso farlo ora di fronte a voi e
mi limito a esprimere la convinzione che comunque ci riusciremmo. Voglio però
soffermarmi ancora un po' su questo punto teorico. L'esperienza mi ha insegnato
che è uno dei più controversi dell'intera teoria del sogno e che a esso si
collegano molte obiezioni e fraintendimenti.
Inoltre, forse sarete ancora sotto l'impressione che dichiarando che il sogno
è un desiderio appagato o il suo contrario, ossia un'angoscia o una punizione
realizzata, io abbia ritrattato una parte della mia asserzione, e penserete che
sia questa l'occasione per costringermi ad avanzare altre riserve. Mi sono anche
sentito rimproverare di esporre troppo concisamente, e quindi in modo non
abbastanza convincente, cose che a me appaiono evidenti.
Accade sovente che chi ci ha accompagnati fin qui nell'interpretazione dei
sogni e ha accettato tutto quanto essa ha finora comportato, di fronte
all'appagamento di desiderio si fermi e domandi: "Ammesso che il sogno abbia
sempre un senso e che questo senso possa venire scoperto con la tecnica
psicoanalitica, perché questo senso, a dispetto di ogni evidenza, deve venir
continuamente compresso nella formula dell'appagamento di desiderio? Perché il
significato di questi pensieri notturni non deve poter essere altrettanto vario
di quello dei pensieri diurni, e quindi il sogno corrispondere una volta a un
desiderio appagato, un'altra, come Lei stesso dice, alla cosa opposta, a un
timore realizzato, ma allora continuando- non deve poter anche esprimere un
proposito, un avvertimento, una riflessione con i relativi pro e contro, oppure
un rimprovero, un ammonimento della coscienza, un tentativo di prepararsi per
un'azione imminente eccetera? Perché proprio sempre e soltanto un desiderio, o
tutt'al più il suo contrario?".
Si potrebbe pensare che una divergenza su questo punto non sia importante, se
si è d'accordo sul resto; basta che abbiamo trovato il senso del sogno e il modo
per riconoscerlo, mentre passa in seconda linea il fatto che abbiamo dovuto
determinare questo senso in modo troppo ristretto. Ma non è così. Un
fraintendimento su questo punto tocca l'essenza delle nostre scoperte sul sogno
e ne mette in pericolo il valore per la comprensione della nevrosi.
Inoltre quel venire a un accomodamento, che nella vita commerciale viene
lodato come disponibilità alla trattativa, negli affari della scienza è fuori
luogo e più che altro dannoso.
La mia prima risposta alla domanda perché il sogno non debba avere una
molteplicità di significati nel senso accennato è, come abitualmente in questi
casi: "Non so perché non debba averli. Io non avrei niente in contrario. Per
quanto mi riguarda potrebbe anche darsi. C'è però un piccolo particolare che si
oppone a questa più ampia e più comoda concezione del sogno: che in realtà le
cose non stanno così". La mia seconda risposta sottolineerà il fatto che
l'ipotesi che il sogno corrisponda a molteplici forme di pensiero e operazioni
intellettuali non mi è estranea. In un caso clinico ho riferito un sogno che
comparve per tre notti di seguito e poi mai più, e ho spiegato questo
comportamento con il fatto che il sogno corrispondeva a un proposito che non
ebbe bisogno di ripresentarsi dopo che fu eseguito. Successivamente ho
pubblicato un sogno che corrispondeva a una ammissione. Come posso dunque
contraddirmi e affermare che il sogno è sempre e soltanto un desiderio
appagato?
Lo faccio perché non voglio permettere uno sciocco malinteso, che può
costarci il frutto dei nostri sforzi intorno al sogno, un malinteso che scambia
il sogno con i pensieri onirici latenti e riferisce al primo ciò che appartiene
unicamente e soltanto ai secondi. E' infatti giustissimo che il sogno possa
supplire a tutto ciò che poco fa abbiamo enumerato e possa venir sostituito da
un proposito, un avvertimento, una riflessione, una preparazione, un tentativo
di soluzione di un problema eccetera.
Ma se osservate veramente, vedete subito che tutto questo vale soltanto per i
pensieri onirici latenti, dalla cui trasformazione scaturisce il sogno. Dalle
interpretazioni dei sogni apprendete che il pensiero inconscio degli uomini si
occupa di tali propositi, preparazioni, riflessioni eccetera, con cui poi il
lavoro onirico costruisce i sogni. Se per il momento non vi interessa il lavoro
onirico ma soltanto l'inconscia attività di pensiero dell'uomo, allora potete
eliminare il lavoro onirico e dire del sogno - ciò che praticamente è del tutto
esatto - che esso corrisponde a un avvertimento, a un proposito, e via
dicendo.
Durante il lavoro psicoanalitico capita spesso di aspirare soltanto a
distruggere la forma del sogno, e a inserire in sua vece nel contesto i pensieri
latenti, dai quali il sogno è scaturito.
Così, del tutto incidentalmente, dall'esame dei pensieri onirici latenti,
apprendiamo che tutti quegli atti psichici altamente complicati che abbiamo
menzionato possono aver luogo inconsciamente: è un risultato grandioso, ma anche
sconcertante.
Comunque, tornando alla vostra domanda, avete ragione soltanto se vi rendete
conto di aver usato una forma di discorso abbreviata e se non ritenete che la
molteplicità di cui parlate vada ascritta a ciò che nel sogno è essenziale.
Quando si parla del "sogno", si deve intendere o il sogno manifesto, cioè il
prodotto del lavoro onirico, oppure tutt'al più il lavoro onirico stesso, cioè
quel processo psichico che dai pensieri onirici latenti forma il sogno
manifesto. Ogni altro uso della parola è un modo di confondere i concetti che
può solo causare guai. Se con le vostre asserzioni mirate ai pensieri latenti
che stanno dietro il sogno, allora ditelo direttamente, senza oscurare il
problema del sogno con un modo di espressione che è vago. I pensieri onirici
latenti sono il materiale che il lavoro onirico trasforma in sogno
manifesto.
Perché volete assolutamente confondere il materiale con il lavoro che lo
modella? Che vantaggio avete rispetto a coloro che conoscevano soltanto il
prodotto del lavoro e non sapevano spiegarsi di dove venisse e in che modo fosse
fatto?
L'unica cosa essenziale nel sogno è il lavoro onirico che ha operato sul
materiale ideativo. Non abbiamo alcun diritto di non tenerne conto nella teoria,
anche se in certe situazioni pratiche possiamo trascurarlo. L'osservazione
analitica mostra anche che il lavoro onirico non si limita mai a tradurre questi
pensieri nella forma espressiva arcaica o regressiva a voi nota. Vi aggiunge
sempre qualcosa che non appartiene ai pensieri latenti del giorno precedente, ma
che è il vero e proprio motore della formazione del sogno. Questa indispensabile
aggiunta è il desiderio, ugualmente inconscio, per il cui appagamento il
contenuto del sogno viene rimodellato. Finché prendete in considerazione i
pensieri cui supplisce, il sogno può essere qualsiasi cosa, ammonimento,
proposito, preparazione e così via; ma esso è anche sempre l'appagamento di un
desiderio inconscio, ed è soltanto questo se lo considerate come risultato del
lavoro onirico. Quindi un sogno non è mai semplicemente un proposito, un
ammonimento, ma sempre un proposito e così via, che con l'ausilio di un
desiderio inconscio è stato tradotto nella forma espressiva arcaica e
rimodellato per l'appagamento di questo desiderio. Un carattere, l'appagamento
di desiderio, è costante; l'altro può variare; nulla vieta che sia anch'esso un
desiderio, e in tal caso il sogno rappresenta come appagato un desiderio latente
del giorno precedente, per mezzo di un desiderio inconscio.
A me tutto questo è chiaro, ma non so se sono riuscito a renderlo chiaro
anche a voi. Mi è anche difficile dimostrarvelo. Da una parte ciò non è
possibile senza l'accurata analisi di molti sogni e, dall'altra, questo
delicatissimo e importantissimo punto della nostra concezione del sogno non può
essere esposto in modo convincente senza far riferimento ad argomenti
successivi.
D'altronde vi pare concepibile che, data l'intima connessione che esiste tra
tutte le cose, si possa penetrare a fondo la natura di un fenomeno senza essersi
occupati di altri fenomeni di natura simile? Poiché non sappiamo ancora niente
dei parenti prossimi del sogno, dei sintomi nevrotici, dobbiamo ancora una volta
accontentarci dei risultati raggiunti. Voglio soltanto illustrarvi ancora un
esempio e fare un'ultima considerazione.
Riprendiamo quel sogno al quale ci siamo rifatti già varie volte, il sogno
dei tre biglietti di teatro per 1 fiorino e 50. Posso assicurarvi che all'inizio
l'ho preso come esempio senza alcuna particolare intenzione. I pensieri onirici
latenti li conoscete.
Dispetto, per essersi sposata così in fretta, alla notizia che la sua amica
si è fidanzata soltanto adesso; svalutazione del proprio marito; idea che ne
avrebbe trovato uno migliore se solo avesse aspettato. Conosciamo già anche il
desiderio che da questi pensieri ha fatto nascere un sogno: la voglia di
guardare, di potersi recare a teatro, molto probabilmente una derivazione
dell'antica curiosità di conoscere una buona volta che cosa succede quando si è
sposati. E' noto che nei bambini questa curiosità si rivolge sempre alla vita
sessuale dei genitori; è quindi una curiosità infantile e, qualora sussista
anche più tardi, si tratta di un moto pulsionale che affonda le sue radici
nell'infanzia. Tuttavia la notizia del giorno non ha dato in alcun modo adito al
risveglio di questo desiderio di guardare, ma soltanto al dispetto e al
rincrescimento. L'impulso di desiderio non faceva inizialmente parte dei
pensieri onirici latenti, e noi potemmo inserire nell'analisi il risultato
dell'interpretazione del sogno senza curarci di questo impulso. Il dispetto non
era di per sé capace di creare un sogno; un sogno non poteva sorgere dai
pensieri del tipo "è stato assurdo sposarmi così presto", prima che da essi
fosse stato risvegliato l'antico desiderio di poter vedere una buona volta che
cosa succede nel matrimonio. Questo desiderio modellò dunque il contenuto del
sogno, sostituendo lo sposarsi con l'andare a teatro, e gli diede la forma di
adempimento di un desiderio più antico: "Vedi, posso andare a teatro e vedere
tutte le cose proibite, e tu non puoi; io sono sposata e tu devi aspettare". In
tal modo la situazione attuale venne mutata nel suo contrario, un vecchio
trionfo venne messo al posto della recente sconfitta. E, incidentalmente, il
soddisfacimento del piacere di guardare venne fuso con il soddisfacimento di un
egoistico senso di competizione. Questo soddisfacimento determina ora il
contenuto onirico manifesto, secondo il quale essa è realmente a teatro, mentre
l'amica non ha potuto avervi accesso. A questa situazione di soddisfacimento si
sovrappongono, modificate malamente e incomprensibili, quelle parti del
contenuto onirico dietro cui si celano ancora i pensieri onirici latenti.
L'interpretazione del sogno deve prescindere da tutto ciò che serve a
raffigurare l'appagamento del desiderio e deve ricostruire partendo da quelle
allusioni, i penosi pensieri onirici latenti.
L'ultima considerazione che vi presento intende far sì che la vostra
attenzione si concentri sui pensieri onirici latenti messi testé in primo piano.
Vi prego di non dimenticare che essi, per prima cosa, sono inconsci al
sognatore, in secondo luogo, che sono pienamente sensati e coerenti per cui
possono venire concepiti come comprensibili reazioni allo spunto del sogno; e,
in terzo luogo, che possono avere il valore di un impulso psichico o di
un'operazione intellettuale qualsivoglia. Darò ora a questi pensieri un nome più
restrittivo che in precedenza, chiamandoli "residui diurni", sia che il
sognatore ammetta di averli sia che invece non lo ammetta. Distinguo pertanto
tra residui diurni e pensieri onirici latenti, designando, in conformità con il
nostro uso di prima, come pensieri onirici latenti tutto ciò che apprendiamo
durante l'interpretazione del sogno, mentre i residui diurni costituiscono
soltanto una parte dei pensieri onirici latenti. La nostra concezione è appunto
che ai residui diurni si sia aggiunto qualcosa, qualcosa che pure apparteneva
all'inconscio, un forte, ma rimosso impulso di desiderio, il quale soltanto ha
reso possibile la formazione del sogno. L'influenza di questo impulso di
desiderio sui residui diurni crea l'altra parte dei pensieri onirici latenti,
quella che non ha più bisogno di apparire razionale e comprensibile in base alla
vita vigile.
Per il rapporto fra i residui diurni e il desiderio inconscio mi sono servito
di un paragone che qui non posso che ripetere. In ogni impresa occorre un
capitalista che sostenga le spese, e un imprenditore che abbia l'idea e sappia
realizzarla. Per la formazione del sogno la parte del capitalista è sostenuta
sempre e soltanto dal desiderio inconscio; esso fornisce l'energia psichica per
la formazione del sogno; l'imprenditore è il residuo diurno, che decide circa
l'impiego di queste spese. Ora, può darsi che il capitalista stesso abbia l'idea
e la cognizione di causa, o che lo stesso imprenditore possieda il capitale.
Questo semplifica la situazione pratica, ma ne complica la comprensione
teorica.
Nell'economia politica si continuerebbe a scomporre l'unica persona nei suoi
due aspetti, il capitalista e l'imprenditore, e a ricostituire in tal modo la
situazione fondamentale, dalla quale il nostro paragone ha preso le mosse. Nella
formazione del sogno si presentano le medesime variazioni; lascio a voi
l'incombenza di perseguirle ulteriormente.
Non possiamo qui proseguire oltre, poiché voi siete probabilmente già da
lungo tempo turbati da una perplessità che merita di venire ascoltata. "I
desideri diurni - chiederete sono davvero inconsci nello stesso senso del
desiderio inconscio che deve sopravvenire per renderli capaci di produrre il
sogno?". Il vostro sospetto è fondato. Qui sta il punto saliente di tutta la
questione. Non sono inconsci nello stesso senso. Il desiderio onirico appartiene
a un altro inconscio, a quello che abbiamo riconosciuto essere di origine
infantile, dotato di particolari meccanismi. Sarebbe altamente opportuno
distinguere tra loro queste due forme di inconscio con denominazioni diverse, ma
preferiamo attendere finché ci saremo familiarizzati con il campo dei fenomeni
nevrotici. Già ci viene rimproverato come frutto di fantasia un solo inconscio:
che cosa si dirà se ammettiamo di non poter fare a meno di due specie di
inconscio?
Fermiamoci qui. Ancora una volta avete ascoltato soltanto un'esposizione
incompleta; ma non vi pare di buon auspicio l'idea che tutto ciò abbia una
continuazione che o noi stessi o altri dopo di noi porteranno alla luce? E non
abbiamo noi stessi appreso un numero sufficiente di cose nuove e
sorprendenti?
NOTE:
- Non menziono un'altra possibile interpretazione di questo "3", in una donna
senza figli, perché questa analisi non fornì materiale al riguardo.
Lezione 15 - INCERTEZZE E CRITICHE
Signore e Signori, non lasceremo il campo del sogno senza trattare i dubbi e
le incertezze più comuni che si riallacciano alle novità e alle concezioni
finora enunciate. Gli ascoltatori più attenti che si trovano fra voi avranno già
raccolto entro di sé un bel po' di materiale a questo proposito.
1. Può esservi rimasta l'impressione che i risultati del nostro lavoro
interpretativo sul sogno, per quanto correttamente sia stata seguita la tecnica,
ammettano un numero tale di indeterminazioni da impedire la traduzione sicura
del sogno manifesto nei pensieri onirici latenti. A sostegno di ciò addurrete il
fatto che, in primo luogo, non si sa mai se un determinato elemento del sogno
debba essere inteso nel suo senso proprio oppure simbolicamente, poiché le cose
usate come simboli non cessano per questo di essere sé stesse. E, se non si ha
alcun sostegno oggettivo per dirimere questa questione, l'interpretazione rimane
affidata all'arbitrio dell'interprete del sogno. Inoltre, siccome nel lavoro
onirico gli opposti coincidono, rimane sempre imprecisato se un certo elemento
onirico debba venir inteso in senso positivo oppure negativo, come sé stesso o
come il suo contrario; e questa è una nuova occasione per l'interprete di
esercitare il suo arbitrio. In terzo luogo, a causa delle inversioni di ogni
specie così care al sogno, l'interprete è libero di intraprendere una simile
inversione in qualsiasi punto del sogno. Infine, sosterrete di aver udito che
raramente si è sicuri che l'interpretazione del sogno trovata sia l'unica
possibile. Si corre il pericolo di trascurare una sovrainterpretazione, peraltro
plausibilissima, dello stesso sogno. Stando così le cose - concluderete
all'arbitrio dell'interprete resta un margine la cui ampiezza appare
incompatibile con l'obiettiva sicurezza dei risultati. Oppure, potete anche
supporre che il difetto non risieda nel sogno, bensì che le insufficienze della
nostra interpretazione dei sogni siano riconducibili a inesattezze insite nelle
nostre concezioni e premesse.
Tutti i vostri argomenti sono ineccepibili, ma non credo che giustifichino le
vostre conclusioni, sia quando sostenete che l'interpretazione dei sogni, quale
noi l'esercitiamo, è lasciata in balìa dell'arbitrio, sia quando dite che le
deficienze dei risultati pongono in questione la legittimità del nostro
procedimento. Se al posto dell'arbitrio dell'interprete mettete la sua abilità,
la sua esperienza, la sua comprensione, allora vi darò ragione. Tale fattore
personale è inevitabile, specialmente in problemi interpretativi piuttosto
difficili. Le cose non stanno però diversamente nelle altre discipline
scientifiche. Non c'è alcun mezzo per impedire che uno applichi peggio di un
altro, o sfrutti meglio, una certa tecnica. Del resto, l'impressione di
arbitrarietà, che suscita per esempio l'interpretazione dei simboli, scompare se
si tiene conto del fatto che normalmente l'interconnessione dei pensieri
onirici, quella del sogno con la vita del sognatore, e la situazione psichica
complessiva nella quale il sogno si inserisce, implicano la scelta di una delle
interpretazioni possibili e respingono le altre come inservibili.
D'altra parte, se dalle imperfezioni dell'interpretazione del sogno si deduce
che le nostre ipotesi sono inesatte, tale inferenza viene invalidata
dall'osservazione che, al contrario, la pluralità di significati o
indeterminatezza del sogno costituisce propriamente una delle sue
caratteristiche necessarie e prevedibili.
Ricordiamoci di aver detto che il lavoro onirico compie la traduzione dei
pensieri onirici in una forma primitiva d'espressione, analoga alla scrittura
ideografica. Ma tutti questi sistemi primitivi di espressione sono
caratterizzati da siffatte indeterminazioni e ambiguità, senza che con ciò
abbiamo il diritto di metterne in dubbio l'utilità pratica. Sapete che la
coincidenza degli opposti nel lavoro onirico è analoga al cosiddetto
"significato opposto delle parole primordiali" nei linguaggi più antichi. Abel,
il filologo al quale dobbiamo questo punto di vista, ci invita a non credere che
la comunicazione che una persona faceva all'altra per mezzo di parole così
ambivalenti fosse per questo ambigua. Il tono e il gesto, al contrario, dovevano
rendere del tutto inequivocabile nel contesto del discorso quale dei due
contrastanti significati si intendeva comunicare. Nella scrittura, dove non c'è
il gesto, esso era sostituito da un ideogramma aggiuntivo, non destinato a
essere pronunciato, per esempio dalla figura di un omino indolentemente
accovacciato oppure rigidamente eretto, a seconda che l'ambivalente "ken" della
scrittura geroglifica dovesse significare "debole" o "forte". Così, nonostante
parole e segni avessero più di un significato, i malintesi venivano evitati.
Gli antichi sistemi di espressione, per esempio le scritture di quelle
antichissime lingue, consentono una quantità di indeterminatezze che non
tollereremmo nella nostra attuale scrittura. Così in certe scritture semitiche
vengono indicate solo le consonanti delle parole; le vocali omesse vanno
inserite dal lettore, sulla base della sua conoscenza e del contesto. Non
proprio così, ma in modo assai simile, procede la scrittura geroglifica, ragion
per cui la pronuncia dell'antico egizio ci è rimasta sconosciuta. La scrittura
sacra dell'egizio conosce anche altre indeterminatezze. Così, ad esempio, è
lasciato all'arbitrio di chi scrive allineare le figure da destra a sinistra o
da sinistra a destra. Per poter leggere bisogna attenersi alla regola di leggere
nel verso dei volti delle figure, degli uccelli e così via. Chi scriveva poteva
però disporre gli ideogrammi anche in colonne verticali, e, nelle iscrizioni su
oggetti più piccoli, in base a considerazioni di decoratività e di riempimento
dello spazio, poteva variare anche in altro modo l'ordine dei segni. Il maggior
inconveniente della scrittura geroglifica è senz'altro che non conosce
separazione tra le parole. Le figure si susseguono nella pagina a distanze
uguali tra loro e, in generale, non si può sapere se un segno appartenga ancora
alla parola che precede o costituisca l'inizio di una nuova parola. Invece nella
scrittura cuneiforme persiana un cuneo obliquo funge da "divisore delle
parole".
Una lingua e una scrittura oltremodo antica, ma usata ancor oggi da
quattrocento milioni di persone, è quella cinese. Non crediate che io ne capisca
qualcosa; mi sono informato su di essa solo perché speravo di trovare analogie
con le indeterminatezze del sogno. E la mia aspettativa non è andata delusa. La
lingua cinese è piena di indeterminatezze che ci potrebbero incutere
spavento.
E' noto che essa si compone di una quantità di suoni sillabici, che possono
venir pronunciati da soli o combinati in coppie. Uno dei dialetti principali
possiede circa 400 di tali suoni. Ora, poiché si stima che il vocabolario di
questo dialetto consista di 4000 parole all'incirca, ne consegue che ciascun
suono ha in media dieci significati diversi, meno alcuni, ma altri, in compenso,
di più. Esiste però tutta una serie di espedienti per evitare l'ambiguità, dal
momento che non si può indovinare soltanto dal contesto quale dei dieci
significati del suono sillabico il parlatore voglia evocare in chi ascolta. Tra
questi espedienti, la combinazione di due suoni in una parola composta e l'uso
di quattro diversi "toni" con cui vengono pronunciate le sillabe.
Ancor più interessante per il nostro confronto è la circostanza che in questa
lingua non esiste praticamente la grammatica. Di nessuna delle parole
monosillabiche si può dire se sia un sostantivo, un verbo o un aggettivo, e
mancano tutte le variazioni verbali attraverso le quali si potrebbero
riconoscere il genere, il numero, la terminazione, il tempo o il modo. La lingua
è composta dunque, per così dire, solamente del materiale grezzo, proprio come
il linguaggio dei nostri pensieri viene risolto dal lavoro onirico nel suo
materiale grezzo, omettendo di esprimere le relazioni. Nel cinese, in tutti i
casi di indeterminatezza, la decisione viene lasciata all'intelligenza
dell'ascoltatore, che si lascia guidare dal contesto. Mi sono annotato un
esempio di proverbio cinese, che tradotto letteralmente suona:
"Poco ciò che vedere molto ciò che mirabile".
Non è difficile da capire. Esso può voler dire: quanto meno uno ha visto
tanto più trova da ammirare, oppure: molto c'è da ammirare per colui che poco ha
visto. Non è naturalmente il caso di decidere tra queste due traduzioni, diverse
solo sotto il profilo grammaticale. Nonostante queste indeterminatezze, la
lingua cinese, a quanto ci viene assicurato, è un mezzo eccellente di
espressione del pensiero. Non necessariamente, dunque, l'indeterminatezza
conduce all'ambiguità.
In verità dobbiamo convenire che la situazione è assai più sfavorevole per il
sistema espressivo del sogno che per tutte queste lingue e scritture antiche;
poiché queste in fondo sono destinate alla comunicazione, cioè appositamente
intese a esser sempre comprese, non importa per quali vie e con quali
espedienti.
Proprio questo carattere manca invece al sogno. Il sogno non vuol dire niente
a nessuno, non è un veicolo di comunicazione, al contrario è destinato a
rimanere incompreso. Non dovremmo quindi meravigliarci e confonderci se
risultasse che un gran numero di ambiguità e di indeterminatezze del sogno
rimangono insolute.
L'unica acquisizione sicura derivante dal nostro confronto è la scoperta che
queste indeterminatezze, che potevano essere usate come arma contro la validità
delle nostre interpretazioni oniriche, sono invece caratteri regolarmente
riscontrabili in tutti i sistemi primitivi di espressione.
Fino a che punto giunga effettivamente l'intelligibilità del sogno può essere
stabilito solo attraverso la pratica e l'esperienza.
Molto lontano, ritengo; e la verifica dei risultati ottenuti da analisti
addestrati nel modo giusto conferma la mia opinione. Il pubblico profano, e
anche il pubblico scientifico profano, si compiace notoriamente, di fronte alle
difficoltà e incertezze di un lavoro scientifico, di ostentare uno scetticismo
superiore.
Secondo me a torto. Forse non a tutti voi è noto che una situazione simile si
è presentata nella decifrazione delle iscrizioni assirobabilonesi. Ci fu un
tempo in cui l'opinione pubblica era assai incline a dichiarare che i
decifratori della scrittura cuneiforme erano dei visionari e che tutta la loro
ricerca era un "imbroglio". Nel 1857 la "Royal Asiatic Society" fece però una
prova decisiva. Invitò quattro dei più eminenti studiosi di scrittura
cuneiforme, Rawlinson, Hincks, Fox Talbot e Oppert, a inviarle in busta
sigillata traduzioni indipendenti di una iscrizione appena trovata, e
confrontate le quattro versioni poté proclamare che la loro concordanza era
abbastanza grande da giustificare la fiducia nei risultati ottenuti e la
certezza di ulteriori progressi. Le beffe da parte dell'ambiente colto profano
diminuirono gradualmente e da allora la sicurezza nella lettura dei documenti in
scrittura cuneiforme è straordinariamente aumentata.
2. Una seconda serie di perplessità è strettamente legata all'impressione, a
cui certamente nemmeno voi avete potuto sottrarvi, che una quantità di soluzioni
date dall'interpretazione onirica, e alle quali ci vediamo costretti, appaiono
forzate, artificiose, tirate per i capelli, quindi arbitrarie, o addirittura
comiche e facete. Queste critiche sono talmente frequenti che voglio scegliere a
caso l'ultima di cui mi è giunta notizia. Ascoltate: recentemente, nella libera
Svizzera, un direttore d'Istituto è stato destituito dal suo posto perché si
occupava di psicoanalisi. Egli ha protestato e un giornale di Berna ha portato a
pubblica conoscenza il giudizio delle autorità scolastiche su di lui. Da questo
documento stralcio alcune frasi che si riferiscono alla psicoanalisi: "Inoltre
sorprende l'affettazione e l'artificiosità di molti esempi che anche si
riscontrano nel citato libro del dottor Pfister di Zurigo (...) E' veramente
sorprendente quindi che un direttore d'Istituto faccia proprie tutte queste
affermazioni e pseudodimostrazioni senza sottoporle a critica". Queste frasi
vengono presentate come la conclusione di una persona che "giudica pacatamente".
Ritengo piuttosto che sia "artificiosa" questa pacatezza. Vediamo più da vicino
queste critiche, nella speranza che un po' di riflessione e un po' di cognizione
di causa non possano recare alcuno svantaggio neppure a un giudizio pacato.
E' veramente confortante vedere con quanta rapidità e imperturbabilità un
individuo possa sentenziare secondo le sue prime impressioni su un delicato
problema di psicologia del profondo. Le interpretazioni gli sembrano affettate e
forzate, non gli piacciono, quindi sono errate e tutte quelle storie
d'interpretazione non valgono nulla; non una sola volta è sfiorato dal pensiero
fugace dell'altra possibilità, che queste interpretazioni debbano apparire tali
per buone ragioni; al che si riallaccerebbe l'ulteriore domanda: quali siano
queste buone ragioni.
I fatti giudicati si riferiscono sostanzialmente ai risultati dello
spostamento, che voi avete conosciuto come il più forte mezzo della censura
onirica. Grazie allo spostamento la censura onirica crea formazioni sostitutive,
che noi abbiamo designato come allusioni. Si tratta però di allusioni che non
sono facili da riconoscere come tali, delle quali non è facile trovare il
bandolo che porta all'elemento autentico, e che con questo sono in rapporto
attraverso le più strane, le più inusitate associazioni estrinseche. In tutti
questi casi si tratta però di cose che devono venir nascoste, che sono destinate
a essere tenute segrete; è questo infatti che vuole raggiungere la censura
onirica. Ma non ci si può attendere di trovare al suo posto, nella posizione che
gli spetta, qualcosa che è stato nascosto. I posti di controllo alle frontiere
oggi in funzione operano a questo riguardo in modo più scaltro delle autorità
scolastiche svizzere. Nella ricerca di documenti e di piani non si accontentano
di ispezionare cartelle e portafogli, ma prendono in considerazione la
possibilità che le spie e i contrabbandieri portino simili cose proibite nelle
parti più riposte dei loro indumenti, dove decisamente non dovrebbero stare,
come per esempio fra le doppie suole degli stivali. E, se quel che vanno
cercando è stato riposto proprio lì, si può ben dire che... chi cerca trova!
Se tra un elemento onirico latente e il suo sostituto manifesto riteniamo
possibili i nessi più fuorvianti, più strani, che appaiono ora comici ora
faceti, è perché ci basiamo su una ricca casistica la cui soluzione, di regola,
non è stata scoperta da noi. Spesso non è possibile raggiungere queste
interpretazioni con le nostre forze; nessuna persona assennata sarebbe in grado
di indovinare certi nessi. Il sognatore ci dà la traduzione tutt'a un tratto,
per mezzo della sua associazione diretta - e ciò gli è possibile senz'altro
perché è in lui che questa formazione sostitutiva si è prodotta -, oppure ci
fornisce un materiale talmente cospicuo che la soluzione non richiede più una
speciale perspicacia, ma ci si impone inevitabilmente. Se il sognatore non ci
aiuta in uno di questi due modi, l'elemento manifesto ci rimane per sempre
incomprensibile. Consentitemi di aggiungere ancora un esempio di questo tipo,
recentemente occorsomi. Una delle mie pazienti, durante il trattamento, ha
perduto il padre. Da allora si serve di ogni occasione per farlo rivivere in
sogno. In uno dei suoi sogni il padre si presenta in una certa connessione non
utilizzabile ulteriormente, e dice: "Sono le undici e un quarto, sono le undici
e mezzo, sono le undici e tre quarti".
Nell'interpretazione di questa stranezza le venne in mente soltanto che al
padre faceva piacere se i figli più grandicelli osservavano puntualmente
l'orario dei pasti. Ciò era certamente in rapporto con l'elemento onirico, ma
non permetteva alcuna conclusione sulla sua origine. Esisteva il sospetto,
giustificato dalla situazione della cura in quel momento, che in questo sogno
c'entrasse una ribellione critica, accuratamente repressa, contro il padre amato
e rispettato. Nel corso ulteriore delle sue associazioni, apparentemente assai
lontane dal sogno, la sognatrice racconta che il giorno prima si era molto
discusso di psicologia in sua presenza e che un suo parente aveva
dichiarato:
"L'Urmensch [uomo primitivo] continua a vivere in ciascuno di noi". Adesso
crediamo di capire. Questa parola le offrì la splendida opportunità di far
rivivere ancora una volta il padre morto. Essa lo trasformò nel sogno in un
"Uhrmensch" [uomo dell'orologio], facendogli annunciare i quarti d'ora
precedenti il mezzogiorno.
Non potrete fare a meno di rilevare la somiglianza di questo esempio con un
motto di spirito; e in effetti si è verificato abbastanza spesso che la battuta
del sognatore sia stata attribuita all'interprete. Ci sono anche altri esempi in
cui non è affatto facile decidere se si abbia a che fare con un motto di spirito
o con un sogno. Ma vi ricordate che lo stesso dubbio ci è venuto a proposito di
certi lapsus verbali. Un uomo racconta di aver sognato che suo zio gli ha dato
un bacio, mentre sedevano nella sua AUTO(MOBILE). Egli stesso aggiunge molto in
fretta l'interpretazione: significa AUTOEROTISMO (un termine, tratto dalla
teoria della libido, che designa il soddisfacimento ottenuto senza oggetto
estraneo). Quest'uomo si è dunque permesso di farci uno scherzo e ha spacciato
come sogno una battuta che gli è venuta in mente? Non lo credo, egli ha
realmente sognato. Ma da dove proviene questa sbalorditiva somiglianza? Tempo
addietro questa domanda mi ha distolto per un tratto dalla mia strada,
imponendomi la necessità di sottoporre a un'approfondita indagine il motto di
spirito stesso. Da ciò è risultato che nella genesi del motto di spirito un
processo di pensiero preconscio viene abbandonato per un istante
all'elaborazione inconscia, dalla quale emerge poi come motto di spirito. Sotto
l'influsso dell'inconscio esso subisce l'azione dei meccanismi colà vigenti,
della condensazione e dello spostamento, quindi degli stessi processi che
abbiamo trovato all'opera nel lavoro onirico, ed è a questa comunanza che va
ascritta la somiglianza tra motto di spirito e sogno, quando essa si verifica.
Dall'involontaria "spiritosaggine onirica", tuttavia, non si ottiene nulla del
piacere derivante dal motto di spirito.
Il perché lo potete apprendere se approfondite lo studio del motto di
spirito. Lo "spirito" onirico ci appare un cattivo spirito, non ci fa ridere, ci
lascia freddi.
In questo campo ricalchiamo le orme dell'antica interpretazione dei sogni, la
quale, accanto a molte cose inutili, ci ha lasciato qualche buon esempio di
interpretazione che noi stessi non sapremmo superare. Vi racconto ora un sogno
di importanza storica di Alessandro Magno riferito, con alcune varianti, da
Plutarco e Artemidoro di Daldi. Mentre nel 322 avanti Cristo era impegnato
nell'assedio della città di Tiro, ostinatamente difesa, Alessandro sognò di
vedere un satiro danzante. Un interprete di sogni che si trovava con l'esercito,
Aristandro, gli interpretò questo sogno scomponendo la parola "satyros" in "sa
Tyrso" (tua è Tiro) e promettendogli quindi il trionfo sulla città. Alessandro
si lasciò indurre da questa interpretazione a continuare l'assedio ed espugnò
finalmente Tiro. L'interpretazione, che può sembrare artificiosa, era senza
dubbio quella giusta.
3. Mi è facile immaginare che vi farà particolare impressione la notizia che
contro la nostra concezione del sogno sono state sollevate obiezioni anche da
persone che si sono occupate per parecchio tempo dell'interpretazione di sogni
in qualità di psicoanalisti. Sarebbe stato chiedere troppo che un così cospicuo
incentivo a nuovi errori rimanesse inutilizzato, e così, attraverso confusioni
concettuali e generalizzazioni ingiustificate, sono emerse affermazioni che,
quanto a inesattezza, non hanno nulla da invidiare alla concezione medica del
sogno. Una di queste vi è già nota. Dice che il sogno è impegnato in tentativi
di adattamento alla realtà presente e in tentativi di soluzione di compiti
futuri, che quindi persegue una "tendenza prospettica" (Maeder). Abbiamo già
dimostrato che questa affermazione si basa su una confusione fra il sogno e i
pensieri onirici latenti e che quindi ha come premessa la mancata considerazione
del lavoro onirico. Come caratterizzazione dell'attività psichica inconscia alla
quale appartengono i pensieri onirici, essa da una parte non costituisce una
novità e, dall'altra, non è esauriente, perché l'attività psichica inconscia
contiene molte altre cose oltre la preparazione del futuro. Una confusione di
gran lunga più grave sembra essere alla base della dichiarazione che dietro ogni
sogno si trova la "clausola di morte". Non so precisamente che cosa voglia dire
questa formula, ma suppongo che dietro di essa si nasconda una confusione tra il
sogno e la personalità del sognatore nel suo complesso.
Una ingiustificata generalizzazione tratta da qualche esempio preciso è
contenuta nella tesi che ogni sogno ammette due interpretazioni, una, quella da
noi indicata, la cosiddetta interpretazione psicoanalitica, e un'altra, la
cosiddetta interpretazione anagogica, la quale prescinde dai moti pulsionali e
mira a descrivere le più elevate prestazioni psichiche (Silberer). Esistono
sogni di questo tipo, ma è vano cercare di estendere questa concezione alla
maggioranza dei sogni. Del tutto incomprensibile, dopo tutto ciò che avete
udito, vi apparirà l'affermazione che tutti i sogni debbono essere interpretati
bisessualmente, come il punto di confluenza di una corrente che possiamo
chiamare virile con una femminile (Adler). Singoli sogni di questo tipo
ovviamente esistono, e più avanti potrete vedere che sono costruiti come certi
sintomi isterici. Menziono tutte queste scoperte di nuove caratteristiche
universali del sogno per mettervi in guardia da esse o, quanto meno, per non
lasciarvi in dubbio sul mio modo di giudicarle.
4. Il valore oggettivo dell'indagine sul sogno parve un giorno messo in
questione dall'osservazione che i pazienti in trattamento analitico regolavano
il contenuto dei loro sogni a seconda delle teorie preferite dai loro medici,
sognando gli uni prevalentemente di moti pulsionali sessuali, gli altri di
aspirazione alla potenza (Adler), e altri ancora addirittura di rinascita
(Stekel). Il peso di questa osservazione si riduce considerando che gli uomini
sognavano già prima che ci fosse un trattamento psicoanalitico che potesse dare
una direzione ai loro sogni, e che coloro che adesso si trovano in cura erano
soliti sognare anche nel periodo precedente il trattamento. C'è comunque del
vero in questa novità, ma si vede subito che si tratta di cosa ovvia e
irrilevante per la teoria del sogno. I residui diurni che suscitano il sogno
sono strascichi dei forti interessi della vita vigile. Una volta che i discorsi
del medico e i suoi suggerimenti siano divenuti importanti per l'analizzato,
essi entrano nella sfera dei residui diurni, possono costituire gli stimoli
psichici per la formazione del sogno al pari degli altri interessi irrisolti e
affettivamente accentuati del giorno precedente, e agiscono analogamente agli
stimoli somatici che influiscono sul dormiente durante il sonno.
Come questi altri elementi istigatori del sogno, anche i filoni di pensiero
che il medico ha sollecitato possono apparire nel contenuto onirico manifesto o
venir messi in evidenza in quello latente. Sappiamo infatti che si possono
produrre sogni sperimentalmente, o per essere più precisi, che si può introdurre
nel sogno una parte del materiale onirico. A proposito di questo modo di
influenzare i suoi pazienti, l'analista esercita quindi un ruolo non diverso da
quello dello sperimentatore che, come Mourly Vold, assegna determinate posizioni
alle membra dei suoi soggetti.
Si può spesso influenzare il sognatore CIRCA L'ARGOMENTO di cui deve sognare,
ma non si potrà mai incidere su ciò che egli sognerà. Il meccanismo del lavoro
onirico e il desiderio onirico inconscio sono sottratti a ogni influsso esterno.
Già nell'esame dei sogni da stimolo somatico abbiamo riconosciuto che la
singolarità e l'indipendenza della vita onirica si manifestano nella reazione
con la quale il sogno risponde agli stimoli fisici o psichici che sono stati
indotti. Alla base dell'affermazione qui discussa, la quale vuole porre in
dubbio l'obiettività dell'indagine sul sogno, c'è quindi di nuovo una
confusione, quella tra il sogno e il materiale onirico.
Questo, Signore e Signori, è quanto volevo esporvi sui problemi del sogno.
Come voi avrete intuito, ho trascurato molte cose, e vi sarete resi conto che in
quasi tutti i punti ho dovuto essere incompleto. Ciò è dovuto alla connessione
tra i fenomeni onirici e quelli delle nevrosi. Abbiamo studiato il sogno come
introduzione alla teoria delle nevrosi e ciò è stato certamente più corretto che
se avessimo fatto il contrario. Ma, come il sogno prepara alla comprensione
delle nevrosi, così d'altra parte il giusto apprezzamento del sogno può essere
ottenuto solo dopo che si ha conoscenza dei fenomeni nevrotici.
Non so cosa ne penserete, ma per parte mia vi assicuro che non mi pento di
aver assorbito una parte così notevole del vostro interesse e del tempo a nostra
disposizione riservandoli ai problemi del sogno. Da nessun altro argomento si
può attingere così rapidamente la convinzione della correttezza delle
proposizioni sulle quali la psicoanalisi si regge o cade. Occorre un fastidioso
lavoro di molti mesi o addirittura di anni per mostrare che i sintomi di un caso
di malattia nevrotica hanno un senso, servono a un'intenzione e provengono dalle
vicende del paziente. Per contro, uno sforzo di poche ore può riuscire a
dimostrare le stesse cose in una creazione onirica che all'inizio è
incomprensibilmente confusa, e quindi confermare tutte le premesse della
psicoanalisi, la natura inconscia di alcuni processi psichici, i particolari
meccanismi ai quali essi obbediscono e le forze pulsionali che in essi si
manifestano. E se accanto all'impressionante analogia fra la struttura del sogno
e quella del sintomo nevrotico consideriamo la rapidità con cui il sognatore si
trasforma in una persona sveglia e ragionevole, non dubiteremo più che anche la
nevrosi si fonda solo su un'alterazione del gioco di forze tra i poteri della
vita psichica.