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Gentile: Riforma scolastica
Gentile sentì sempre il suo ruolo di insegnante come una missione. La
riforma della scuola che egli attuò nel 1923-24, quando era ministro
della Pubblica Istruzione, e che difese lungo tutto il restante arco
della sua vita contro i tentativi di modificarla, è il risultato di
venti anni di riflessioni sul ruolo della scuola nella formazione della
coscienza nazionale degli italiani. La sua prima opera pedagogica,
L'insegnamento della filosofia nei licei, risale al 1900, poco dopo
aver iniziato ad insegnare; argomento dell'opera, come si evince dal
titolo, è la filosofia e il suo insegnamento nella scuola secondaria.
Fin dai suoi esordi pedagogici Gentile affida all'insegnamento della
filosofia un ruolo centrale perché questo permette una formazione
generale dello spirito che prepara a tutte le facoltà universitarie. Il
principio di una filosofia regina delle scienze ha un'importanza
cruciale per comprendere lo sviluppo della pedagogia di Gentile e la
struttura che egli diede alla scuola italiana dopo la riforma. Tredici
anni dopo il primo saggio, la pedagogia gentiliana viene
sistematicamente esposta nel Sommario di pedagogia come scienza
filosofica.
Esso si articola seguendo due principi, cui sono rispettivamente dedicate le due parti del testo:
1) il superamento della dualità di educatore ed educando nella dialettica nell'atto educativo
2) il rifiuto di ogni contenuto particolare dell'insegnamento e di ogni regola didattica.
Gentile critica nel saggio le comuni distinzioni
dualistico-pedagogiche (tipiche dell'impostazione positivista), e
particolarmente quella fra contenuto e forma dell'insegnamento, fra
materia da far apprendere e metodo con cui fare apprendere.
Non esiste un metodo che, nella sua astratta generalità, valga per
ogni materia : ogni materia, ogni argomento è metodo a se stesso, non è
cioè nozione astratta e isolata da memorizzare, ma atto di ricerca
attiva e creativa; le indicazioni di metodo possono servire
all'insegnante solo nel delineare la fase di preparazione all'atto di
insegnare in cui, poi, l'insegnante stesso supererà la dualità con
l'allievo permettendo ad entrambi, in questo modo, di pensare l'unica
verità. La pedagogia di Gentile, come tutta la sua opera, risente di un
impostazione morale ed etica di fondo che mira a formare, prima che
specialisti dell'insegnamento, "persone moralmente degne di esserlo";
la subordinazione delle materie scientifiche a vantaggio delle materie
cosiddette umanistiche rispondeva, a quei tempi, alla precisa esigenza
di formare quello spirito nazionale e quell'unità che ancora, sia
l'alto tasso di analfabetismo, sia la confusione politica, non
aiutavano a cementare; secondo l'impostazione gentiliana, la scuola
doveva contribuire all'unità del popolo italiano, ma non era, come oggi
probabilmente diremo, di massa: la formazione filosofica doveva restare
un privilegio per i pochi che l'ingegno, o il benessere economico,
destinavano agli studi più alti. La scuola dopo la riforma Gentile
divenne, seguendo questa esigenza, molto selettiva (introdusse l'esame
di Stato) e per certi versi classista. Molti dei tentativi che furono
fatti per modificare la sua riforma, quand'egli non era più ministro,
partirono proprio dalla piccola e media borghesia, desiderosa di
diplomi per i propri figli e poco incline ad una tale selettività.
Discorso a parte merita l'insegnamento obbligatorio della
religione cattolica nella scuola elementare per cui Gentile si batté
sempre. Nel sistema filosofico gentiliano la religione ha un ruolo
intermedio tra l'arte e la filosofia; come tale il suo insegnamento è
da considerarsi propedeutico alla filosofia perché offre al bambino le
prime basi per una visione complessiva del mondo. La religione
insegnata nelle scuole doveva essere la cattolica perché questa, a suo
giudizio, era la forma spirituale storica del popolo italiano ma
doveva, nel proseguo dell'iter degli studi, essere inglobata e superata
dallo studio della filosofia. Merito della riforma di Gentile fu, tra
l'altro, di permettere la partecipazione alla vita scolastica dei
bambini sordi e muti, consentendo anche a loro di ottenere una certa
cultura.
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