Anche
Gorgia si colloca (come Protagora) nel contesto della Sofistica: anche
per lui il problema del linguaggio è centrale. Gorgia nacque a Lentini
(nei pressi di Siracusa) verso il 480 a.C., viaggiò parecchio per le
città greche - un po’ come il collega Protagora- ottenendo gran
successo col suo insegnamento. La sua fama portò la sua città ad
inviarlo in più occasioni come ambasciatore presso altre città (ad
Atene, per esempio, dove lasciò a bocca aperta gli Ateniesi per la sua
eloquenza). Morì in età molto avanzata (verso il 380, in Tessaglia),
dove soggiornava presso il tiranno Giasone di Fere. Come Protagora,
anche Gorgia scrisse molto e i suoi scritti erano per lo più orientati
verso l'orazione, come il discorso Olimpico, proferito ad Olimpia per invitare i Greci a superare le loro discordie e affrontare uniti i barbari e l'Epitafio, finalizzato ad onorare gli Ateniesi caduti in guerra. Tra i suoi scritti va poi ricordato quello Sul non essere o Sulla natura, il cui titolo capovolge intenzionalmente quello dell'opera di Melisso; molto interessanti risultano anche essere L'encomio di Elena e La difesa di Palamede. Nel Non essere o Sulla natura
troviamo le tre tesi fondamentali delle filosofia di Gorgia: 1)
l'essere non è; 2) se anche fosse, non sarebbe conoscibile; 3) se anche
fosse conoscibile, tale conoscenza non sarebbe comunicabile. Quindi per
Gorgia, a differenza di Protagora, tutto è falso. Egli arriva a trarre
queste conclusioni esaminando profondamente la filosofia ed in
particolare quella eleatica: come gli eleatici, anche Gorgia si serve
del ragionamento per assurdo: se l'essere ci fosse, sostiene Gorgia,
non dovrebbe avere caratteristiche contraddittorie, come invece gli
hanno attribuito gli eleatici. Gorgia ha notato che ci sono troppi
contrasti tra i filosofi per quel che riguarda la questione
dell'essere, cosicché egli addiviene alla conclusione che l'essere è
troppo contraddittorio per esistere. Egli conclude che "l'essere non è"
partendo dalle dimostrazioni che l'essere non è nè uno nè molti, nè
generato nè ingenerato: sono affermazioni davvero contraddittorie. Ma
la conseguenza più interessante e radicale che egli trae è
probabilmente quella secondo cui non è possibile comunicare tramite il
linguaggio ciò che è. Il linguaggio non ha nulla a che fare con la
verità, non è possibile dire ad altri come realmente stiano le cose.
Supponiamo che l'essere ci sia; prendiamo un quaderno blu: io voglio
comunicare ad un altro il colore del quaderno e quindi gli dico "è blu
"; ma non è che nella testa dell'altro c'è lo stesso colore, magari è
un blu più tendente al verde; fatto sta che non potrà mai avere in
mente la stessa cosa che ho io: l'essere, oltre a non esistere, non è
pensabile e non è dicibile. Queste tre tesi di Gorgia sono
l'anticipazione di quello che sarà il "nichilismo". Gorgia
sosteneva che nulla è, se anche fosse non sarebbe conoscibile, se anche
fosse conoscibile non sarebbe comunicabile. La verità, dunque, resta
per Gorgia inaccessibile: ne consegue che tutto è falso, e non "tutto è
vero", come invece credeva Protagora. Tutte le proposizioni possono, ad
avviso di Gorgia, essere ribaltate attraverso l’arma del logoV
(la parola), equiparato dal pensatore di Lentini ad una forza
irresistibile alla pari del destino dei tragici o della divinità: la
parola può tutto. Anche con Gorgia Platone, a cui stava particolarmente
a cuore la possibilità di distinguere il vero dal falso, compie
un’operazione simile a quella operata nei confronti di Protagora: se
tutto è falso, cosa ci vieta di pensare che anche ciò che dice Gorgia
lo sia? Ci si è spesso interrogati se Gorgia fosse un nichilista ante litteram
o se, piuttosto, volesse esercitarsi con argomentazioni dialettiche al
limite del pensabile. E’ tuttavia certo che l’obiettivo polemico del
suo argomentare fosse l’eleatismo: egli si serve, nelle sue
argomentazioni, della dimostrazione per assurdo; in altri termini, per
dimostrare la verità di A, assume per assurdo che sia vero il contrario
(non-A) e, a partire da tale assunzione, si mettono in luce tutte le
contraddizioni che ne derivano, a tal punto che si è costretti a
riconoscere la falsità di tale assunto (non-A) e ad ammettere la
veridicità della tesi di partenza ad essa opposta (A). Le tre
proposizioni poc’anzi elencate con cui nega la possibilità della
conoscenza non è un caso che ci vengano riportate da uno scettico,
Sesto Empirico, nell’opera Contro i dogmatici. Stando a
quanto da lui riportato, Gorgia avrebbe sostenuto che se le cose
pensate non sono esistenti, allora le cose esistenti non sono pensate:
in altri termini, il pensiero non avrebbe un contenuto proprio (poiché
ciò che è pensato non esiste) e, per converso, se ne ricaverebbe che
ciò che esiste non è pensato. Alla base di quest’argomentazione sta una
relazione che Gorgia pone: se A è in relazione con B, allora anche B è
in relazione con A; se viceversa A non è in relazione con B, allora
anche B non è in relazione con A. Dunque, dato che penso cose che non
esistono (dragoni o uomini volanti), allora ciò significa che il
pensato non è in relazione con l’essere e, per converso, che l’essere
non è in relazione col pensato. Ammettendo, infatti, per assurdo
l’esistenza delle cose pensate, ne conseguirebbe che l’uomo che vola o
il carro che procede sul mare (tutti oggetti del mio pensiero)
dovrebbero esistere, ma l’esperienza confuta ciò. Se poi dico che il
pensiero rispecchia l’esistente, non si spiega perché nel pensiero
trovino cittadinanza anche l’uomo che vola o il carro che procede sul
mare. Il terzo argomento addotto da Gorgia poggia sull’analogia con
l’esperienza: giacchè i sensi non interferiscono tra loro né si
smentiscono a vicenda, si può essere spinti a credere che ciò valga
anche per il pensato, cosicchè le cose che né vedo né sento né tocco,
ciononostante il pensiero mi attesta che esistono. Ma in questo modo mi
troverei costretto, ancora una volta, ad ammettere l’esistenza
dell’uomo che vola e del carro che procede sul mare. Con Gorgia,
quindi, viene per la prima volta messa in discussione la possibilità di
conoscere alcunché. Sembra essere una
filosofia negativa e pessimista, ma in realtà non è così: il
ragionamento conduttore è in sostanza che in assenza dell'essere l'uomo
è onnipotente, non ha limitazioni. Spieghiamoci meglio: se l'essere
esiste, l'uomo trova lì un limite alle sue azioni; ma se l'essere non
c'è (non è conoscibile) l'uomo non ha limiti. E' su questo presupposto
che si basa l'onnipotenza della retorica di Gorgia: se l'essere è ed è
conoscibile non si può far conoscere alla gente ciò che si vuole
(perchè ci si deve attenere all'essere), ma se non c'è l'essere non si
hanno limiti e si può convincere la gente di ogni cosa: chi può dire
che una cosa sia falsa se non c'è un qualcosa a cui attenersi
(l'essere)? La verità per Gorgia non conta niente perchè non esiste:
ciò che conta è la capacità di argomentare. Gorgia era fratello di un
medico e diceva che pur non sapendo nulla di medicina, riusciva più lui
del fratello a convincere i pazienti ad assumere i farmaci. Il
linguaggio è totalmente distaccato dalla verità: esso non consiste
nell'enunciazione di conoscenze , bensì nella persuasione (nell'encomio
di Elena Gorgia prende le difese di Elena, colei per la quale aveva
avuto inizio la guerra di Troia: il discorso è in realtà un puro
sfoggio di virtuosità oratorie; Gorgia, con l'arte persuasoria,
dimostra le cose più assurde). Per Gorgia la persuasione è indipendente
dal valore di verità di ciò che viene detto, dal momento che la parola
pronunciata esercita la sua influenza sull'apparato emotivo degli
ascoltatori, non sulle loro eventuali capacità intellettive. La potenza
della parola è equiparata da Gorgia alla potenza dei farmaci e degli
incantesimi magici. Come detto, Gorgia diceva di essere più capace a
far prendere le medicine ai pazienti di quanto non lo fosse il fratello
medico: questo risultato può essere ottenuto sulla base di due
presupposti . Il primo consiste nel rendersi conto della particolare
condizione psicologica in cui si trovano di volta in volta i propri
ascoltatori e di valutare il momento opportuno (in Greco o kairoV)
per parlare e dire determinate cose. Il secondo presupposto consiste
nella capacità di usare diversi tipi di discorso appropriati alle
circostanze. Il nucleo dell'insegnamento di Gorgia è proprio dato dallo
studio delle differenti forme del discorso e della molteplicità delle
figure stilistiche da usare. Per ottenere gli effetti persuasivi
desiderati. Gorgia elabora anche un'interessante teoria a riguardo
dell'arte (fortemente positiva); prima di lui nessuno se ne era
occupato: perchè? L'età presofistica era un'età dove la filosofia era
prettamente cosmologica: si cercava cioè di spiegare da dove fosse
saltato fuori il mondo; con i sofisti la filosofia assume istanze a
carattere antropologico: l'oggetto della ricerca diventa l'uomo e tutto
ciò che lo riguarda. In seguito, anche Platone elaborerà una teoria
sull'arte (fortemente negativa: per lui è meglio attenersi al vero e
non lasciarsi trasportare dall'arte che stimola passioni e non è copia
di ciò che è veramente) e pure Aristotele
(la sua è una visione più positiva); Gorgia parte dal presupposto che
noi non possiamo conoscere l'essere: se l'essere esistesse, l'arte
sarebbe solo una sua imitazione imperfetta; ma dato che non esiste, da
una parte non ho limiti e dall'altra l'arte diventa una mia creazione.
Dato che non c'è un vero mondo (l'essere non c'è) , l'artista è un
creatore di mondi: per Gorgia il buon artista è quello che riesce ad
ingannare gli spettatori, e il buon spettatore è quello che si lascia
ingannare dall'artista: tutto questo perchè l'essere non c'è. Una
domanda che ci si è sempre posti analizzando Gorgia e tutti i sofisti,
è se essi fossero politicamente conservatori o rivoluzionari.
Politicamente Gorgia ha idee tipicamente conservatrici: alla domanda
"che cos'è la virtù?", egli rispondeva nel più tradizionale dei modi:
"i giovani devono fare questo, i vecchi quello, le donne
quell'altro....". Come mai un tipo innovativo come Gorgia seguiva la
tradizione? Egli segue la tradizione perchè se non si ha un criterio
per stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato (dato che l'essere
non c'è), la cosa migliore da fare è seguire la tradizione, ciò che ci
è stato tramandato dagli avi. Nonostante questo, i sofisti (ed in
particolare Gorgia) rimangono rivoluzionari perchè seguono la
tradizione solo perchè fa loro comodo. Nell'ambito sofistico emersero
poi due diverse interpretazioni sul binomio nomoV/fusiV
(convenzione - natura): esistono due tipi particolari tipi di leggi,
quella decretata dalla natura e quella decretata dall'uomo. Facciamo un
esempio: per legge della natura, il più forte tende ad avere la meglio
sul più debole; ma per la legge artificiale creata dall'uomo, questo
non può accadere perchè si è tutti uguali ed è la legge stessa che
protegge il più debole dal più forte. Ma quale è quella giusta, quella
naturale o quella convenzionale? I sofisti rispondono in maniera
differenziata gli uni dagli altri. Dal canto suo, Platone stesso
affronta questo problema nel primo libro della Repubblica, in
cui un sofista afferma che la legge artificiale è un'ingiustizia
perpetrata dai più deboli ai danni dei più forti, giacchè essi cercano
di limitare coloro che sono più forti e che per diritto naturale hanno
diritto a prevalere introducendo le leggi artificiali.
FRAMMENTI
DEL NON ESSERE O DELLA NATURA
Fr 82 B 3 DK (Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 65-87)
1
Gorgia da Leontini fu anche lui del gruppo di coloro che escludono una
norma assoluta di giudizio; non però per le stesse obbiezioni che
muoveva Protagora e la sua scuola. Infatti nel suo libro intitolato Del Non essere o Della natura
egli pone tre capisaldi, l’uno conseguente all’altro: 1) nulla esiste;
2) se anche alcunché esiste, non è comprensibile all’uomo; 3) se pure è
comprensibile, è per certo incomunicabile e inspiegabile agli altri.
2
(66) Che nulla esiste, lo argomenta in questo modo: ammesso che
qualcosa esista, esiste soltanto o ciò che è o ciò che non è, ovvero
esistono insieme e ciò che è e ciò che non è. Ma né esiste ciò che è,
come dimostrerà, né ciò che non è, come ci confermerà; né infine, come
anche ci spiegherà, l’essere e il non essere insieme. Dunque, nulla
esiste. (67) E invero, il non essere non è; perché, supposto che il non
essere sia, esso insieme sarà e non sarà; ché in quanto è concepito
come non essere, non sarà, ma in quanto esiste come non esistente, a
sua volta esisterà; ora, è assolutamente assurdo che una cosa insieme
sia e non sia; e dunque, il non essere non è. E del resto, ammesso che
il non essere sia, l’essere non esisterà piú; perché si tratta di cose
contrarie tra loro; sicché se del non essere si predica l’essere,
dell’essere si predicherà il non essere. E poiché l’essere in nessun
modo può non essere, cosí neppure esisterà il non essere.
3
(68) Ma neppure esiste l’essere. Perché se l’essere esiste, è o eterno
o generato, oppure è insieme eterno e generato; ma esso non è né
eterno, né generato, né l’uno e l’altro insieme come dimostreremo;
dunque l’essere non esiste. Perché se l’essere è eterno (cominciamo da
questo punto), non ha alcun principio. (69) Poiché ha un principio
tutto ciò che nasce; ma l’eterno, essendo per definizione ingenerato,
non ha avuto principio. E non avendo principio, è illimitato. E se è
illimitato, non è in alcun luogo. Perché se è in qualche luogo, ciò in
cui esso è, è cosa distinta da esso; e cosí l’essere non sarà piú
illimitato, ove sia contenuto in alcunché; perché il contenente è
maggiore del contenuto, mentre nulla può esser maggiore
dell’illimitato; dunque l’illimitato non è in alcun luogo. (70) E
neppure è contenuto in se stesso. Perché allora sarebbero la stessa
cosa il contenente e il contenuto, e l’essere diventerebbe duplice,
cioè luogo e corpo; essendo il contenente, luogo, e il contenuto,
corpo. Ma questo è assurdo. Dunque l’essere non è neppure in se stesso.
Sicché se l’essere è eterno, è illimitato; se è illimitato, non è in
alcun luogo; e se non è in alcun luogo, non esiste. Ammessa dunque
l’eternità dell’essere, si conclude all’inesistenza assoluta.
4 [Con
ragionamenti analoghi Gorgia dimostra che l’Essere non può nemmeno
essere generato (par. 71) e nemmeno "eterno e generato insieme" (par.
72). Se comunque l’Essere esistesse dovrebbe essere uno o molteplice,
ma non è nessuna delle due cose (parr. 73-74)]. Resta cosí dimostrato che né l’essere, né il non essere esistono.
5
(75) Che poi neppure esistano ambedue [l’Essere e il Non-essere]
insieme, è facile a dedursi. Perché ammesso che esista tanto l’essere
che il non essere, il non essere s’identificherà con l’essere, per ciò
che riguarda l’esistenza; e perciò, nessuno dei due è. Infatti, che il
non essere non è, è già convenuto; ora si ammette che l’essere è
sostanzialmente lo stesso che il non essere; dunque, anche l’essere non
sarà. (76) E per vero, ammesso che l’essere sia lo stesso che il non
essere, non è possibile che ambedue esistano; perché se sono due, non
sono lo stesso; e se sono lo stesso, non sono due. Donde segue che
nulla è. Perché se l’essere non è, né è il non essere, né sono ambedue
insieme, né, oltre queste, si può concepire altra possibilità, si deve
concludere che nulla è.
6
(77) Passiamo ora a dimostrare che, se anche alcunché sia, esso è, per
l’uomo, inconoscibile e inconcepibile. Se infatti, come dice Gorgia, le
cose pensate non sono esistenti, ciò che esiste non è pensato. Questo è
logico; per esempio, se di cose pensate si può predicar la bianchezza,
ne segue che di cose bianche si può predicare la pensabilità; e
analogamente, se delle cose pensate si predica l’inesistenza, delle
cose esistenti si deve necessariamente predicare l’impensabilità. (78)
Per il che, è giusta e conseguente la deduzione, che "se il pensato non
esiste, ciò che è non è pensato". E invero, le cose pensate
(rifacciamoci di qui) non esistono, come dimostreremo; dunque, l’essere
non è pensato. Che le cose pensate non esistano, è evidente: (79)
infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono,
comunque le si pensino; ciò che è contrario all’esperienza: perché non
è vero che, se uno pensa un uomo che voli, o dei carri che corran sul
mare, subito un uomo si mette a volare, o dei carri a correr sul mare.
Pertanto il pensato non esiste. (80) Inoltre, se si ammette che il
pensato esiste, si deve anche ammettere che l’inesistente non può esser
pensato; perché i contrari hanno predicati contrari; e il contrario
dell’essere è il non essere. E perciò in via assoluta, se
dell’esistente si predica l’esser pensato, dell’inesistente si deve
predicare il non esser pensato. Il che è assurdo, perché per esempio e
Scilla e Chimera e molte altre cose inesistenti sono pensate. E dunque,
ciò che esiste non è pensato. (81) E come, ciò che si vede, in tanto si
dice visibile, in quanto si vede; e quel che si ode, in tanto si dice
udibile, in quanto si ode; né noi respingiamo le cose visibili pel
fatto che non si odano, né ripudiamo le udibili pel fatto che non si
vedano (ché ciascuna dev’esser giudicata dal senso che le corrisponde,
non da un altro), cosí anche le cose pensate, se pur non si vedano con
la vista né si odano con l’udito, esisteranno, in quanto sono concepite
dall’organo di giudizio che è proprio di esse. (82) Se dunque uno pensa
dei carri che corran sul mare, anche se non li vede, deve credere che
ci siano carri che corron sul mare. Ma questa è un’assurdità; dunque
l’esistente né si pensa, né si comprende.
7 [Gorgia
passa quindi a "dimostrare" che se l’esistente potesse essere pensato e
compreso non potrebbe comunque essere comunicato (parr. 83-84).
Prosegue poi con una interessante definizione del linguaggio].
(85) [...] Perché la parola, dice Gorgia, è l’espressione dell’azione
che su noi esercitano i fatti esterni, cioè a dire le cose sensibili;
per esempio, dal contatto col sapore, ha origine in noi la parola
conforme a questa qualità; e dall’incontro col colore, la parola
conforme al colore. Posto questo, ne viene che non già la parola spiega
il dato esterno, ma il dato esterno dà significato alla parola. (86) E
neppure è possibile dire che, a quel modo che esistono oggettivamente
le cose visibili e le udibili, cosí esista anche il linguaggio; sicché,
esistendo anch’esso come oggetto, abbia la proprietà di significare la
realtà oggettiva. Perché, ammesso pure che la parola sia oggetto, egli
dice, tuttavia differisce dagli altri oggetti; e soprattutto
differiscono, dalle parole, i corpi visibili; perché altro è l’organo,
con cui si percepisce il visibile, ed altro quello, con cui si apprende
la parola. Pertanto, la parola non può esprimere la massima parte degli
oggetti, cosí come neppure questi possono rivelare l’uno la natura
dell’altro. (87) Di fronte a tali quesiti insolubili, sollevati da
Gorgia, sparisce, per quanto li concerne, il criterio della verità;
perché dell’inesistente, dell’inconoscibile, dell’inesprimibile non c’è
possibilità di giudizio.
ENCOMIO DI ELENA
Fr 82 B 11 DK
1
(1) È decoro allo stato una balda gioventú; al corpo, bellezza;
all’animo, sapienza; all’azione, virtú; alla parola, verità. Il
contrario di questo, disdoro. E uomo e donna, e parola ed opera, e
città e azione conviene onorar di lode, chi di lode sia degno; ma
sull’indegno, riversar onta; poiché è pari colpevolezza e stoltezza
tanto biasimare le cose lodevoli, quanto lodar le riprovevoli. (2) È
invece dovere dell’uomo, sia dire rettamente ciò che si addice, sia
confutare <il contrario; e dunque è giusto confutare> i
detrattori di Elena, donna sulla quale consona e concorde si afferma e
la testimonianza di tutti i poeti, e la fama del nome, divenuto simbolo
delle fortunose vicende. Pertanto io voglio, svolgendo il discorso
secondo un certo metodo logico, lei cosí diffamata liberar dall’accusa,
e dimostrati mentitori i suoi detrattori e svelata la verità, far
cessare l’ignoranza.
2
(3) Che per nascita e stirpe fosse prima tra i primi – uomini e donne –
la donna di cui ora parliamo, non c’è chi lo ignori. Noto è infatti
come sua madre fu Leda, e padre autentico un dio, putativo un mortale:
Tindaro e Zeus; di cui questi, pel fatto che era, fu ritenuto suo
padre; quegli, pel fatto che appariva, fu messo in dubbio; l’uno il piú
potente tra gli uomini, l’altro il supremo dominatore di tutti gli
esseri. (4) Da tali generata, ebbe bellezza di dea, e, avutala, non
nascose d’averla. Ché in moltissimi moltissime brame d’amore suscitò, e
con una sola persona molte persone attirò di eroi superbi per superbi
vanti: chi avea profusion di ricchezza, chi lustro d’antica nobiltà,
chi pregio di innato valore, chi superiorità di sapienza acquisita; e
tutti vennero, indotti da amore avido di vittoria e da invitta avidità
di onore.
3 (5) Ma
chi fu, e per qual motivo, e in che modo appagò l’amore colui che
conquistò Elena, non lo dirò: ché il dire, a chi sa, ciò che sa,
aggiunge fiducia, ma non porta diletto. E però, varcato ora, col
discorso, il tempo d’allora, mi rifarò dal principio del discorso
propostomi, ed esporrò le cause per le quali era naturale avvenisse la
partenza di Elena verso Troia.
4
(6) Infatti, ella fece quel che fece o per cieca volontà del Caso, e
meditata decisione di Dèi, e decreto di Necessità; oppure rapita per
forza; o indotta con parole, <o presa da amore>. Se è per il
primo motivo, è giusto che s’incolpi chi ha colpa; poiché la
provvidenza divina non si può con previdenza umana impedire. Naturale è
infatti non che il piú forte sia ostacolato dal piú debole, ma il piú
debole sia dal piú forte comandato e condotto; e il piú forte guidi, il
piú debole segua. E la Divinità supera l’uomo e in forza e in saggezza
e nel resto. Che se dunque al Caso e alla Divinità va attribuita la
colpa, Elena va dall’infamia liberata.
5
(7) E se per forza fu rapita, e contro legge violentata, e contro
giustizia oltraggiata, è chiaro che del rapitore è la colpa, in quanto
oltraggiò, e che la rapita, in quanto oltraggiata, subí una sventura.
Merita dunque, colui che intraprese da barbaro una barbara impresa,
d’esser colpito e verbalmente, e legalmente, e praticamente;
verbalmente, gli spetta l’accusa; legalmente, l’infamia; praticamente,
la pena. Ma colei che fu violata, e dalla patria privata, e dei suoi
cari orbata, come non dovrebbe esser piuttosto compianta che diffamata?
ché quello compí il male, questa lo patí; giusto è dunque che questa si
compianga, quello si detesti. compianta che diffamata? ché quello compí
il male, questa lo patí; dunque è giusto che questa si compianga,
quello si detesti.
6
(8) Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l’animo, neppur
questo è difficile a scusarsi e a giustificarsi cosí: la parola è un
gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo,
divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a
eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà. E
come ciò ha luogo, lo spiegherò. (9) Perché bisogna anche spiegarlo al
giudizio degli uditori: la poesia nelle sue varie forme io la ritengo e
la chiamo un discorso con metro, e chi l’ascolta è invaso da un brivido
di spavento, da una compassione che strappa le lacrime, da una
struggente brama di dolore, e l’anima patisce, per effetto delle
parole, un suo proprio patimento, a sentir fortune e sfortune di fatti
e di persone straniere. Ma via, torniamo al discorso di prima. (10)
Dunque, gli ispirati incantesimi di parole sono apportatori di gioia,
liberatori di pena. Aggiungendosi infatti, alla disposizione
dell’anima, la potenza dell’incanto, questa la blandisce e persuade e
trascina col suo fascino. Di fascinazione e magia si sono create due
arti, consistenti in errori dell’animo e in inganni della mente. (11) E
quanti, a quanti, quante cose fecero e fanno credere, foggiando un
finto discorso! Che se tutti avessero, circa tutte le cose, delle
passate ricordo, delle presenti coscienza, delle future previdenza, non
di eguale efficacia sarebbe il medesimo discorso, qual è invece per
quelli, che appunto non riescono né a ricordare il passato, né a
meditare sul presente, né a divinare il futuro; sicché nel piú dei
casi, i piú offrono consigliera all’anima l’impressione del momento. La
quale impressione, per esser fallace ed incerta, in fallaci ed incerte
fortune implica chi se ne serve. (12) Qual motivo ora impedisce di
credere che Elena sia stata trascinata da lusinghe di parole, e cosí
poco di sua volontà, come se fosse stata rapita con violenza? Cosí si
constaterebbe l’imperio della persuasione, la quale, pur non avendo
l’apparenza dell’ineluttabilità, ne ha tuttavia la potenza. Infatti un
discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha
persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti. Onde chi ha
persuaso, in quanto ha esercitato una costrizione, è colpevole; mentre
chi fu persuasa, in quanto costretta dalla forza della parola, a torto
vien diffamata. (13) E poiché la persuasione, congiunta con la parola,
riesce anche a dare all’anima l’impronta che vuole, bisogna apprendere
anzitutto i ragionamenti dei meteorologi, i quali sostituendo ipotesi a
ipotesi, distruggendone una, costruendone un’altra, fanno apparire agli
occhi della mente l’incredibile e l’inconcepibile; in secondo luogo, i
dibattiti oratorii di pubblica necessità [politici e giudiziari], nei
quali un solo discorso non ispirato a verità, ma scritto con arte, suol
dilettare e persuadere la folla; in terzo luogo, le schermaglie
filosofiche, nelle quali si rivela anche con che rapidità
l’intelligenza facilita il mutar di convinzioni dell’opinione. (14) C’è
tra la potenza della parola e la disposizione dell’anima lo stesso
rapporto che tra l’ufficio dei farmaci e la natura del corpo. Come
infatti certi farmaci eliminano dal corpo certi umori, e altri, altri;
e alcuni troncano la malattia, altri la vita; cosí anche dei discorsi,
alcuni producon dolore, altri diletto, altri paura, altri ispiran
coraggio agli uditori, altri infine, con qualche persuasione perversa,
avvelenano l’anima e la stregano.
7
(15) Ecco cosí spiegato che se ella fu persuasa con la parola, non fu
colpevole, ma sventurata. Ora la quarta causa spiegherò col quarto
ragionamento. Che se fu l’amore a compiere il tutto, non sarà difficile
a lei sfuggire all’accusa del fallo attribuitole. Infatti la natura
delle cose che vediamo non è quale la vogliamo noi, ma quale è
coessenziale a ciascuna; e per mezzo della vista, l’anima anche nei
suoi atteggiamenti ne vien modellata. (16) Per esempio, se mai l’occhio
scorge nemici armarsi contro nemici in nemica armatura di bronzo e di
ferro, l’una a offesa, l’altra a difesa, subito si turba, e turba
l’anima, sicché spesso avviene che si fugge atterriti, come fosse il
pericolo imminente. Poiché la consuetudine della legge, per quanto sia
salda, viene scossa dalla paura prodotta dalla vista, il cui intervento
fa dimenticare e il bello che risulta dalla legge, e il buono che nasce
dalla vittoria. (17) E non di rado alcuni, alla vista di cose paurose,
smarriscono nell’attimo la ragione che ancora possiedono: tanto la
paura scaccia e soffoca l’intelligenza. Molti poi cadono in vani
affanni, e in gravi malattie, e in insanabili follie; a tal punto la
vista ha impresso loro nella mente le immagini delle cose vedute. E di
cose terribili molte ne tralascio; ché sono, le tralasciate, simili a
quelle anzidette. (18) D’altro lato i pittori, quando da molti colori e
corpi compongono in modo perfetto un sol corpo e una sola figura,
dilettano la vista. E figure umane scolpite, figure divine cesellate
sogliono offrire agli occhi un gradito spettacolo. Sicché certe cose
per natura addolorano la vista, certe altre l’attirano. Ché molte cose,
in molti, di molti oggetti e persone inspirano l’amore e il desiderio.
(19) Che se dunque lo sguardo di Elena, dilettato dalla figura di
Alessandro, inspirò all’anima fervore e zelo d’amore, qual meraviglia?
il quale amore, se, in quanto dio, ha degli dèi la divina potenza, come
un essere inferiore potrebbe respingerlo, o resistergli? e se poi è
un’infermità umana e una cecità della mente, non è da condannarsi come
colpa, ma da giudicarsi come sventura; venne infatti, come venne, per
agguati del caso, non per premeditazioni della mente, e per
ineluttabilità d’amore, non per artificiosi raggiri.
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(20) Come dunque si può ritener giusto il disonore gettato su Elena, la
quale, sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché
lusingata da parole, sia perché rapita con violenza, sia perché
costretta da costrizione divina, in ogni caso è esente da colpa?
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(21) Ho distrutto con la parola l’infamia d’una donna, ho tenuto fede
al principio propostomi all’inizio del discorso, ho tentato di
annientare l’ingiustizia di un’onta e l’infondatezza di un’opinione; ho
voluto scrivere questo discorso, che fosse a Elena di encomio, a me di
gioco dialettico.
da ORAZIONE OLIMPICA
Degni dell'ammirazione universale, o Greci (...). Ed alla nostra gara
sono necessarie due virtù: audacia e sapienza, per svelare l'enigma;
perché la parola come il bando dell'araldo in Olimpia chiama chi si
offre, ma incorona chi riesce.