La verità e il suo sviluppo in Hegel
Può concludersi la storia della verità?
Hegel è convinto che la propria opera giunge nel momento storico in cui
finalmente la filosofia può cessare di essere solo «amore del sapere» per
diventare sapere effettivo. Ciò significa anche la fine dei «filosofi» nel vero
senso della parola: dopo che la filosofia ha raggiunto il suo obiettivo, può
esistere solo la storia della filosofia. Tale idea è connessa ad un
punto nevralgico del suo pensiero: la concezione di uno Spirito continuamente
spinto in avanti sulla strada della verità, grazie alla costatazione
dell'inadeguatezza dei risultati fino ad allora raggiunti. Un ruolo peculiare
nella storia della verità è svolto dalla rivelazione religiosa: la verità si
identifica con Dio, la rivelazione fa conoscere Dio come Spirito. Ciò pone però
in primo piano una difficoltà interna al discorso di Hegel: se lo Spirito è
giunto alla piena autoconoscenza, perché il pensiero umano, che è sempre
pensiero di Dio nell'uomo, non è nella pienezza della verità e sembra essersi
fermato ad una tappa precedente?
Un'ulteriore difficoltà appare sullo sfondo della concezione di Hegel del
tempo: esso è inteso come l'inquietudine dell'Assoluto, il sintomo del fatto che
lo Spirito non ha riposo e non può mai cessare di agire e superare sé stesso.
Anche se Hegel tenta di fondere insieme le immagini del cerchio (che raffigura
una verità in sé dialetticamente conclusa) e della retta (che indica il continuo
avanzamento), la stessa natura del tempo sembra escludere l'esistenza di una
verità definitiva. Una possibile soluzione sembra suggerita dai passi in cui si
presagisce lo spostamento della patria della verità dall'Europa occidentale ad
altre terre: per esempio l'America e le nazioni slave. Piuttosto che l'emergere
di una verità diversa, sembra qui trattarsi della stessa verità che trova nuovi
luoghi di espansione. Raggiunta la verità assoluta, allo Spirito resta così
aperto un compito soprattutto educativo.
«Si deve tacere di ciò di cui non si può parlare». Hegel ha però dimostrato che la Filosofia, che è
considerazione pensante della realtà,
deve sforzarsi di dire il non-detto, il non-identico, il negativo, per approdare
alla riconciliazione e alla totalità del sistema, una vera e propria enkykliké paidéia. La filosofia deve cioè assumersi «la fatica del
concetto» (die Anstrengung des Begriffs) per superare l'immediatezza e darsi
nella forma dello Spirito in sé e per sé (An-und-für-sich-Sein), ossia nella forma
della verità. La verità può esistere solo sotto forma di sistema scientifico,
visto che la scienza è l'unica forma in cui si dà verità e la scientificità si
fonda sull'elemento del Begriff. «La figura autentica in cui la verità può esistere è
soltanto il sistema scientifico della verità stessa». Hegel è consapevole di vivere in un'epoca che, grazie al suo
contributo, attuerà una rivoluzione: la filosofia da amore del sapere si
trasformerà in un sapere reale. «Se l'epoca attuale si rivelasse matura per
l'elevazione della filosofia a scienza, allora questa sarebbe l'unica vera
giustificazione dei tentativi che si propongono un tale scopo: infatti, non solo
si dimostrerebbe la necessità dell'elevazione, ma anche, nello stesso tempo, la
si attuerebbe».
La convinzione che supporta Hegel, è che il vero non si presenta mai né
troppo presto, né troppo tardi. In un
certo modo si apre un varco da sé, si presenta sotto la forma razionale dopo
aver percorso quasi due secoli di «esperienza», ed essersi mutato da vero
immediato a vero mediato.
La peregrinazione che il vero deve compiere, sotto le spoglie del Sé, dello
Spirito ancora incompiuto, e che la Fenomenologia descrive, sfocia
nello Spirito autocosciente in sé e per sé. Questo Spirito è sì l'essere
assolutamente indeterminato da cui parte la Logica, ma è anche lo
spirito del singolo che, tramite la riflessione in sé, è giunto
all'autocomprensione dell'intero processo, facendo sì che anche l'idea
indeterminata si autocomprendesse. Il grado di consapevolezza, e quindi di
verità, proprio dello «Spirito del mondo (Weltgeist)» (l'idea che si è
fatta natura e che è riemersa come spirito nell'uomo e nella storia) ricalca
quello dello Spirito del popolo. Ossia i diversi sviluppi della verità dello
Spirito universale vanno di pari passo con quelli dei singoli in una certa
epoca. «Il dominio giuridico dell'eticità presso i popoli è la coscienza di sé
dello spirito: essi sono il concetto che lo Spirito ha di sé medesimo. È dunque
l'idea dello Spirito che si realizza nella storia. Da ciò che lo Spirito sa di
sé dipende la coscienza del popolo».
Non c'è nessuna discrepanza dunque tra il Weltgeist e lo Spirito
singolare, tra la verità dell'uno e la verità dell'altro, perché il primo sa di
sé grazie al secondo e viceversa. La verità trasparente a se stessa e
perfettamente conciliata con sé rappresenta il risultato: un sapere assoluto (la
filosofia) che riconosce la razionalità del mondo, la coincidenza tra pensiero
ed essere, una stessa dialettica teleologica tanto nel pensiero quanto nella
realtà. Ma la conclusione dell'intero
processo fenomenologico e logico non deve tralasciare i singoli momento
dell'itinerario della coscienza e dell'essere indeterminato: «il vero è il
Tutto. Il Tutto, però, è solo l'essenza che si compie mediante il proprio
sviluppo. Dell'Assoluto, infatti, bisogna dire che è essenzialmente un
risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità». I momenti, le figure non vanno
dimenticate, in quanto tappe necessarie del cammino della verità: «il singolo
deve percorrere anche secondo il contenuto i gradi di formazione dello Spirito
universale, ma come figure già deposte dello Spirito, come tappe di un cammino
già tracciato e spianato».
L'inadeguatezza della verità nei diversi momenti fenomenologici costituisce
la spinta verso il superamento e verso una figura superiore. È proprio «la
disuguaglianza tra il sapere e l'oggetto, tra la certezza e la verità» che
«costringe la coscienza a verificare ogni volta se ciò che essa conosce
dell'oggetto, il concetto che di volta in volta se ne forma, sia effettivamente
adeguato alla sua verità». Ma
questo lo può affermare solo la prospettiva del «per noi» che è in grado di
cogliere i nessi necessari tra i vari sviluppi e configurarli in un sistema in
quanto ha riconosciuto il vero. I momenti storici durante i quali si è
sviluppato per sé ciò che era solo in sé, non sono né veri, né
falsi. Semplicemente necessari. La verità è una categoria che può essere
applicata alla storia solo quando il filosofo comprende la finalità del
percorso, semplicemente stando a guardare (reines Zusehen). Il problema è però
capire quando e perché in una certa epoca la verità si realizza. Chi garantisce
che proprio in quell'epoca e non in un'altra il Vero si mostri in maniera
definitiva? Hegel era certo che la sua epoca segnasse una rottura («lo Spirito
ha rotto i ponti con il precedente mondo della sua esistenza e delle sue
rappresentazioni, ed è in procinto di sprofondarlo nel passato: vive il
travaglio della propria trasformazione») e che il suo compito fosse quello di «segretario
dell'Assoluto».
Ma qual è la prova di questa verità inaugurata nel suo tempo? È la stessa
filosofia hegeliana che ordina e sistematizza tutto il sapere, giustificando
così la nota affermazione di Rosenkranz attribuita a Hegel: «dopo di me non più
filosofia, ma storia della filosofia». Poiché la filosofia coincide con la
verità, in quanto spiega concettualmente il cammino dello Spirito, la verità,
con Hegel, dovrebbe essere la verità ultima, oltre la quale ci può essere solo
la riproposizione, in termini di riflessione personale o dello spirito dei
popoli, dell'identico, dal sapere immediato alla verità: l'Assoluto come
Spirito, ossia come soggetto. Se il vero non può che presentarsi come sistema, Hegel ha costruito il sistema in cui
«lo Spirito conquista la propria verità a condizione di ritrovare se stesso
nella disgregazione assoluta». E
questa verità non è un risultato estrinseco che dal di fuori, arbitrariamente,
applichiamo, come nelle verità matematiche. Non è un qualcosa di fisso che
all'inizio e alla fine si presenta con le stesse determinazioni, come «una moneta coniata», ma deve porsi,
negarsi e superarsi. Deve cioè sopportare «il travaglio del negativo»,
attraversare le tappe di ogni sviluppo dialettico. Il vero coincide con la
Ragione, o Spirito o Idea, che «è del tutto presso se stessa», «è essenzialmente soggetto»,
è dunque «l'idea che pensa se stessa»: la
verità assoluta e totale. Evidente
allora la stretta correlazione tra Verità, Idea, Spirito, Ragione, di fatto
tutti sinonimi. E, alla luce di questa importante precisazione, appare chiara l'affermazione della Prefazione alla Fenomenologia: «la verità include dunque al proprio interno anche il negativo».
Il negativo è l'Altro da sé che, così come nello Spirito,
anche nella verità si pone come antitesi. Come lo Spirito ha dentro di sé
l'alterità (il nulla la cui astrattezza determina il movimento dialettico per
oltrepassarla), allo stesso modo la verità deve riflettersi in sé per togliere «l'unilateralità e limitatezza delle determinazioni» e passare così al momento speculativo, o positivo-razionale, in cui la contrapposizione non scompare, ma si risolve in
unità. Anche la verità quindi è
sottoposta al momento dialettico, è «il movimento di sé in se stessa», «il
delirio bacchico in cui non c'è membro che non sia ebbro; e poiché ciascun
momento, mentre tende a separarsi dal Tutto, altrettanto immediatamente si
dissolve, questo delirio è anche la quiete trasparente e semplice».
Come in ogni processo dialettico la sintesi diventa nuova tesi, anche
nell'ambito della verità dovrebbe mostrarsi questa linearità del movimento. Ma
se così fosse, non si potrebbe parlare di una verità ultima costituita dal
sapere assoluto. Non a caso Hegel, per ovviare alla possibile obiezione, in certo modo unisce la figura del circolo a quello della linea retta: «il vero è il divenire di se stesso, è il circolo che presuppone e ha all'inizio la propria fine come proprio fine, e che è reale solo mediante l'attuazione e la propria fine». E l'attuazione del risultato non può prescindere dalla mediazione entro sé che legittima
l'attribuzione al vero di un termine: soggetto. L'Assoluto è soggetto (in quanto determina sé da se stesso), la verità è parimenti soggetto: «tutto dipende dal concepire ed esprimere il vero non tanto come sostanza,
bensì propriamente come soggetto». Esprimere il vero, o l'Idea, come sostanza implicherebbe
cadere in quella notte dove tutte le vacche sono nere, dove l'automovimento e il
procedere graduale del vero nella storia sono condannati all'immobilità e alle
lacerazioni dell'intelletto, «all'immane potenza del negativo». La vita del vero
invece, o dell'Idea, «è quella vita che sopporta la morte e si mantiene in
essa», dove per «morte» Hegel
allude alla contrapposizione risolta. Pensare con un procedimento
speculativo-dialettico significa appunto affermare l'unità dei contrari, che
l'intelletto considera come contraddittoria e quindi impossibile e inesistente.
Solo la forza della Vernunft, della Ragione che è il Vero, toglie e conserva (auf-heben) gli opposti, fa sì che l'essere in sé divenga per-sé
e comprenda la sua essenza.
Quanto in comune vi sia tra la verità hegeliana e l'idea platonica di verità
(con la differenza tra il piano immanente dell'uno e trascendente dell'altro), è
a questo punto evidente: l'oggettività della verità, la irrinunciabile adaequatio rei atque
cogitationis, è principio ispiratore tanto in Hegel quanto in Platone.
Proprio perché la verità è un processo concreto che ha come suo luogo di
realizzazione non il pensiero (o non solo), ma la realtà, il piano storico, non
potrà mai essere verità arbitraria di un soggetto. Anzi, è quest'ultimo che deve
comprendere (begreifen) sulla scorta del Sapere Assoluto, che è sapere della
verità, il vero: «Dio prevale, e la storia del mondo non rappresenta altro che
il piano della Provvidenza. Dio governa il mondo: il contenuto del suo governo,
l'esecuzione del suo piano è la storia universale». Al pari della Ragione, la stessa verità, per essere
veramente tale, deve spogliarsi della sua soggettività parziale ed ergersi a
verità universale.
Un nesso strettissimo in Hegel unisce dunque Verità, Spirito, Ragione, Idea,
a Dio, un Dio immanente (poiché, facendosi natura, ed entrando nella storia con
l'uomo, ha tolto l'astrattezza dell'al di là) la cui rivelazione ha connotato il
processo della verità come un processo di libertà.
^
Che la verità coincida con l'esposizione dell'Idea, e quindi con la «scienza
dell'idea in sé e per sé», «con la scienza dell'idea nel suo esser altro», con
«la scienza dell'idea che ritorna in sé dal suo esser altro», è stato già dimostrato. Provando che l'Idea è
Dio, si dimostrerà contemporaneamente che la verità è Dio.
Non mancano riferimenti all'equivalenza tra Logos (Idea) e Dio: ad esempio la
Logica vuole essere la «presentazione di Dio come egli è nella sua
essenza eterna, prima della creazione della natura e di uno spirito finito».
Affermazione questa che precisa in
che senso vada inteso quel «dialogo con se stesso» che compare nella
Logica di Jena: «l'Etere parla con se stesso» (Etere = Dio) e le sue parole diventano stelle.
Ancora nella Logica Hegel sottolinea questa identità: «ogni nuova
categoria è anche una nuova definizione di Dio». E lo ribadisce nella Filosofia della
religione: «senza il mondo, Dio non sarebbe Dio».
È a questo punto legittima l'equazione Verità-Dio, su cui
si basa quasi tutta l'introduzione alle Lezioni sulla filosofia della
storia. Qui si evidenzia che il «divino è nella ragione», che il
contenuto che fonda la ragione è «l'idea divina»: «è la verità di Dio, la sua
immagine, che viene percepita nella ragione».
Senza la rivelazione, (che ha consentito che Dio si svelasse come spirito), l'uomo, per Hegel, non sarebbe mai
stato libero, e la verità sarebbe stata priva del suo elemento fondamentale: la
libertà. Libertà non come
arbitrio, ma come assolutezza (ab-solutus: sciolto da qualsiasi
vincolo) e autodeterminazione, per quanto concerne Dio; e, per quanto riguarda
l'uomo, come riconoscimento della razionalità del reale. Una libertà insomma
che, sia in Dio sia nell'uomo, assomiglia tanto alla libera
necessitas spinoziana, ma che non inficia il processo della verità, tutt'al
più contrassegnata ora da una necessità intrinseca più evidente. La morte
necessaria e la resurrezione nella storia del Cristo come Spirito hanno permesso
di superare l'astrattezza della trascendenza divina e di attuare «la
spiritualizzazione mediante cui la sostanza è divenuta soggetto».
Dopo la rivelazione cioè, lo Spirito
possiede come contenuto la verità, ma non ancora nella forma concettuale
(caratteristica esclusiva del Sapere Assoluto), bensì in quella della
rappresentazione. Bisognerà
aspettare che i tempi maturino per elevare la filosofia a scienza, e poter
sostituire così al linguaggio della rappresentazione (Vorstellung) il linguaggio vero
del concetto: non più Erschaffen (creare) o geschehen (avvenire), ma Notwendigkeit (necessità), non più Abfallen (decadere), ma Entäusserung (esteriorizzazione). Fino a quando ciò non avverrà,
la verità che lo Spirito sa di sé è la verità (immediata) che la comunità sa di
sé e quindi dello spirito risorto in lei. Come si è già accennato agli inizi, lo
Spirito, o Dio o Verità, diventa autocosciente grazie al progressivo sviluppo
dell'uomo e viceversa. Scrive infatti Hegel nella Filosofia della
Religione citando le parole di Maestro Eckhart: «L'occhio con il quale
Dio mi vede è anche l'occhio con cui lo vedo io; il mio e il suo occhio sono
tutt'uno; se Dio non fosse, io non sarei e se io non fossi egli non sarebbe».
Al progressivo sviluppo della
verità, o di Dio, è necessario dunque l'uomo, proprio perché in lui lo Spirito
riemerge dalla natura. Una medesima verità perciò sembrerebbe legare Dio e
l'uomo: «l'uomo conosce Dio soltanto nella misura in cui Dio conosce se stesso
nell'uomo. Questa conoscenza è nello stesso tempo conoscenza di sé di Dio e
conoscenza che Dio ha dell'uomo, e questa è conoscenza che l'uomo ha di Dio. Lo
Spirito che nell'uomo conosce Dio non è che lo Spirito di Dio stesso».
Dichiarazione alquanto problematica,
se analizzata alla luce del sistema hegeliano. La contraddizione con cui ci si
scontra è quella tra uno Spirito che, nel Sapere Assoluto, si sa nella sua
Verità, e la coscienza dell'uomo che non è in grado di coglierne l'intima
struttura. Se infatti ci fosse un perfetto parallelismo, il vero, cioè lo
Spirito che si sa, è presso di sé,
mediato con se stesso, dovrebbe essere patrimonio anc
^
La verità, come si è visto, così come la filosofia, è nel tempo. Anzi, il
tempo diventa per Hegel un momento della stessa verità. Il tempo è la pura
inquietudine dell'Assoluto che risiede nella sua essenza e la spinge a
trascendere le esperienze di verità parziali per tendere senza sosta verso la
sua realizzazione integrale. «Lo Spirito non ha riposo» e, nelle varie epoche storiche, riappare «ringiovanito,
innalzato e trasfigurato». Come sappiamo, il ringiovanire dello Spirito, che corrisponde a un gradino
successivo nell'ascesa della verità, «non è un semplice ritorno alla medesima
forma, ma è catarsi, rielaborazione di sé». La verità è continua attività. Non può riposare finché non
realizza il suo fine: «lo Spirito deve giungere a coscienza di sé o rendere il
mondo conforme a sé». Ma una volta
che lo «Spirito ha ottenuto ciò che vuole», la sua attività «non è più eccitata,
la sua anima sostanziale non è più attiva». A questo livello, la verità si è interiorizzata
(er-innert), lo Spirito ha compiuto «la riflessione in sé», la
«mediazione dell'immediato». Pare che un'epoca, quella dello Spirito, si chiuda.
E la verità? Dovrebbe anch'essa, seguendo di pari passo il procedere dello
Spirito, essere giunta alla conclusione. Eppure lo Spirito, puntualizza Hegel,
nel momento in cui si sviluppa secondo la sua essenza, non agisce più, ma
continua ugualmente ad espandersi in sé medesimo. Ci fa intendere, cioè, che l'automovimento dello Spirito
non potrà mai arrestarsi completamente. Se ciò si verificasse, ci troveremmo
dinanzi «alla morte naturale dello Spirito di un popolo». Ma lo Spirito
universale in quanto tale «non muore affatto», non a caso la sua sostanza è la
libertà, è in certo qual modo
anche Tätigkeit (attività) così come già aveva sostenuto, anche se in
altro contesto, Fichte. Poiché dunque lo Spirito autocosciente permane in una
certa qual forma di movimento (strettamente unita alla sua essenza di
soggetto), anche la verità dovrebbe conservare una forma di attività,
essendo anch'essa libertà e soggetto. Ma tutti gli sforzi di Hegel non erano
finalizzati a costatare che la sua epoca (quella dello Spirito che si sa)
segnava l'apice del vero? Tuttavia
la situazione che a questo punto sembra delinearsi, pare essere quella di uno
Spirito che, seppur autocosciente, continua a prodursi nelle manifestazioni sue
proprie («religione, scienza, arti, destini, eventi»), e di un vero che, pur
essendo in sé e per sé, pare continuare a dispiegarsi in tutte le «azioni e gli
indirizzi dei popoli». Problematico riuscire a inserire questo movimento
all'infinito che percorre una linea retta nella circolarità del sistema che
voleva essere il compimento della filosofia, e quindi della verità.
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I popoli nascono e periscono, facendo così dileguare il loro spirito
particolare di popolo. Ma la storia va avanti, e non si può certo pensare che il
Weltgeist non operi più. Opera nelle leggi, nei costumi, nella
cultura dei popoli che si susseguono nel teatro del mondo. Però lo Spirito non
si arricchisce più. Concluso il suo processo fino a sapersi e riconoscersi come
Spirito (nel Sapere Assoluto), le esperienze future non costituiscono momenti
dileguantisi verso una consapevolezza più elevata, in quanto questa è
già stata raggiunta. Eppure, nuove terre e nuovi popoli sembrano essere futuri
luoghi d'approdo di questo Spirito: «L'America è, così, il paese dell'avvenire,
quello a cui, in tempi futuri, forse nella lotta fra il Nord e il Sud, si
rivolgerà l'interesse della storia universale. Essa è un paese di nostalgia per
tutti coloro che sono stufi dell'armamentario storico della vecchi Europa».
Dunque Hegel era convinto che prima
o poi lo Spirito del mondo avrebbe abbandonato l'Europa. Per arricchirsi forse
di nuovi contenuti superando così «la vecchiaia dello Spirito»? O forse per
rendere tutto il mondo, e non solo l'Europa, «conforme a sé»? Se corrispondesse
al vero la prima ipotesi, anche la verità acquisterebbe nuova linfa. Ma
contemporaneamente ciò mostrerebbe l'insussistenza di tutto il sistema
hegeliano, che si ridurrebbe, a sua volta, a momento del processo dello Spirito
e del vero.
Lo stesso mondo slavo è guardato da Hegel, sempre nelle Lezioni sulla
filosofia della storia, come l'avvenire dello Spirito, insieme alla
Russia, che porta in sé una
«incredibile possibilità di sviluppo della sua natura intensiva». Ma Hegel non
si sbilancia mai a dirci se il nuovo panorama storico del futuro determini nuove
verità. In teoria proprio questo dovrebbe accadere, se teniamo presente il
procedere di pari passo dello Spirito e della verità. D'altro lato però, così
come abbiamo riscontrato in precedenza la «frattura» nel grado di verità tra lo
Spirito, ormai autocosciente, e la coscienza dell'uomo (nonostante la proclamata
coincidenza tra la coscienza che lo Spirito ha di sé nell'uomo e la coscienza
che l'uomo ha dello Spirito), ugualmente potremmo trovarci dinanzi a
un'ulteriore «frattura»: tra lo Spirito autocosciente che procede conformemente
ai suoi piani (l'astuzia della Ragione) e una verità compiuta, eterna, immobile. Insomma, la
verità che si è fatta col farsi dello Spirito, si ferma,
lasciando libero il campo allo Spirito che, consapevole della verità
conquistata, deve, agendo nei vari spiriti dei popoli, far riconoscere al mondo
intero «la verità del vero». La
storia futura quindi peserà esclusivamente sugli uomini, il cui compito è quello
di begreifen (comprendere) il vero grazie alle trame segrete
dello Spirito.
Ma prima che il Weltgeist migri in altre terre e fra altri
popoli per «educarli» al vero, l'Europa dovrà essere conscia della verità. Molta
strada perciò, secondo Hegel, sia l'Europa sia il mondo dovranno percorrere con
la guida dello Spirito-Verità. Una verità dopo la quale (se possiamo azzardare
una possibile soluzione) non c'è altro che il suo riconoscimento da parte
dell'uomo, e uno Spirito che, giunto al culmine del suo sapersi, «si espande»
per assolvere il suo ruolo di educatore: «lo spirito produce, realizza se stesso in conformità del suo sapere di sé: esso fa sì che, ciò che esso sa di sé, anche si realizzi».
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