Intervista a François Furet (1989)
"La
rivoluzione francese trae la propria eco universale dall'essersi
proclamata tale: al di là delle particolari condizioni in cui è nata, e
anche del Paese in cui è scoppiata, essa si è data la missione non di
aggiustare le istituzioni alle circostanze della storia nazionale o al
variare dell'opinione, ma di riscrivere da capo a fondo - ripensandolo
e risugellandolo nuovamente sulla base dei princìpi della volontà
ragionevole - il contratto sociale. Essa costituisce quindi un evento
inscindibilmente politico e filosofico, già considerato sotto entrambi
gli aspetti dai suoi contemporanei dato che il 1789 era stato salutato
come la vittoria della filosofia illuministica in un ordine di realtà
che questa si era scelta come sua specifica: la riorganizzazione della polis. Il
carattere unico della rivoluzione francese nella storia moderna deriva
da tale mescolanza di generi, grazie al quale il 1789 si apparente a
un'Annunciazione religiosa laicizzata, a una Promessa della ragione o
dei diritti che si sostituisce a quella di Dio.
La prima non è
forzatamente incompatibile con la seconda ma può al contrario, come nel
caso americano, insediarvisi e trovarvi un più sacro e antico riparo;
nel caso francese, tuttavia, s'installa a fianco del messaggio
religioso, non avversa ma separata da lui, insieme completamente
differente nel fondo e comparabile nella forma, limitata al dominio
terrestre, ma investendolo interamente grazie all'idea di un'essenza
umana da realizzare nella società: occupando l'intero spazio pubblico
della comunità degli individui, l'universale democratico rinchiude la
credenza religiosa nel foro privato. Ma è proprio così che irrompe
nella Francia di fine Settecento, delineando il carattere più
enigmatico della rivoluzione francese, la discontinuità temporale: come
nella nascita di una religione, il 1789 segna un prima e un dopo.
Un carattere
così enigmatico è stato tuttavia talmente addomesticato dalla cultura
politica moderna da esserci diventato familiare; i Francesi in
particolare ne hanno fatto una credenza tanto diffusa da non percepirne
più la stranezza. Da duecento anni il 1789 designa per questo popolo la
divisione originaria tra destra e sinistra: chi al suo interno ha
preferito l'Ancien Régime detestava la rivoluzione, e chi ha preferito
la rivoluzione francese detestava l'Ancien Régime.
Schizofrenia politica
Ma, come
aspiravano e ambivano gli uomini del 1789, tale schizofrenia politica
si è espansa al di là della stocostruendo dopo di loro l'universo
politico rivoluzionario, pensato nei termini di un messianismo
secolarizzato (come un avvento che segue una lunga oppressione). Una
riflessione sulla rivoluzione francese può ancora oggi partire dalla
riscoperta della bizzarra idea di una discontinuità temporale diventata
sostanza necessaria della storia.
I Francesi del
1789 elaborarono subito quest'idea, nel suo aspetto negativo come in
quello positivo, attraverso quanto essi abolivano e attraverso quanto
essa instaurava di radicalmente nuovo. Essi distrussero l'Ancien
Régime, e fondarono un ordine nuovo di individui liberi e uguali, sotto
la sovranità della legge (nome differente della "volontà generale").
La data di
morte dell'Ancien Régime è più facile da definire della sua formazione,
o della durata della sua esistenza; la formula appare solo quando se ne
registra la liquidazione: non ve ne è traccia nei calliers de doléances redatti
all'inizio della primavera del 1789 dalle parrocchie e dai baliati per
dare istruzioni ai loro delegati, e si costituisce poco a poco nel
corso dell'estate, sul filo delle circostanze, degli eventi e delle
decisioni prese dall'Assemblea diventata Costituente. Nella più celebre
notte della storia parlamentare francese, tra il 4 e il 5 agosto 1789,
se ne possono ritrovare non le parole ma i sentimenti, e l'emozione
quasi sacrale cui dà vita. Quella sera la discussione nasce sotto la
pressione delle circostanze - la Francia si è ribellata e qui e là i
castelli vanno a fuoco - ma passa nel trasporto d'entusiasmo che in
Assemblea unisce cuori e anime molto più dell'idea di salvare il
salvabile. I deputati, macchinisti quasi divini di uno spettacolo in
cui il passato scompare e nasce un mondo nuovo, sanno tutti di mettere
in scena insieme un crepuscolo e un'aurora e, cedendo alle circostanze,
realizzano anche qualcosa che appartiene a un ordine completamente
diverso: la "distruzione del regime feudale".
Con ciò i
deputati intendevano non solo i diritti derivanti dal regime di
proprietà signorile e feudale, ma anche la decima (percepita in natura
dalla Chiesa su tutti i raccolti), e fenomeni infinitamente più
recenti, come la vendita delle cariche, pratica tramite la quale - a
partire dal primo Seicento - la monarchia aveva riempito le sue casse
vendendo le funzioni ereditarie nella giustizia e nell'amministrazione
finanziaria o municipale. Il 4 agosto scomparve quindi, insieme alle
istituzioni residue caratteristiche della proprietà feudale, l'intera
struttura corporativa del reame. Il voto dell'Assemblea dissolse la
contraddizione in cui da uno o due secoli si era trovata la monarchia
assoluta, insieme dispensatrice di privilegi e combattuta in loro nome.
Con i corpi vennero infatti liquidati tutti i diritti particolari che
costituivano le libertà dei sudditi del re, legate al loro "stato"
sociale, cioè all'esistenza di collettività giuridicamente definite dai
loro privilegi. D'ora in poi esisterà un solo diritto comune, identico
per ogni membro della nazione, e tutte le associazioni di privati,
intermediarie tra il cittadino e la sfera pubblica della legge verranno
interdette in quanto corpi-schermo.
La legge universale
Gli elementi
"feudali" distrutti nel 1789 caratterizzavano quindi piuttosto il
periodo assolutistico in cui lo Stato centrale si era costruito
vendendo privilegi: sotto questo aspetto gli uomini della rivoluzione
ne coronarono l'opera
uniformatrice, sopprimendo quanto aveva dovuto concedere allo spirito
particolaristico feudale. Si preoccuparono d'altronde (per lo meno la
maggioranza tra loro) di trasformare in buona moneta borghese i diritti
aboliti, precauzione niente affatto contraddittoria con lo spirito di
liquidazione generale che li animava - come hanno a torto creduto tanti
storici del nostro secolo che, ossessionati dall'idea socialista, hanno
visto nel 4 agosto null'altro che l'ineguaglianza borghese subentrante
a quella nobiliare. Essi non riescono a concepire come la fine della
società aristocratica abbia comportato qualcosa di molto più
essenziale: la scomparsa della dipendenza gerarchica tra gli uomini, la
nascita dell'individuo moderno e l'idea dell'universalità della legge.
In rapporto a questa cesura storica, il mondo socialista si situa nello
stesso campo del mondo borghese, in quanto semplice sviluppo delle
promesse ugualitarie. L:entusiasmo patriottico dei deputati il 4 agosto
non era allora incompatibile con il carattete circostanziale
dell'ordine del giorno e dei decreti votati: la rivoluzione contadina
aveva cristallizzato un insieme di decisioni che attingevano alle fonti
culturali del tempo, ecco tutto (anche se forse un poco prima di quanto
fosse previsto, anche se forse un po' più globalmente).
Ciononostante,
la formula "Ancien Régime" non comparve nei dibattiti tra il 4 e l'11
agosto, e venne forgiata solo qualche tempo dopo, nelle settimane
seguenti, nel corso della discussione sulla Costituzione. Essa
comportava infatti un secondo versante, ancora invisibile nella
liquidazione della società "feudale": il "governo monarchico", per il
quale i contemporanei intendevano un insieme di princìpi e di
meccanismi politici che rendevano il re un elemento chiave
dell'autorità pubblica, sia una versione assolutistica corretta dal
"dispotismo illuminato", sia in una forma più "costituzionale" nel
vecchio senso del termine (a partire da un contratto immemorabile
stipulato tra monarchia e nazione, garantito dalle leggi fondamentali e
dalla consultazione degli "Stati" sulla creazione delle leggi). Il 17
giugno il Terzo Stato si era proclamato "Assemblea nazionale", formula
di cui non vennero sul momento indagate tutte le conseguenze; ma uno di
quelli che l'aveva introdotta, Sieyès, nella sua famosa brochure Qu'est-ce que le Tiers État? ne aveva spiegato con sei mesi d'anticipo tutte le implicazioni.
Si trattava,
né più né meno, di un trasferimento di sovranità o, più esattamente,
della nazione che si riprendeva i propri diritti imprescrittibili,
delegandoli a un'Assemblea Costituente. A questo punto, tra metà giugno
e inizio settembre, la spartizione della pubblica autorità tra Luigi
XVI e i deputati divenne ambigua. Nella notte del 4 agosto uno dei
grandi avvocati della destra monarchienne, il nobile liberale
Lally-Tollendal, riuscì ad associare il re al voto dell'Assemblea; alla
fine, alle due del mattino, Luigi XVI fu proclamato "restauratore della
libertà francese".
Uequivoco, tuttavia, durò poco e a partire dalla fine di agosto, al
momento della discussione sulla nuova Costituzione, venne tranciato a
favore dei deputati e contro il re [... ].
Fallimento monarchico
L’idea di
unire la storia nazionale alla rivoluzione tramite il "governo
monarchico" urtò quindi contro una duplice impossibilità: i monarchiens si
appellavano a una tradizione inesistente (o che non esisteva più se mai
aveva iniziato a vivere) nel passato francese, e il tentativo di
"restaurarla" dopo
duecent'anni di assolutismo era tanto più irreale dopo la condanna
radicale del principio "feudale", che aveva coinvolto - ma anche
preceduto - la monarchia assoluta. La ricerca di un
Ancien Régime dove fondare le nuove istituzioni era quindi senza speranza; i monarchiens avrebbero voluto affondare in questo retaggio le radici di una co-sovranità
del re (cioè del suo diritto di veto sul potere legislativo) e del
bicameralismo, ma non fecero altro che sottolineare invece il
fallimento di una storia monarchica della libertà cui pure si
richiamavano come loro titolo principale.
Radicali moderati
In questi
termini la componente radicale del campo rivoluzionario, appropriandosi
della sovranità frutto dell'assolutismo mentre i monarchiens cercavano
di reinventarla in una forma mai esistita, si rivelò senza saperlo più
tradizionalista della componente moderata. I radicali affidarono
all'Assemblea Costituente il potere sovrano di ricostruire il corpo
politico: il re era ormai solo il suo delegato, e presto sarà soltanto
il primo funzionario del regno. La formula "Ancien Régime" prese allora
tutto il suo significato negativo, mentre i monarchiens avevano
inteso farne un principio di continuità della rivoluzione con l'essenza
del governo monarchico; d'ora in avanti l'espressione accomunerà in una
sola condanna "feudalità" e monarchia, passato sociale e passato
politico della Francia. Ma alla perentoria affermazione della
discontinuità cronologica che dava un nuovo senso al termine
"rivoluzione" i "patrioti" del 1789 appaiarono, inscindibilmente, la
ripresa di una concezione della sovranità politica già definita
dall'assolutismo: il popolo prese il posto del re, e la democrazia pura
sostituì la monarchia assoluta. Come l'antico potere sovrano escludeva
tutto ciò che non fosse il monarca, così il nuovo potere non concesse
nulla a chi non era il popolo, o un suo presunto rappresentante [... i
La monarchia
assoluta venne spodestata come potere usurpato (una destituzione
inedita che spezzò la catena temporale) ma il suo successore - il
popolo per quanto radicalmente differente da lei, poteva tuttavia
contare su una sovranità altrettanto estesa. Da questo punto di vista
l'idea di Ancien Régime, e di
iin'interminabile usurpazione cui metteva fine l'avvento del sovrano
legittimo, nascondeva uno dei più profondi legami degli uomini del 1789
con il passato nazionale; ciò che permetteva loro di affermare la
discontinuità temporale li ricollegava anche a una concezione della
sovranità pubblica derivante da quel governo monarchico da essi
spodestato.
Uidea di
discontinuità trovò però tanta risonanza negli animi perché
sottintendeva quella di una ricomposizione del corpo politico su
principi e non su un retaggio dei tempi. La nìanifestazione più
spettacolare di questa reistituzione del contratto sociale fu la
Dichiarazione dei diritti dell'uomo, votata il 26 agosto 1789: si
trattava in effetti di costituire la base del nuovo vivere insieme,
enunciando i diritti che ciascun individuo reca con sé entrando a far
parte della società, e che la società deve in cambio proteggere e
garantire. Si trattava in breve di ripetere a grandezza naturale la
scena primordiale delle filosofie
contrattiialistiche, con la quale l'uomo della natura diverita un
cittadino, e come essere sociale deve conservare quanto
imprescrittibilniente gli appartiene come essere naturale. Gli
Americani avevano effettuato questo famoso passaggio, oggetto
di tante e tali speculazioni, qualche anno prima dei francesi,
connotandolo già con le
"Di(:hiarazioni dei diritti": ma nel loro caso si trattava proprio del
momento cruciale, filosofico per eccellenza, della fondazione del
contratto? I testi americani non ruppero brutalmente con uno stato
sociale precedente, non affermarono diritti misconosciuti dalle piccole
comunità di emigranti che avevano progressivamente popolato la futura
repubblica, ma "dichiararono" invece diritti percepiti come
fondamentali dai coloni fin dal loro arrivo su una terra vergine, in
una società che si veniva formando sulla base di adesioni volontarie.
L’America era un mondo nuovo, ancora vicino alla natura e poco
intaccato dall'ineguaglianza, e le sue "Dichiarazioni" non comportavano
alcuna dinamica sovversiva [... ].
La forza della debolezza
Marcel Gauchet
ha di recente ricostruito l'elaborazione della Dichiarazione votata il
26 agosto, e sottolineato le "imposizioni d'universalità", come le
chiama, proprie del testo finale. I deputati francesi non avevano un
atteggiamento mentale particolarmente astratto - molti tra loro
vedevano e calcolavano i rischi di una proclamazione generale dei
diritti individuali in una società tanto numerosa, ineguale e formatasi
secolarmente in uno spirito così diverso - ma d'altra parte dovevano
compensare l'incerta origine della loro sovranità proclamando con forza
maggiore la loro missione, ed erano presi nella logica delle decisioni
votate il 4 agosto [... 1.
L’ottimistica
convinzione del volontarismo politico francese era contenuta nella
formula secondo cui "La legge è l'espressione della volontà generale";
la libertà degli individui naturali veniva raddoppiata da un potere
nato dal loro consenso e dalla loro partecipazione collettiva Non
esisteva alcuno spazio di riserva per un eventuale scarto tra la legge
e il suo fondamento, e non era di conseguenza previsto alcun rimedio
per scongiurarne l'apparizione, se non il diritto di resistenza
all'oppressore che rimettesse in causa l'intero contratto, senza che ne
venissero definite le legittime condizioni d'esercizio.
La società nuova
Nei pochi mesi
dell'estate 1 789 presero cosi forma con straordinaria rapidità i
principi ci le modalità di una società nuova, reinventata a partire
dall'autonomia degli individui e sulle rovine della loro soggezione
ancestrale. In questi termini uiia logica comune operò nei testi del 4
agosto, nella Dichiarazione dei diritti e nella discussione cvinizio
settembre sui poteri pubblici, conferendo all'Ancien Régime e alla
rivoluzione i loro caratteri essenziali. Se la rivoluzione francese si
considerò fin dall'inizio dell'estate 1789, un'assoluta rottura con il
passato, i suoi avversari ebbero la riiedesima sensazione (anzi, in fin
certo senso, ancora maggiore). Il periodo che ho appena analizzato
dalla parte dei rivoluzionari si aprì e si chiuse infatti con due
ondate enìigratorie: il segnale di partenza venne dato all'indomani del
14 luglio e della capitolazione del re davanti a Parigi dai grandi
privilegiati - il conte d'Artois in testa - o dai più paurosi; dopo il
6 ottobre se ne andarono i primi sostenitori della rivoluzione (Mounier
lasciò Parigi e l'Assemblea, per ritornarsene nel suo Delfinato e poi
abbandonare la Francia l'anno seguente). Queste deliberate partenze da
un reanie in cui chi partiva non riconosceva più né le proprie
abitudini né i propri compatrioti segnarono così nella storia nazionale
la completa frattura con l'Ancien Régime, che venne però ancora più
fortemente sottolineata l'anno seguente, quando Burke scrisse e
pubblicò le sue Rellections on the Revolution in Frarice; Il
parlamentare inglese non ebbe bisogno di un periodo più lungo
dell'estate 1789 per rifiutare senza scaiiipo l'impresa rivoluzionaria:
per emettere la stia condanna gli bastò lo spettacolo offerto dal
teatro rivoluzioiiario francese tra iììaggio e ottobre. Giudicando
sulla base di questo breve periodo, Burke divenne il primo teorico
della rivoluzione francese vista come un "blocco".
Burke non
conosceva logicamente ancora il seguito, soprattutto la dittatura e il
Terrore che daranno a posteriori al suo libro no valore predittivo e
tln'immensa popolarità europea; si limitava a parlare degli avvenimenti
del 1789 e dei principi messi in gioco per dirigerli e giustificarli.
Prendendo sul serio - come essa faceva - le nuove idee sorte al suo
interno e che egli reputava essenziali, Burke rinchiuse in questi pochi
mesi l'intera rivoluzione, e la sua critica trasse profondità dalla
complicità conflittuale con gli uomini del 1789.
Ciononostante,
le idee del 1789 non erano per lui le idee del secolo; il tratto
peculiare della reputazione burkeiana di quell'anno non era solo la sua
precocità, ma il suo stupore di fronte a un evento di cui l'osservatore
inglese intuiva perfettamente il carattere filosofico ma di cui non
scorgeva - a differenza della maggioranza dei contemporanei - il legame
di filiazione naturale con il movimento illuministico. La rivoluzione
francese venne così riconosciuta dal suo maggiore critico come quello
che aveva inteso essere: una frattura nella catena temporale; questa
pretesa - che costituiva il suo orgoglio - alla discontinuità storica,
ispirò la stupefatta indignazione del suo avversario.
Il silenzio del passato
Dire che Burke
la condannasse è dire poco: non riusciva neanche a concepirla. Un
popolo senza un passato era ai suoi occhi un'idea assurda e insieme
un'impresa disperata, era una collettivittà umana privata dei suoi
elementi costitutivi, di quei secoli di accumulazione grazie ai quali
le generazioni successive elaborano le loro buone creanze, le loro
usanze e abitudini, il loro modo di vivere insieme e la loro
Costituzione politica. Da buon parlamentare whig, Burke non metteva in
dubbio gli errori della monarchia assoluta dei Borboni, ma non la
credeva tanto malvagia e "dispotica" - come si diceva allora - d'aver
impedito l'evoluzione della civiltà, come testimoniavano al contrario
la prosperità e le buone maniere dei Francesi di fine Settecento.
D'altra parte, i testi politici degli anni pre-rivoluzionari si
riferivano sovente a tjn'antica "Costituzione" del regno, in funzione
della quale erano stati convocati gli Stati Generali del 1789.
Il primato dell'astrazione
Restava allora
da chiedersi perché i Francesi avessero subito dopo voluto rinnegare
nel modo più assoluto questo retaggio, il loro retaggio; Burke, più che
spiegarlo, si limitò a constatarlo indignato, indicando come momento e
modalità di questa rottura le grandi votazioni dell'agosto 1789, in
particolare la Dichiarazione dei diritti dell'uomo. La Dichiarazione
proclamava il nuovo principio organizzatore del sociale offerto dalla
rivoluzione al mondo, gli imprescrittibili diritti di ognuno, sole
fondamenta possibili di una società fatta di individui liberi e uguali.
Burke, che aveva capito come questa idea contenesse l'astrazione
costitutiva della democrazia moderna - l'universalismo della
cittadinanza -, le opponeva la società reale, i pregiudizi, le passioni
e gli interessi, definendo quanto diventerà dopo di lui e grazie a lui
uno dei temi principali del pensiero conservatore e anche, più in
generale, della critica alla democrazia (da destra come da sinistra):
la differenza tra gli individui concreti contrapposta alla pretesa di
fondare la società sulla loro identità astratta.
Allo stesso
modo, i diritti naturali degli individui non permettono di pensare e
meno ancora di costituire il potere: cosa può unire una società se essa
si definisce da sola a partire da ciò che appartiene soltanto a ogni
individuo? Burke ereditò la questione centrale del Settecento, rivista
alla luce del 1789, e fu così il primo osservatore degli avvenimenti
francesi a capire quanto il problema della rappresentanza politica si
situasse nel cuore della rivoluzione francese, nell'esatta misura in
cui in questa si manifestava l'individualismo radicale o i diritti
naturali. La rivoluzione - come nel 1789 era evidente un po' per tutti,
ma soprattutto in Sieyès - passò infatti direttamente dall'individuale
all'universale, negando tutti i poteri intra-sociali in quanto schermi
(od ostacoli) alla volontà generale, e rifiutando la rappresentanza
degli interessi nella formazione della sovranità.
Politico e sociale divisi
Il 1789 - lo diranno sia Burke che Marx - separò il politico dal sociale e lo Stato dalla società civile ma, per- il
parlamentare whig, se si prendeva come punto di partenza l’immagine di
individui insieme peculiari e eguali, il corpo politico poteva trovare
spazio solo nell'esaltazione astratta, illusoria e insieme pericolosa,
dello Stato-comunità (illusoria perché la società politica non ha nulla
a che fare con la società reale, e pericolosa perché l'emancipazione
degli individui da soggezioni sociali che li superano e li precedono
comporta un'autorità non minore ma spostata e più ampia, sotto forma di
uno Stato incarnazione della sovranità popolare). Da questa previsione
di un despotismo democratico - che si sarebbe realizzato uno o due anni
più tardi nel Terrore - derivò l'enorme influenza dell'analisi
burkeiana nell'Europa intera.
Fallì prima del Terrore
Un'opinione
ostile al 1789, e che respingeva la rivoluzione come insieme di
principi falsi e nocivi, si formò quindi prestissimo (già dal 1790),
condannando in anticipo come irrimediabilmente nefasti gli avvenimenti
nati da questa disastrosa rottura nella continuità della storia
francese, ai quali essa assegnava allora un carattere secondario e
derivato dall'errore iniziale. Nel pensiero posteriore di Burke, e per
i primi critici tedeschi della Dichiarazione dei diritti francese
(quali Mijser o Jacobi, cfr. A. Renaut, Rationalisme et historicisme juridiques, La première réception de la Déclaration de 1789 en Allemagne, in "Droits",
ottobre 1988), il Terrore non costituì un problema particolare; come
gli uomini del 1789, ma in senso inverso, gli avversari più profondi
della rivoluzione condannarono l'intera impresa da un punto di vista
più generale e più astratto: se era assurdo il tentativo di farne
tabula rasa e ricostruire l'ordine sociale sulla ragione, ciò che seguì
poteva esserne dedotto quale catena consequenziale. Più tardi Bonald ne
parlerà in questi termini, riprovando madame de Staél: "Non so, lo
confesso, cosa siano quelli che vengono chiamati gli eccessi
rivoluzionari. Tutti i crimini da essa prodotti, per quanto orribili,
ne sono stati solo le conseguenze naturali e previste dagli animi
retti" Ch. de Bonald, Observations sur l'ouvrage ayant pour titre:
Considerations sur les principaux événements de la Révolution
francaise, par madame la baronne de Staél).
Il pensiero
controrivoluzionario non trovò alcuna difficoltà a porsi prestissimo e
una volta per tutte contro l'astrazione rivoluzionaria: gli bastò
prendere sulla parola le ambizioni dichiarate degli uomini del 1789.
Quest'anno famoso, esibendo su una scena universale la filosofia della
democrazia moderna, alimentò di contraccolpo una critica sistematica di
tale filosofia e schierò gli uni contro gli altri, in un conflitto che
pervase l'intera cultura europea, "antichi" e "moderni".
Alla ricerca del passato
Il campo dei
sostenitori del 1789, soffrì tuttavia quasi subito di un handicap
rispetto al campo avversario, in quanto gli toccò rendere conto non
solo dei principi ma anche dell'evoluzione della rivoluzione francese.
Il 1789 definì in effetti Ancien Régime e rivoluzione, ma non chiuse i
conti né con l'uno né con l'altra; prova ne è che la rivoluzione non
smise mai di spostare a valle la linea immaginaria che la separava dal
passato maledetto. Iniziò con il Conservare nella ricostruzione del
vecchio reame e nella,nuova Francia, Luigi XVI, l'antico monarca; non
credendo secondo la filosofia del tempo - possibile una repubblica in
un grande paese, anche dopo Varennes (1791), fingendo di credere a un
suo "rapimento", lo rinstallò in qualche modo al suo posto. All'epoca
la forma repubblicana dello Stato veniva immaginata solo sul modello
antico, possibile unicamente in piccoli territori che permettessero di
esercitare la democrazia diretta.
E tuttavia,
il 10 agosto 1792 l'insurrezione popolare liquidò anche la monarchia, e
la rivoluzione divenne infine repubblica; per meglio connotare la
rottura, la Convenzione accompagnò la sua decisione con un'altra
determinazione capitale dal punto di vista simbolico: l'avvento della
repubblica segnerà anche il primo giorno dell'anno I della libertà. Il
1789 venne respinto nell'Ancien Régime, e a un deputato che proponeva
l'anno IV, invece che il primo, per situare l'evento in continuità con
il 1789, uno dei suoi colleghi (e non un estremista) rispose il 22
settembre: "È ridicolo datare all'anno IV della libertà, perché sotto
la Costituzione [il regime stabilito tra il 1789 e 1791] il popolo non
era veramente libero [...]. No, signori, siamo liberi solo da quando
non abbiamo più un re ("Le Moniteur", tomo XIV, seduta del 22 settembre
1792).
Arriva Napoleone
La rivoluzione
trovò così nuovo slancio, in un nuovo anno zero, rinnovato punto di
partenza per la rigenerazione nazionale. Questo periodo, in cui essa si
tramutò nel suo proprio fine, avendo rinunciato a radicarsi nella
legge, e si allargò, definita da una tautologia come "governo
rivoluzionario", si chiuse il 9 termidoro 1794. Robespierre e la sua
dittatura vennero respinti nel passato come forme dell'usurpazione
monarchica nella rivoluzione, e di nuovo suonò l'ora delle istituzioni
rappresentative, destinate a dare ai princìpi del 1789 la loro veste
definitiva: questa sarà la Costituzione dell'anno III (1795), meno
definitiva che mai, dato che il personale rivoluzionario non riuscirà
mai a pagarne il prezzo elettorale. A ogni rinnovo delle Assemblee -
lasciando perdere la loro stessa formazione nel 1795 - la legge
costituzionale verrà violata, Fondando una "monarchia della
rivoluzione" nel 1799 Bonaparte metterà fine all'instabilità,
mescolando la Francia del 1789 e l'antico principio di governo.
Individualismo poliedrico
Il corso di
questi dieci anni esemplifica quindi un aspetto della rivoluzione
nascosto invece dalla polemica tra chi la celebra e chi la detesta in
quanto "blocco", e cioè il suo manifestare in così poco tempo una
pluralità di forme politiche.
Dopo aver
distrutto una volta per tutte il 4 agosto le strutture della società
aristocratica e fondato durevolmente l'individualismo moderno (coronato
dalla Dichiarazione dei diritti), essa fece sfilare un corteo di regimi
fragili e instabili, esibendo in successione: un regime misto
repubblicano e monarchico senza il consenso del re; una dittatura
terrorista che aveva rinunciato a fondare sulla legge il suo potere;
una repubblica di colpi di Stato incapace di rispettare la Costituzione
che essa stessa si era data; infine il governo di uno solo, garante
dell'uguaglianza civile ma più dispotico di tutti i re di Aiìcien
Régime.
Sotto questa
luce la rivoluzione appare non più solo come un insieme di principi
destinati a rifondare sulla ragione il corpo sociale e politico, ma
come un processo e un'evoluzione di vari eventi inseparabili da questi
nuovi principi (in quanto ne formarono la sequenza cronologica) e
tuttavia molto diversi (in quanto lasciarono succedersi governi e anche
regimi contraddittori)." (Il Sabato, 14/1/1989, pp. 70/75)