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La FISICA dei Greci
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La FISICA dei Greci
Un’ampia
panoramica sulle dottrine fisiche dei Greci ci è fornita da quella
sorta di manuale di storia della filosofia che è il libro primo della Metafisica
di Aristotele: dopo essersi rapidamente richiamato alla dottrina delle
quattro cause (materiale, formale, efficiente, finale) – la sola che, a
suo avviso, possa rendere conto del reale in maniera esauriente - già
ampiamente trattata nella Fisica, lo Stagirita guarda
indietro ai suoi predecessori per vedere a quante e a quali cause essi
siano pervenuti nel tentativo di render conto della realtà indagata.
Questa ricognizione delle dottrine formulate da chi è venuto prima è un
procedimento che Aristotele impiega con incredibile frequenza
all’interno dei suoi scritti e affonda le sue radici nella convinzione
che il sapere non nasca ex novo, come per magia, ma debba
essere invece il frutto di un percorso comune e metatemporale, al quale
contribuiscono anche i filosofi del passato. Ecco perché "dobbiamo
prendere in esame anche coloro che prima di noi hanno affrontato lo
studio degli esseri e hanno filosofato intorno alla realtà. E’ chiaro,
infatti, che anch’essi parlano di certi principi e di certe cause. Ora,
il rifarsi ad essi sarà certo di vantaggio alla presente trattazione:
infatti, o troveremo qualche altro genere di causa, oppure acquisiremo
più salda credenza nelle cause di cui ora s’è detto" (Metafisica, 983 b). In
realtà, nessuno dei predecessori si è spinto ad individuare addirittura
quattro cause – nota con orgoglio Aristotele -, ma anzi, nella maggior
parte dei casi, si sono arrestati a una o due (in pochi ne hanno
intraviste tre), dando di conseguenza una spiegazione parziale e non
del tutto esauriente del reale. A questo proposito, Aristotele
concentra la propria indagine innanzitutto sui filosofi che hanno
individuato esclusivamente la causa materiale: ancor prima di fare
nomi, egli introduce i caratteri comuni di questi autori che si sono
arrestati alla causa materiale (intesa come "ciò di cui tutti gli enti sono costituiti"),
senza scorgerne altre. Ad avviso di costoro, per conoscere le cose è
sufficiente individuare la causa materiale, concepita come "elemento e
principio degli enti" (dove "elemento" è l’ingrediente materiale
componente le varie realtà, principio – in greco arch
– è ciò che viene prima in senso cronologico e logico e dà origine alla
realtà): sotto questo profilo, l’intera ricerca svolta dai primi
filosofi è per Aristotele volta al rinvenimento dell’arch
da cui tutte le cose sono venute ad essere. Nella veste di storico
della filosofia, dunque, Aristotele proietta la propria indagine sulle
coste dell’Asia Minore (attuale Turchia) e, più precisamente, nella
città di Mileto, ove furono operativi Talete, Anassimandro e
Anassimene, che lo Stagirita non esita a definire come "fisiologi" (fusiologoi), riservando a se stesso il più alto titolo di "fisico" (fusikoV). L’iniziatore della ricerca dell’ pare essere stato Talete,
figura non priva di connotazioni leggendarie (ben presto sul suo conto
fiorirono miriadi di aneddoti): egli muove dalla convinzione che l’arch,
ovvero il principio da cui tutto deriva, sia l’acqua. Dalla convinzione
secondo cui l’acqua sarebbe alla base di ogni realtà, Talete avrebbe
addirittura fatto conseguire la tesi – che a noi non può strappare un
sorriso – secondo cui la Terra stessa galleggerebbe sull’acqua e si
troverebbe pertanto in un equilibrio precario. Aristotele, con la
curiosità filosofica che lo contraddistingue, prova anche a domandarsi
come possa essere la concezione propria di Talete dell’acqua come causa
materiale: pur in assenza di certezze (il che è testimoniato dal "forse"
che Aristotele premette alla propria constatazione), non si può
escludere che Talete sia addivenuto alle sue note conclusioni partendo
dall’osservazione che l’umido sta alla base di ogni cosa - perfino del
caldo – e che i semi stessi, da cui nasce la vita, sono anch’essi
umidi. Da ciò ben si evince come Talete si basasse, nel proprio
procedere filosofico, soprattutto sull’osservazione diretta dei
fenomeni. Aristotele sembra anche suggerire, in certa misura, che
Talete, nella formulazione delle proprie tesi, tenesse conto di quella
tradizione mitica – cantata nei poemi di Omero e di Esiodo – in cui
Oceano e Teti non erano che i progenitori del mondo: in questo senso,
Talete avrebbe sostenuto la stessa tesi dei poeti, ma da essi si
sarebbe differenziato per aver dismesso la veste teologica e mitica e
per aver indossato quella ipercritica della filosofia. Fare di Talete
un razionalista nell’accezione moderna – affermatasi da Cartesio in poi
– sarebbe però sbagliato, anche perché su di lui influiscono concezioni
animistiche che lo inducono a ritenere vivo il magnete – perché capace
di muoversi in presenza del ferro – o ad affermare enigmaticamente che "tutto è pieno di dei"
(frase facilmente convertibile in: "tutto è pieno d’acqua"). Anche se
Aristotele trascura questo aspetto, noi possiamo tentare di spiegare
l’importanza da Talete concordata all’acqua facendo riferimento alla
particolare zona in cui egli è vissuto: Mileto era una città marinara,
in cui l’acqua era di fondamentale importanza per i traffici e, dunque,
per la sopravvivenza dei suoi cittadini. Una domanda destinata a
restare senza risposta è se Talete abbia avuto discepoli e, in tal
caso, se Anassimandro rientrasse nella sua cerchia. Pare assai
improbabile (anche se non escludibile) che ciò sia possibile, anche
perché nel VII secolo a.C. non abbiamo testimonianze sull’esistenza del
rapporto di discepolato: non è tuttavia da escludersi che Anassimandro
abbia conosciuto e frequentato Talete. Anassimandro compie in sede
filosofica un passo decisivo: accantona la poesia e scrive – primo
nella storia – un’opera in prosa, tramandataci con l’usuale titolo di Sulla natura (Peri fusewV);
ciò non toglie, tuttavia, che lo stile prosastico da lui impiegato non
concedesse ampi margini ad un linguaggio immaginifico e poetico, volto
ad accattivarsi l’attenzione dei lettori. Ma, oltre alle questioni di
ordine stilistico, la grande innovazione apportata da Anassimandro
risiede nell’aver individuato l’arch non già
in un qualcosa di materiale ed empiricamente constatabile (al pari
dell’acqua di Talete), bensì una realtà soprasensibile, forse in base
al ragionamento che l’arch non può essere
una sola delle entità visibili, ma piuttosto un qualcosa da cui tutte
scaturiscano. Per questa via, Anassimandro passa dal visibile
all’invisibile. Tale arch invisibile è da lui ravvisato nell’apeiron, ovvero – letteralmente – in "ciò che non ha limiti" (a + peraV).
Questo "illimitato" trova una sua collocazione fisica alla periferia di
un universo sferico al cui centro è posizionata la Terra, dotata di
forma cilindrica ed equidistante dalla periferia (essa è dunque in
perfetto equilibrio nella sua immobilità, senza bisogno di alcun
sostegno, nemmeno dell’acqua supposta da Talete). Dall’apeiron si generano in primis le "qualità contrarie"
(caldo/freddo, secco/umido, ecc), ossia gli elementi, giacchè alla
natura di ciascun elemento corrisponde una data qualità (così al fuoco
corrisponde il caldo, all’acqua il freddo, ecc). In questo senso,
allora, l’apeiron manca, oltre che di
limiti, anche di qualità: proprio da questo sostrato aqualitativo
nascono i quattro elementi costituenti la realtà. Non è un caso che,
nell’universo, ogni cosa sia dotata di limiti precisi: dalla realtà
illimitata (apeiron) nascono tutte le cose e
ciascuna di esse diventa col nascere il limite di tutte le altre
(tant’è che nel definirla non facciamo che distinguerla dalle altre).
Nell’unico frammento di Anassimandro conservatosi fino a noi il limite
è descritto in termini di ubriV, ossia di
violenza e di prevaricazione delle cose fra loro, una sorta di
ingiustizia di cui le cose pagano il fio con la distruzione (al che
provvede il processo del nascere e del perire): "principio delle
cose che sono è l’illimitato… donde le cose che sono hanno la
generazione, e là hanno anche il dissolvimento secondo la necessità.
Infatti esse pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione
dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo". Sulla scia di
Talete, Anassimandro fa leva sul senso comune, spiegando l’ingiustizia
cosmica attraverso le ingiustizie che patiamo quotidianamente.
Con Anassimene (VI
secolo a.C.), invece, la filosofia in terra di Ionia compie un passo
indietro: anch’egli autore di un’opera in prosa intitolata Sulla natura (Peri fusewV),
abbandona l’indagine "astratta" intrapresa da Anassimandro e torna alla
ricerca di un unico principio materiale, che egli individua non già
nell’acqua, bensì nell’aria. Quanto anche la sua sia una filosofia del
senso comune lo si può facilmente arguire dall’importanza rivestita
dall’aria per la nostra vita, in particolare per la respirazione:
secondo Anassimene, l’aria opera a livello cosmico come a livello
umano, cosicché essa dà origine e tiene in vita tanto gli uomini quanto
l’universo nel suo insieme. Per spiegare il processo di derivazione
degli elementi (terra, acqua, fuoco) dall’aria, egli fa riferimento a
due processi contrari: la rarefazione e la condensazione. L’acqua
riscaldata, infatti, si trasforma in aria, e così via. In questa
maniera, le trasformazioni del mondo vengono spiegate come
trasformazioni dell’aria, giacchè tutte le cose costituenti l’universo
non sono che aria in un diverso grado di densità. I filosofi ionici, a
rigore, non si esauriscono nella triade Talete/Anassimandro/Anassimene:
anche Eraclito di Efeso rientra in certo
modo nel loro novero. Vissuto ad Efeso a cavallo tra VI e V secolo
a.C., egli è foriero, in ambito fisico, di una tesi assai originale. A
suo avviso, il mondo non è il prodotto di una divinità o di un
ordinamento di tipo umano, bensì risponde ad un unico ed eterno ordine
universale (il LogoV) costituente e fondante l’essenza del cosmo: tale ordine universale viene da Eraclito identificato nel "fuoco sempre vivente", sicchè la sua può essere a ragione qualificata come una cosmologia del fuoco (pur).
Si tratta, al pari dell’acqua di Talete e dell’aria di Anassimene, di
un principio di natura materiale: è un fuoco sempre vivente, tale da
non perire mai ma da andare tuttavia incontro ad una vicenda che
consente ad Eraclito di spiegare il processo di generazione e
corruzione. Aristotele – che pure non fa mistero della difficoltà di
decifrare Eraclito – sbaglia interpretazione nel momento in cui
classifica il filosofo di Efeso come mero ricercatore dell’unico arch,
giacchè il fuoco (pur essendo materiale) non dev’essere qui inteso come
un unico principio, ma piuttosto come un qualcosa a cui riferirsi per
analogia; in altri termini, il fuoco è per Eraclito l’emblema di ciò
che accade a livello cosmico, ove ogni cosa muta incessantemente, ora
nascendo, ora perendo, proprio come il fuoco alternativamente si
accende e si spegne. Il Sole stesso (contenente fuoco) – egli nota –
brilla di giorno e si spegne di notte. Tale concezione si riverbera in
maniera netta sulla visione che Eraclito ha del mondo: esso risulta
essere una totalità ordinata (e "non un mucchio") la cui
vicenda è scandita secondo momenti che si ripetono sempre uguali. Il
divenire universale implica un passaggio tra opposti (nascere/perire)
da cui traggono origine tutti gli altri (sonno/veglia, malattia/salute,
ecc): sicchè ciascuno di esse deve perire affinché possa nascere il suo
opposto; ciò significa, allora, che gli opposti non sono se non momenti
tra loro in guerra. Quest’ultima è l’essenza intima della realtà o, per
dirla con Eraclito, "è padre di tutte le cose": l’universo,
così inteso, è un insieme di contrari in guerra reciproca, ma esso
risulta non già dal caotico guerreggiare de medesimi, bensì
dall’armonica unità dei contrari, compresenti in ogni cosa. La guerra
tra gli opposti non esprime, allora, una prevaricazione di ciascuna
cosa su tutte le altre (come credeva Anassimandro), ma è anzi la legge
regolante il cosmo e che può essere compendiata nell’espressione
scolastica di coincidentia oppositorum. In questo senso,
sbaglia quella tradizione stereotipata che ci presenta Eraclito
esclusivamente come il "filosofo del divenire" (tale etichetta meglio
si attaglia al suo discepolo Cratilo): egli è sì il filosofo del
divenire, ma ancora di più quello della coincidenza degli opposti.
Pertanto, quando egli dice che "negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo"
sta suggerendoci ancora una volta l’armonica unità dei contrari, per
cui si è e insieme non si è immersi nelle acque. Dalle coste dell’Asia
Minore saltiamo ora a quelle dell’Italia meridionale e, più
precisamente, della Calabria: la scena si sposta in concomitanza con
una figura anch’essa nativa della Ionia ma poi trasferitasi a Crotone
per via dei dissensi col tiranno Policrate; questa figura ai confini
con la leggenda è quella di Pitagora di
Samo, fondatore della prima scuola filosofica che la storia ricordi. In
realtà, più che di una scuola, si tratta di una comunità filosofica,
religiosa e politica (in certo senso si può anche parlare di "setta"
religiosa) i cui membri conducevano vita comune e venivano iniziati. Le
vicende della comunità – il cui orientamento politico era decisamente
aristocratico – e di Pitagora si concludono quando Crotone diviene sede
di una rivolta democratica che porta alla distruzione della scuola e
alla dispersione dei suoi membri. Tratto saliente dei Pitagorici è il
marcato ascetismo a cui essi fanno capo: la pratica di non mangiare
carni (la commedia greca ce li rappresenta ironicamente come dei morti
di fame) e la credenza (di marca orfica) nella trasmigrazione delle
anime e nelle loro espiazioni di colpe sono i pilastri della vita
pitagorica; con loro prende via la tradizione del corpo come tomba
dell’anima destinata – attraverso Platone prima e attraverso il
cristianesimo dopo – a segnare in maniera indelebile la cultura
occidentale. La cosa curiosa è che Pitagora ci è presentato come
politico, come etico, come fisico e come matematico: insomma, come una
figura a trecentosessanta gradi. Nel primo libro della Metafisica,
Aristotele attribuisce ai Pitagorici la dottrina per cui i numeri
costituiscono l’essenza di tutte le cose, tant’è che per lo Stagirita
essi rientrano tra i primi indagatori della natura, sebbene non
rinvengano l’arch in un unico principio, ma
in una miriade di principi (i numeri); il che fa di loro non già dei
monisti, bensì dei pluralisti. Tuttavia non è chiaro a quali Pitagorici
faccia riferimento Aristotele (a quelli originari o a quelli a lui
contemporanei?): pare difficile che egli alluda ai primi, anche perché
la tradizione attesta che il nucleo originario dei loro insegnamenti
fosse rigorosamente impartito per via orale e, come se ciò non
bastasse, i destinatari erano tenuti al silenzio; solo più tardi, con
Filolao di Crotone e Archita (IV secolo a.C. quasi), i Pitagorici
mettono per iscritto le loro dottrine ed è dunque presumibile che ad
essi alluda Aristotele. Dire che i numeri costituiscono l’essenza delle
cose equivale a dire che ne sono la forma: essi sono cioè quel che fa
sì che le cose siano quel che sono. Per effettuare i calcolo, i
Pitagorici ricorrevano a pietruzze tramite le quali rappresentavano
visivamente i numeri (una pietra rappresentava l’uno, due pietre il
due, e così via), con l’inevitabile conseguenza che mancava lo zero; in
virtù di questa concezione figurata dei numeri, essi erano inoltre in
grado di rappresentare le cose: ad esempio, quattro pietruzze
rappresentavano il quadrato, tre il triangolo, e così via. Da ciò segue
che la forma delle cose può essere espressa in rapporti numerici,
cosicché la forma non è mai casuale, ma sempre ordinata: ne risulta un
universo matematizzato, ove i rapporti tra le parti sono esprimibili
numericamente, con la conseguenza che il mondo stesso è perfettamente
conoscibile in forza del fatto che "i numeri non mentono mai"
(Filolao). Avvalendosi dei numeri, i Pitagorici spiegavano perfino i
concetti astratti: così la giustizia è espressa dal 4 e dal 9, che sono
i quadrati del primo numero pari e del primo dispari (l’1 non è né pari
né dispari: è il parimpari, nel senso che, aggiunto ad un
pari, lo rende dispari, e viceversa), il 5 esprime il matrimonio (3+2,
dove 3 è il sesso maschile, 2 il femminile). Naturalmente questa
mistica dei numeri esula completamente dalla scienza impiegata per
investigare numericamente il cosmo. Stando ad Aristotele, i Pitagorici
avrebbero spiegato col loro impianto numerico anche l’organizzazione
del cielo: il 10 è, per loro, il numero sacro su cui giurare, poiché è
la "tetrattide" (tetraktuV) compendiante in
sé l’universo (l’1 è il punto, il 2 la linea, il 3 la superficie, il 4
il solido: 1+2+3+4=10). Ed è su tale base "mistica" che innestano la
loro teoria astronomica: l’universo è organizzato intorno al fuoco
centrale, accostato metaforicamente al focolare della casa o a quello
del tempio. Attorno al fuoco ruotano terra, luna e tutti gli altri
pianeti fino al cielo delle stelle fisse: in questo modo, però, si
arriva solo fino a nove pianeti ed è proprio per arrivare a dieci (la
tetrattide) che essi aggiungono una anti-Terra, situata tra fuoco e
Terra. La cosa forse più interessante, nel discorso pitagorico, è che
per la prima volta nella storia la Terra non occupa il centro
dell’universo. I Pitagorici erano altresì convinti che dai cieli
provenisse una musica che solo pochi eletti potevano percepire. La
presa di posizione di Parmenide e della
scuola eleatica che a lui fa capo segna un punto di svolta decisivo
nell’indagine sulla natura. Fondatore di una scuola filosofica sulla
costa campana a sud di Salerno (a Elea, poi Velia), Parmenide compone
il suo poema Sulla natura in esametri, il metro tipico
dell’epica, benché lo scritto parmenideo di poesia –oltre alla forma –
non possegga nulla. Il protagonista del poema è, significativamente,
Parmenide stesso, che in prima persona narra di un viaggio avvenuto
sotto la guida di una divinità che l’avrebbe portato a varcare la porta
che separa la luce dalle tenebre; qui egli avrebbe ricevuto dalla dea
l’insegnamento che intende comunicare agli altri uomini. Il nucleo del
poema è dunque il contenuto del messaggio divino, che fin dall’inizio
(fr.1) riguarda ciò che può essere pensato e detto, ovvero l’oggetto
autentico del pensiero quale può essere espresso nel linguaggio.
Rispetto ai predecessori – che muovevano pressoché sempre da ciò che
cadeva sotto gli occhi di tutti -, Parmenide cambia rotta e parte non
già dall’empiria per giungere all’invisibile, bensì da ciò che ai sensi
sfugge per poi spiegare ciò che sotto di essi cade. E il punto d’avvio
è costituito da ciò che può essere autenticamente pensato e detto (si
tratta quindi di un punto di partenza logico/gnoseologico); in
particolare, questo punto di vista è incentrato su quello che, da
Aristotele in poi, è passato alla storia come "opposizione di
contraddizione", ove l’opposizione sussiste tra l’essere e il
non-essere. La dea illumina Parmenide su ciò che si può pensare e dire
(l’essere), di contro a ciò che né si può pensare né si può dire (il
non-essere). E ciò che si può autenticamente pensare e dire è solo ciò
che è, mentre ciò che non è non può essere pensato e detto, poiché
pensare ciò che non è equivale per Parmenide a non pensare niente, dire
ciò che non è equivale a non dir nulla. Ciò implica, allora, una netta
indistinzione tra logica e ontologia. In base a questi presupposti, la
dea addita a Parmenide la via della verità, quella che dice che "solo ciò che è può essere pensato e detto";
la via da non seguire (perché porta al falso) è quella opposta, la via
di ciò che non è e che non può essere pensato e detto. Dopo aver
succintamente delineato i capisaldi logici della riflessione
parmenidea, analizziamo ora la sua speculazione in sede fisica: in
opposizione alla via della verità – la sola realmente percorribile -,
gli uomini comuni imboccano una terza via pericolosissima, la via
dell’opinione; è una via ancora più insidiosa rispetto a quella falsa
che dice che ciò che non è può essere pensato e detto, giacchè la via
opinativa non è che la pseudoconoscenza che trae origine dal mondo
empirico sensorialmente conosciuto. I sensi, infatti, illudono gli
uomini, facendo loro credere che le cose divengano incessantemente
(tale era stato l’errore di Eraclito e di Cratilo), in una continua
vicenda di essere e non-essere, per cui le cose non sono sempre state
né sempre saranno, bensì ora sono, domani non sono. Ne nasce
l’illusione che l’essere e il non-essere si implichino continuamente a
vicenda, là dove la via della verità asserisce che essi si elidono
mutuamente. Connessa al divenire è l’idea della molteplicità e del
movimento: in questo senso, il mondo appare come una molteplicità di
cose in movimento costante e – cosa ancor più grave – gli uomini
finiscono per credere che questa sia la via della verità. Con Parmenide
è per la prima volta sistematizzata la distinzione tra conoscenza
sensibile (svuotata di significato e meramente doxastica) e conoscenza
intelligibile (l’unica vera), distinzione destinata a non essere mai
più persa di vista nella tradizione successiva. Si tratta di una
posizione che svaluta massimamente la fisica e il mondo naturale,
inteso come sede dell’inganno: le cose di natura divengono, nascono
(cioè vengono ad essere dal non essere) e muoiono (passano cioè
dall’essere al non essere); la natura è dunque da Parmenide destituita
di ogni fondamento e, con essa, è messa al bando la nozione di
molteplicità e di movimento. In questa maniera, la riflessione
parmenidea sfocia in un monismo radicale, per cui dell’essere si parla
in un unico senso ed è nettamente esclusa l’eventualità del divenire,
della molteplicità e del moto. Con tale esclusione, Parmenide si pone
al di fuori del novero degli indagatori della natura e – per dirla con
Aristotele – egli ha fatto ricerche di altro genere. Ma la posizione da
lui maturata costituisce un insormontabile ostacolo per le altre,
poiché pone i successori nella necessità di contravvenire il suo
divieto (solo ciò che è è pensabile e dicibile): per riabilitare la
natura come realtà in senso pieno e per di più come realtà indagabile
scientificamente, i successori di Parmenide (i cosiddetti "pluralisti")
dovranno riabilitare innanzitutto le nozioni di movimento e di
molteplicità; compito reso ulteriormente difficile dal fatto che i
discepoli di Parmenide – Zenone e Melisso – elaborano una congerie di
argomentazioni inoppugnabili in difesa delle tesi del maestro: i
"pluralisti" si troveranno dunque nella difficile situazione di dover
aprire una guerra su più fronti (fisico, ontologico, logico).
Aristotele ci riferisce che i pensatori immediatamente successivi a
Parmenide – anch’essi etichettati come fusiologoi
- sono diversi dai naturalisti ionici poiché, a differenza di questi,
assumono alla base della realtà una pluralità di principi, in antitesi
al monismo parmenideo: con questi "pluralisti" (così detti perché
spiegano la realtà con una pluralità di principi), dell’essere si parla
finalmente in molti sensi, benché essi restino saldamente legati ad una
concezione dell’essere come materia. Dunque, pur distinguendosi dagli
Ionici per l’assunzione di una pluralità di principi (e non di uno
solo), i "pluralisti" restano vicini ai loro predecessori ionici nella
misura in cui continuano a ritenere di natura materiale i principi
costitutivi della realtà. I personaggi più importanti della schiera
pluralista sono essenzialmente tre: Empedocle di Agrigento, Anassagora
di Clazomene, Democrito di Abdera. Il primo di essi – Empedocle
–, operativo all’inizio del V secolo ad Agrigento, presenta ancora i
tratti dell’antico sapiente che stende in versi la propria opera e che
si occupa di tutto (di medicina, di fisica, di religione, ecc).
Discendente da nobile famiglia, Empedocle sceglie di scrivere in versi
perché ai suoi tempi la poesia era un’autorità da tutti riconosciuta,
che tendeva a meglio diffondersi rispetto alla prosa; a differenza di
Parmenide, che dalla poesia aveva ereditato esclusivamente la forma,
Empedocle ne assume anche il linguaggio altisonante e roboante, tant’è
che Aristotele lo considera l’inventore della retorica. C’è un alone di
mistero che circonda le sue opere: il suo scritto principale –
intitolato Sulla natura – è affiancato da un altro scritto, tradizionalmente noto come Purificazioni.
Il mistero risiede nel fatto che le due opere trattino di cose
diversissime tra loro, a tal punto da far dubitare dell’autentica
paternità di Empedocle: il Sulla natura è un’opera sensu stricto fisica, mentre dalle Purificazioni
traspaiono palesemente influenze pitagoriche ed orfiche, nella misura
in cui Empedocle propugna l’immortalità dell’anima (che nel Sulla
natura era detta mortale) e la metempsicosi. Le due opere, pertanto, ci
restituiscono un Empedocle diverso e, paradossalmente, antitetico. Il
mistero si infittisce nel momento in cui ci si chiede se le Purificazioni siano un’opera autonoma o, piuttosto, una parte integrante del Sulla natura. E, in quest’ultimo caso, occorre anche domandarsi in quale parte del Sulla natura
debbano essere collocate (all’inizio? alla fine?). Misterioso è anche
il fatto che Aristotele sembri conoscere solamente l’Empedocle del Sulla natura e che mai menzioni le Purificazioni
(che non conoscesse tale opera pare assai difficile, data la
straordinaria erudizione che lo caratterizza). Messo in luce il
"giallo" intorno alla figura di Empedocle, proviamo ora a ricostruirne
la fisica, alla luce di quanto egli stesso ci ha lasciato nel suo poema
Sulla natura: qui, egli spiega la formazione del mondo a partire dall’empiria, ovvero da quel mondo in continuo fieri
tanto aborrito da Parmenide. Occorre trovare a fondamento della realtà
una pluralità di principi aventi caratteristiche tali da rispettare le
norme fissate da Parmenide per il suo essere: unicità (se l’essere
fosse molteplice, sarebbe uno e non sarebbe uno, cioè sarebbe e non
sarebbe), immobilità (se l’essere fosse in moto, ora sarebbe qui e ora
non sarebbe qui, cioè sarebbe e non sarebbe), eternità (se l’essere
fosse generato, verrebbe ad essere mentre prima non era). Se si vuole
fondare con certezza la realtà spiegandone il divenire e salvando i
fenomeni (presupposto a cui tutti i "pluralisti" restano fedeli) senza
trasgredire le norme parmenidee, occorre rinvenire più principi aventi
tutti le caratteristiche dell’essere parmenideo. Debbono essere molti,
poiché altrimenti non si spiegherebbero le molte facce in cui il reale
si presenta. Empedocle ritiene di aver individuato i principi in
quattro elementi: l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. Tali principi
vengono da lui denominati radici (rizomata),
a sottolineare come essi facciano nascere la realtà e le conferiscano
stabilità. Poste a fondamento del reale le quattro "radici", Empedocle
arriva a divinizzarle, cosa che può sembrare strana soprattutto se
riferita alla terra, che rappresenta il basso. Esse sono all’origine
della corruzione e della generazione, pur essendo esse stesse sottratte
a tali processi: le cose che cadono sotto i nostri sensi nascono e
muoiono non già nel senso che passino dal non essere all’essere e
viceversa, bensì nel senso che siano il frutto dell’aggregazione
(nascita) e della disgregazione (morte) delle quattro radici, le quali
sono però eterne, immutabili, immobili. L’intera realtà – ivi compresi
gli dei e l’anima – rientrano in tale processo di aggregazione e
corruzione; solamente le quattro radici (corrispondenti all’essere
parmenideo) ne restano fuori. Ciascun aggregato è il prodotto della
combinazione delle radici, con la conseguenza che il fondamento della
realtà è una struttura invisibile soggiacente a quella visibile e tale
da spiegarla. Aristotele nota sagacemente che nella ricerca delle cause
Empedocle compie un gran passo avanti, distinguendo per la prima volta
tra la causa materiale e quella efficiente (detta "causa del
movimento"): infatti, per spiegare come le quattro radici possano
combinarsi e separarsi, Empedocle fa riferimento ad altre due cause, da
lui chiamate Amore e Odio. Sicchè la generazione delle cose nasce
dall’unione delle quattro radici in forza dell’azione dell’Amore,
mentre la disgregazione è il frutto dell’agire dell’Odio. In questo
senso, la cosmologia empedoclea non è che la proiezione sul mondo delle
regole (l’odio e l’amore) stanti alla base dei rapporti umani. Amore e
Odio agiscono dunque come causa del movimento delle quattro radici, ma
non è in alcun caso possibile – nota Aristotele – attribuire ad essi la
funzione di cause formali e finali: infatti, non agiscono in vista di
un qualche fine, ma il loro processo è anzi, in certo senso, retto dal
caso; in realtà Empedocle, alla parola "caso", preferisce "armonia": il
processo messo in moto da Amore e Odio è sì casuale, ma tale da creare
un’armonia. Il cosmo stesso si configura agli occhi di Empedocle come
una totalità ordinata, giacchè soggetto ad una vicenda ciclica che
attraversa varie fasi: dapprima prevale l’Amore e le quattro radici si
trovano commiste fra loro; poi subentra l’Odio che, introducendo
divisioni, permette la nascita dei viventi; in seguito l’Odio prevale e
le quattro radici sono del tutto divise. A questo punto, termina il
ciclo e riprende da capo. Si tratta di una vicenda ciclica non scandita
da divinità, ma autoregolantesi.
Con la figura di Anassagora
di Clazomene la filosofia sbarca ad Atene (462 a.C.) e da questo
momento per i due secoli venturi la città dell’Attica resterà il fulcro
della vita intellettuale della Grecia, fino a che il primato passerà –
in età ellenistica – ad Alessandria d’Egitto. Quando Anassagora giunge
ad Atene, trova una città magnifica, che sta vivendo sotto Pericle i
suoi anni più splendidi sul piano culturale (è in quest’epoca che vi
operano Sofocle, Euripide, Erodoto e Fidia). Raggiunta Atene, la
filosofia muta volto: il naturalismo ionico subisce un’autentica
trasfigurazione e lo stesso naturalismo anassagoreo è accusato di
empietà, con un processo analogo a quello che vedrà successivamente
coinvolti Protagora e Socrate. Proprio in Socrate il naturalismo di cui
Anassagora si fa portavoce troverà un ostacolo insormontabile nella
propria diffusione. Anche Anassagora, al pari di Empedocle, si
interroga sulla costituzione del mondo in termini pluralistici (facendo
cioè riferimento a principi molteplici stanti alla base della realtà e
tali da spiegarne la molteplicità). Se Empedocle era ricorso a quattro
"radici", Anassagora è invece convinto che a rendere conto del mondo
possano essere un’infinità di principi infinitamente divisibili: è
questa l’unica maniera per spiegare l’infinita varietà in cui si
articola il reale. Anch’egli, come Empedocle, ricorre ad un referente
di tipo biologico: i principi primi sono da lui detti "semi" (spermata)
di tutte le cose, ad evidenziarne la funzione (i semi sono in natura
ciò da cui tutto nasce). Dunque anche Anassagora innalza a livello
cosmico la realtà quotidianamente esperita. Aristotele, quando parla
dei "semi" anassagorei, li etichetta come "omeomerie", ovvero come
"parti simili" (omoioV + meroV), a
sottolineare come essi siano a loro volta composti da un’infinità di
parti simili fra loro. Dal combinarsi dei semi, nascono i vari composti
che cadono sotto i nostri sensi: ciascuno di tali composti è una
mescolanza di tutti gli infiniti semi, cosicché Anassagora può a ragion
veduta asserire che "tutto è in tutto". In ogni oggetto ci
sono tutti gli infiniti semi, ma non in egual quantità: anzi, l’oggetto
è quel che è in forza della prevalenza numerica di determinati semi (il
pane è tale perché in esso i semi di pane sono in netta maggioranza su
tutti gli altri infiniti semi, che pure sono presenti). Tuttavia noi
percepiamo sempre e solo i composti, mai i semi di per sé: non meno
delle radici empedoclee, i semi anassagorei rappresentano la struttura
profonda del reale visibile ai soli occhi della mente. E dagli oggetti
visibili – che nascono dall’aggregazione dei semi – noi muoviamo per
conoscere intellettualmente i semi: per meglio chiarire questo punto
nodale, Anassagora adduce l’esempio dell’alimentazione. Quando mangiamo
il pane, noi cresciamo in parti diverse (carni, peli, unghie, capelli,
ecc), poiché nel pezzo di pane che ingeriamo sono compresenti tutti gli
infiniti semi (anche della carne, del sangue, delle unghie, ecc);
sicchè, mangiando il pane, stiamo non di meno mangiando anche la carne,
il sangue, le unghie, ecc. Questo spiega il celebre frammento di
Anassagora secondo cui "oyiV adelwn ta fainomena", che in italiano suona: "il visibile è uno sguardo lanciato sull’invisibile";
le cose che cadono sotto i nostri sensi rimandano ai semi costituenti
il reale. Non è chiaro se Anassagora riconosca la possibilità
dell’esistenza di infiniti mondi, benché tale possibilità sia
pienamente compatibile con l’infinità dei semi. Anche per lui, i
processi del divenire dipendono dall’aggregazione e dalla disgregazione
dei semi (per questa via, il problema eleatico è aggirato): stando così
le cose, quale causa mette in movimento, in origine, i processi del
divenire? Se Empedocle aveva mobilitato l’Amore e l’Odio, Anassagora
scomoda un solo principio e sostiene che, nell’indistinzione (migma) originaria dei semi, è il NouV (Intelligenza)
a porre ordine; esso è un principio intelligente che mette in moto i
semi. In sintonia con la tradizione a lui precedente, Anassagora
individua un principio caratterizzante la vita umana (l’intelligenza) e
lo assume come ordinatore del tutto. Platone prima e Aristotele dopo
notano con entusiasmo la novità introdotta da Anassagora: per la prima
volta compare sulla scena, come principio in grado di spiegare il
mondo, un’Intelligenza ordinatrice. Pur non asserendo in alcun luogo
che l’Intelligenza sia separata, egli insiste nel sottolineare come
essa sia comandante assoluto della materia senza a sua volta essere
comandata. Aristotele precisa che non ci si deve far trarre in inganno
dalla terminologia anassagorea e credere che, parlando di Intelligenza,
questi abbia introdotto una causa finale o formale: l’Intelligenza,
infatti, non forma le cose in vista di alcun fine; prova ne è – nota
Aristotele – che le cose determinate si formino per mera prevalenza
quantitativa, ovvero secondo un criterio accidentale. Ciò non toglie,
tuttavia, che Anassagora, pur non essendo stato così lungimirante da
cogliere la causa finale (l’Intelligenza è e resta una causa
efficiente), paia ad Aristotele "un sobrio in mezzo a degli ubriachi",
giacchè egli solo ha identificato il principio ordinatore del cosmo in
un’Intelligenza; questa – prosegue lo Stagirita – è stata da Anassagora
impiegata come il deus ex machina, il Dio calato in scena dai tragediografi per sciogliere i nodi della vicenda. Con Diogene di Apollonia
(metà del V secolo a.C. circa), la filosofia pare bruscamente far
marcia indietro verso le posizioni elaborate dai naturalisti ionici e
oramai superate dai "pluralisti": Diogene, infatti, è convinto che la
realtà quale ci appare possa essere spiegata scomodando un solo
principio e per di più di ordine materiale. In sintonia con Anassimene,
egli ritiene che tale principio possa essere ravvisato nell’aria, il
che – nota Diogene – risulta particolarmente evidente se prestiamo
attenzione a quanta importanza abbia l’aria per la vita. Ma gli
insegnamenti di Anassagora – che forse Diogene ebbe modo di conoscere –
non sono passati invano: Diogene, infatti, identifica l’arch
nell’aria (cosa che fa di lui, in certo senso, uno "Ionico in
ritardo"), ma poi conferisce a tale principio quell’intelligenza che
Anassagora aveva attribuito al NouV. L’aria
è dunque un principio dotato di intelligenza tale da agire in maniera
finalistica (e qui sta la grande novità apportata da Diogene),
organizzando le cose nel miglior modo possibile. In virtù dell’aria e
delle sue qualità è poi possibile distinguere una pluralità di fasce
climatiche nel mondo, le quali influenzano in maniera necessitante il
carattere degli individui che in esse vivono: in ciò risiede quello che
potremmo definire come "determinismo ambientale" di Diogene. Gli uomini
che conducono la loro esistenza in zone particolarmente arieggiate e
secche – è questo il caso dei Greci – riveleranno una particolare
acutezza d’ingegno, mentre quelli che vivono là dove l’aria è umida e
pesante, risulteranno più tardi e meno svegli. Un determinismo
ambientale affine a quello emerso in Diogene di Apollonia ritorna nello
scritto medico – appartenente al corpo ippocratico - intitolato Arie, acque, luoghi:
il medico deve prestare particolare attenzione ai luoghi, all’aria e
all’acqua che caratterizzano l’ambiente giacchè egli deve scientemente
tenerne conto nella prescrizione delle diete e nella diagnosi delle
malattie (che trovano nell’aria uno dei principali veicoli di
trasmissione). Il messaggio che emerge dallo scritto è che le arie, le
acque e i luoghi condizionano in maniera imprescindibile la
costituzione umana, sia nel bene sia nel male, cosicché il buon medico
dovrà conoscere in maniera adeguata l’ambiente circostante per poter
così meglio svolgere la sua attività terapeutica. In questa
prospettiva, l’autore dello scritto si lancia in un’autentica
fisiognomica ambientale, facendo corrispondere a determinati individui
determinati territori (ad esempio, chi è nato in zone boscose
presenterà specifiche caratteristiche, e così via); tale corrispondenza
si riverbera anche sui popoli: in particolare, l’autore di Arie, acque, luoghi
instaura un raffronto tra i Greci e gli Orientali, notando come questi
ultimi – poiché viventi in zone calde e secche – siano generalmente
indolenti e pigri e, in forza di ciò, facilmente governati da tiranni.
Al contrario, il clima solare e felice dei Greci fa sì ch’essi siano
particolarmente briosi e agguerriti, pronti al pensiero come
all’abbattimento delle tirannidi. Stante l’indiscutibile necessità
della natura, resta però un interstizio in cui può inserirsi la libertà
umana: tale è l’istituzione politica (nomoV),
grazie alla quale l’uomo può liberamente ritagliarsi uno spazio
d’azione i cui confini non possono essere varcati dall’agire
necessitante della natura. Così, le popolazioni orientali sono rette da
grandi dispotismi e il nomoV coopera a
renderle militarmente inette (manca del tutto l’interesse a ribellarsi
alla tirannide); sull’altro versante, il clima e l’ambiente greco
sottopongono l’uomo a cambiamenti rapidi, come rapido dev’essere il
pensiero: e le istituzioni politiche presso di loro in uso non fanno
che cooperare col clima controbilanciandone la necessità. Lo spazio
riservato dall’autore dello scritto al nomoV è parecchio, tant’è che egli arriva addirittura a riconoscere come il nomoV
possa diventare una seconda natura: per chiarire questo punto, egli
adduce l’esempio della popolazione dei Macrocefali, presso la quale era
segno di prestigio avere la testa schiacciata; per questo motivo, la
testa dei bambini veniva schiacciata, cosicché – nota l’autore dello
scritto -, a furia di schiacciarla, le generazioni future sarebbero
nate già con la testa schiacciata. In questo senso, il nomoV può perfino trionfare sulla fusiV: anzi, nomoV e fusiV
sono per l’autore ippocratico due entità combinatisi fra loro. I
Sofisti, dal canto loro, tendono a leggerle piuttosto come due realtà
opponentisi. Anche l’atomismo si configura come teoria "pluralistica"
che si propone di spiegare il cosmo senza trasgredire le prescrizioni
parmenidee: l’iniziatore della corrente atomistica sembra essere stato
Leucippo, figura che per noi non è che un nome, visto la scarsissima
quantità di materiale sul suo conto che possediamo; ben di più sappiamo
sul suo collega Democrito di Abdera, il
quale scrisse – come i Sofisti – una miriade di opere sui più svariati
argomenti, benché di esse non ci siano giunti che frammenti. Anche
Democrito, come già Anassagora, assume come struttura della realtà
invisibile ad occhio nudo un’infinità di principi, ancorché questi non
siano infinitamente divisibili: se infatti tutto fosse divisibile
all’infinito, allora il mondo avrebbe dovuto cessare di essere già da
tempo. I principi primi della realtà come li intende Democrito debbono
essere pieni e privi di parti: tali sono quelli che egli definisce atoma swmata,
ovvero – letteralmente - "corpi non ulteriormente tagliabili",
costituenti la struttura profonda del reale. Questi "atomi", per
potersi muovere e per consentire la generazione e la corruzione dei
composti, devono avere uno spazio entro cui muoversi ed è per questa
ragione che Democrito introduce come secondo principio il vuoto (to kenon),
condizione imprescindibile del moto atomico. Gli stessi aggregati non
sono che unioni di atomi e vuoto: il che è provato dal fatto che,
consumandosi, i corpi cedono atomi e, perché ciò possa avvenire,
dev’esserci il vuoto. Con terminologia eleatica, Democrito chiama gli
atomi e il vuoto rispettivamente "essere" e "non essere"; egli
asserisce poi – riprendendo l’antitesi sofistica - che la conoscenza
intellettuale (avente come oggetto gli atomi e il vuoto) è kata fusin (secondo natura), mentre quella degli aggregati è kata nomon
(secondo convenzione). Sicchè secondo natura conosciamo gli atomi e il
vuoto, secondo convenzione il bianco, il profumato, ecc. Le cose che
costantemente esperiamo non sono dunque la verità, ma mera parvenza.
Essendo gli atomi infiniti, infiniti saranno anche i mondi che dalla
loro aggregazione trarranno origine, cosicché Democrito può
relativizzare la vita che conduciamo sul nostro e può inoltre evitare
di far ricorso a cause extra-materiali. Incarnando in sé l’essere
parmenideo (ed essendo dunque immutabili, eterni, incorruttibili), gli
atomi come si distinguono fra loro? Per Empedocle e Anassagora, i
principi si differenziano qualitativamente, il che tra l’altro spiega
perché i corpi composti presentino qualità; per Democrito invece –
stando a quel che riferisce Aristotele – gli atomi si differenziano fra
loro per caratteristiche quantitative. Per far luce su questo punto
della dottrina democritea, Aristotele esemplifica servendosi delle
lettere dell’alfabeto, che egli chiama stoiceia: e stoiceia
sono anche gli "elementi", con la conseguenza che gli atomi sono un po’
come le lettere dell’alfabeto e il mondo che ne risulta si presenta
come una sorta di libro le cui lettere sono gli atomi. Per forma (rusmoV) gli atomi si distinguono fra loro come la A si distingue dalla N; per ordine (diaqigh) come AN da NA; per posizione (troph)
come Z da N. Si tratta evidentemente di differenze puramente
geometriche, con caratteristiche misurabili. Tuttavia Democrito si
spingeva oltre: pare infatti che, poste queste tre differenze di base,
egli asserisse che gli atomi sono dotati di un numero incalcolabile di
differenze, a tal punto che egli finisce col riconoscere – il che gli
costerà la derisione da parte dei suoi avversari – l’esistenza di atomi
di forma uncinata. Il problema cui Democrito è chiamato a rispondere è
che, se gli atomi sono quantitativamente connotati, come si spiega che
poi noi percepiamo qualitativamente i composti? Perché se la rosa non è
che un aggregato di quantità noi la percepiamo rossa, profumata, ecc?
Per render conto di ciò, Democrito spiega le qualità come epifenomeni
delle quantità, cosicché il bianco deriverebbe da un assetto casuale
dato dall’unione di atomi: la rosa non è che un aggregato di atomi
quantitativamente connotati che però, colpendo i nostri organi di
senso, generano impressioni qualitative (il profumo, il colore rosso,
ecc). Un altro problema su cui Democrito deve affaticarsi riguarda la
natura stessa degli atomi: se essi sono corpi invisibili e
indivisibili, allora non avranno parti e saranno come enti geometrici;
ma allora come è possibile ch’essi, privi di parti, si aggreghino e
formino corpi divisibili costituiti da parti? Come possono muoversi?
Democrito sostiene che gli atomi sono ab aeterno dotati di
moto (il che implica il vuoto in eterno) e, più precisamente, si
muovono in qualunque direzione senza tregua, con la conseguenza che
possono casualmente incontrarsi e aggregarsi (ciò nel caso in cui le
forme siano compatibili, come ad esempio quando si incontrano atomi ad
uncino e atomi ad anello). A regolare il moto degli atomi non è una
forza esterna o un adivinità: l’unica legge (se in questo caso di legge
si può parlare) regolante il loro movimento è il caso, non già nel
senso ch’essi si muovano senza causa, bensì nel senso che il loro è un
moto spontaneo, scevro di finalità e non extra-naturale: è un moto che
tiene conto della legge per cui il simile attira il simile. Tutto
risponde ad una ragione e ad una ferrea necessità. Oltre a negare la
causa finale, l’atomismo nega quella efficiente – nota Aristotele -,
giacchè per Democrito essa non è se non una proprietà della materia.
Con Democrito si esauriscono le filosofie della natura del V secolo
a.C. prima di Platone. Mentre Anassagora e Democrito erano attivi, già
operava ad Atene quella nuova figura di filosofo che è Socrate,
che dalla città attica mai si allontanò. La prima difficoltà che
s’incontra nel ricostruire il suo pensiero risiede nel fatto che egli
non ha scritto nulla, benché le opere su di lui siano assai numerose.
Nel 423 a.C., il commediografo Aristofane mette in scena Le nuvole,
un’indiavolata commedia al cui centro è proprio la figura di Socrate
(quella di Aristofane è la testimonianza più antica su Socrate),
sebbene trasfigurata dalle esigenze comiche proprie dell’opera. Stando
a quel che dice il suo allievo Platone, Socrate sceglie volutamente di
non scrivere e di occuparsi di valori umani anziché di fisica; le
conoscenze naturalistiche, infatti, hanno ben poco da insegnare e così
egli si esprime nel Fedro (230 d): "a me piace apprendere, ma la campagna e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, a differenza degli uomini della città". Sempre nel Fedro
(274 b e seguenti) è spiegata – con il mito di Theuth - la scelta
socratica di non affidare alla scrittura il proprio messaggio
filosofico: la vera filosofia è quella orale, attuatesi dialogicamente
nella pratica della domanda e della risposta, mentre lo scritto è "un bronzo percosso",
ovvero un bronzo che, colpito, dà sempre lo stesso suono. La
testimonianza di Platone (peraltro avvalorata da Senofonte, anch’egli
discepolo di Socrate) parrebbe dunque diametralmente opposta a quella
di Aristofane: ne Le nuvole, infatti, Socrate ci è presentato non già
come il filosofo dei valori umani, che antepone gli uomini alla natura
(Fedro) e che attacca su più fronti i sofisti (Sofista, Teeteto, Apologia,
ecc), bensì – e qui sta l’aspetto paradossale – come un naturalista che
identifica le nuvole in divinità! In forza di ciò, Socrate è messo in
scena all’interno di una cesta (il "pensatoio") sospesa a mezz’aria ed
è addirittura tratteggiato come un venditore di sapere, capace di far
trionfare il Discorso ingiusto su quello Giusto; in altri termini, il
Socrate che Aristofane propone è un naturalista empio e assai vicino
alla sofistica. E del resto questa era l’immagine che doveva far
maggior presa sull’animo degli Ateniesi, se è vero che nell’Apologia Socrate ravvisa nelle "antiche accuse"
(quelle appunto mossegli sulla scena da Aristofane) l’origine delle sue
disavventure giudiziarie. Stando così le cose, parrebbe che la
posizione socratica sia alquanto prossima a quella anassagorea, in
quanto entrambe incentrate sull’indagine naturalistica, quando in
realtà Platone non fa che ripeterci che Socrate mai si interessò di
fisica. La lontananza tra le intenzioni animanti il pensiero di Socrate
e quello di Anassagora sono ancora meglio lumeggiate nel Fedone
platonico, ambientato nelle ore che precedono la morte di Socrate: in
quest’opera sull’immortalità dell’anima, il filosofo ateniese narra il
proprio itinerario intellettuale a partire dai suoi iniziali
interessamenti per le ricerche naturalistiche, che presto avrebbe
abbandonato per dedicarsi a trecentosessanta gradi all’uomo e ai suoi
valori. A quell’epoca risale la sua attenzione per il pensiero di
Anassagora: ma, dopo essersi procurato e aver letto il suo scritto Sulla natura,
si sentì profondamente insoddisfatto, giacché Anassagora si limitava ad
indicare la causa materiale e quella efficiente, trascurando del tutto
quella finale, ossia la "causa del bene e del meglio". Fu allora che Socrate si accorse della necessità di dover intraprendere quella seconda navigazione (deuteroV plouV) che l’avrebbe fatto approdare ai lidi delle Idee (nel Fedone ancora chiamate logoi),
capaci di render conto delle cose in maniera teleologica. Se dinanzi
alla domanda "perché Socrate è seduto in carcere anziché essere in
fuga?" Anassagora risponde scomodando solamente la causa materiale e
quella efficiente, asserendo che il suo corpo ha assunto una posizione
seduta anziché retta e in fuga, Socrate risponde invece che c’è una
causa del bene e del meglio che esula dalla materia di cui Socrate è
costituito e che riguarda piuttosto la sua anima: in altri termini,
fuggire ed evadere dal carcere sarebbe per l’anima il male peggiore.
Ripercorrendo in maniera sintetica l’iter intellettuale di
Socrate, non sfugge come egli, partito da interessi naturalistici
(anche perché, prima di lui, non v’era stata pressoché alcuna filosofia
che non fosse naturalistica), muti assai in fretta interessi,
dedicandosi a ricerche di altro genere. Ciò, tra l’altro, spiega perché
nella Repubblica Platone non annoveri la fisica tra le scienze componenti il curriculum
del filosofo, riservando invece un posto privilegiato alla matematica,
alla geometria, alla stereometria, all’astronomia e alla musica. La
fisica appartiene secondo Platone e Socrate all’ambito della conoscenza
doxastica, poiché i suoi oggetti sono – secondo l’insegnamento di
Cratilo e di Eraclito – sempre in divenire, mai afferrabili pienamente
dalla mente umana. Tuttavia anche Platone, che col maestro Socrate
condivide l’avversione per la fisica, ci prende di sorpresa quando,
all’interno della sua vastissima produzione, dedica alla filosofia
della natura un dialogo di fondamentale importanza come il Timeo:
Platone ormai anziano torna sui suoi passi e riabilita quella fisica
cui in gioventù aveva negato lo statuto di scienza e fa ciò forse in
virtù delle discussioni tenute nell’Accademia. Il Timeo è un
dialogo in cui Socrate si è ormai ritirato dalla scena: il
protagonista, Timeo di Locri, è esperto di matematica e, forse, di
medicina. Anche l’esposizione è mutata: all’arioso dialogo costruito
sulla prassi del "botta e risposta", Platone ha ormai sostituito una
forma dialogica più pesante, in cui si procede per ampi brani
espositivi intervallati da brevi risposte. Tutto ciò non deve però
indurci a credere che egli smentisca se stesso e confuti quanto detto
negli anni passati: prova ne è il fatto che le dottrine cosmologiche
del Timeo sono esposte sotto forma di mito; questo perché il
mito – come è noto – riveste in Platone una valenza fortemente
pedagogica, ma anche perché egli sente la necessità di restar fedele al
suo pensiero precedente, incentrato sulla convinzione che del mondo
fisico non sia dato avere certezze. In sostanza, quel che Platone ci
propone nel Timeo – che sarà l’opera privilegiata, in età
medievale, dalla cosiddetta "Scuola di Chartres" - è un’ulteriore
riflessione sul rapporto intercorrente tra le Idee e il mondo, tema già
al centro del Parmenide. Poiché gli oggetti sensibili sono in perpetuo divenire, di essi sarà possibile non già l’episthmh, bensì la doxa:
sicchè l’opera stessa si configura, più che come trattato di fisica,
come racconto immaginifico di come le cose possono essere venute ad
essere. Al cuore del Timeo è la figura chiave del Demiurgo,
il divino artigiano che ordina il mondo: il ricorso alla figura di un
tecnico permette a Platone di chiarire fin dall’inizio come Egli operi
su di una materia che Gli preesiste e che dunque non è il frutto di una
Sua creazione. In questo senso, si può dire che il Demiurgo si limita a
conferire la forma ad una materia autonomamente esistente: per questa
via, è messa al bando ogni prospettiva creazionistica, il che dovrebbe
far ricredere i vari pensatori che hanno letto nel Timeo
un’anticipazione delle tesi cristiane. La negazione della prospettiva
creazionistica chiarisce poi a quali cause Platone ricorra per spiegare
il mondo: in primo luogo ci sarà la materia (quella che Aristotele
definisce causa materiale) e, accanto ad essa,
impersonificata dal Demiurgo, la causa efficiente (Egli infatti trae le
cose dalla materia). Ma, trattandosi di un artigiano divino, Egli non
può che disporre le cose nel miglior modo possibile, cosicché ciascuna
di esse è orientata al meglio: in questo senso, sono introdotte la
causa finale e quella formale. Le cause mobilitate da Platone - il
Demiurgo e la materia – paiono però difficilmente conciliabili fra loro
(come del resto inconciliabili sono il corporeo e l’incorporeo). Il
Demiurgo agisce conferendo forma ad una materia che, originariamente,
non ne ha una e che anzi si presenta come altamente caotica: il Suo
agire è significativamente raffrontato da Platone a quello dei
legnaioli che mettono ordine nella catasta di legna. Ne risulta – per
dirla con Leibniz – il migliore dei mondi possibili, proprio perché
frutto dell’azione di un principio divino intelligente. Per di più,
come tutti gli artigiani, il Demiurgo lavora la materia avendo in mente
un preciso modello a cui ispirarsi: tale modello non è se non
l’intelligibile mondo delle Idee, cosicché Egli opera sulla materia
cercando di trasferire in essa il più fedelmente possibile le Idee. Ne
nasce sì il migliore dei mondi possibili, ma non è un mondo perfetto in
assoluto: la materia, infatti, costituisce un insuperabile limite
all’agire divino del Demiurgo, giacchè essa mai si lascia interamente "dominare" (la metafora bellica è di Aristotele); in maniera immaginifica, Platone dice che la materia non si lascia "persuadere", metafora che ritorna nella Repubblica,
allorché si parla di anima razionale e di anima irrazionale. Resta ora
da chiedersi perché il Demiurgo generi il mondo: Platone risponde che
ciò avviene perché l’artigiano divino è buono e "in chi è buono non nasce mai nessuna invidia. […] Volle che tutte le cose si generassero simili a Lui, per quanto potevano". In altri termini, nel Demiurgo troviamo quella "causa del bene e del meglio"
che Socrate non era riuscito a rinvenire nel testo di Anassagora. Il
mondo sarà allora provvidenzialmente ordinato, ovvero retto fin da
principio dalla divina provvidenza di un’intelligenza che lo rende
ordinato e tale lo mantiene: nulla è lasciato al caso, dal cielo fino
alle viscere della terra. La metafora impiegata da Platone per
illustrare il rapporto tra il Demiurgo e il mondo che ne deriva è
particolarmente chiarificante: in quanto "Padre" del mondo, il divino
artigiano è ad esso legato da un rapporto d’amore affine a quello che
lega il padre al figlio. L’opera ordinatrice esplicata dal Demiurgo già
si manifesta nella forma che Egli impone ai quattro elementi
costitutivi della realtà (elementi che Platone, in sintonia con
Empedocle, ravvisa nella terra, nell’acqua, nell’aria e nel fuoco): la
prima determinazione d’ordine della materia consiste nel qualificarla
nei quattro elementi con qualità (caldo, freddo, secco, umido); la
forma dei quattro elementi è a sua volta ridotta ad una figura
geometrica elementare: il triangolo, il quale, formando poliedri, dà la
struttura matematizzante dell’universo. Ne consegue allora che
l’universo fisico rinvia ad una struttura di tipo geometrico sempre
identica: in questo modo, la matematica è e resta (ciò era già vero nei
Pitagorici e nella Repubblica, dove le scienze matematiche
rinviano al mondo delle Idee) il vero strumento per conoscere il mondo.
Così concepito, l’universo è una struttura ordinata perfettamente
conoscibile, in cui tutto si ripete immutabile e regolare. L’ordine
trova un suo primo garante nel moto immutabile e regolare degli astri,
da Platone considerati come divinità (il che ha indotto alcuni
interpreti a parlare di teologia astrale in Platone): il tempo che scandisce le vicende fisiche è misurato in base al moto degli astri ed è perciò "immagine mobile dell’eternità".
Il mondo sensibile, che si presenta come un’opera d’arte, essendo
generato ha un corpo (a differenza dell’incorporeo mondo delle Idee) e
quest’ultimo è unico (come unico è il mondo delle Idee) e – a
differenza di quel che credeva Democrito - disposto nella forma
migliore di tutte: la sfera, in cui tutti i punti sulla circonferenza
sono equidistanti dal centro. Dal fatto che sia dotato di corpo,
Platone inferisce che il mondo possegga anche un’anima, inferenza
avvalorata dal fatto che esso è popolato da esseri dotati di anima (una
proprietà delle parti deve di necessità appartenere anche al tutto). Ma
se quest’opera d’arte che è il mondo possiede l’anima, allora dovrà
possedere l’anima migliore in assoluto: quella intellettiva. Il mondo
si configurerà allora come un immenso vivente (zwn)
che si muove in maniera ordinata, perché diretto dallo stesso principio
razionale che governa l’uomo, con la cui descrizione il Timeo
si chiude. Il fatto stesso che l’uomo – unico tra i viventi – abbia
posizione eretta è indizio della preminenza in lui della testa, che è
qui da Platone accostata all’acropoli, costituente il cuore pulsante
della città. L’uomo dipende dunque dall’alto e, a rimarcare ciò, la
natura ha provvisto a separare in maniera netta in lui la testa dal
resto del corpo attraverso il collo. Con questi presupposti, Platone dà
anche una spiegazione delle malattie: esse sono sì frutto di una
cattiva disposizione del corpo, ma risentono anche di una cattiva
educazione (il che rivela un recupero da parte di Platone della
tematica cara a Socrate dell’analogia tra malattia dell’anima e
ignoranza). L’opera si chiude con un’esortazione rivolta agli uomini a
diventare come la divinità, poiché l’eliminazione dell’ignoranza porta
a migliori reincarnazioni.
Il Timeo platonico è il bersaglio polemico in riferimento al quale Aristotele
matura la propria filosofia della natura: nello studio della fisica
rientrano, secondo lo Stagirita, anche lo studio degli animali e
perfino quello dell’anima, cosicché non stupisce se la maggior parte
dei suoi scritti possono essere considerati scritti di fisica. Il
problema preliminare che egli si pone è se la fisica debba oppure no
essere ascritta tra le scienze: il fatto che egli si ponga un tale
problema adombra una volontà di confronto con Platone e con la sua
negazione dello statuto di scienza all’indagine sulla natura. Se per
Platone una sola è la scienza (quella del Bene) e da essa derivano
gerarchicamente tutte le altre forme di sapere, Aristotele, dal canto
suo, ci fornisce una completa classificazione delle scienze (Metafisica,
VI) in teoretiche, pratiche, poietiche. Teoretiche sono quelle che
hanno a che fare con la pura teoria, pratiche sono invece quelle
concernenti la prassi (la politica e l’atica) e, infine, poietiche sono
quelle finalizzate alla produzione di oggetti (ad esempio, la
tragedia). Sicchè nell’ambito delle scienze teoretiche Aristotele fa
rientrare la metafisica ("filosofia prima"), la matematica e la fisica
("filosofia seconda"): non solo la fisica è una scienza, ma addirittura
essa appartiene alle scienze supreme, quelle che debbono essere amate e
perseguite in quanto tali, senza secondi fini. Ciò evidentemente
rivoluziona il quadro tracciato da Platone, in cui la fisica non era
nemmeno degna di essere una scienza. Le tre scienze teoretiche
ravvisate da Aristotele studiano in tre maniere distinte l’essere: la
matematica studia l’essere privo di movimento, la fisica studia
l’essere in movimento, la metafisica studia l’essere in quanto essere e
coincide (Metafisica, XII) con la teologia. Per Platone,
proprio perché rivolta alle cose transeunti, la fisica non può
assurgere al grado di scienza: ciò non vale per Aristotele, ad avviso
del quale è possibile studiare le cose nel loro divenire. Ciò non
toglie, però, che la fisica – a differenza della metafisica, che studia
l’essere in quanto tale – sia una scienza particolare, giacché si
occupa solo dell’essere in movimento e, perciò, difetta di
universalità: oltre ad occuparsi dei corpi terreni, caratterizzati
dall’essere passeggeri e non eterni, Aristotele fa rientrare nel campo
d’indagine della fisica anche lo studio dei corpi celesti. Con
quest’operazione, egli pone l’astronomia come scienza fisica e non come
scienza matematica (quale era per Platone), poiché gli astri sono
anch’essi corpi in movimento, benché – a differenza dei corpi terrestri
– non siano soggetti al divenire, ma esistenti sempre e
necessariamente. Ne segue che gli orizzonti della fisica finiscono per
spaziare dalla terra al cielo. Il confine tra il mondo terrestre –
popolato dai corpi in divenire – e quello celeste – popolato dai corpi
eterni – è segnato dalla luna, che divide appunto il mondo sublunare da
quello sopralunare. Le scienze teoretiche riguardano cose esistenti
necessariamente, ma all’interno della fisica è ritagliato uno spazio
anche per i corpi passeggeri e non eterni: le pietre, gli uomini e gli
animali possono infatti non esistere e, in ogni caso, sono perituri;
essi tuttavia rispondono ad una modalità dell’essere che è epi to polu (per lo più), per cui gli uomini invecchiando diventano per lo più canuti. Nell’ambito del mondo fisico terrestre, allora, pur non valendo la necessità assoluta, ciò non di meno vale la necessità condizionale,
tale per cui, se si verifica una tale condizione, si verifica un tale
effetto (ad esempio: se invecchio, mi vengono i capelli bianchi).
Sicchè i corpi del mondo fisico di questa terra presenta
caratteristiche fluttuanti (il colore degli occhi, dei capelli,
l’altezza, ecc), con l’inevitabile conseguenza che, a differenza della
matematica, la conoscenza fisica non potrà mai essere esatta né potrà
fare ricorso a dimostrazioni analitico/deduttive (Platone riduce invece
nel Timeo gli elementi fisici a enti geometrici
matematicamente studiabili). La fisica difetta dunque di universalità,
di esattezza e di necessità: come ogni altra conoscenza, anche quella
fisica procede per cause e quali siano tali cause Aristotele lo spiega
nel II libro della Fisica, per poi riprenderlo nel I della Metafisica:
le quattro cause che egli individua non sono che le risposte da fornire
quando ci si interroga sulla natura di qualche cosa e tale dottrina è
evidentemente dedotta dall’osservazione diretta dei corpi:
osservandoli, si nota infatti che essi rispondono a quattro diversi
punti di vista, ovvero risultano dalla convergenza di quattro cause.
Infatti, le cose hanno una materia, sono prodotte da qualcuno, sono
tali perché hanno una forma che le individua e hanno uno scopo per il
quale sono venute ad essere: qui in sintonia con Platone, Aristotele
crede che la struttura eretta sia stata data all’uomo affinché egli
possa contemplare le realtà superne; ma Aristotele non dimentica che le
cose hanno anche una materia che le condiziona: così l’uomo può stare
in piedi perché possiede calore e il calore tende appunto verso l’alto.
La materia e la forma non sono – secondo Aristotele – separabili l’una
dall’altra, col che egli si distingue nettamente dalla posizione
platonica, per cui le forme (eidh) sarebbero radicalmente distinte dalla materia (ulh);
inoltre l’assetto fisico di ogni cosa è tale perché deve rispondere ad
un dato fine e la forma è quella che è perché è stata organizzata in
vista di tale fine. Solo chi conosce tutte e quattro le cause delle
cose può essere insignito del titolo di fusikoV
(fisico), giacchè egli solo è in grado di indicare di che cosa le cose
sono fatte, a quale fine tendono, quale forma hanno, che cosa le ha
messe in moto. Abbiamo detto che Aristotele innalza lo studio della
natura al livello di scienza: ma che cosa intende esattamente per
natura? Non si tratta di una specie di griglia che si sovrappone
dall’esterno alle cose che sono. La natura non è che l’insieme di tutte
quelle cose che avvengono naturalmente. Esiste dunque una causa finale
e divina – quale era il Demiurgo del Timeo – che fabbrica le
cose in vista di un determinato fine? Secondo Aristotele tale
eventualità è da escludersi per due ragioni: nel II libro della Fisica,
egli asserisce espressamente che la natura non è divina e paragona la
sua attività a quella tecnica; tuttavia, a differenza della tecnica
divina (che è infallibile), la tecnica umana è soggetta a fallire:
similmente, in natura non tutto avviene in maniera perfetta. Come il
grammatico può commettere errori o come il medico può prescrivere
farmaci inadeguati, così la natura può parimenti compiere errori,
benché il suo agire sia sempre e comunque orientato al meglio: tale
principio viene da Aristotele dedotto a partire dalla biologia, dove si
registrano casi di veri e propri mostri (ad esempio esseri con parti
mancanti o in sovrappiù) e devianze dalla norma della natura che vuole
che gli uomini nascano per lo più in un certo modo. La
possibilità dell’errore della natura è resa possibile dal fatto che si
tratta di un ambito di cose materiali e, come abbiamo poc’anzi detto,
la materia non sempre si lascia dominare dalla forma, a volte le oppone
resistenza (tale è ad esempio il caso della mano con quattro dita
anziché cinque). Si può dunque legittimamente affermare che "il caso rientra nel novero delle cause",
intendendo con ciò dire che anche quel che accade per caso ha pur
sempre una sua causa, anche se l’effetto risulta derivare da una causa
diversa da quella in forza della quale solitamente accade: ossia
avviene per accidente (kata sumbebhkwV).
Può dunque accidentalmente accadere che, nel corso della generazione,
la materia non si lasci plasmare e ne nasca un mostro. L’individuo di
sesso femminile è esso stesso agli occhi di Aristotele un caso di
errore della natura, un mostro prodotto dal caso: agendo sul sangue
mestruale, il seme maschile forma la materia ed è a questo punto che
può verificarsi la devianza; nascere femmina è, appunto, una devianza,
ma si tratta pur sempre di una "mostruosità necessaria" al
fine di perpetuare la specie. Il fatto stesso che i figli non siano mai
del tutto uguali ai genitori, ma da essi si distinguano per altezza,
colore dei capelli, degli occhi, ecc, testimonia l’accidentalità del
processo. Abbiamo detto che per Aristotele la fisica è scienza
teoretica dei corpi dotati di movimento: resta però da chiarire che
cosa egli intenda per movimento (kinhsiV).
Movimento è passaggio da potenza ad atto di corpi che possono muoversi
e nel movimento rientra anche la nozione di mutamento (metabolh), poiché il greco kinhsiV
significa appunto sia movimento sia mutamento. Se il movimento riguarda
lo spostamento nello spazio da un luogo ad un altro, il mutamento
riguarda invece l’essere stesso delle cose che sono e, a tal proposito,
Aristotele distingue quattro diversi tipi di mutamento: a) il mutamento
più ovvio è quello di luogo, consistente nello spostarsi da un luogo ad
un altro; b) il mutamento della sostanza è quello consistente nella
generazione e nella corruzione (ovvero il venire ad essere o il cessare
di essere delle sostanze): è in questo contesto che Aristotele risolve
finalmente in via definitiva l’aporia eleatica del divenire fisico:
venire ad essere mentre prima non si era non significa – egli nota –
passare dal non essere all’essere, ma significa piuttosto passare dallo
stato potenziale dell’essere in potenza a quello attuale dell’essere in
atto; c) il mutamento quantitativo interessa anch’esso la sostanza, ma
esclusivamente rispetto alle proprietà che essa presenta (una data
sostanza può crescere o diminuire in quantità); d) infine, il mutamento
qualitativo interessa – come quello quantitativo – le proprietà della
sostanza (e non la sostanza in se stessa), in particolare le sue
qualità (ad esempio, i capelli che da neri che erano passano ad essere
bianchi; oppure Socrate che diventa musico). Come si può facilmente
notare, ciò che contraddistingue il mutamento quantitativo è il fatto
che esso avviene nello spazio, giacchè la sostanza – accrescendo o
diminuendo – occupa spazio. Tuttavia, accanto al movimento spaziale, ve
n’è anche uno locale, caratterizzato da un’unica direzione: o dal basso
verso l’alto, o viceversa. Ciò vale per il mondo sublunare, poiché i
corpi di quello sopralunare sono invece dotati di moto semplice (ovvero
circolare: spuntano e tramontano sempre nel medesimo punto) in forza
della particolare materia che li costituisce: si tratta non già dei
quattro elementi empedoclei che stanno alla base dei corpi sublunari,
bensì di quella materia incorruttibile che Aristotele chiama etere.
Agli occhi di Aristotele, i corpi si distinguono in semplici e in
composti, ed entrambe le categorie cadono nel campo d’indagine della
fisica: alla base di tutti i corpi che popolano il mondo sublunare
stanno i quattro elementi individuati da Empedocle: a tal proposito,
Aristotele rigetta tanto gli atomi di Democrito quanto i solidi del Timeo
platonico. Se infatti alla base dei corpi fossero gli atomi, allora i
corpi risulterebbero meri insiemi di punti, cosicché potrebbero
disgregarsi in qualsiasi momento. Platone compie innegabilmente un
passo avanti quando assume come elementi i solidi scomponibili, ma
ciononostante la sua proposta resta insufficiente poiché i solidi non
sono in grado di subire alcunché né di aggregarsi per dare composti.
Solo Empedocle, ravvisando nell’acqua, nella terra, nel fuoco e
nell’aria i quattro elementi stanti alla base del reale ha colto la
verità: tali quattro elementi, infatti, rendono perfettamente conto e
del divenire e dell’aggregarsi dei corpi, giacchè si tratta di elementi
divisibili in parti che mantengono lo stesso nome dell’elemento di
partenza (ogni parte di terra è sempre terra, e così via). Inoltre essi
sono elementi primi nel senso che non sono composti da altri, possono
subire affezioni e trasformazioni reciproche (l’acqua che passa allo
stato aeriforme), accrescere, diminuire, mutare luogo. Non stupisce
pertanto che Aristotele dedichi buona parte della Fisica al
loro studio. Tuttavia sbaglia Empedocle nella misura in cui li
concepisce come principi (e non come meri elementi), giacché, così
facendo, egli finisce per riconoscerli come eterni: ma da ciò che è
eterno non può in alcun caso nascere il mutevole e il transeunte,
ovvero tutto ciò che popola questo mondo. I quattro elementi
rappresentano per Aristotele materia in un determinato stato (allo
stato di terra, di acqua, di fuoco, di aria) e presuppongono un
sostrato potenziale comune da cui vengono ad essere per effetto di
fattori ambientali come il caldo e il freddo. Tale sostrato materiale
non esiste indipendentemente da essi: di per sé, i quattro elementi non
sono eterni; eterna è invece la loro vicenda di trasformazione, poiché
eternamente si trasformano l’uno nell’altro. Dal moto dei corpi
semplici dipende direttamente anche l’assetto di del mondo terrestre,
risultante costituito in base alla disposizione dei quattro elementi
stessi (la cui disposizione è legata alle caratteristiche fisiche di
ciascun elemento). Il mondo sublunare (di natura sferica, che è la
migliore tra quelle possibili) viene così a configurarsi come una serie
di cerchi concentrici al cui centro sta l’elemento più pesante (la
terra) e alla periferia quello più leggero (il fuoco), con in mezzo
l’acqua e – più leggera – l’aria. In base a tale disposizione si
spiegano anche i moti che si verificano nel mondo sublunare, che
possono essere moti secondo natura (fusei) e moti violenti (bia):
una pietra lasciata cadere tende a muoversi di un moto naturale verso
il basso, ma se la scagliamo verso l’alto essa procede per un tratto in
direzione opposta al suo luogo naturale (muovendosi con un moto contro
natura), fino a che non avrà esaurito la spinta e ricadrà a terra. I
corpi celesti, invece, si muovono di moto circolare. La luna segna il
confine tra i due mondi (sublunare e sopralunare), ma tra essi non c’è
separazione netta: c’è anzi una zona intermedia in cui si situano i
fattori meteorologici, che sono da Aristotele spiegati con le
vicissitudini cui vanno incontro i quattro elementi. Pur verificandosi una tantum
(il terremoto o l’arcobaleno non accadono certo quotidianamente), sono
fenomeni dotati di una loro spiegazione razionale facente capo ai
quattro elementi: sono secondo Aristotele causati dal particolare moto
del Sole, il quale avvicinandosi o allontanandosi dalla Terra fa sì che
gli elementi si trasformino e diano vita alle stelle cadenti, alle
comete, ecc. Aristotele parla a più riprese del moto solare come causa
dei moti sublunari: egli si guarda bene dal parlare di "calore" o di
"luce" del Sole, giacché ciò significherebbe ammettere che anch’esso –
stante al di sopra della luna – è costituito dai quattro elementi. Ne
segue allora che il garante della vicenda ciclica del mondo sublunare
(il Sole) è esso stesso sopralunare, e dunque dotato di moto circolare
e perfetto. Gli individui sublunari che popolano il nostro mondo
(uomini, animali, piante) sono mortali come individui (poiché
costituiti dai quattro elementi), ma eterno è il loro processo di
generazione e corruzione, cosicché il singolo uomo è perituro, ma la
specie umana è eterna (l’atto stesso con cui si ama e ci si riproduce
non è che un anelito all’eternità). I corpi celesti non si muovono però
tutti allo stesso modo: ciascuno di essi descrive nel suo tragitto una
sfera e l’insieme complessivo di tali sfere dà un insieme concentrico
che ha al suo centro la Terra stessa (in ciò risiede il geocentrismo
aristotelico). Come la Terra occupa il centro del mondo, così la
periferia è occupata dal "cielo delle stelle fisse", che chiude
l’estremità del mondo. Le stelle fisse hanno moto eterno, circolare e
semplice: via via che dall’alto si scende verso la luna, i moti dei
pianeti presentano sempre maggiori irregolarità (tali sono appunto i
moti apparenti) di velocità e di regradazioni. Per rendere conto di
essi, Aristotele ricorre a più espedienti e argomentazioni teoriche: il
problema che più di ogni altro lo interessa è che ciascuno di tali
corpi celesti ha anche più d’un solo moto, cosicché diventa difficile
spiegare quale realmente sia la causa prima che sta alla base di tali
moti. In tale ottica, Aristotele si domanda perfino se gli astri
abbiano un’anima – giacchè l’anima, come insegnava Platone stesso, è
principio del movimento – e, nel rispondere negativamente, egli chiude
definitivamente i conti col Timeo, nel quale si affermava
esplicitamente che i pianeti fossero animati, intelligenti e divini.
Pur negando l’anima ai corpi celesti, resta intatto il problema
riguardante la causa del loro moto: quale è il principio motore che
mette in movimento i corpi celesti? Nel XII libro della Metafisica,
Aristotele propone ben due diverse possibili risoluzioni del problema:
dapprima egli riconosce che ogni sfera ha un proprio motore dotato di
determinate caratteristiche: deve essere una sostanza - sennò non può
causare il moto di un’altra sostanza -, deve essere anteriore al corpo
mosso e deve muovere sempre – altrimenti non può causare l’immutabile e
perenne moto degli astri -, deve essere atto puro, giacchè se fosse
potenza potrebbe ora muovere, ora no. Ma se è solo atto ed esclude la
potenza, allora esclude anche il movimento e il mutamento (che della
potenza sono tipici): sarà allora un motore immobile, che muove senza
essere mosso. Dopo aver esposto questa teoria secondo la quale
molteplici sarebbero i motori immobili (uno per ogni sfera), Aristotele
– appena un capitolo dopo – cambia radicalmente prospettiva e riconosce
esplicitamente la possibilità di un motore immobile unico per tutte le
sfere celesti. Questo primo motore immobile, in quanto privo di
potenza, è anche privo di materia ed è da Aristotele identificato con
la divinità. Da ciò segue una struttura gerarchica del cosmo, poiché
dall’unico motore immobile "si dirama" l’intero universo: la
metafora del diramarsi è impiegata da Aristotele anche in sede
biologica per spiegare il rapporto tra le vene e il cuore, che è un
rapporto di unione tale per cui le vene si diramano dal corpo senza
distaccarsene; similmente, il motore immobile non è staccato dal mondo,
e l’universo stesso non è che una totalità in movimento incessante.
L’identificazione del motore immobile con la divinità non implica
tuttavia un rapporto provvidenziale tra quest’ultima e il mondo, come
invece era nel Timeo: il dio di Aristotele, lungi
dall’organizzare provvidenzialmente il mondo, sta fermo ed è causa
finale del moto del "primo mobile", ovvero del "cielo delle stelle
fisse", che a lui tende come al proprio fine. In accordo col libro XII
della Metafisica, Aristotele sostiene nel libro VIII della Fisica
che il motore immobile deve essere presupposto come causa in grado di
spiegare il moto del mondo: la divinità muove il mondo stando ferma,
ovvero causa il moto dell’universo come causa finale (giacché, se fosse
causa efficiente, sarebbe essa stessa in movimento), poiché a lei tende
– come l’amante verso l’oggetto amato – il "primo cielo". Ma se la
divinità è immobile, in che cosa consiste la sua attività? Essendo il
pensiero la migliore attività in assoluto, la divinità non farà altro
che pensare (essa è, in questo senso, la proiezione a livello cosmico
del filosofo) e, più precisamente, non farà altro che pensare a se
stessa, poiché, se pensasse ad altro, ritornerebbe quella nozione di
potenza che abbiamo bandito dalla sfera divina: dio è per Aristotele nohsiV nohsewV ("pensiero di pensiero").
In netta opposizione all’atomismo e alla sua infinità dei mondi,
Aristotele difende a spada tratta l’unicità del mondo: il mondo è uno
ed eterno, assolutamente incorruttibile (l’errore del Timeo è
ravvisato nell’aver posto il mondo come generato e, insieme, eterno,
senza tener conto che il generato è necessariamente perituro). In
difesa dell’unicità del mondo, Aristotele dice – nel De caelo
– che, se ci fossero altri mondi, essi sarebbero necessariamente
costituiti dagli stessi quattro elementi che formano il nostro; ma
allora tali elementi tenderebbero a disporsi nei luoghi naturali del
nostro mondo, cosicché se ne deve concludere che tutta la materia è già
contenuta nel nostro unico mondo. L’età
che si apre dopo la morte di Aristotele (322 a.C.) è particolarmente
significativa sia sul piano storico sia su quello culturale, in quanto
i confini della Grecia si estendono fino all’India e sono gettate le
basi delle future scienze: questa nuova epoca, definita da Droysen come
"Ellenismo", vede come suo genio protettore, nel bene e nel male,
Alessandro Magno, con le cui strepitose conquiste il mondo greco arriva
in terre remote; Atene perde il proprio predominio politico e
culturale, mentre Pergamo e, soprattutto, Alessandria d’Egitto vengono
assumendo un peso sempre maggiore per la cultura del tempo. Ad
Alessandria, sotto i Tolomei, è fondata l’importante biblioteca che
finisce per diventare il tempio dell’intera cultura greca; ad essa fu
affiancato il celebre museo (letteralmente: "casa delle Muse"),
circondato da incantevoli giardini. Che ne, è in quest’era così
complessa, dei filosofi? La tradizione vuole che alcuni Aristotelici
(Demetrio del Falero e Stratone di Lampsaco) fossero attivi nella
fondazione dell’imponente biblioteca alessandrina, cosa che ci aiuta a
capire come quest’epoca, più di qualsiasi altra, fosse un’epoca di
filosofi e, sotto questo profilo, Atene resta ancora il principale polo
di attrazione filosofica (ancorché ormai nessun filosofo sia ateniese).
In breve tempo l’attività del filosofo viene sempre più
istituzionalizzandosi all’interno di scuole rette da scolarchi (è
questo il caso tipico degli Stoici e degli Epicurei). Anche l’Accademia
platonica e il Peritato aristotelico erano scuole di questo genere e
tali restano anche in età ellenistica, entrando spesso in conflitto con
le nuove scuole e coi modelli da essi prospettati: particolarmente
curiosa è la situazione che si vive nel Peritato, ove gli scritti
autentici di Aristotele sono del tutto scivolati nell’oblio, a tal
punto da non essere nemmeno più citati dai Peripatetici stessi. Anche
gli esponenti delle cosiddette scuole "socratiche minori" (Cinismo,
scuola cirenaica, Megarici) continuano ad essere attivi: il caso più
emblematico è probabilmente quello di Diogene di Sinope, il quale porta
alle estreme conseguenze gli insegnamenti cinici di Antistene. In forza
delle grandi conquiste militari compiute da Alessandro Magno, la poliV viene a tramontare e, con essa, tramontano i suoi valori: l’uomo greco non trova più nel rassicurante baricentro dell’agora
cittadina un sostegno morale, ma, proiettato in un nuovo mondo dalle
sterminate dimensioni, dove convivono fra loro i costumi più diversi,
egli prova un profondo senso di smarrimento e di insicurezza; ben si
capisce allora perché le filosofie ellenistiche si configurino
essenzialmente come filosofie morali, non già nel senso che la sfera
gnoseologica venga trascurata, bensì nel senso che essa è subordinata
all’etica. Tutte le correnti filosofiche di quest’epoca mirano alla
formazione del vero sapiente. Abbiamo parlato finora di "scuole"
filosofiche: in realtà, accanto ad esse, si formano correnti di
pensiero che rigettano completamente l’istituzionalizzazione in scuole:
è il caso dello Scetticismo, che – in virtù delle sue stesse premesse –
non fonda scuole né annovera maestri, in quanto elemento portante di
questa corrente di pensiero è l’impossibilità della formazione di un
sapere certo.
Nel 306 a.C. Epicuro
fonda la sua scuola in Atene: la scelta del luogo e del modo di
concepirla sono del tutto innovativi. Egli opta per la periferia della
città (anziché per il centro), ovvero per una zona lontana dalla città
e dai suoi travagli. Questa scuola "periferica" era dotata di un
giardino (khpoV) e Giardino fu chiamata la
scuola stessa: l’immagine che di essa ci offrono le fonti è quella di
una comunità di individui (uomini e donne) legati dall’amicizia alla
ricerca della felicità. In ambito fisico, Epicuro riprende l’atomismo
democriteo, apportando però ad esso delle innovazioni di rilievo: anche
per lui atomi e vuoto sono i principi costitutivi della realtà, benché
non vengano più connotati in termini eleatici come "essere" e
"non-essere" ma semplicemente come le parti ultime in cui si
scompongono i corpi. Il vuoto è assunto – in perfetta sintonia con
Democrito – come condizione imprescindibile di quei moti degli atomi
che danno l’aggregazione e la disgregazione dei corpi, anch’essi a loro
volta formati da atomi e vuoto (altrimenti non se ne spiegherebbe il
nascere e il perire). Tuttavia, se per Democrito gli atomi – in quanto
privi di peso - si muovevano nel vuoto in tutte le direzioni, Epicuro,
dal canto suo, attribuisce ad essi peso, forse in base all’osservazione
di Aristotele secondo cui, se i corpi hanno peso, allora devono averlo
anche gli atomi che dei corpi sono i costituenti. Ma se hanno peso, gli
atomi non si muovono a caso, bensì tendono ad andare dall’alto verso il
basso secondo linee parallele: ma come possono essi allora aggregarsi
se si muovono lungo linee parallele tali per cui non possono
incontrarsi? Nei testi di Epicuro conservati (le tre epistole riportate
da Diogene Laerzio in Vite dei filosofi, X) non è prospettata alcuna soluzione a questo problema: ma dal De rerum natura
di Lucrezio e dalle opere degli avversari dell’epicureismo (Cicerone e
Plutarco) sappiamo che Epicuro avrebbe escogitato un rimedio, la
"deviazione" (clinamen in latino, paregklhsiV
in greco) degli atomi dalla linea retta. In quest’ottica, gli atomi si
aggregherebbero perché dotati della spontanea capacità di deviare dalla
traiettoria del loro movimento e, dunque, di incontrarsi. Si tratta di
una capacità costitutiva e spontanea degli atomi: può cioè casualmente
verificarsi che essi devino e che diano vita – in questo e negli
infiniti altri mondi – agli aggregati. Dire che si tratta di una
capacità innata negli atomi equivale ad escludere ogni causa esterna
agli atomi stessa (è dunque negata la causa finale e, con essa, quella
divina). Ne emerge un universo meccanicistico e antifinalistico,
fortemente antiplatonico e antiaristotelico. Oltrechè in ambito fisico,
la dottrina della deviazione" ha importanti conseguenze anche in sede
morale: se infatti tutto accadesse secondo necessità, allora il libero
arbitrio sarebbe spento, tanto più che l’anima stessa non è che un
aggregato di atomi (ancorché di atomi ignei e sferici); ma, stando così
le cose, non avrebbe più alcun senso l’etica. Ma la capacità spontanea
di deviare interessa anche gli atomi dell’anima e in ciò risiede la
facoltà di scegliere comportamenti che deviano dalla necessità, fermo
restando che qualunque atto intellettivo muove da uno stimolo esterno.
Epicuro si spingeva più in là: anche gli dei – non solo l’anima – non
sfuggono alle leggi atomiche, cosicché anch’essi non sono se non
aggregati di atomi e vuoto. Ciò attirò ben presto su di lui l’accusa di
ateismo, benché Epicuro precisasse nella Lettera a Meneceo
che ateo non è chi rinnega gli dei del volgo, ma chi agli dei applica
le opinioni del volgo, prima fra tutte quella secondo cui essi
agirebbero provvidenzialmente nel mondo. Che gli dei esistano è provato
dal fatto che tutti gli uomini lo credano (argomento del consensus omnium):
ma ciò non autorizza a credere che gli dei intervengano nel mondo e,
per di più, in maniera provvidenziale, poiché altrimenti non si
spiegherebbe il male che attanaglia il mondo stesso (negarlo è andare
contro alla più banale delle esperienze). Di fronte al male, se gli dei
intervengono e non lo rimuovono è o 1) perché non vogliono, o 2) perché
non possono, o 3) perché né possono né vogliono: ma nel primo caso si
tratterebbe di dei invidiosi, nel secondo di dei impotenti, nel terzo
di dei impotenti e invidiosi, tutte caratteristiche che non si
attagliano alla divinità. Si dovrà allora riconoscere che gli dei ci
sono ma non intervengono nel nostro mondo (in netta antitesi con
quanto, in quel torno di anni, sostenevano gli Stoici e con quanto già
sosteneva Platone nel Timeo). Come per Aristotele, anche per Epicuro la teologia rientra a pieno titolo nella fisica, giacchè per il filosofo del KhpoV
gli dei sono materiali: come possono allora essi essere immortali? Che
abbiano forma umana è evidente, poiché – in quanto perfetti – debbono
avere la forma migliore, ovvero quella con struttura atomica meglio
organizzata: tale è appunto la forma umana. Gli uomini, tuttavia, sono
perituri, ossia soggetti alla disgregazione atomica, cosicché la
divinità, per essere eterna, dovrà avere un continuo risarcimento di
materia, tale da non potersi mai disgregare: ciò garantisce la loro
immortalità. In quanto corporei, poi, gli dei occupano spazio: Epicuro
elegge a loro dimora gli intervalli (gli intermundia di
Lucrezio) che separano tra loro gli infiniti mondi. Dicevamo che il
primo argomento in favore dell’esistenza degli dei è dato dal consenso
di tutti gli uomini circa la loro esistenza: però esso non è il solo.
Secondo Epicuro, infatti, anche la conoscenza che abbiamo degli dei è
percettiva, poiché anche da essi provengono eidwla
(immagini) percettibili non già agli organi di senso, bensì – per la
loro sottigliezza – alla mente stessa. Al pari di Democrito, Epicuro
assume un’infinità di atomi, il che spiega anche l’infinitezza del
vuoto (per poter contenere infiniti atomi deve necessariamente essere
anch’esso infinito). In rottura con Democrito, però, Epicuro nega che
gli atomi abbiano un numero infinito di forme, giacchè, se così fosse,
si potrebbero ammettere atomi grandi quanto il mondo e dunque essi
sarebbero visibili ad occhio nudo (il che contrasta palesemente con la
nozione di atomo): il numero delle forme degli atomi, allora, sarà non
infinito, ma incalcolabile. Anche Epicuro deve render conto di come i
corpi si distinguano qualitativamente tra loro: anche a suo avviso –
come già per Democrito – le caratteristiche qualitative sono un
epifenomeno dell’assetto assunto dagli atomi nel formare un corpo;
DEmocrito riteneva però che le qualità fossero un fatto di convenzione
e che solo atomi e vuoto fossero un fatto di natura, cosicché per lui
le qualità erano fluttuanti e mai stabilmente oggettive (da ciò seguiva
l’incertezza della conoscenza sensibile). Per Epicuro questa è una via
pericolosa, giacchè porta a dubitare della conoscenza che abbiamo e fa
scricchiolare ogni sistema filosofico: per far fronte a ciò, egli
asserisce che le qualità sono sì epifenomeno, ma che vi sono qualità
essenziali dei corpi e qualità accidentali; ci sono cioè qualità senza
le quali il corpo non è concepibile (ad esempio la statura eretta
dell’uomo) e altre che sono accessorie e transeunti (il colore dei
capelli o degli occhi). Anche le qualità sono percepite insieme ai
corpi e, dunque, non si deve dubitare di esse. Anch’esse provengono
dagli eidwla, i quali riportano
informazioni certe, giacchè si muovono con velocità istantanea, uguale
a quella del pensiero: Epicuro dice che sono "equiveloci" poiché si
muovo o nel vuoto. Ciò garantisce un incrollabile criterio di verità,
identificato nella sensazione. Meccanicismo e sensismo sono dunque le
due componenti fondamentali della filosofia epicurea, mentre la logica
non contribuisce al raggiungimento della felicità, intesa come piacere.
L’epicureismo si diffuse in Italia soprattutto a Napoli, ove ad
Ercolano si sono rinvenuti numerosi papiri che ci hanno restituito
frammenti del Sulla natura (Peri fusewV),
l’opera fondamentale di Epicuro, in 37 libri. A Roma il verbo epicureo
trovò maggiori resistenze nella sua diffusione, in quanto il suo motto laqe biwsaV ("vivi appartato") mal
si attagliava alla vita romana, per la quale la politica era
irrinunciabile. Nel II secolo d.C., Diogene di Enoanda fa scolpire su
pietra la filosofia di Epicuro – venerato dai suoi successori come un
dio – e la espone nel portico della città di Enoanda. Ben diversa è la
posizione degli Stoici: Zenone di Cizio
(una località dell’isola di Cipro) giunge ad Atene e, con l’appoggio di
personalità di rilievo, riesce a fondarvi una scuola filosofica, la Stoa poikilh, ovvero
il "portico pitturato", situato nel cuore di Atene e costellato dalle
pitture raffiguranti la battaglia di Maratona. Il fatto stesso che
Zenone elegga a sede della propria scuola il cuore pulsante della città
già sottolinea una radicale differenza rispetto ad Epicuro e al suo
Giardino: la filosofia stoica, anziché chiudersi in se stessa e
rivolgersi ad una ristretta cerchia di amici, intende diffondere il
proprio messaggio (non scevro da elementi politici) su ampia scala,
tant’è che caratteristica portante dello stoicismo è il cosmopolitismo.
L’attività di Zenone non passò inosservata e, alla sua morte, fu
emanato un editto col quale egli era riconosciuto come modello di vita
per gli Ateniesi. Lo stoicismo avrà lunga vita, attraverserà tre fasi
distinte (antico, medio e nuovo stoicismo) e, a differenza
dell’epicureismo, troverà un fertile terreno di diffusione anche a
Roma: ciò si spiega anche col fatto che lo stoicismo può qualificarsi
come una filosofia in fieri, sempre soggetta a innovazioni e
a mutamenti introdotti dai vari filosofi stoici. Il corpo delle
dottrine della scuola stoica è sì dogmatico, ma le teorie venivano
discusse e modificate di autore in autore: così Panezio di Rodi – che
rese lo stoicismo funzionale alla civitas romana – rigetterà la dottrina dell’ekpurosiV
e attenuerà il rigorismo morale, ormai divenuto obsoleto. Data la
struttura istituzionalizzata della Stoà, le fonti ci trasmettono solo
in parte teorie abbinate a personalità singole: per lo più parlano
genericamente di "Stoici", senza operare distinzioni e far nomi
precisi. Il punto focale del pensiero stoico è la nozione di LogoV, che è in primo luogo la "ragione" delle cose e, dunque, l’oggetto della fisica (che studia appunto le cose che sono); ma logoV
è anche la "ragione" esplicitata nel ragionamento e, in quanto tale, è
oggetto della logica (che studia come le cose sono espresse e
conosciute). Infine il logoV, in quanto
principio di comportamento, sarà oggetto di studio dell’etica. Se per
Epicuro sussisteva tra le varie parti della filosofia un rapporto
progressivo, per gli Stoici, al contrario, esse formano un tutto
organico, cosicché essi possono paragonare le varie parti ad un campo o
ad un vivente o, ancora, ad un uovo. C’è chi sostiene che la filosofia
è un campo in cui il muro di cinta è dato dalla logica, la terra dalla
fisica e i frutti dall’etica: sicchè la logica esplica una funzione
meramente difensiva, la fisica costituisce il "terreno" su cui seminare
i frutti, che son dati dall’etica (il che testimonia la sua
indiscutibile preminenza). Per Crisippo di Soli, invece, l’egemonia
spetta non già all’etica, bensì alla fisica e, in particolare, alla
teologia. Posidonio di Apamea rigetta l’immagine della filosofia come
un campo, poiché a suo avviso essa mal rivela il rapporto intercorrente
tra le parti: per lui, al contrario, la filosofia è un vivente, le cui
ossa son date dalla logica, la carne dalla fisica e l’anima dall’etica.
Da quest’immagine ben emerge il rapporto inscindibile tra le parti in
funzione del tutto, benché l’etica (in quanto anima) sia in posizione
di spicco. L’accento posto da Posidonio sull’importanza della totalità
organicamente connessa ci aiuta anche a capire perché la figura del
sapiente stoicamente inteso possegga tutto il sapere, non singole parti
di esso: chi sa molto ma non tutto si trova per gli stoici sullo stesso
piano di chi non sa nulla, poiché chi è distante da Atene 5 km non è in
Atene come chi da essa è distante 1000 km. Diventare sapienti in senso
stoico è un traguardo umanamente irraggiungibile: i veri sapienti -
dicono gli stoici – sono più unici che rari; Seneca dice che il vero
sapiente nasce – al pari della fenice – ogni cinquecento anni e
Crisippo sostiene che esso è raro quanto i parti di una mula. Del resto
gli stoici si ritenevano filosofi ma non sapienti. L’idea
dell’inattuabilità della piena conoscenza è di matrice socratica
(pensiamo al Fedro), e gli Stoici non fanno che portarla
all’ennesima potenza: la filosofia viene pertanto a configurarsi come
ricerca e amore di un sapere che mai può essere raggiunto. La fisica è,
al pari di quella logica che per Aristotele era soltanto un organon
della scienza, è conoscenza causale della generazione delle cose che
sono. Gli Stoici distinguono – sulla scorta di Aristotele – tra
"elementi" (i quattro elementi - aria, acqua, terra, fuoco -, ovvero
specificazioni della materia) e "principi" (Dio e la materia): tutte le
cose vengono ad essere perché formate dalla materia e da un principio
divino, mentre gli elementi non sono se non gli ingredienti materiali
che compongono ogni cosa. Le cause che spiegano la costituzione delle
cose sono cause materiali (i quattro elementi già individuati da
Empedocle), ma il dio stoico è causa razionale e divina che – come il
Demiurgo platonico – agisce direttamente sul reale, cosicché le cose
non sono frutto del caso: anche per gli Stoici, come già per Platone,
questo è il migliore dei mondi possibili. In dio essi fanno convergere
le altre tre cause individuate da Aristotele: dio è causa efficiente,
finale e formale del mondo, al quale conferisce la miglior forma
possibile agendo provvidenzialmente. La natura imperfetta di cui
parlava Aristotele agli Stoici non basta: a loro avviso, infatti, la
natura è il volto rivelato di Dio e, in quanto tale, non può che essere
perfetta. Se per Platone dio e la materia restano due realtà
assolutamente distinte (e anzi la materia si oppone all’agire divino),
gli stoici, sull’altro versante, sostengono che dio e materia non si
distinguono per la loro natura: essi sono entrambi corporei – dicono
gli stoici -, poiché altrimenti non si spiegherebbe l’intervento di dio
sul mondo (solo un corpo può agire sul corporeo). Di qui scaturisce la
posizione materialistica e immanentistica degli stoici, ad avviso dei
quali dio è presente nella realtà materiale delle cose. La materia, che
per Platone si configurava come recalcitrante a dio, è per gli stoici
caratterizzata dalla presenza di dio, per cui il mondo in cui viviamo
non solo è il migliore tra i possibili, ma è anche perfetto in maniera
assoluta, giacché interamente padroneggiato da dio. Memori della
terminologia aristotelica, gli stoici chiamano "principio passivo" la
materia e "principio attivo" dio: quest’ultimo – da identificarsi col logoV,
ovvero con la ragione universale – agisce sulla materia e fa venire ad
essere ogni cosa; la prima azione da lui compiuta consiste, in
particolare, nel trasformare la materia in qualcosa di preciso e
determinato, ossia nei quattro elementi (che sono appunto materia in un
preciso stato). Gli stoici qualificano la materia come "principio
passivo" perché essa è tale da subire l’azione del principio attivo,
anch’esso corporeo. Tutte le cose saranno dunque materiali, unioni
inscindibili di materia e forma: esse avranno la forma migliore proprio
perché dio interviene in esse dall’interno: in ciò consiste il
panteismo stoico. Il mondo che ne risulta è una totalità perfettamente
compiuta e razionale, dove è giustificata perfino la presenza del male:
Crisippo asserisce che il rapporto bene/male è equivalente a quello
luce/ombra: come non si capirebbe che cosa è la luce se non vi fosse
anche l’ombra, così non si capirebbe che cosa è il bene se non vi fosse
anche il male. Non è un caso che il principio divino ammesso dagli
stoici sia unico: quelli che gli uomini chiamano "dei" non sono che
manifestazioni dell’unica divinità. Ben si capisce perché il vivere
virtuosamente sia l’uniformarsi alla ragione, che è nell’uomo una
scintilla del logoV universale: vivere
secondo virtù significa vivere secondo ragione, e vivere secondo
ragione vuol dire vivere secondo natura, poiché la natura è divina. Gli
stoici assimilano dio ad un fuoco, a sottolineare la sua capacità di
dare la vita (solo ciò che è caldo può godere di tale capacità); in
quanto dotato di vita, tale fuoco accoglie al proprio interno un corpo
capace di raffreddare: è quello che gli stoici chiamano pneuma, un corpo di natura aeriforme (Seneca lo chiama spiritus)
in grado di vivificare la materia conferendole forma e qualità (rende
cioè la materia secca, umida, ecc). Pertanto tutta la realtà è permeata
da questo soffio caldo che dà la vita e, proprio perché aeriforme, è
presente ovunque nella realtà. In questo sistema, l’uomo occupa un
posto privilegiato, in quanto unico essere dotato per natura di
ragione: sicchè egli è l’essere che più si avvicina alla divinità, a
tal punto che c’è tra loro parentela. Se Platone (Leggi, X) considerava l’uomo come minuscola particella dell’universo, gli stoici, dal canto loro, asseriscono che "l’intero mondo è città di dio e degli uomini"
(Crisippo). Ma il mondo, in quanto nato, non è eterno: esso è
corruttibile e, dunque, destinato a perire, anche perché andrà incontro
ad una conflagrazione universale (ekpurosiV)
legata a quello stesso fuoco che l’ha generato. Il mondo poi rinasce,
giacchè si tratta di una vicenda ciclica, e il mondo nuovo rinasce tale
e quale quello perito (nel nuovo mondo vi sarà lo stesso Socrate, lo
stesso Platone, ecc), poiché, se rinascesse diverso, non sarebbe
perfetto o perfetto non sarebbe stato quello precedente. La presenza
del logoV assicura il tonoV,
la tensione che tiene in equilibrio il mondo e le cose che lo
costellano. In quanto retto da questa tensione, il mondo è una sorta di
gigantesco vivente dato dalla compresenza di un corpo e di un’anima che
lo tiene insieme (e per gli stoici l’anima è pneuma). Ne segue dunque che il mondo è retto nelle sue parti da simpatia (sumpaqhia):
le parti sono cioè connesse da un vincolo tale per cui, al modificarsi
di una parte, anche le altre si modificano. Ciò giustifica la
divinazione, ossia la lettura del futuro sulla base dei segni del
presente: il fatto che dio ci lasci sapere in anticipo quel che accadrà
non fa che avvalorare la tesi che lo vuole buono. I filosofi che
definiranno se stessi come Scettici
non elaborano alcuna filosofia della natura, poiché a loro avviso non
c'é alcuna rappresentazione che non possa essere falsa, cosicché, se il
sapiente dà il suo assenso a una rappresentazione, opinerà; ma é
proprio del sapiente non opinare; dunque il sapiente sospenderà il suo
assenso.
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