|
Leucippo
| Vota | | Media: 0.0/5 (0 voti) |
Leucippo
"Nulla avviene a caso, tutto secondo ragione e necessità".
Si
può parlare di un "caso" Leucippo, dal momento che di questo filosofo
si sono dati riferimenti, non solo di natura biografica, contrastanti
tra loro. Aristotele, quando parla di Leucippo, lo pone sempre in
coppia col suo "collega" Democrito, col quale sarebbe stato il
fondatore dell’atomismo: da ciò sembra che Leucippo – già presso
Aristotele – fosse figura dai contorni molto sfumati. Secondo quanto
afferma Diogene Laerzio (Vite dei filosofi X 13), Epicuro mise in dubbio l’esistenza stessa di Leucippo, mentre Aristotele in più opere (Metaphysica, De generatione et corruptione, De caelo, De anima) e Teofrasto (370-287 a.C.), la cui dossografia è la fonte per lo stesso Diogene Laerzio in IX 30 sgg., attestano sia la dottrina che la storicità della figura di Leucippo. Hermann Diels in Die Fragmente der Vorsokratiker,
II, 80, raccolse le opinioni divergenti degli autori antichi e spiegò
tale problematicità verificativa con la formazione nel IV secolo a.C.
del corpus democriteum, la raccolta dell’insieme degli
scritti di Democrito, in cui furono incluse anche le opere di Leucippo,
ingenerando da allora in poi una confusione fatale tra le dottrine
rispettive di Leucippo e Democrito, confusione che mise in dubbio
l’esistenza stessa di Leucippo. Riunificando i dati tratti da Diogene
Laerzio, Aristotele e Simplicio (Physica), pare che Leucippo
sia stato più giovane di Parmenide, scolaro di Zenone, maestro di
Democrito e contemporaneo di Empedocle e Anassagora. Per ciò che
concerne l’opera scritta di Leucippo, abbiamo il Papyrus Herculanensis (un papiro
greco scoperto a Ercolano nel 1752 contenente testi filosofici
epicurei) che, nell’edizione del 1768 (coll.alt. VIII 58-62) fr. 1,
sostiene: "... scrivendo che... le stesse cose erano già state dette in precedenza nella Grande Cosmologia,
che dicono essere opera di Leucippo. Ed è deplorato per essersi
attribuito talmente le altrui dottrine, non solo ponendo nella Piccola Cosmologia le dottrine che si trovano anche nella Grande..."; e abbiamo Aezio, ed. Diels, I 25, 4 (Doxographi graeci 321), il quale dichiara: "Leucippo
dice che tutto avviene secondo necessità e che questa corrisponde al
fato. Dice infatti nel libro Dell’intelletto: Nulla si genera senza
motivo, ma tutto con una ragione e secondo necessità". Dalla
testimonianza di Aristotele e Teofrasto si evince che Leucippo sia
stato il primo a formulare le teorie atomistiche che Democrito in
seguito sviluppò, soprattutto tramite l’uso di certi termini,
attribuiti dagli studiosi all’opera Grande Cosmologia mai citata da Aristotele, quali "atomi", ossia parti indivisibili (atoma swmata), grande vuoto (mega kenon), corpi solidi (nastá), scissione (apotomé), misura (rysmós), contatto reciproco (diathighé), direzione (tropé), rimescolamento (peripalaxis), vortice (dinos). Riassumendo, Leucippo avrebbe considerato la natura legata alla matematica, l’essere come un composto molteplice e materiale di atomi infiniti, ma non infinitamente divisibili, e il non essere come il vuoto
in cui vengono a muoversi gli atomi. La visione leucippea sarebbe
quindi deterministica e meccanicistica, da qui la spiegazione
dell’origine dei mondi attraverso il vortice, che determinerebbe la scissione degli atomi più pesanti dai più leggeri, e la formazione della Terra in seguito
(), (), (), (), (), (), (). Riassumendo, Leucippo avrebbe considerato
la legata alla matematica, l’ come un composto molteplice e materiale
di infiniti, ma non infinitamente divisibili, e il come il in cui
vengono a muoversi gli atomi. La visione leucippea sarebbe quindi
deterministica e meccanicistica, da qui la spiegazione dell’origine dei
mondi attraverso il , che determinerebbe la degli atomi più pesanti dai
più leggeri, e la formazione della Terra in seguito alla forza
centripeta che raccoglierebbe questi atomi pesanti. Circa l’ordinamento
degli astri, Diogene Laerzio (IX, 33) riepiloga così la teoria di
Leucippo: "L’orbita del sole è la più esterna, quella della luna è
la più vicina alla terra, mentre quelle degli altri astri sono in mezzo
a queste due".
I PRINCIPI DELL’ATOMISMO DEMOCRITEO E LEUCIPPEO
Anche
gli atomisti, come già Anassagora, assumono come struttura della realtà
invisibile ad occhio nudo un’infinità di principi, ancorché questi non
siano infinitamente divisibili: se infatti tutto fosse divisibile
all’infinito, allora il mondo avrebbe dovuto cessare di essere già da
tempo. I principi primi della realtà come li intendono gli atomisti
debbono essere pieni e privi di parti: tali sono quelli essi
definiscono atoma swmata, ovvero –
letteralmente - "corpi non ulteriormente tagliabili", costituenti la
struttura profonda del reale. Questi "atomi", per potersi muovere e per
consentire la generazione e la corruzione dei composti, devono avere
uno spazio entro cui muoversi ed è per questa ragione che gli atomisti
introducono come secondo principio il vuoto (to kenon),
condizione imprescindibile del moto atomico. Gli stessi aggregati non
sono che unioni di atomi e vuoto: il che è provato dal fatto che,
consumandosi, i corpi cedono atomi e, perché ciò possa avvenire,
dev’esserci il vuoto. Con terminologia eleatica, Democrito chiama gli
atomi e il vuoto rispettivamente "essere" e "non essere"; egli
asserisce poi – riprendendo l’antitesi sofistica - che la conoscenza
intellettuale (avente come oggetto gli atomi e il vuoto) è kata fusin (secondo natura), mentre quella degli aggregati è kata nomon
(secondo convenzione). Sicchè secondo natura conosciamo gli atomi e il
vuoto, secondo convenzione il bianco, il profumato, ecc. Le cose che
costantemente esperiamo non sono dunque la verità, ma mera parvenza.
Essendo gli atomi infiniti, infiniti saranno anche i mondi che dalla
loro aggregazione trarranno origine, cosicché gli atomisti possono
relativizzare la vita che conduciamo sul nostro e possono inoltre
evitare di far ricorso a cause extra-materiali. Incarnando in sé
l’essere parmenideo (ed essendo dunque immutabili, eterni,
incorruttibili), gli atomi come si distinguono fra loro? Per Empedocle
e Anassagora, i principi si differenziano qualitativamente, il che tra
l’altro spiega perché i corpi composti presentino qualità; per
Democrito (e forse per Leucippo) invece – stando a quel che riferisce
Aristotele – gli atomi si differenziano fra loro per caratteristiche
quantitative. Per far luce su questo punto della dottrina atomistica,
Aristotele esemplifica servendosi delle lettere dell’alfabeto, che egli
chiama stoiceia: e stoiceia
sono anche gli "elementi", con la conseguenza che gli atomi sono un po’
come le lettere dell’alfabeto e il mondo che ne risulta si presenta
come una sorta di libro le cui lettere sono gli atomi. Per forma (rusmoV) gli atomi si distinguono fra loro come la A si distingue dalla N; per ordine (diaqigh) come AN da NA; per posizione (troph)
come Z da N. Si tratta evidentemente di differenze puramente
geometriche, con caratteristiche misurabili. Tuttavia gli atomisti si
spingevano oltre: pare infatti che, poste queste tre differenze di
base, essi asserissero che gli atomi sono dotati di un numero
incalcolabile di differenze, a tal punto che essi finiscono col
riconoscere – il che costerà loro la derisione da parte dei suoi
avversari – l’esistenza di atomi di forma uncinata. Il problema cui
l’atomismo è chiamato a rispondere è che, se gli atomi sono
quantitativamente connotati, come si spiega che poi noi percepiamo
qualitativamente i composti? Perché, se la rosa non è che un aggregato
di quantità, noi la percepiamo rossa, profumata, ecc? Per render conto
di ciò, l’atomismo spiega le qualità come epifenomeni delle quantità,
cosicché il bianco deriverebbe da un assetto casuale dato dall’unione
di atomi: la rosa non è che un aggregato di atomi quantitativamente
connotati che però, colpendo i nostri organi di senso, generano
impressioni qualitative (il profumo, il colore rosso, ecc). Un altro
problema su cui l’atomismo deve affaticarsi riguarda la natura stessa
degli atomi: se essi sono corpi invisibili e indivisibili, allora non
avranno parti e saranno come enti geometrici; ma allora come è
possibile ch’essi, privi di parti, si aggreghino e formino corpi
divisibili costituiti da parti? Come possono muoversi? L’atomismo
sostiene che gli atomi sono ab aeterno dotati di moto (il che
implica il vuoto in eterno) e, più precisamente, si muovono in
qualunque direzione senza tregua, con la conseguenza che possono
casualmente incontrarsi e aggregarsi (ciò nel caso in cui le forme
siano compatibili, come ad esempio quando si incontrano atomi ad uncino
e atomi ad anello). A regolare il moto degli atomi non è una forza
esterna o una divinità: l’unica legge (se in questo caso di legge si
può parlare) regolante il loro movimento è il caso, non già nel senso
ch’essi si muovano senza causa, bensì nel senso che il loro è un moto
spontaneo, scevro di finalità e non extra-naturale: è un moto che tiene
conto della legge per cui il simile attira il simile. Tutto risponde ad
una ragione e ad una ferrea necessità. Oltre a negare la causa finale,
l’atomismo nega quella efficiente – nota Aristotele -, giacchè essa non
è se non una proprietà della materia. Per l’atomismo nulla avviene a
caso, tutto avviene secondo una ragione. Questa osservazione può essere
provata: a questo scopo non basta accontentarsi dell'osservazione della
molteplicità dei fenomeni, ma occorre risalire mediante un procedimento
intellettuale alla conoscenza di ciò che non è visibile. Gli oggetti
che noi percepiamo ci appaiono caldi o freddi, amari o dolci, ma queste
qualità appartengono alla sfera di quello che la cultura del v secolo
a.C. raggruppava sotto la categoria del nomoV, ossia di ciò che è variabile, convenzionale, instabile, contrapposto al piano stabile e immutevole della natura.
|
Skuola.it © 2012 - Tutti i diritti riservati - P. IVA: 04592250650 -
CONTATTACI |
| |