1. L’indirizzo
scettico
Fra le molte dottrine e
possibilità di filosofare elaborate dai Greci ve n’è anche una, a suo
modo originale, che va sotto il nome di Scetticismo. Contrariamente alle altre
filosofie, impegnate nella ricerca del vero e nella costruzione di un
determinato sistema “metafisico” sull’universo, lo scetticismo dichiara che
l’uomo non può accedere alla verità ultima delle cose e che la più alta forma di
intelligenza e di saggezza consiste proprio nel riconoscere questo fatto,
inequivocabilmente dimostrato, secondo gli Scettici, dalla molteplicità delle
filosofie e delle teologie in lotta fra di loro.
La critica contemporanea ha
sottolineato il legame di Pirrone, il fondatore dello Scetticismo, con taluni
saggi dell’India, i cosiddetti Gimnosofisti, che giravano seminudi e incuranti
di quanto accadeva intorno, insegnando la vanità delle cose e l’imperturbabilità
del sapiente di fronte al mondo. Tuttavia, la rivelazione di questo influsso
“orientale” non deve far passare in secondo piano né la connessione
ideale degli Scettici con i Sofisti (nonostante il giudizio negativo di
Pirrone su Protagora) né il loro legame con gli aspetti scetticheggianti al
socratismo e delle scuole socratiche minori.
Come già i maestri della
Sofistica, ed ancor più di loro, gli Scettici appaiano colpiti dalla varietà
sconcertante delle “visioni del mondo” presenti fra gli uomini. Per cui, di
fronte ad una serie di sistemi in polemica fra di loro e parimenti convinti di
possedere l’autentica chiave di spiegazione dell’universo, da cui far
dipendere la felicità e la serenità dell’animo, gli Scettici traggono la
conclusione che l’unico modo per raggiungere la tranquillità della mente è
un’indagine volta a riconoscere come ugualmente fallaci (o incapaci di
stringere la verità) tutte le dottrine. Da ciò il nome stesso di
“scetticismo” (derivato da sképsis, che significa indagine, ricerca,
dubbio).
Infatti, secondo gli Scettici, la
quiete dello spirito non si raggiunge accettando una qualche dottrina
metafisica, ma rifiutando ogni dottrina. Parte integrante del mondo
ellenistico e della sua concezione della filosofia come terapia mentale ed
esistenziale, lo scetticismo, analogamente alle altre scuole, subordina
l’indagine speculativa ad un fine pratico: l’ottenimento della pace interiore
generato dalla critica consapevolezza delle “ vane ciance” dei dogmatici. Di
conseguenza, lo scetticismo si dedica prevalentemente alla distruzione delle
altre dottrine filosofiche, specialmente di quelle contemporanee: lo Stoicismo e
l’Epicureismo.
Per opera di una lunga tradizione
filosofica e storiografica, lo Scetticismo (che tra l’altro ci è noto quasi
tutto attraverso fonti indirette) ha subito, in un certo senso, un processo di
“banalizzazione”, in quanto è stato tendenzialmente interpretato come una
dottrina che mette in discussione la verità di tutto ciò che esiste e che
nega, di conseguenza, ogni criterio per la vita. Tipica, in questo senso,
è la schematizzazione aneddotica di Pirrone, presentato come un uomo che, non
credendo in niente, andava in giro senza guardare e senza scansare nulla,
affrontando carri, precipizi, cani, ecc. Tant’è vero che le “confutazioni”
classiche dello scetticismo –da S. Agostino ad Hegel e a Gentile- sono
consistite nel dimostrare, ad esempio, che non è lecito dire che tutto è
dubbio, perché chi sostiene ciò, per affermarlo, deve indubitabilmente esistere;
o nel dimostrare che lo scetticismo si autocontraddice nel suo stesso assunto di
base, perché dopo aver detto che tutto è falso presenta se stesso come vero;
oppure nel mostrare come gli Scettici lascino gli uomini senza criteri pratici.
In realtà, gli Scettici non negano, propriamente, la verità dei fenomeni, quanto
le “teorie” su di essi, cioè la pretesa filosofica di spiegarne la natura
profonda: “Noi ci opponiamo esclusivamente –essi dicono- all’indagine
relativa alle cose non evidenti che soggiacciono ai fenomeni” (Dioegene
Laerzio,IX;105). Tant’è che Pirrone sostiene ad esempio di ammettere la validità
dei fenomeni perché appaiono e Timone proclama che “sempre vige il
fenomeno, ovunque si manifesti”.
Di conseguenza, presso gli
Scettici, non è tanto il che dei fenomeni, cioè il fatto della loro
presenza ad essere in discussione, bensì il loro come, ossia la
conoscibilità del loro genuino modo di essere. Ad esempio, che esista il
giorno e la notte, il sole e gli astri è certo, quale sia la causa ultima
dell’universo è invece oscuro. Che esistano gli uomini e le loro menti è un
fatto ovvio, ma che cosa siano veramente gli uomini o la loro mente è un enigma.
“Avvertiamo –dicono gli Scettici- di riconoscere il giorno e il fatto che noi
viviamo, oltre ai molti fenomeni della vita quotidiana. Ma per quel che riguarda
le salde e sicure affermazioni dei dogmatici, che essi sostengono di avere
definitivamente comprese, noi sospendiamo il giudizio perché per noi rimangono
oscure e incerte, e ci limitiamo a conoscere solo ciò che noi proviamo o
sentiamo. Ammettiamo di vedere e riconosciamo di avere questo determinato
pensiero, ma come vediamo o come pensiamo noi non sappiamo affatto…” (ivi,103).
Inoltre, lo scetticismo greco, nelle sue forme più raffinate, non presenta se
stesso come un “dogma”, ma come un’ipotesi che deve essere continuamente
confermata tramite un’indagine aperta per principio: “per quel che
riguarda la nostra sentenza “Nulla io definisco” e simili, esse non hanno per
noi valore dogmatico… quando diciamo di non definire nulla, neppure questo noi
definiamo” (ivi,103-104).
Infine, per quel che riguarda la
vita pratica, non sembra vero che lo scetticismo lasci l’uomo totalmente privo
di criteri e renda quindi impossibile l’esistenza quotidiana, come si è
tradizionalmente ripetuto, in quanto lo scettico greco, anziché fuggire dal
mondo, in genere continua, nella vita di tutti i giorni, a fare ciò che fanno
gli altri: o per convenzione ed utilità (esempio Pirrone e Sesto Empirico)
oppure perché ritenuto più ragionevole e probabile (ad esempio Arcesilao e
Carneade). Tutto ciò mostra forse come il discorso sullo scetticismo, al di là
delle sclerosi interpretative, sia tuttora aperto e suscettibile di nuovi
approfondimenti.
Lo scetticismo non fu, in Grecia,
una scuola a sé (come lo Stoicismo e l’Epicureismo), ma l’indirizzo seguito da
tre scuole distinte: 1) la scuola di Pirrone di Elide, al tempo di Alessandro
Magno; 2) la media e nuova Accademia; 3) gli Scettici posteriori, a cominciare
da Enesidemo, che sostengono un ritorno al pirronismo.
2. Pirrone e
Timone
Pirrone, nativo di Elide, potette
forse, nella sua città, venire a conoscenza della dialettica della scuola
eleo-megarica, che, per molti aspetti, è un antecedente dello scetticismo.
Partecipò alla campagna di Alessandro Magno in Oriente, ove venne a contatto con
la saggezza indiana. Fondò in patria una scuola che dopo la sua morte ebbe breve
durata. Visse in semplicità e morì vecchissimo verso il 270 a. C. Fra i suoi
autori prediletti vi era anche Omero, di cui amava ripetere i versi che alludono
alla instabilità degli uomini, come ad es.
“Quale delle foglie la
stirpe, tale anche quella degli uomini”.
“Volubile è dei mortali la lingua; son
molti i discorsi”.
Non scrisse nulla: le sue
dottrine ci sono note dall’esposizione di Diogene Laerzio e dai frammenti di
Silloi (versi scherzosi), con i quali il suo scolaro Timone di Fliunte
(320-230 circa a. C. ) ne espose e difese la dottrina.
Secondo Pirrone, non ci sono cose
vere o false, belle o brutte, buone o cattive4 per natura e
assolutamente, ma soltanto per convenzione e relativamente.
In altri termini, sono le abitudini degli uomini, i loro consumi e le loro
decisioni a rendere buona o cattiva, vera o falsa, una cosa. Al di fuori di tali
credenze e convenzioni, sempre mutevoli, non è possibile nessun giudizio,
nessuna valutazione, giacché la realtà in sé, per l’uomo, risulta inafferrabile,
per cui l’unico atteggiamento legittimo, come diranno più tardi altri scettici,
rimane la sospensione di ogni giudizio (epoché). Secondo Pirrone solo lo
scetticismo riesce a procurare l’atarassia, cioè l’imperturbabile serenità della
mente. Infatti il sapiente, messosi il cuore in pace, per aver compreso che
al mondo non esiste la verità con la lettera maiuscola, poiché sulla natura
profonda delle cose non si può dire nulla con certezza, guarda con superiorità,
e con un po’ di compassione, gli eserciti rivali dei metafisici, che continuano
a battersi, con “guerre di parole”, circa questioni su cui non è possibile
decidere.
Questo raffinato distacco
intellettuale dalle verità e dai dogmi dei più non impedisce affatto che lo
scettico pirroniano, nella pratica, possa vivere come tutti gli altri,
facendo più o meno esattamente le stesse cose: accudire alle proprie
faccende, riposarsi, svagarsi ecc. L’unica cosa sostanziale in più è la
lucida consapevolezza, conquistata con “l’indagine”, che né la vita, né le cose,
posseggono un significato assoluto riconoscibile dalla ragione. Questa
coesistenza fra criticità scettica e vita quotidiana è pienamente
confermata dalle notizie biografiche e dagli aneddoti, che ci dipingono un
Pirrone il quale, oltre che fare il filosofo, aiutava la sorella nelle faccende
domestiche e andava al mercato a vendere “uccelletti e porcellini” (D. Laerzio,
cit., 66).
L’allievo Timone di Fliunte
affermava che l’uomo per essere felice dovrebbe conoscere tre cose: 1) quale sia
la natura delle cose; 2) quale atteggiamento bisogna assumere rispetto ad esse;
3) quali conseguenze risulteranno da questo atteggiamento. Ma è impossibile
conoscere queste tre cose e perciò l’unico atteggiamento possibile è quello di
non pronunciarsi su niente (afasia).
3. La media
Accademia
L’indirizzo scettico, dopo la
fine della scuola di Pirrone, fu ripreso dai filosofi dell’ Accademia
platonica.
Un appiglio allo scetticismo
questi filosofi trovavano nella dottrina stessa di Platone. Questi, infatti,
aveva sempre negato che il mondo sensibile, per il suo carattere mutevole e
vario, potesse essere oggetto di scienza, ritenendo che la scienza, cioè la
conoscenza assolutamente vera, potesse avere per oggetto soltanto il mondo
dell’essere. Ma il mondo dell’essere, o delle idee, ormai non interessava più i
filosofi di questo periodo, che chiedevano alla filosofia di farsi strumento dei
fini pratici della vita. Rimaneva così valida per essi soltanto la parte
negativa dell’insegnamento platonico: l’impossibilità di una conoscenza certa
delle cose di questo mondo.
L’indirizzo scettico
dell’Accademia fu iniziato da Arcesilao di Pitane (315-314/241-240) che successe
a Cratete nella direzione della scuola. Arcesilao non scrisse nulla e conosciamo
le sue dottrine solo da fonti indirette. Secondo una testimonianza di Cicerone,
egli non espose alcuna opinione sua propria, ma si limitò a criticare le
opinioni degli altri. Se Socrate affermava che nulla l’uomo può sapere, se non
questo di non saper nulla, Arcesilao andava anche più oltre e riteneva che non
si può affermare con sicurezza neppure la propria ignoranza. Ad ogni tesi,
contrapponeva la tesi opposta, mostrando che nessuna di esse ha valore di verità
e concludendo quindi con l’impossibilità di decidersi per l’una o per l’altra.
In tal modo egli difendeva la sospensione dell’assenso (epoché), già
sostenuta da Pirrone. L’uomo, nell’azione, non può farsi guidare da una
conoscenza assoluta: può soltanto agire in base a un motivo più o meno fondato e
ragionevole. Così Arcesilao riteneva che il criterio di ciò che si deve
scegliere o evitare è il buon senso o la ragionevolezza (eulogia),
che sta alla base della saggezza (Sesto E., Adv. Math., VII, 153 sgg.). I successori di
Arcesilao seguirono lo stesso suo indirizzo: di essi si conosce ben poco. Infine
salì a capo della scuola Carneade, fondatore della terza o nuova Accademia.
4. La nuova
Accademia
Carneade di Cirene
(214-212/129-128) fu uomo notevole per eloquenza e dottrina. Nel 156-155 venne
in ambasceria a Roma insieme con lo stoico Diogene e col peripatetico Critolao.
Il Senato romano accolse con diffidenza l’ambasceria perché temeva che i giovani
fossero distratti, per opera della filosofia, dalla vita militare. Carneade non
ha lasciato scritti e le sue dottrine furono raccolte dagli scolari.
Durante il soggiorno a Roma,
Carneade tenne un giorno un magnifico discorso in lode della giustizia,
dimostrando che essa è la base di tutta la vita civile. Ma un altro giorno tenne
un altro discorso, anche più convincente del primo, dimostrando che la giustizia
è diversa a seconda dei tempi e dei popoli ed è spesso in contrasto con la
saggezza. E portava l’esempio del popolo romano che s’era impadronito di tutto
il mondo. Se i Romani volessero essere giusti, egli dice, dovrebbero restituire
agli altri i loro possessi e tornarsene a casa in miseria. Ma in tal caso
sarebbero stolti. E così giustizia e saggezza non vanno d’accordo.
Carneade diresse molta parte
della sua attività a criticare gli Stoici, specialmente Crisippo. Negava che la
rappresentazione catalettica fosse un criterio sufficiente di verità e negava il
valore degli argomenti coi quali gli Stoici dimostravano l’esistenza di una
provvidenza divina del mondo.
Egli tuttavia non si fermava alla
sospensione dell’assenso. Riteneva che se un criterio di verità non è possibile,
è possibile però un criterio di credibilità che consente di scegliere certe
opinioni come più plausibili di certe altre. Questo criterio, puramente
soggettivo e quindi tale che non garantisce affatto la corrispondenza della
rappresentazione all’oggetto, fu de lui chiamato rappresentazione persuasiva
o probabile. Se una rappresentazione persuasiva non è contraddetta da altre
rappresentazioni dello stesso genere, ha un grado maggiore di probabilità: così
i medici, ad esempio, diagnosticano una malattia da sintomi concordanti. Infine
una rappresentazione persuasiva, non contraddetta da altre, ed esaminata in ogni
sua parte, è il grado più alto di verosimiglianza cui l’uomo possa giungere
(Sesto E., Adv. Math., VII, 162 sgg.).
A Carneade successero nella
direzione della scuola varie figure minori che ne continuarono la dottrina,
finché l’indirizzo dell’Accademia cambiò nuovamente con Filone di Larissa,
fondatore della quarta Accademia.
5. Gli ultimi
scettici
Quando l’indirizzo scettico fu
abbandonato dall’Accademia, venne ripreso da altri pensatori che si ispirarono
direttamente al fondatore dello scetticismo, Pirrone. Questi pensatori fiorirono
dall’ultimo secolo a. C. al secondo d. C. e non costituirono una scuola. I
principali di essi furono Enesidemo, Agrippa e Sesto Empirico.
Enesidemo di Cnosso insegnò in
Alessandria e scrisse otto libri di Discorsi pirroniani, che sono andati
perduti. Probabilmente, iniziò la sua attività dopo la morte di Cicerone (43 a.
C.) il quale non lo ricorda nelle sue opere e anzi dice che il pirronismo è
ormai spento.
Enesidemo enumerava dieci modi
(tropi) per giungere alla sospensione del giudizio. Questi “modi” sono in
realtà dieci argomenti per togliere alla conoscenza umana valore assoluto e
considerarla come puramente relativa. Essi consistono nel riconoscere che le
conoscenze variano: 1) a seconda dei diversi animali; 2) a seconda dei diversi
uomini; 3) per la loro diversità reciproca; 4) per le circostanze in cui si
acquistano; 5) per gli intervalli di tempo o di luogo in cui ricorrono; 6) per
le varie mescolanze in cui si trovano; 7) per la quantità e la composizione
degli oggetti che le producono; 8) per la variabilità delle relazioni delle cose
tra loro e con il soggetto giudicante; 9) per la diversa frequenza di incontri
tra il soggetto giudicante e l’oggetto; 10) per l’educazione, i costumi, le
leggi e le credenze umane.
Tutti questi elementi determinano
un’enorme varietà delle conoscenze e fanno apparire lo stesso oggetto diverso da
uomo a uomo e da momento a momento. E’ dunque impossibile giudicare e decidere
se l’una o l’altra delle opinioni sia vera. L’unico atteggiamento legittimo è
l’epoché, la sospensione dell’assenso.
Ad Agrippa, di cui non si sa
nulla, Sesto Empirico attribuisce altri cinque modi per giungere alla
sospensione dell’assenso, modi di natura dialettica, cioè polemica: 1) il modo
della discordanza, che consiste nel mostrare il dissidio che c’è tra le opinioni
dei filosofi; 2) il modo così detto all’infinito, per il quale si ritiene che
ogni dimostrazione parte da principi che vanno a loro volta dimostrati e
suppongono altri principi e così via di seguito; 3) il modo della relazione, per
il quale conosciamo l’oggetto non in sé, ma solo in rapporto a noi; 4) il modo
dell’ipotesi, per il quale si vede che ogni dimostrazione si fonda su principi
che non si dimostrano ma si ammettono per convenzione; 5) il circolo vizioso o
dialello, per il quale si assume come dimostrato proprio ciò che si deve
dimostrare, il che chiarisce che la dimostrazione è impossibile.
Questi scettici ed altri, ai
quali Sesto Empirico si riferisce genericamente, si fermavano tutti alla
sospensione dell’assenso, secondo l’insegnamento di Pirrone.
6. Sesto
Empirico
La fonte delle notizie sullo scetticismo antico è l’opera di
Sesto che, come medico, ebbe il soprannome di Empirico e svolse la sua attività
fra il 180 e il 214 d. C. Di lui possediamo tre scritti. I Lineamenti
(Ipotiposi pirroniane), in tre libri, sono un compendio di filosofia
scettica. Gli altri due sono tradizionalmente compresi sotto il titolo imprpprio
Contro i matematici. Ora il màtemata è l’insegnamento nel
significato oggettivo, la scienza in quanto oggetto dell’insegnamento;
matematici sono quindi i cultori delle scienze, cioè di grammatica,
retorica e delle scienze del quadrivio (come furono dette nel Medio Evo) che
Platone nella Repubblica poneva come propedeutiche alla dialettica:
geometria, aritmetica, astronomia e musica. Contro queste scienze sono dirette i
libri I-VI dell’opera. I libri VII-XI sono diretti contro i filosofi dogmatici.
Questi scritti di Sesto sono importanti non solo perché rappresentano la
summa di tutto lo scetticismo antico, ma anche perché sono fonti preziose
per la conoscenza delle stesse dottrine che combattono. I punti più famosi delle
confutazioni di Sesto, oltre la dottrina dei tropi, sono i seguenti:
Critica della deduzione e
dell’induzione. – La deduzione è sempre un circolo vizioso
(diallele). Quando si dice: “Ogni uomo è animale, Socrate è uomo; dunque
Socrate è animale”, non si potrebbe porre la premessa “ogni uomo è animale” se
già non si ritenesse dimostrata la conclusione, che Socrate, come uomo, è
animale. Perciò mentre si ha la pretesa di dimostrare la conclusione derivandola
da un principio universale, in realtà la si presuppone già dimostrata.
Dall’altro lato, l’induzione non ha maggiore validità. Se essa infatti è fondata
soltanto sull’esame di alcuni casi, non è sicura, potendo i casi non esaminati
sempre smentirla; e se si pretende che sia fondata su tutti i casi particolari,
il suo compito è impossibile perché tali casi sono infiniti (Pirr. hyp.,
II, 193, 204).
Critica del concetto di
causa. – Si dice che la causa produce l’effetto; dunque essa dovrebbe
precedere l’effetto e sussistere prima di esso. Ma se sussiste prima di produrre
l’effetto, è causa prima di esser causa. D’altronde la causa non può
evidentemente seguire l’effetto; né essere contemporanea con esso perché
l’effetto non può nascere se non da qualcosa che sussiste già prima.
Critica della teologia
stoica. – Sesto ha insistito lungamente sulle contraddizioni implicite nel
concetto stoico della divinità. Secondo gli Stoici tutto ciò che esiste è
corporeo; dunque anche Dio. Ma un corpo o è composto ed è soggetto a
dissolvimento, quindi mortale; o è semplice e allora è acqua o aria o terra o
fuoco. Dio dunque dovrebbe essere o mortale o un elemento inanimato; il che è
assurdo. Dall’altro lato, se Dio vivesse sentirebbe, e se sentisse,
riceverebbe piacere e dolore; ma dolore significa turbamento e se Dio è capace
di turbamento è mortale. Altre difficoltà derivano dall’ attribuire tutte le
perfezioni a Dio. Se Dio ha tutte le virtù, ha anche il coraggio; ma il coraggio
è la scienza delle cose temibili e non temibili, dunque c’è qualcosa di temibile
per Dio; il che è assurdo. Sesto Empirico si serviva di tutti questi argomenti
per convalidare l’atteggiamento scettico della sospensione del giudizio.
Nella vita pratica lo scettico
deve, secondo Sesto, seguire i fenomeni. Perciò quattro sono le guide
fondamentali: le indicazioni che la natura gli dà attraverso i sensi, i bisogni
del corpo, la tradizione delle leggi e dei costumi e le regole delle arti. Con
queste regole gli ultimi Scettici cercarono di differenziarsi dal criterio,
suggerito dalla media Accademia, dell’azione motivata o ragionevole. Secondo
Sesto il vero scettico non ammette neppure di sapere che non è possibile saper
nulla, ma si limita alla pura ricerca, cioè ad un’indagine aperta
per principio.
7. Lo Scetticismo nella
storia
Pur essendo sempre stato riconosciuto come uno dei
possibili atteggiamenti di fronte alla vita e come una delle grandi alternative
filosofiche del pensiero umano, lo Scetticismo greco non ha avuto molta fortuna
nella storia della cultura occidentale.
Anzi, spesso, come si è detto, è stato banalizzato e
ridotto a pseudo-filosofia.
Ciò non toglie che anche lo
Scetticismo abbia avuto i suoi ammiratori. Ad esempio, Montaigne, Hume e
Schulze, per citare qualche nome, pur cercando di mitigarne le affermazioni più
radicali e paradossali e di renderlo più “praticabile”, si sono esplicitamente
richiamati alla sua lezione.
Comunque, al di là della sua
limitata fortuna, lo Scetticismo, nella storia del pensiero, ha soprattutto
agito: 1) come pungolo della ricerca filosofica e come monito contro ogni
dogmatismo immemore del carattere problematico delle costruzioni concettuali
umane; 2) come “scetticismo metafisico”, cioè come radicale messa in discussione
di ogni discorso che si proponga di andare oltre i fenomeni dell’esperienza. E
in tutte e due i casi, l’eredità scettica, soprattutto nel pensiero moderno e
contemporaneo, è stata e continua ad essere oggettivamente notevole.