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Schopenhauer: Il dolore, la noia e gli inganni della volontà
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L'uomo, che è «la piú alta oggettivazione della volontà», è il piú infelice
degli esseri, perché consapevole della sua condizione di perenne bisogno e
(poiché il bisogno genera dolore) del proprio dolore. Egli sa che «vuole» per
soddisfare i suoi bisogni, e sa pure che non c'è termine al volere, che dalle
ceneri di una fugace «soddisfazione» nascerà un nuovo, piú imperioso bisogno.
L'uomo è il piú bisognoso di tutti gli esseri; egli è in tutto e per
tutto un volere, un abbisognare reso concreto, il concretamento di mille
bisogni. Con questi egli sta sulla terra, abbandonato a se stesso, incerto di
tutto fuorché delle proprie miserie e delle proprie necessità. Volere e aspirare
è tutta la (sua) essenza, simile davvero a una sete inestinguibile. Ma la base
di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore a cui l'uomo è legato per
natura sin dall'origine. (Il mondo come volontà e
rappresentazione) Né trova godimento nella «soddisfazione»;
questa, sí, sospende il dolore, ma genera noia; aiuta a vivere, ma rivela anche
il vuoto e il peso di una vita senza senso.
Ma quando gli vengono a mancare gli oggetti del desiderio, quando
questo è rimosso da un troppo facile appagamento, un tremendo vuoto e la noia
l'opprimono: cioè la sua natura e il suo stesso essere diventano un peso
intollerabile. Non appena miseria e dolore concedono all'uomo una tregua, la
noia è subito vicina a tal punto che egli ha necessariamente bisogno di un
passatempo. Ciò che occupa e tiene in agitazione tutti gli esseri viventi è
l'aspirazione all'esistenza. Ma della esistenza, una volta che sia loro
assicurata, non sanno che farsene; perciò il secondo impulso che li fa muovere è
lo sforzo di alleggerirsi del peso dell'essere, di renderlo insensibile, di
«ammazzare il tempo», cioè di sfuggire alla noia. (Il mondo come volontà
e rappresentazione) Sicché per l'uomo non c'è scampo:
La sua vita oscilla così, come un pendolo, di qua e di là, fra il
dolore e la noia, che sono i suoi veri elementi costitutivi; (Il mondo
come volontà e rappresentazione) anche se, precisa Schopenhauer,
il dolore caratterizza prevalentemente il popolo minuto, spinto costantemente
dall'esigenza di assicurarsi la vita fisica, la noia le «classi elevate», che
dispongono di mezzi maggiori per conseguire la soddisfazione. La cura che l'uomo
dedica alla sua vita non ha altra radice se non la paura della morte.
Egli lotta in ogni attimo della sua esistenza contro la morte, celebrando in
sé la potenza della volontà cosmica; ma egli sa pure che ad essa non può
sfuggire, perché la morte è la sua destinazione finale. Sicché, paradossalmente,
il suo vivere è un avvicinarsi inesorabilmente alla morte, la sua vita è un
continuo morire.
L'ansia per la conservazione di questa sua esistenza riempie di
regola l'intera vita dell'uomo. La vita della maggioranza non è che continua
battaglia per l'esistenza, con la certezza della sconfitta finale. Ma ciò che fa
perdurare l'uomo in questa battaglia cosí accanita non è tanto l'amor della
vita, quanto la paura della morte. La vita stessa è un mare pieno di scogli e di
vortici, ai quali l'uomo cerca di sfuggire con massima prudenza e cura, pur
sapendo che, anche quando riesca con sforzi e precauzioni di scamparne, si
avvicina ad ogni passo, anzi vi dirige in linea retta il timone, al totale,
inevitabile, irreparabile naufragio: la morte. La sua esistenza dunque è un
perenne morire. Come il nostro cammino ci appare come una caduta costantemente
trattenuta, cosí la vita del nostro corpo è una morte costantemente trattenuta,
una morte rinviata ad ogni istante. Ciascun respiro respinge la morte che ognora
incombe, con la quale noi ci troviamo a combattere ad ogni minuto, come la
combattiamo, ad intervalli piú lunghi, con ciascun pasto, con ciascun sonno.
Alla fine la morte deve vincere, perché ad essa apparteniamo già per il fatto di
essere nati, ed essa gioca per qualche tempo con la sua preda prima di
divorarsela. E noi intanto continuiamo la nostra vita con grande interesse e con
grande sollecitudine, fin quando è possibile, come si gonfia piú a lungo che si
può una bolla di sapone, pur sapendo certamente che scoppierà. (Il mondo
come volontà e rappresentazione) Sicché la condizione dell'uomo
è contraddittoria: arde dal desiderio di vivere, ma proprio questo desiderio
genera quello della morte, di una morte liberatrice dalla condizione di
malessere in cui egli trascina la sua vita. Una vita che rivela tutta la sua
vacuità se si considera che neppure il piacere è qualcosa di reale, non
consistendo esso se non nella soppressione del dolore, nell'estinzione di un
bisogno. Reale è solo il dolore.
Noi sentiamo il dolore, ma non la mancanza del dolore; sentiamo la
paura, ma non la tranquillità. Sentiamo il desiderio, come sentiamo la fame e la
sete; ma appena esso è soddisfatto, non abbiamo piú niente da fare con esso,
come avviene col boccone goduto, il quale nel momento in cui viene ingoiato,
cessa di esistere per la nostra sensibilità. Soltanto il dolore e la privazione
si possono percepire positivamente e si annunciano quindi da sé: il benessere
invece è soltanto negativo. Non ci accorgiamo perciò dei tre grandi beni della
vita, la salute, la giovinezza, la libertà come tali, finché li possediamo, ma
solo dopo che li abbiamo perduti: poiché anch'essi sono negazioni. (Il
mondo come volontà e rappresentazione) E, cosa apparentemente
ancora piú assurda, quanto piú crescono, in numero e qualità, i piaceri, tanto
piú si accresce la capacità di percepire il dolore.
A misura che i godimenti crescono, diminuisce la sensibilità per
essi: ciò che è abituale non viene piú sentito come godimento. Appunto per ciò
cresce la sensibilità per il dolore, perché la privazione di ciò che è abituale
viene sentita dolorosamente. Cosí nel possesso cresce la misura de] necessario e
quindi la capacità di provare dolori. Le ore passano tanto piú veloci quanto piú
sono piacevoli, tanto piú lente quanto piú sono penose, poiché ciò che e
positivo non e il godimento, ma il dolore, la cui presenza si rende sensibile.
La nostra esistenza è piú felice allorché meno ce ne accorgiamo: ne consegue che
sarebbe meglio non averla. (Il mondo come volontà e
rappresentazione) Ma a che cosa servirebbe togliersi la vita col
suicidio? A niente; esso non annullerebbe la volontà di vivere; anzi esso
sarebbe generato proprio dal desiderio di una vita diversa; sarebbe
l'espressione suprema della sua prepotenza. Stando cosí le cose, niente è piú
assurdo per l'uomo che nutrire un visione ottimistica del mondo, che credere che
questo mondo sia «il migliore possibile».
Se si conducesse il piú ostinato ottimista attraverso gli ospedali,
i lazzaretti, le sale chirurgiche, le prigioni, le stanze di tortura, i recinti
degli schiavi, nei campi di battaglia e nei tribunali, aprendogli tutti i
sinistri covi della miseria, e facendogli vedere alla fine la torre della fame
di Ugolino, certamente anch'egli potrebbe capire di qual specie sia questo
meilleur des mondes possibles. Perciò non posso trattenermi dal
dichiarare che l'ottimismo mi sembra non solo una dottrina assurda, ma anche
iniqua, un amaro scherno dei mali innominabili sofferti dall'umanità. (Il
mondo come volontà e rappresentazione)
Se tutto ciò che avviene
a livello di individuo, come ciò che avviene a quello della storia e del cosmo,
non è altro che effetto del potere della volontà; e quindi, se anche ciò che
l'uomo crede «valori» - la socialità, l'amore -, non sono che «inganni», in
quanto essi sorgono solo perché l'individuo non viva in solitudine la totale
soggezione alla volontà; se anche la sua brama di prolungare la sua vita in
quella dei figli, e quindi, in generale, la conservazione della specie, non è
che un mezzo attraverso cui la volontà si consente di «replicare» se stessa, di
«moltiplicare» le sue «oggettivazioni»; non c'è per l'uomo, allora, nessuno
spazio di libertà? Non c'è per lui nessuna possibilità di sfuggire a questa
legge diabolica della volontà, di sottrarsi a questo male metafisico e di
liberarsi in qualche modo dalla sua condizione di dolore?
A queste domande Schopenhauer dà una risposta sorprendente, e, forse, neppure
troppo coerente, frutto di «fede» piuttosto che di conseguenzialità logica. Sí,
l'uomo ha la possibilità di sottrarsi al gioco spietato della volontà: con
l'arte, con la vita etica, e, al grado supremo, con
l'ascetismo.
È vero, sostiene Schopenhauer, l'uomo non è libero; il suo libero arbitrio,
nelle scelte concrete, è pura illusione. Tuttavia l'esperienza interiore che noi
abbiamo di noi stessi ci rivela, nonostante tutto, che noi ci sentiamo
responsabili delle nostre azioni. Se l'uomo nella sua condizione «mondana» è
condizionato, tuttavia il suo spirito, considerato come «puro», metafisicamente
è libero. C'è pertanto una libertà originaria che bisogna recuperare anche a
livello mondano. Essa non ci consentirà, certo, di annullare in noi la nostra
essenza di «volontà»; ma può permetterci di «neutralizzarne» l'azione e gli
effetti, e quindi di non sentirci «schiavi» di essa; di «negare» in noi la
«volontà di vivere», di «vivere» «non volendo vivere», «non desiderando»
ciò di cui la nostra vita ha bisogno, e a cui tendiamo per necessità. Possiamo
dunque relazionarci alle cose, senza renderle «oggetti di desiderio», come le
concezioni mistiche orientali indicano.
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