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Schopenhauer: L’arte e la compassione
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Che ciò sia possibile lo testimonia l'esperienza artistica; che quindi
rappresenta la prima forma di liberazione. Nella creazione e nella
contemplazione artistica noi sottraiamo l'oggetto alle sue relazioni spaziali,
temporali, causali, con gli altri oggetti e con noi stessi. Esso non è un
termine di desiderio, non ci trascina a sé; siamo noi invece che ci proiettiamo
in esso, per contemplarvi il suo nucleo ideale, il suo valore universale, il suo
significato generale. Svestito della sua particolarità, non lo consideriamo
mezzo per la soddisfazione di un nostro bisogno. Noi stessi perdiamo il senso
della nostra particolarità, della nostra identità storica, per smarrirci nella
contemplazione, per dissolverci nell'intuizione della bellezza. Il piacere
estetico è dunque senza fine pratico, è puramente gratuito, e pertanto pone
l'uomo fuori del dominio della volontà, fuori dall'aspirazione al possesso. Esso
non implica azione, ma solo contemplazione, e pertanto ci tira fuori dalla
«logica» di dolore che domina la vita dell'uomo comune.
Quando, sollevati dalla potenza dello spinto, abbandoniamo la solita
maniera di considerare le cose e cessiamo di ricercare le loro relazioni
reciproche, il cui ultimo fine è sempre la relazione con la nostra volontà, e
perciò non consideriamo piú nelle cose il dove, il quando, la causa, e lo scopo,
ma unicamente e soltanto che cosa sono; quando non permettiamo che il pensiero
astratto e i concetti della ragione occupino la coscienza, ma in luogo di tutto
questo, consacriamo la forza del nostro spirito all'intuizione e vi ci
sprofondiamo completamente, e lasciamo che l'intera nostra coscienza si riempia
della serena contemplazione dell'oggetto naturale che ci sta davanti, sia esso
paesaggio, albero, roccia, edificio o altra cosa, e ci perdiamo totalmente in
questo oggetto, dimenticando la nostra individualità e la nostra volontà e
sussistendo soltanto come soggetto puro, come limpido specchio dell'oggetto,
sicché è come se l'oggetto fosse solo senza nessuno che lo percepisce, e quindi
non si può separare il contemplante dalla contemplazione, ma formano ambedue un
solo tutto, essendo l'intera coscienza completamente riempita e presa da
un'unica intuitiva immagine; quando finalmente l'oggetto viene ad essere in tal
maniera fuori d'ogni relazione con altro, e il soggetto da qualsiasi relazione
con la volontà; allora ciò che viene conosciuto non è piú la cosa particolare
come tale, ma è l'idea, l'eterna forma...: nello stesso tempo l'individuo
assorto nella contemplazione non è piú individuo, poiché l'individuo in questa
contemplazione si è perduto, ma è puro soggetto di conoscenza, libero
dalla volontà, dal dolore, dal tempo. (Il mondo come volontà e
rappresentazione)
L'esperienza estetica, vissuta al sommo grado dal genio, ma
accessibile a tutti gli uomini, non può esaurire l'esigenza di liberazione
dell'uomo; essa è generalmente di breve durata, e non costituisce una radicale
negazione del «desiderio», ma solo una consolazione che l'uomo, oppresso da
tante afflizioni, si procaccia per sopravvivere.
Egli, osservando lo spettacolo della oggettivazione della volontà,
rimane come affascinato, né mai si stanca di contemplarlo e di riprodurlo; e
frattanto egli stesso paga le spese di questo spettacolo, poiché egli stesso
è la volontà che si oggettiva In quel modo, e rimane nel suo
eterno dolore. Quella pura, vera e profonda cognizione dell'essenza del mondo
costituisce Il suo unico e supremo fine, ed egli vi si ferma. Perciò essa non è
per lui come per il santo arrivato alla rassegnazione - un quietivo della
volontà non lo libera dalla vita per sempre, ma soltanto per un breve momento, e
perciò non è ancora il mezzo per uscire dalla vita, ma soltanto un conforto
momentaneo; fino a che l'artista, sentendosi ormai piú forte, non si stanchi del
gioco e si rivolga alle cose serie. (Il mondo come volontà e
rappresentazione) Il secondo grado della «liberazione» è la vita
etica, il comportamento virtuoso. Premesso che nessuna concezione etica crea
uomini virtuosi, nobili, santi, come nessuna dottrina estetica crea poeti,
scultori, musicisti, e quindi che la vita etica nasce dall'interiorità dell'uomo
che avverte in sé il bisogno d'esser virtuoso, Schopenhauer si sforza di
mostrare che, nonostante che l'uomo sia meccanicamente determinato nei suoi
comportamenti, tuttavia egli è essenzialmente libero, e quindi può esser
virtuoso. Seguiamone il ragionamento. Ogni azione ha le sue «cause agenti»;
queste, nel comportamento dell'uomo, sono i suoi pensieri Ma uno stesso pensiero
può produrre in uomini diversi comportamenti diversi; ciò perché ogni uomo ha un
suo «carattere empirico»: questo è strettamente individuale, è
empirico, nel senso che solo attraverso l'esperienza s'impara a
conoscerlo, è costante, cioè non varia lungo il corso degli anni, ed è
innato, ossia non prodotto da tecniche o da circostanze fortuite, ma
dalla natura stessa. Orbene: tale carattere determina meccanicisticamente il
comportamento, ogni manifestazione pratica è regolata «rigorosamente»,
sottolinea Schopenhauer dalla legge della causalità. Tuttavia
l'individuo, per il suo carattere innato e immutabile, è soltanto
fenomeno. Ma la cosa In sé, che gli sta al fondo, trovandosi fuori del
tempo e dello spazio e sottratta alla successione e alla molteplicità degli
atti, è una e Immutabile. La sua natura in sé, è il carattere
intelligibile, il quale, egualmente presente in tutte le azioni
dell'individuo e impresso in tutte, come un sigillo in mille impronte, determina
il carattere empirico del fenomeno che si esplica nel tempo e nella
successione degli atti. (Il fondamento della
morale) Sicché l'uomo, per il suo carattere empirico, è
determinato meccanicisticamente nelle sue azioni, ma per il suo carattere
intelligibile in quanto noumeno, considerato in sé, nella sua natura
profonda, è libero da ogni determinismo, ed è quindi responsabile delle sue
azioni. Quando queste implicano un rapporto con gli altri esseri umani, esse
possono produrre o il bene o il male degli altri. Quindi in quanto carattere
intelligibile l'uomo si sente responsabile del bene e del male che compie.
Egli può compiere o omettere un'azione solo per due possibili fini: o il bene e
il male degli altri, o il bene e il male proprio; nel secondo caso l'azione o
l'omissione è priva di valore morale; nel primo caso lo avrà. Quando il
comportamento avrà come fine solo il bene dell'altro, sarà buona,
altrimenti cattiva.
Ma, poiché l'uomo è volontà, e pertanto aspira, per tendenza, solo al
suo bene, com'è possibile che egli metta da parte se stesso per mirare al bene
altrui? La condizione, sostiene Schopenhauer, perché egli agisca moralmente, è
la pietà, o compassione, che implica una conversione in quanto richiede
una partecipazione al dolore dell'altro come se fosse proprio.
Perciò è necessario che io partecipi del suo dolore come tale, che
io senta il suo dolore come di solito sento il mio, e che perciò io voglia
direttamente il suo bene come di solito voglio il mio. Ma ciò esige che io mi
identifichi in qualche modo a lui, cioè che ogni differenza tra me e un altro,
sulla quale si fonda il mio egoismo, sia, almeno in un certo grado, soppressa.
Questo complesso di pensieri qui analizzato non è né fantastico, né campato in
aria, ma è realissimo e nemmeno raro: è il fenomeno della pietà, cioè
della partecipazione, immediata e incondizionata, ai dolori altrui, e perciò
alla cessazione o alla eliminazione di questi dolori, nella quale consiste ogni
contentezza, ogni benessere e felicità. Questa pietà è l'unica base effettiva di
una giustizia spontanea e di ogni carità genuina. Appena questa pietà si
fa viva, il bene e il male degli altri mi stanno immediatamente a cuore allo
stesso modo, se non proprio allo stesso grado, del mio stesso bene: cosí ogni
differenza fra lui e me non esiste piú. Questo evento è misterioso: è un fatto,
di cui la ragione non può render conto direttamente e le cui cause non si
possono scoprire mediante la esperienza. (Il fondamento della morale)
Per riassumere, dunque: l'uomo ha la possibilità misteriosa di capovolgere il
suo atteggiamento, di passare dall'egoismo, che è la norma della sua vita
quotidiana, alla compassione; quando ciò avviene, egli agisce moralmente e, cosa
rilevante, trova la sua felicità; perché ha annullato in sé la volontà, che mira
solo alla propria soddisfazione, è uscito fuori di sé, col pensiero, per
partecipare del dolore altrui. Cosí si è sottratto alla legge del dolore.
La pietà, poi, secondo Schopenhauer, è la radice delle virtù cardinali che
sono la giustizia e la carità, la prima, che trova la sua
espressione nel principio neminem laede, è il trattenersi dal causare
all'altro dolore nuova sofferenza, ed è quindi soltanto l'aspetto «negativo»
della pietà; la seconda, che Schopenhauer sintetizza nel principio omnes,
quantum potes, juva, è il suo aspetto «positivo», e consiste
nell'aiutare operosamente il proprio simile, col sacrificio delle proprie
energie, fisiche e morali, o dei propri averi, o anche di se stesso, cioè del
proprio benessere, della propria libertà, e persino, se necessario, della
propria vita.
Sia la giustizia, sia la carità, rappresentano l'autentica neutralizzazione
della volontà nell'uomo virtuoso. Quanto alla prima: l'affermazione della
volontà porta naturalmente all'ingiustizia e alla violenza, perché i nostri
bisogni, i nostri impulsi hanno il predominio nella nostra coscienza, e non
esitano a servirsi degli altri come mezzo per la propria soddisfazione,
offendendoli o nella proprietà o nella persona, e quanto alla persona, o nello
spirito o nel corpo; per prevenire o punire l'ingiustizia acquista significato
la potenza coercitiva dello stato. Quanto alla seconda: la carità esige una vera
e propria trasformazione di sé, perché il fine dei propri pensieri e delle
proprie azioni non è piú se stesso, ma l'altro; anzi essa implica che l'uomo
«riconosca se stesso e il suo vero essere in un altro».
Se una persona fa l'elemosina senza pensare ad altro che ad
alleviare la miseria che opprime un infelice, ciò è possibile solo se sappia che
è lui stesso quello che gli appare sotto quel miserabile aspetto, e riconosca il
suo proprio, Intimo essere in quell'apparenza estranea. (Il fondamento
della morale) Con la pietà dunque, specie nella forma della
carità, si sopprime la propria particolarità, e si ritrova l'unità con gli altri
uomini, e quindi la solidarietà, che consente agli uomini di non trovarsi «soli»
di fronte al proprio doloroso destino.
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