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Socrate
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Socrate
Atene
c. 469 - 399 a. C. Figlio dello scultore Sofronisco e della levatrice
Fenarete. Sposò prima Mirto (sembra) e Santippe, dal carattere
intrattabile (stando almeno ai filosofi cinici, che erano avversi al
matrimonio), da cui ebbe, in tarda età, due figli. partecipò alla vita
politica del suo tempo, simpatizzando per i Trenta Tiranni, di cui pure
non condivise certi eccessi; "di fisico fortissimo", combatté durante
la guerra del Peloponneso, a Potidea e a Delo, dimostrando coraggio;
testimoni riferirono di vederlo concentrarsi in sè stesso, come
dimentico del mondo intorno a sè e insensibile anche al dolore (è
Maritain a sottolineare questi aneddoti, vedendovi una prima origine
esperineziale del concetto di anima, come interiorità non interamente
condizionabile dall'esterno). di aspetto brutto e satiresco, ebbe però
un fascino irresistibile per la sua forte personalità. Praticò il
dialogo nelle strade e nelle piazze di Atene Al ritorno della
democrazia egli venne guardato con sospetto, per le sue precedenti
preferenze politiche. Accusato, pretestuosamente, di corrompere la
gioventù con dottrine atee, fu condannato a bere la cicuta. Affrontò
tale morte con serenità, rifiutando l'esilio e la fuga, confermando
così nei suoi discepoli una ammirazione sconfinata. Platone, il suo
discepolo più importante (filosoficamente) presenta lo spirito che
animava il maestro come un voler insegnare agli uomini a conoscere e a
curare se stessi , mettendogli in bocca queste parole: O miei
concittadini di Atene, io vi sono obbligato e vi amo; ma obbedirò
piuttosto al Dio che a voi; e finché io abbia respiro, e finché io ne
sia capace, non cesserò mai di filosofare e di esortarvi e ammonirvi,
chiunque io incontri di voi e sempre, e parlandogli al mio solito modo,
così: "O tu che sei il migliore degli uomini, tu che sei Ateniese,
cittadino della più grande città e più rinomata per sapienza e potenza,
non ti vergogni tu a darti pensiero delle ricchezze per ammassarne
quante più puoi, e della fama e degli onori; e invece della
intelligenza e della verità e della tua anima, perché ella diventi
quanto è possibile ottima, non ti dai affatto né pensiero né cura?". E
se taluno di voi dirà che non è vero, e sosterrà che se ne prende cura,
io non lo lascerò andare senz'altro, né me ne andrò io, ma sì lo
interrogherò, lo studierò, lo confuterò; e se mi paia che egli non
possegga virtù ma solo dica di possederla, io lo svergognerò
dimostrandogli che le cose di maggior pregio egli tiene a vile e tiene
in pregio le cose vili. E questo io lo farò a chiunque mi capiti, a
giovani e a vecchi, a forestieri e a cittadini; e più ai cittadini; a
voi, dico, che mi siete più strettamente congiunti. Questo, voi lo
sapete bene, è l'ordine del Dio, e io sono persuaso che non ci sia per
voi maggior bene nella città di questa mia obbedienza al Dio. Né altro
in verità io faccio con questo mio andare attorno se non persuadere
voi, e giovani e vecchi, che non del corpo dovete aver cura né delle
ricchezze né di alcun'altra cosa prima e più che dell'anima, sì che
ella diventi ottima e virtuosissima; e che non dalle ricchezze nasce
virtù, ma dalla virtù nascono ricchezze e tutte le altre cose che sono
beni per gli uomini, così ai cittadini singolarmente come allo Stato '.
Platone, Apologia di Socrate, 29 d - 30 b (traduzione di M.
Valgimigli).
La "questione socratica: - Socrate
non ha voluto scrivere niente, diffidando dalla comunicazione scritta,
che inganna e illude, per puntare tutto sul dialogo vivo;
- come possiamo allora sapere che cosa ha detto?
- fondandoci
sulle testimonianze di chi lo ha conosciuto: Platone, Senofonte,
Aristifane, e di chi, senza averlo conosciuto, ne ha sentito parlare da
testimoni diretti (come Aristotele).
Il fine della filosofia per Socrate: - non
è, come per i sofisti, la persuasione a tutti i costi (anche a scapito
della verità) di un uditorio numeroso, con discorsi lunghi e che
facevano leva sull'emotività
- ma l'educazione dell'individuo, dell'anima, sul fondamento della verità, razionalmente raggiunta, con discorsi brevi e logici.
Il metodo socratico: la dialettica
la dialettica di Socrate si scandiva in quattro aspetti fondamentali:
- l'ignoranza ("so di non sapere nulla")
- l'ironia
- la confutazione (elegxow)
- la maieutica
non
l'essere e il cosmo, ma l'uomo è oggetto della riflessione socratica;
l'uomo non è essenzialmente il suo corpo, ma la sua anima e l'anima è
essenzialmente ragione dunque realizzare l'umano è realizzare la
razionalità, comportarsi razionalemente il bene è quindi agire secondo
ragione: questa è la virtù; le passioni e il piacere non collimano
sempre con la razionalità: non sono in sè negativi, ma devono essere
dentro la armonia e la misura dettate dalla ragione; per attuare il
bene è necessario e sufficiente conoscerlo (intellettualismo
socratico): è impossibile fare il male sapendolo tale; una divinità
esiste, e va riconosciuta, ma il motivo per cui bisogna fare il bene è
tutto nella nostra stessa umanità (non sperando in premi o temendo
castighi ultraterreni, ma per fedeltà a noi stessi).
Socrate
era un aristocratico, amava cose inutili, lontane, quelle che le masse
e i politici disprezzano. Dava, invece, scarsissima importanza agli
oggetti dai quali la gente fa dipendere il proprio destino. Per questo
Socrate era libero come pochissimi lo sono. Non si piegò davanti alla
forza delle cose immediate. Il verdetto dei giudici, con il quale lo
condannarono a morte, distrusse loro e non il Saggio di Atene. Essi ne
erano coscienti sin dall'inizio; il processo e la condanna di Socrate
devono aver scosso gli ateniesi, dato che dal 399 Le Nuvole di Aristofane non sono state più messe in scena. Socrate
si rendeva perfettamente conto di vivere nella caverna degli schiavi,
allegoria di quanti, incatenati alle loro opinioni e ai loro
pre-giudizi, riducono la conoscenza ai ragionamenti che identificano
con i calcoli. Costoro, non essendo sicuri del valore conoscitivo di
tali operazioni, accettano come verità nella vita sociale ciò che
risulta dal sorteggio oppure dalla votazione. Calcolano perfino l'uomo,
come se fosse oggetto tra gli altri oggetti: accettando come norma
inviolabile il responso della "maggioranza" si attinge l'energia
indispensabile per poter continuare a calcolare... In
tal modo, poiché nella caverna la verità degli esseri è sostituita
dalle loro ombre, tutto degenera in politica, che a sua volta diventa
demagogia di chi aspira al potere. Nella caverna politica dominano
coloro che sono capaci di conquistare il cosiddetto consenso; per
poterlo ottenere, si adeguano alle voglie più immediate delle masse o
dei forti nel calcolare. Spesso questa relazione sociale
"demagogo-popolo" viene chiamata democrazia. Dove
non c'è la verità, la cui conoscenza darebbe ragione a chi la conosce
anche se fosse solo contro tutti, la quantità governa ogni cosa e tutto
viene misurato con il criterio della quantità. Laddove non c'è la
verità, non c'è neppure il bene, sostituito dalla forza come principio
di soluzione delle controversie. Nella caverna non siamo condotti,
ovvero educati, da coloro che Socrate avrebbe definito competenti, cioè
da quelli che s'intendono dell'uomo come uomo. Chi vuole addestrare un
cavallo, non lo affida al calzolaio oppure all'opinione della
maggioranza, ma a colui che di cavalli se ne intende. Eppure nel caso
dell'uomo, diceva Socrate, ci comportiamo come se fosse l'opinione
attuale della maggioranza a decidere chi sia l'uomo e chi egli debba
essere. Nella condizione della caverna, la quantità è divenuta divinità
statale. Così accade frequentemente che taluni pieghino davanti ad essa
perfino le loro teologie. Socrate, che non le sottomise la propria
coscienza morale, e per questo dovette morire, avrebbe molto da dire a
tanti teologi di oggi. "Dunque,
mio ottimo amico, non dobbiamo affatto curarci di ciò che sul nostro
conto dirà il mondo, ma di ciò che dirà chi s'intende del giusto e
dell'ingiusto, questi solo e la verità stessa" (Critone, 48 a). Perché
uno possa servire l'uomo, dovrebbe prima sapere chi egli sia. Il
calzolaio conosce l'essenza delle scarpe, gli altri sanno solo usarle.
Colui che non conosce l'uomo, sa solo usarlo. Chi è competente riguardo
all'uomo? Chi sa qual è la sua verità? Cosa significa conoscere l'uomo,
sicché uno possa essere libero dall'opinione della maggioranza attuale
e non essere giudicato da essa, anche se questa lo condannasse a morte?
Solo un tale uomo, se c'è, si intende di giustizia, di come renderla
alla verità dell'essere umano. Egli scopre dentro di sé qualcosa che
gli permette di giudicare tutto; solo l'uomo istruito nella verità è
giudice della realtà. Chi poi non segue un tale competente riguardo
all'uomo, avverte Socrate, distrugge se stesso (Critone, 47 d).
È
chiaro che essere competente riguardo all'uomo significa essere
soggetto, soggetto che giudica: gli oggetti, invece, sono giudicati. La
soggettività dell'uomo si esprime in questa competenza. Quindi, perché
sia possibile essere soggetto, occorre che ci sia la verità dell'uomo.
Senza la verità, infatti, non è possibile la competenza come tale.
Intendersi dell'uomo significa intendersi della verità che lo
costituisce. In conseguenza, solo colui che diventa ciò che egli è,
vale a dire solo colui che è soggetto, un essere libero, si intende
dell'uomo. "Conosci te stesso!" significa: diventa te stesso! Sii
soggetto! Sii giudice! Giudice dei giudici! Non
è facile per l'uomo conoscere l'uomo. Noi cristiani sappiamo bene che
senza la rivelazione della Persona Divina di Cristo saremmo condannati
a costruire opinioni, diverse ipotesi sul tema di noi stessi. Saremmo
tutto essendo niente. Socrate ammetteva onestamente che non conosceva l'uomo; "so di non sapere nulla". Ma Socrate desiderava conoscerlo.
E questo desiderio doveva aver già un valore conoscitivo, perché
Socrate era libero dalle opinioni sul problema dell'uomo; la libertà è
dalla verità. Dunque, il desiderio socratico sarebbe conoscenza?
Quindi, che cos'è la verità dell'uomo, se il desiderio di essa già ci
rende liberi? Questa verità sarebbe forse così grande che possiamo solo
desiderarla? Sarebbe più grande di noi stessi? Chi desidera, cerca. In Socrate, dopo che ebbe udito il responso dell'oracolo di Delfi, avvenne un cambiamento essenziale. L'oracolo
aveva infatti detto che nessuno era più saggio di Socrate. Il filosofo
di Atene si stupì, perché aveva la certezza di non saper nulla. Sapeva
solo questo. Niente di più. Ma desiderava molto di più. In conseguenza
il suo desiderio della verità, la sua sete di essa, si esprimeva nel
modo particolare di porre domande sull'uomo. Socrate viveva delle
domande intorno a quei beni, privo dei quali l'uomo cessa di essere se
stesso; cercava così di conoscere l'essenza della giustizia, l'essenza
del coraggio (senza il quale l'uomo non può essere giusto), l'essenza
della politica (non del gioco di potere fra i partiti) e così via.
Poneva domande sulla verità e sul bene senza di cui l'uomo può essere
tutto tranne se stesso; e proprio a queste domande non sapeva dare
risposte. Non sapeva cosa c'era dentro l'uomo. E solo questo sapere
riteneva meritasse il titolo di saggezza. Allora, cosa intendeva
l'oracolo dicendo che Socrate era il più saggio tra gli uomini? Non
mentiva, non poteva farsi beffe di lui; la menzogna e le beffe non
convengono alla divinità. Socrate, indirettamente obbligato
dall'oracolo, cominciò a visitare i suoi conoscenti invitando quanti
pensavano di saper qualcosa a definire l'essenza di quelle cose la cui
conoscenza costituisce la saggezza della persona umana. E cosa accadde?
Le definizioni degli "esperti" erano pure costruzioni, lontane dalla
realtà che intendevano evocare. Gli "esperti" conoscevano soltanto ciò
che essi stessi, come avrebbe detto Kant, avevano prodotto; conoscevano
le proprie opinioni. Ognuno di noi è il più saggio tra gli uomini,
solo che sono pochi che rispondono con le domande socratiche a questo
obbligo di diventare ciò che siamo. Infatti, pochi sono quelli che
vogliono ascoltare la voce che sorge da ciò che è dentro l'uomo. Socrate vedeva l'insensatezza di sottomettersi alle opinioni. Non sottomettendosi ad esse, non essendo cioè schiavo, Socrate non si ribellava; egli non reagiva agli stimoli, ma conviveva con la realtà. Proprio per questo egli non scappò dalla prigione. Socrate era libero. Dunque,
nessuno dei conoscenti sapeva chi è l'uomo; ma Socrate era il solo tra
loro a sapere di non saperlo. In conseguenza gli altri non desideravano
conoscere la verità, bastava a loro l'opinione di moda che imponeva che
cosa oggi l'uomo doveva diventare. Solo Socrate, desiderando questa
conoscenza, poteva sensatamente porre domande sull'uomo. Ciò
che il suo desiderio sapeva poteva venire espresso solo in domande. Le
domande non solo chiedono come stanno le cose, ma anche pregano. Il
vero filosofo pensa con l'aiuto di esse; chiede e prega, perché tocca
il mistero della realtà stessa. Il filosofo che non pone tali
domande non pensa. Il pensiero debole è un pensiero privo di domande
che pregano; esso non nasce dal meravigliarsi dell'uomo pontefice della
presenza dell'infinito in ciò che è, ma è costruito dal "semplice
operaio" nella sua relazione di flirt con il tempo e con l'effetto
immediato. Platone
contrapponeva al "semplice operaio" il pontefice cioè quell'uomo che
costruisce un ponte tra il tempo e l'eternità, tra l'immediato e
l'escatologico. Solo il pontefice, che nel finito domanda l'infinito,
pensa adeguatamente alla realtà. Il pensiero debole non domanda;
l'uomo debole non chiede e non prega, ritenendo di poter costruire
tutto e di imporre se stesso alla realtà. Socrate
non imponeva se stesso a niente e a nessuno. E proprio in ciò
consisteva la sua competenza riguardo alla persona umana e ai suoi
problemi. La sua "ignorantia" era "docta". Tanto più "docta" quanto più
si rendeva chiaramente conto che l'uomo non si identifica con nessuna
definizione umana. Definire le cose e a maggior ragione definire l'uomo
costituisce un proprium di Dio. Quanto meglio lo sapeva,
tanto di più era vicino alla verità e quindi a se stesso: e quanto più
le era vicino tanto meglio si accorgeva di essere quasi condannato
all'"ignorantia". Vedendo così l'uomo, Socrate scopriva la propria
solitudine in un mondo dominato dagli "esperti", cioè da possessori di
conoscenze, ma nello stesso tempo si sentiva emancipato dai loro
artifizi grazie al suo desiderio di essere nella verità. Questo
desiderio costituiva la sua libertà. Ogni
uomo in quanto è il più grande tra gli uomini vive nella solitudine che
è la sua libertà, perché chi desidera la verità trascende il mondo
attuale e il proprio pensiero calcolatore cercando il Pensiero di Dio.
E il pensiero di Dio non è debole; esso è creativo. L'uomo socratico
pensa fortemente, cioè creativamente, perché pensa con l'aiuto del
desiderio di conoscere quel Pensiero forte come è quello di Dio. Questa è la soggettività dell'uomo! Una tale competenza riguardo
all'uomo, quel desiderio, quel voler essere nella verità del Pensiero
forte, obbligava Socrate a cercarlo. All'uomo la saggezza di Socrate
diventa accessibile, quando tutte le altre cosiddette saggezze, le
saggezze del pensiero debole, lo deludono. Proprio quando si frantuma
in frammenti tutto ciò che abbiamo pensato debolmente di noi stessi,
cominciamo a domandare del nostro futuro, oppure, in altri termini,
cominciamo a domandare chi siamo. Domandando così, preghiamo. Porre simili domande significa ri-nascere; insegnare
agli altri a porle significa aiutarli a loro volta a ri-nascere.
Ri-nasce solo chi pensa e pensa solo chi cerca quel Pensiero forte che
è il Pensiero creatore. Allora rinascere significa ricordarsi di se
stessi, ricordarsi cioè della definizione divina che ci permette di
essere noi stessi e ci difende contro la possibilità di essere tutto e
niente. Tale è, a mio parere, il senso dell'anamnesi platonica e del
metodo maieutico di Socrate. La domanda "chi sei?" che risulta
dall'obbligo del "conosci te stesso!" provoca negli uomini la rinascita
dell'Uomo di cui ognuno di noi è gravido. Questa domanda provoca negli
uomini l'epifania del sacro di cui ognuno è desiderio. In tal modo
Socrate insegnava a pensare paradossalmente ciò che è paradossale, vale
a dire pensare l'uomo. Per lui pensare significava cercare con le
domande la realtà presente nel desiderio dell'uomo, senza la quale
l'uomo non è più uomo. In un certo senso Socrate cercava ciò che aveva
già trovato, altrimenti non avrebbe potuto cercarlo. La verità
dell'uomo, di quel paradosso, di quella coincidentia oppositorum, quale
è la coincidenza di finito e infinito, può essere conosciuta solo in
quanto è desiderata e cercata, perché essa non ci appartiene, siamo noi
che le apparteniamo, per cui la verità dell'uomo non può venire mai
strumentalizzata, cioè ideologizzata. È il finito che ritorna
all'infinito e non viceversa; la riduzione dell'infinito al finito
fatta dai politici che sono solo politici distrugge l'uomo; essa
distrugge il suo pensare e il suo desiderare. Cercare
l'infinito, perduto e dimenticato - l'anamnesi di Platone -costituisce
l'essenza del lavoro. "Conosci te stesso!" significa: lavora! pensa!
desidera! Il pensiero debole è solo un andirivieni mosso dai capricci e
mai un lavoro. Socrate sapeva che la verità è radicata nel divino e
che allora definire le cose significa sforzarsi di intravvederle dal
punto di vista divino, non nostro. Di conseguenza cercare la verità
significa anzitutto disporsi ad un ascolto; forse la Divinità
potrebbe decidere sovranamente di rivelare la verità sul nostro proprio
conto. "Che cosa è mai dell'uomo la sapienza", scrisse Goethe (Ifigenia 2, 1 VI, 169) "se non ascolta attento la volontà dell'altro?". Gli uomini di una volta ascoltavano querce, uccelli e sorgenti. Socrate, che non si interrogava tanto sull'arché del
cosmo quanto su quella dell'uomo, stava con le orecchie tese verso se
stesso. Così ascoltando era presente nelle sue parole e per questo esse
non erano trappole, ma doni. Stava in ascolto sperando che
qualcuno dentro di lui parlasse della verità dell'uomo. Questa voce
potrebbe essere una specie di traccia del Divino agognato dall'uomo. Il
cacciatore guardando le impronte di un animale, vive l'obbligo di
andare in questa e non in quell'altra direzione. "In
me si verifica qualcosa di divino e di demonico ... E questo, che s'è
manifestato in me sin da fanciullo, è come una voce che quando si fa
sentire mi dissuade sempre da ciò che sto per fare, ma non mi spinge
mai ad agire" (Apol. 31 g). Questa voce s'oppose alla
partecipazione di Socrate alla vita politica, lasciandogli aperte tutte
le altre possibilità, che costituiscono ciò che Socrate chiamò agire in
privato. Senza una tal "sorte privata" scelta nel silenzio della
saggezza (cfr. il mito di Er nella Repubblica), prima o poi l'uomo si perderà nel gioco dei partiti. La coscienza dissuadendolo dal desiderare alcune cose e dal compiere alcune azioni perciò stesso obbligava la sua libertà a cercare la
verità. È così che la libertà viene resa se stessa, cioè libertà.
Infatti la saggezza di Socrate si manifestava nelle sue domande che
erano sempre le più lungimiranti. Con il loro aiuto, Socrate usciva
dalla caverna delle opinioni; diventava libero grazie e per la realtà desiderata... La
verità era data ed affidata alla sua speranza presente nel suo
desiderio. Attraverso la speranza camminava sulla strada dei piccoli
beni realizzati da lui quotidianamente in vista di una definitiva
pienezza. Condotto dalla speranza di questa futura pienezza, libero cioè dall'immediato, conduceva altri verso di essa; svegliando la speranza negli altri, svegliava la loro libertà. Socrate era il pedagogo della speranza e della libertà. Facendo piccoli beni si abituava e abituava gli altri a quel grande Bene dell'eternità. La speranza forse non ragiona, ma essa senza dubbio com-prende la
verità abbracciandola, come la terra com-prende il grano messo in essa.
La speranza del finito, nel quale è caduto il grano dell'infinito, è
piena di Futuro malgrado le tenebre attuali; solo la speranza le
dissipa esprimendosi in quel desiderio e in quelle domande che
scandalizzano ogni Atene. Solo la speranza sa cosa c'è dentro l'uomo. È alla speranza, sembra dirci Socrate stesso, che si rivela la Divina Definizione dell'uomo e del cosmo, la
Definizione, che l'uomo non è in grado di ripetere, anche se in un
certo senso ne è capace. L'uomo può solo camminare verso la Definizione
Divina di se stesso. È una strada verso l'infinito; andando verso di
esso, l'uomo è libero dal finito. Proprio in questa libertà per la
Definizione Divina dell'uomo e del cosmo si costituisce la soggettività
della persona umana. Essa si rivela nella vita quotidiana dell'uomo,
non in fugaci e privilegiati momenti, ma nella totalità del suo essere
ed agire; la soggettività dell'uomo risplende nella totalità della sua
vita come un cielo rischiarato da un fulmine da oriente fino ad
occidente. In conseguenza di tutto ciò, la verità non dovrebbe essere tanto definita come adaequatio intellectum cum re, ma piuttosto come adaequatio spei et amoris, adaequatio desiderii cum transcendentia Futura; cioè
con quella realtà infinita da cui proviene quel chiarore grazie al
quale l'uomo può esistere non secondo la logica della caverna, ma
secondo ciò che gli è stato affidato. "Si è avvicinato il Regno dei
cieli; è dentro di voi" (cfr. Lc 17, 20-21). Il Regno dei cieli è stato
affidato all'uomo. La sua libertà è regale. Oggi diremmo che una tale definizione della verità indica la persona umana, cioè quell'essere aristocratico, inutile, che
ama, spera e crede nelle cose lontane, oggi proprio inutili..., senza
le quali non c'è il Futuro per l'uomo. Questo Futuro lo raggiungono
sole le domande e il desiderio da cui sgorgano. Con
domande tali da svegliare negli uomini il desiderio di un Futuro non
utile nell'oggi Socrate li aiutava a risorgere, insegnandogli ad
ascoltare la Divinità e ad assumere il senso autentico del silenzio di
Dio nella loro coscienza. Il silenzio di Dio, che s'interrompe solo per
vietare il male e che mai imponeva questo o quell'altro bene,
confermava a Socrate il valore della libertà dell'uomo. Chi sa
ascoltare il silenzio della coscienza, sa leggere in ciò che è il volto
di Dio. Questo volto si riflette in ogni essere come in un pozzo
profondo da cui attingere acqua. Basta chinarsi. L'acqua non sgorga dal
nulla; il nulla riflette al massimo il volto dell'uomo. Per questo solo
dell'albero del nulla è vietato mangiare. La coscienza morale che ci
vieta di assolutizzare il finito ci difende dai volti degli uomini,
cioè dal loro dispotismo. In tal modo essa rivela la nostra
appartenenza alla verità che ha carattere divino. Le parole di S. Paolo
(Rm 2, 14-15) suonano socraticamente: "Quando i pagani, che non hanno
la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo
legge, sono legge a se stessi". Ciò che "la legge esige, è scritto nei
loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza".
Questa legge deriva dal Futuro come dal suo Principio ed è protesa
verso il Futuro come verso la sua Fine. Senza la speranza, l'uomo non
può però leggerla. La speranza costituisce quindi il proprium dell'uomo
in quanto tale. Chi la distrugge, distrugge il pensiero rendendolo
pensiero debole, vale a dire una divagazione che può andare in
direzioni perfino opposte. Il pensiero debole è un pensiero senza la
legge, perché è senza la speranza. Socrate insegnava agli uomini a
pensare forte, cioè a leggere "la legge non scritta", la legge della
speranza posta in ciò che è bello e immediatamente non utile. Socrate è
fratello di Antigone. Ciò che
è bello e immediatamente non utile è pericoloso. Chi ama la bellezza
rischia perfino la vita. La legge della speranza è una legge diversa
dalle leggi delle divinità statali chiuse nelle definizioni umane che
cambiano quasi ogni giorno. Introducendo nello Stato la Divinità che
prende la parola nella coscienza dell'uomo, e che non permette di
essere posta accanto alle altre divinità venerate dallo Stato, Socrate
diventò pericoloso per i politici dell'immediato. Questi, infatti, non
ascoltano la coscienza morale e non intravvedono la bellezza e la
paradossale necessità delle cose inutili per tutto ciò che è utile. Di
conseguenza, essi sono parziali. Invece la Divinità che Socrate sveglia
nelle coscienze dei cittadini esige l'uomo intero. Tale
è la nostra libertà. Essa non c'è laddove non c'è posto per adorare
Dio. E la possibilità di adorare Dio non c'è laddove non c'è posto per
la coscienza morale, che costituisce il luogo primordiale del dialogo
con Dio. Proprio in questo dialogo si realizza la libertà dell'uomo.
Colui che non dialoga con Dio, dialoga con il faraone, oppure con la
maggioranza parlamentare, che talvolta presumono di poter decidere del
bene e del male, del vero e del falso. Socrate si era affidato
pienamente alla Divinità presente nella coscienza; proprio grazie a
ciò, non essendo un puro politico, era un cittadino migliore degli
altri. Era diverso da loro, perché dimorava più lontano. All'ordine
"smetti di filosofare! Vivi come noi viviamo! Unisciti a noi! Sta
zitto!" rispondeva: "Ateniesi, io vi voglio un bene dell'anima; però
obbedirò piuttosto al Dio che a voi; e sino a che avrò respiro e forza,
non smetterò di filosofare, d'esortarvi, di esporre il mio pensiero a
chiunque di voi io incontri, dicendogli, come son solito: o il migliore
degli uomini, tu, Ateniese, appartenente alla città più grande e più
illustre per sapienza e vigore d'animo e di mente, non arrossisci
d'occuparti delle ricchezze come averne quante più puoi, e del credito
e degli onori, mentre dell'intelligenza, della verità e dell'anima, per
far che sia quanto migliore è possibile, non ti curi punto né ti dai
alcun pensiero?" (Apol. 29 d). Socrate
era migliore degli ateniesi perché viveva ad Atene, ma non viveva
secondo Atene. Viveva secondo il Futuro di Atene oggi inutile, la cui
presenza in ciò che è oggi vieta la strada verso il nulla. Essere libero, sognare delle cose belle, ma politicamente inutili, donarsi alla verità e non al nulla, ci espone al rischio mortale. Prima
di tutto ci condanna ad una vita difficile, perché ci obbliga ad avere
di meno ed ad essere di più. Socrate tranquillamente guardava la sua
casa "trascurata" e presentò ai giudici "un testimone degno di fede...
la mia povertà" (Apol. 31 c). La verità non si vende e non si
compra. Essa non è una merce; esige dall'uomo la speranza ed esclude il
calcolo che mira all'utile immediato. Vivere
nella verità, ed è questo che ci insegna Socrate, significa vedere
tutto nell'orizzonte delineato dalla speranza che può essere compiuta
soltanto da un atto di sovrana libertà del Divino. Qui, nella corte,
disse Socrate, "mi son lasciato cogliere per mancanza, è vero, non però
di discorsi, ma d'audacia e d'impudenza" (ibidem, 38 d). Il
difficile è "non già schivare la morte, ma assai più difficile
sottrarsi alla malvagità, che corre più veloce della morte" (ibidem, 29
b). "So che ben pochi sono e saranno di questo parere", diceva a
Critone, ma "continuiamo per questa via, poiché è quella per cui Dio ci
guida" (Critone 49 d, 54 e). In quante università chiamate cattoliche questo pensiero di Socrate sarebbe preso sul serio? Talvolta
chi è più ricco nell'essere deve morire per rendere testimonianza alla
Definizione Divina dell'uomo, ubbidendo alla "leggi non scritte", ma
presenti in lui. La coscienza non dissuade l'uomo dal rendere questa
estrema testimonianza. Si tratta quindi di una "buona morte". La
coscienza di Socrate taceva al cospetto della corte, benché sapesse
cosa lo aspettava. Accusato di essere ateo, perché non riconosceva
divinità statali, ma solo Dio presente nella coscienza, accusato di
corrompere in tal modo i giovani, fu condannato a morte e morì. Per un
uomo di coscienza era e continua a essere difficile vivere in uno Stato
che tende a divinizzare le sue strutture legislative oppure il proprio
liberalismo. In tale Stato ogni Socrate sarà accusato di "ateismo",
perché entra in queste strutture o in questo liberalismo non da solo,
ma con quel daimonion, ildialogo che, svolto nella
coscienza, lo rende libero, vale a dire sacro ed inviolabile. Nella
misura in cui vive nell'incontro con Dio presente nella sua coscienza
l'uomo giudica gli dei statali. Allo Stato non piace essere giudicato.
Non conoscendo la coscienza e sostituendola con la cosiddetta volontà
della maggioranza o con quella del più forte, accusa i Socrate di
introdurre "un dio sconosciuto" che non riconosce gli dei già
conosciuti e riconosciuti dal pensiero puramente politico in cui
degenera il pensiero debole, privo di speranza. Lo
Stato ha delle teologie, Socrate ne ha solo una, la teologia. Avrebbe
perciò molto da dire anche ai teologi di oggi, che sostituiscono il
pensare nel dialogo con Dio presente nella coscienza con le opinioni
fatte dalla loro ragione. Forse non si rendono conto che in tal modo
sottomettono tutto, perfino Dio stesso, a Cesare. Nel nome di lui
parlano di liberazione dell'uomo. Di conseguenza ad un faraone dicono
"no!" e ad un altro "sì!". Un
giorno gli scribi e i sommi sacerdoti "mandarono informatori che si
fingessero persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole...
'Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine (...) È lecito
che noi paghiamo il tributo a Cesare?' Conoscendo la loro malizia,
disse: 'Mostratemi un denaro: di chi è l'immagine e l'iscrizione?'
Risposero: 'Di Cesare'. Ed egli disse: 'Rendete dunque a Cesare ciò che
è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio'". (Luc 20, 20-25). Per poter
comprendere la risposta di Cristo, ricordiamo che chi voleva fare
un'offerta nel tempio doveva cambiare la moneta dello Stato in quella
del Tempio. La realtà, tutta la realtà, inclusa quella politica, deve
essere offerta a Dio. Ma per poter essere offerta a Lui prima deve
essere cambiata, trasfigurata così da poter essere omogenea al tempio.
Anche la politica può e deve essere cambiata così. Se no, rimarrà
qualcosa d'inumano, cioè di profano che appartiene solo a Cesare. Ma
Cesare non è l'orizzonte dell'uomo, dunque non lo è neanche per la
politica adeguata alla persona umana. Il mondo sarà distrutto, se lo
lasceremo nelle mani dei politici il cui orizzonte si trova in Cesare.
Il mondo, per poter essere salvato, deve essere continuamente cambiato,
trasfigurato dal nostro lavoro, dalla nostra metanoia. Senza la metanoia tutto
sarà dato a Cesare e l'uomo rimarrà in Egitto. Se non vi pentite... se
non cambiate il vostro pensiero debole nel Pensiero Forte... perirete! Socrate
che vedeva tutto alla luce della coscienza e del dialogo che la
costituisce, esisteva in un mondo cambiato, cioè diverso da quello in
cui esistevano gli altri; per lui anche la politica era "servizio
divino". Si opponeva perciò ai giocatori politici non politicamente o
ideologicamente, ma spiritualmente. Èl'unico modo di
opporsi vittoriosamente alla dittatura della maggioranza faraonica o a
quella di un faraone. La mistica del dialogo svolto nella coscienza
morale costituisce la più grande forza politica proprio perché non è
politica. Il "servizio divino" di Socrate rende il più grande servizio
proprio alla vita pubblica. Senza questo servizio nessuna forma di
governo sarà degna della persona umana; come Socrate disse: "non sarà
degna di una natura filosofica" (Republ. VI), cioè dell'amico
della saggezza. Sarà quindi una stupidità pericolosa. Tutto ciò non
vuol dire che bisogna fuggire dallo Stato. Anzi, bisogna entrarvi per
cambiarlo. Socrate avrebbe detto: per convincerlo. Convincilo, cambialo
per poter renderlo a Dio, altrimenti non ti rimane che arrenderti a
Cesare e in tal modo rendere ingiustizia anche a lui. Poche sono le persone che potrebbero governare, perché poche sono quelle "che degnamente si applichino alla filosofia" (Repub. X). In
questo mondo queste poche persone vivono come se fossero cadute tra
belve che non fanno "per così dire nulla di sano nella vita politica" (ibid.). Eppure
vivendo la sorte privata (il mito di Er), animati da una bella
speranza, cambiano il mondo, perché "convivendo con ciò che è più
divino ed ordinato" (Repub. VI, XIII)diventano essi stessi
ordinati, cioè divini e trasportano "privatamente e pubblicamente nei
costumi sociali" ciò che vedono "lassù" (ibid.). Sono come "quegli artisti che s'ispirano all'esemplare divino" (ibid.). "Ed
ora a quale di questi due modi di prender cura dello Stato tu m'esorti?
Dimmelo chiaro. A quello che consiste nel fare ogni sforzo perché gli
Ateniesi diventino quanto si può migliori, come farebbe un medico;
ovvero come chi è disposto a servirli e trattarli così da riuscir loro
sempre gradito? (...) Oh! non ripetermi ciò che mi hai già detto più
volte: che altrimenti chiunque vuole potrà uccidermi, affinché io a mia
volta non ti ripeta che, se mai, sarà un ribaldo che uccide un uomo
onesto. E non ripetermi nemmeno che mi spoglierà, ove pure qualcosa
trovi da portarmi via, affinché io a mia volta non ti ripeta ch'egli
non se ne gioverà, ma come ingiustamente m'avrà spogliato, così, anche
ingiustamente si servirà di quello che m'avrà tolto; e se
ingiustamente, turpemente; e se turpemente, malamente". (Gorgia 521 a b c LXXVI). Negli
Stati che non nascono dalla coscienza di Giuseppe, dalla coscienza di
Maria, dalla coscienza di Giovanni, nelle quali si realizza la
coincidenza degli opposti, cioè del finito e dell'infinito, gli uomini
giusti soffrono. Socrate sapeva soffrire. "Dolorosamente mi sovviene di come Socrate, sentendo dolore alle caviglie per le catene che lo legavano, cercò di approfittare di questo per indagare il rapporto del dolore con la vita. Ancora non sapeva chiaramente... che la maggior parte delle sofferenze vengono affinché la verità e la sua conoscenza non vengano fermate" (C.K. Norwid, Lettera a M. Sokowski, del 2.VIII.1865). Nel
legame con la Divinità presente nella coscienza, nel camminare per
tutte le strade di ciò che è, tranne questa, la sola sbagliata che
conduce verso il nulla, consisteva l'eudaimonia di Socrate. Essa gli proveniva dal fatto di trovarsi, nei rari istanti in cui la bellezza si rivela, "in contatto col vero" (Simposio, 212 a),
cioè con la realtà alla quale l'uomo appartiene e verso la quale deve
camminare come se ritornasse alla casa familiare del Padre. L'uomo non
appartiene al nulla. L'infelicità del pensiero debole, invece, proviene
dal fatto che l'uomo rende se stesso nihilo adscriptus. Essere
felici significa essere se stessi, mentre l'infelicità è effetto
dell'alienazione della propria natura, che essendo una realtà futura,
ma già presente, è affidata alla nostra speranza, alla nostra fede e al
nostro amore.
L'infelicità
quindi risulta dalla disperazione, dalla mancanza della fede e
dell'amore. L'infelicità si veste di tante apparenze di felicità. Uno
dei segni essenziali che non siamo felici è la voglia di evitare ad
ogni costo il dolore; gli uomini infelici non sanno soffrire. Solo
colui che guarda lontano sa soffrire perché è felice; non cerca la
salvezza nell'immediato utile. Nel più lontano si trova la fonte della
bellezza con cui solo gli aristocratici sono capaci di misurarsi. "Chi
una volta si è misurato con il bello sarà pure bello per lui soffrire
quanto di dolore vi aderisce" (Fedro 274a b). La vita
socratica è altamente drammatica. L'uomo che cerca una saggezza più
grande delle proprie opinioni e della propria reattività rivela la
stupidità di tutti. Si accolla un compito che reca in sé il rischio
della morte. Ma nell'ambito dello Stato, ripetiamo le parole di
Socrate, non esiste un servizio altrettanto prezioso. È un "servizio
divino". Ed è da esso che zampilla la felicità, cioè quell'eudaimonia deldialogo
con il "Dio buono" presente nella coscienza. E sempre così, il finito
viene colto di sorpresa dall'infinito ed è per questo che il finito
gode di eu-daimonia. Ilfinito visitato dall'infinito si
rallegra; ma quanto di più gode l'amicizia dell'infinito tanto di più
rischia la morte. Nell'eudaimonia il finito trema, perché si rende
conto di dover rispondere alla chiamata dell'infinito, e venire
giudicato alla luce di essa. Coloro che si lasciano giudicare dal
finito non tremano: gli schiavi hanno soltanto paura dei padroni.
L'uomo libero invece trema al pensiero di non essere all'altezza della
verità. È in questo tremore che si esprime il realismo aristocratico di
Socrate, il realismo che mettendo radici nell'eternità esclude flirt
con il tempo. Gli amici dei finito, gli amanti del tempo non corrono il
rischio della morte che è sacrificio. Chi va incontro ad una sorte
migliore? Gli amanti del tempo oppure gli amici dell'infinito? Le
ultime parole di Socrate condannato a morte, rivolte ai giudici
ingiusti, furono queste: "Ma è già l'ora d'andarsene, io a morire, voi
a vivere. Chi di noi vada incontro alla sorte migliore, a tutti è
ignoto, fuorché alla divinità" (Apol. XXXIII). E Dio, disse loro Socrate, non mente e non delude, perché è Dio.
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