Tommaso Moro
Quando
si legge il famoso pamphlet antiborghese che Tommaso Moro (Thomas More)
pubblicò nel 1516 a Lovanio, a cura dell'amico Erasmo da Rotterdam, si
capisce facilmente il motivo per cui i critici borghesi l'han sempre
ridicolizzato: vi sono troppe esagerazioni, troppe incongruenze perché
lo si possa prendere sul serio. E cosi, buttando l'acqua coi bambino,
sono state negativamente "bollate" anche quelle parti che invece
meritavano un'attenta considerazione. Se si avesse la pazienza
d'andarle a rileggere, si scoprirebbe con grande stupore quanto ancora
esse siano attuali: ciò a riprova che la verità non teme il fluire del
tempo.
Sul migliore assetto dello Stato, ovvero L'isola di Utopia, è stato scritto in un periodo storico rivoluzionario per la patria dei suo autore, l'Inghilterra. Marx, nel I libro dei Capitale, ha speso un intero e famoso capitolo, il 240, per descrivere l'accumulazione originaria capitalistica del secolo XVI.
Utopia
cerca di rispondere al problema di come vaste masse contadine, cacciate
dalle terre trasformate in pascoli per il commercio della lana, possono
costruire una società alternativa al sistema delle enclosures(recinzioni) e della concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone.
L'ideale
di Moro era una sorta di socialismo agrario pre-capitalistico,
semiautarchico, ove la produzione artigianale fosse a conduzione più o
meno familiare. Nell'isola "non vi sono industrie che occupino molti
operai - si legge. Ogni famiglia si fa da sé le vesti...”. A turno, il
lavoro nei campi è obbligatorio, mentre l'artigianato è a scelta,
"purché la città non abbia bisogno di uno più che dell'altro".
L'incoerenza
del testo sta appunto in questo, che Moro propone un regime sociale
regressivo rispetto a quello borghese emergente del suo tempo: egli
cioè rifiuta il capitalismo in nome di un passato decisamente da
rivedere (le comunità di villaggio feudali). Nondimeno l'esigenza di
superare le contraddizioni dell'accumulazione originaria lo portano a
formulare dei princìpi molto più validi delle strategie che propone per
realizzarli.
Quali sono questi princìpi? Quello
più interessante, più suggestivo, più conforme alle istanze di una
moderna società ci pare quello dell'abolizione della proprietà privata.
Non è incredibile sentirsi dire da un profondo umanista, convinto
assertore della democrazia e dell'uguaglianza, vissuto in un periodo in
cui l'uso capitalistico della proprietà determinava il sorgere di una
nuova classe sociale e quindi di nuovi valori etici e normativi, che
proprio quella proprietà e quei metodi di affermazione sociale erano la
fonte di tutte le peggiori ingiustizie, di tutte le più assurde
sperequazioni dei suo tempo?
Ebbene, se c'è una cosa in cui il Cancelliere del regno di Enrico VIII eccelleva era proprio questa: la serietà sulle cose che contano.La
critica borghese, consapevole della radicalità di queste affermazioni,
ha voluto applicare ad esse lo stesso metro con cui ha giudicato
l'ironia usata dall'autore in quelle meno importanti.
Sarebbe,
in verità, sufficiente leggersi poche righe per convincersi della
grande insofferenza che Tommaso Moro provava nei confronti della
mentalità borghese. E non è certo qui inutile ricordare ch'egli
utilizzò i resoconti del secondo viaggio di Amerigo Vespucci in
America, dov'era detto, fra le altre cose, che gli abitanti dei "nuovo
mondo" ignoravano la proprietà privata e vivevano "secondo natura”.
Sicuramente,
anche se non citate nell'opera, Moro si servì (al pari di Campanella)
di alcune relazioni di viaggi degli autori spagnoli e portoghesi allora
più popolari: Las Casas, Oviedo y Valdes, Joao de Barros, Diaz del
Castillo... Ciò significa ch'egli riteneva Utopia non del tutto
irrealizzabile. Il destino peraltro ha voluto che proprio in America
Latina si siano visti amministratori e prelati spagnoli ispirarsi ai
fondamenti di questa ideologia protocomunista: si pensi a Vasco de
Quiroga in Mexico o ai gesuiti in Paraguay. Per non parlare del fatto
che le idee di Moro riusciranno a trovare un felice prosieguo nel
socialismo populistico dei XVIII sec. (Mably, Morelly, Linguet... ),
approdando infine al comunismo utopistico di Etienne Cabet e Louis
BIanc nel XIX secolo.
La giustizia -afferma
solennemente il Cancelliere- è incompatibile con la proprietà privata e
la "logica pecuniaria": qui "i peggiori stanno meglio e le ricchezze si
ripartiscono tra pochi cittadini". Strabiliante, per la sua concisione
e nettezza, è il giudizio dell'autore sulla funzione della legge nei
regimi borghesi.
Le leggi sono tante (egli
afferma), perché ognuna di esse deve difendere gli interessi di
determinati gruppi sociali proprietari. Non solo, ma è proprio sotto
l'egida della legge che i ricchi usurpano "giorno per giorno qualche
cosa di quanto spetta alla povera gente". Le molte leggi quindi non
fanno la democrazia di uno Stato e nell'isola di Utopia, ove esse
scarseggiano, la "virtù" non manca, anzi abbonda.
Non è singolare che già agli albori dei
capitalismo qualcuno avesse capito che in questo sistema non esiste
alcuna legge autenticamente democratica che sia il frutto della volontà
dello Stato, in quanto tutte sono finalizzate a difendere gli interessi
dei ceti più abbienti? Le eccezioni non sono forse quelle che dipendono
dal fatto che l'emancipazione delle masse ha costretto il capitale ai
compromessi?
"Si arriva a tal punto che
defraudare la mercede a chi si rende più utile alla società è diventato
oggi ... giustizia... e questo per una legge che i magnati son riusciti
a varare". Detto altrimenti, la corruzione nel capitalismo è così vasta
e profonda che l'espropriazione ai danni dei lavoratori è considerata
come un atto naturale, giusto, previsto addirittura da specifiche
leggi. E non è forse così per chi ancora oggi si illude di poter
combattere la mafia o la corruzione degli organi statali servendosi
degli stessi strumenti che lo Stato mette a disposizione?
Si
tratta dunque -come vuole Moro- di una "congiura dei ricchi", i quali
si preoccupano solo dei loro comodi, sotto il pretesto e la scusa dei
bene dello Stato".
Nonostante queste idee del
capitalismo, che oggi ci appaiono un po’ limitative (d’altra parte
siamo nel ‘500), Moro in sostanza non credeva nella presunta neutralità
o equidistanza dello Stato nei riguardi delle classi sociali.
Senza
dubbio il capitalismo è qualcosa di più "oggettivo", le cui leggi
intrinseche sono state scoperte per la prima volta da Karl Marx. Nel
valutare criticamente queste leggi, Marx prescindeva dalla "bontà" o
dalla "cattiveria" dei protagonisti in questione. Il capitalismo, per
lui, era ed è un sistema il cui superamento non poteva dipendere né
dalla "cattiveria" della borghesia né dalla "bontà" dei proletariato,
ma piuttosto da certe irrisolvibili con contraddizioni di natura
strutturale. Il capitalista, il proprietario fondiario -dice Marx nella
prefazione del Capitale- "sono la personificazione d categorie
economiche, che rappresentano determinati rapporti di proprietà, da cui
egli socialmente proviene, e determinati interessi di classe". La
formazione economica della società capitalistica è vista dal marxismo
come un processo di storia naturale, all'interno del quale non si può
fare "il singolo responsabile di rapporti pure se soggettivamente possa
innalzarsi al di sopra di essi", nel senso cioè che la “naturalezza”
del processo non toglie la responsabilità del soggetto, ma la
relativizza, situandola in un contesto storico più complesso.
La
capacità d'innalzarsi al di sopra dei rapporti dai quali si proviene
non fa la differenza fra un capitalista "buono" e uno "cattivo", ma la
differenza fra un operaio influenzato dall'ideologia borghese e uno
cosciente degli interessi della sua classe. Se questo non è chiaro, il
rischio diventa quello di limitarsi a sperare nel "buon senso" dei
capitalisti, di lasciarsi ingannare dalle loro promesse, di fare in
ultima istanza i loro interessi, pur essendo convinti del contrario.
Ma torniamo al nostro gradito umanista,
i cui genitori, peraltro, erano di origine italiana. Va subito notato,
per restare al tema di prima, che Moro non rinuncia al concetto di
Stato, in quanto non ritiene Utopia una società perfetta, ma solo "migliore" di quella delle nazioni euroccidentali del XVI sec.
Basterebbe
questo per smentire tutti coloro che lo ritengono un buon imitatore del
filosofo Platone. Moro in realtà supera Platone almeno sotto due
aspetti: anzitutto perché utilizza la legge come strumento di
realizzazione della democrazia, nel senso cioè che l'abolizione della
proprietà privata non coincide, sic et símpIiciter, con l'equa
ripartizione dei beni, in quanto ne è soltanto la precondizione.
Platone
invece sosteneva, ingenuamente, che avrebbe concesso le leggi solo a
quei popoli che avessero già accettato di spartire equamente i loro
beni.
In secondo luogo, Moro non solo affermava
l'uguaglianza dei cittadini, ma considerava anche che "i professionisti
dell'ozio: i ricchi (tutti), specie i possidenti, i cosiddetti
gentiluomini, i nobili con i loro servitori (caterva di bravacci e di
parassiti), i mendicanti robusti e sani che si fingono minorati per
mascherare la loro pigrizia, la folla dei preti e dei pretesi
religiosi, i lavoratori che si dedicano a mestieri inutili o non
necessari…", tutti costoro non dovevano neppure far parte della società
utopiana.
Platone, al contrario, escludeva
dalla socializzazione dei beni proprio i lavoratori, i commercianti e
gli schiavi. Semmai dunque era l'utopia di Platone che non poteva
essere applicata all'Inghilterra dei Tudor.
Nonostante ciò il problema più importante dell'utopia di Moro resta insoluto: come abolire la proprietà privata? Qui l'umanista non offre alcuna risposta: Utopia è un'isola in cui la proprietà privata e giàstata abolita, ed è un'isola assolutamente fantastica (la stessa parola utopia, “fuori luogo", è un prodotto della fertile immaginazione di Moro).
Del
tutto genuina invece è la considerazione finale che Moro fa al lungo
racconto de saggio "ItIodeo”: “In quella nazione, certo, vi sono molte
istituzioni e leggi che vedrei assai volentieri adottate nei nostri
paesi: che ciò possa accadere, però, è più un desiderio che una
speranza".
Valutando le cose con realismo, Moro
ritiene che il metodo più efficace per vivere meglio, in presenza della
proprietà privata, è quello di "sancire leggi che limitino il possesso
dei beni immobili e Ia ricchezza liquida, che circoscrivano la potenza
del principe e l'intolleranza del popolo, che impediscano brogli e
soprusi nelle elezioni delle magistrature [i politici], che regolino le
spese dei magistrati in modo che non possano con estorsioni rifarsi
delle spese buttate in prodighe campagne elettorali: e ciò per non
assegnare queste cariche ai soli ricchi, mentre dovrebbero essere
affidate soltanto a uomini onesti".
Sta di
fatto che Moro non riponeva alcuna vera fiducia in tutti questi metodi:
egli era convinto che, in presenza della proprietà privata, la terapia
di una parte dell'organismo della società ne irrita immediatamente
un'altra, in quanto appunto gli interessi sono troppo antagonistici.
Insomma anche il "riformismo" -per dirla con una parola moderna- aveva per Moro i suoi forti limiti.
Ma
come impedire che "ricchi rapaci, malvagi e inutili [da notare l'ultimo
aggettivo], perché oppressori degli umili e dei deboli, passino per
galantuomini e si aggiudichino più stima dei poveri lavoratori che, col
sudore quotidiano, si rendono più vantaggiosi allo Stato che non a se
stessi?” "E' forse giustizia che un nobile, un banchiere, uno
strozzino, un fannullone, un ignavo [da notare l'accostamento dei "tipi
sociali”], che nulla fa per il bene dello Stato, abbia il diritto di
vivere tra mollezze e lusso, tra l'ozio e gli inutili perditempo,
mentre un operaio, un cocchiere, un falegname, un contadino, che
lavorano come muli e senza i quali lo Stato non potrebbe tirare avanti
neppure per un anno, abbiano a stento un boccone di pane e menino
un'esistenza miserabile?".
Non
è singolare che un "Cancelliere del regno" (la più alta carica
nell'Inghilterra di allora, per un estraneo alla famiglia regnante)
manifesti una tale sensibilità per le ingiustizie dei lavoratori?
Sennonché, proprio nella proposta ch’egli fa di risolvere tali
ingiustizie, affermando così il principio sociale della proprietà
pubblica, sta il suo limite maggiore.
Gli
utopiani, infatti, non solo dovevano limitarsi a fabbricare "con l’oro
e l’argento vasi da notte e materiale igienico in uso nei pubblici
alberghi e nelle abitazioni private, e poi catene e ceppi per gli
schiavi", rendendo così l’uso universale di quelle pregiate materie
prime ridotto a zero, ma essi non dovevano neppure "concepire la
circolazione del denaro". "Ogni capo-famiglia può rifornirsi al mercato
secondo i bisogni –dice il Moro-, senza denaro e senza contrarre
debiti".
Dunque,
per togliere l'uso e la bramosia del denaro" basta rendere
“consapevoli" gli uomini delle necessità collettive, basta renderli
onesti nei confronti delle proprie.
L'ingenuità -come si può notare- è considerevole:
1) perché una tale consapevolezza potrà essere il frutto solo di una lunghissima esperienza comunitaria,
2)
perché le ingiustizie possono formarsi anche in assenza del denaro
circolante (non è il denaro che di per sé rende democratica una società
o le impedisce di diventarlo),
3)
perché l'unico denaro che deve fare paura è quello che si trasforma in
capitale, cioè quello ottenuto estorcendo plusvalore dal lavoro
dell'operaio: è questo il denaro che si usa come mezzo di sfruttamento.
Solo una visione moralistica e volontaristica dell'esistenza può ritenere che il più grande ostacolo alla realizzazione di Utopia
sia “la superbia, la prepotenza tirannica" dei ricchi, "ormai così
profonda nei petti umani -aggiunge l'umanista- che più non si sradica".
Moro ritiene i ricchi troppo cattivi perché la
società possa migliorare, e i poveri troppo deboli perché siano capaci
di reagire. L'alternativa al capitalismo emergente, mercantile, può
essere pensata nella sua Utopia solo come già realizzato, in un'isola che non c'è.
Ciò
che manca in questo romanzo politico è appunto la consapevolezza
storica e scientifica delle contraddizioni strutturali del sistema
borghese, manca il soggetto che si fa carico del superamento di tali
contraddizioni: il proletariato industriale, e manca soprattutto la
guida e l'organizzatore del movimento del proletariato: il partito
politico.
Moro è così radicale nel rifiuto della
proprietà privata che non riesce neppure a tollerare la differenza tra
questa proprietà, che pur giustamente viene considerata come fonte di
ogni abuso e divisione, e la proprietà cosiddetta "personale"
(abitazione, mezzi di trasporto, risparmi, lotti di terra per uso
familiare, ecc).
Gli utopiani "cambiano le
loro residenze ogni 10 anni tirando a sorte", in privato non posseggono
nulla perché "tutti sono ricchi", "i mezzi di locomozione sono in
comune", lo Stato dirige completamente l'economia, e via di questo
passo. Non viene neppure prevista una proprietà di tipo
cooperativistico. Ma sarebbe troppo pretenderlo.
L'originalità
del messaggio di Moro sta altrove, e non solo nella ribadita esigenza
di eliminare la proprietà privata, ma anche nella preoccupazione di non
creare un regime sociale votato all'inerzia e all'indifferenza.
Egli
infatti conosce bene i pericoli in cui si può cadere limitandosi ad
abolire tout-court la proprietà privata. "Se la necessità non spinge al
lavoro, tutti si ritirano in ozio e non si potrà avere in abbondanza
ciò di cui si ha bisogno. Se puoi contare sul lavoro degli altri, te ne
starai pigro e svogliato a far niente".
Moro
non si nasconde che l'abolizione della proprietà privata, ovvero la
fine dello sfruttamento economico dell'uomo sull'uomo e quindi la
garanzia di un "minimo vitale" a tutta la collettività, può facilmente
portare a eccessi opposti, a pericolose illusioni e rozzi schematismi,
se nel contempo non si permette agli uomini la possibilità di una
creativa espressione.
Oggi
diciamo che l'uguaglianza dev'essere nelle condizioni di "partenza” non
di "arrivo", nei confronti del bene pubblico, delle esigenze
collettive, della legge, dello Stato... Ma non nei confronti delle
capacità soggettive, delle attitudini personali, dell’impiego profuso a
realizzare determinati scopi.
Senza la
valorizzazione delle qualità individuali (il che significa potersi
associare anche spontaneamente), si rischia di trasformare il
socialismo in una parola magica che di per sé dovrebbe creare
giustizia, ma che in realtà crea solo una mentalità da caserma,
burocratica e amministrativa. Le strutture non possono sostituirsi agli
uomini, neppure quando vengono costruite da milioni di uomini.
Non
è stato certo un caso che la chiesa cattolica abbia aspettato 400 anni
prima di canonizzare sir Thomas More, decapitato dal re Enrico VIII per
aver rifiutato il suo “Atto di supremazia sulla chiesa inglese”,
chiamata poi anglicana.
Nel 1935 forse
nessun cattolico italiano conosceva l'opera più importante e più
“scomoda” del Moro, eccettuati naturalmente i molti accademici che
volentieri la consideravano come un libello comico-satirico, privo di
qualsiasi valore politico, e comunque inadatto alla sensibilità del
cittadino cattolico “medio”, troppo conformista per accettare le
“stravaganze” dell'autore in materia di tolleranza religiosa e
soprattutto di giustizia sociale.
Ecco perché
da noi nessuna casa editrice cattolica tradusse mai il pamphlet
agnostico e antiborghese del cancelliere (la miglior versione integrale
resta sempre quella della Laterza). Viceversa, la censura fu meno
pesante nei confronti delle opere scritte durante l'anno di reclusione
nella Torre di Londra.
L'ideologia ivi
contenuta, in effetti, poteva essere ricollegata più facilmente alle
posizioni cattolico-romane tradizionali, anche se ad es. non mancano
riferimenti espliciti alle teorie conciliariste allora in auge. In modo
particolare si prestava ad essere strumentalizzata la decisione di
disobbedire al re per motivi di coscienza.
E così, Venti lettere, scelte ad hoc, sono state pubblicate dalla Studium, che ha tradotto anche Il dialogo del conforto nelle tribolazioni. La Morcelliana ha pubblicato un caramelloso Preghiere della Torre, mentre, sul fronte laico, oltre alle varie traduzioni dell'Utopia, si può trovare una parziale versione delle Lettere in una vecchia edizione, discretamente curata, della Boringhieri.
La
vicenda che lo vide coinvolto fu molto significativa, perché con essa
ebbe inizio la storia della chiesa anglicana e l'assolutismo della
moderna monarchia inglese, ma il modo in cui egli l'affrontò fu
alquanto singolare.
Mentre la stragrande
maggioranza dei funzionari di corte e del clero inglese si trovò
sostanzialmente d'accordo nel rivendicare l'indipendenza dalla chiesa
di Roma, Moro invece fu uno dei pochissimi a dissentire sulla base di
personali ragioni di coscienza.
Altri, che condivisero con lui la condanna a morte, furono il vescovo J. Fisher e i frati certosini.
I
fatti sono ben noti. Il sorgere dei rapporti capitalistici
nell'Inghilterra del XVI sec. aveva reso improrogabile la costituzione
di una monarchia assoluta, che accelerasse la disgregazione del sistema
feudale.
Un importante mezzo di
consolidamento della centralizzazione dei poteri fu la riforma della
chiesa, con la quale la corona riuscì a secolarizzare circa 1/3 di
tutta la proprietà terriera. Il pretesto per attuare la riforma fu il
rifiuto pontificio di ratificare il divorzio di Enrico VIII da Caterina
d'Aragona, preteso per la mancanza di eredi maschi al trono.
Generalmente
i papi non opponevano alcun veto ai principi e ai re che volevano
separarsi dalle loro consorti. In questo caso però, Clemente VII prima
e Paolo III dopo lo fecero per timore di scontentare l'imperatore Carlo
V, imparentato con Caterina. Quest'ultimo infatti, per quanto avesse
punito il papato d'aver aderito alla lega antimperiale di Cognac,
facendo scendere in Italia 14.000 furibondi lanzichenecchi (mercenari
di religione luterana), restava pur sempre un valido baluardo nella
lotta contro i protestanti emergenti.
In
molti odierni manuali di storia della chiesa, scritti da autori
confessionali, spesso si trovano espressioni che mettono in cattiva
luce la moralità del re Tudor, accusato d'essere un libertino e di
avere un carattere volubile.
Sennonché, proprio nelle sue Lettere dalla prigioniail
Moro, che certo non si nascondeva le esigenze imperiali del suo
sovrano, aveva di lui una considerazione tutt’altro che negativa. Dice
a tale proposito: “più di ogni altro mi considero in obbligo verso il
re per le prove straordinarie di bontà che mi ha dato con parole e
fatti”. E addirittura, un mese prima di morire: “il re stesso mi aveva
insegnato, quando ero al suo servizio, di obbedire prima a Dio e poi al
sovrano”.
La questione di fondo, in effetti, si poneva non tanto a livello morale o psicologico quanto piuttosto politico.
Alcuni
storici cattolici, particolarmente sprovveduti, sono persino arrivati a
dire che il cancelliere mori per difendere l'indissolubilità del
matrimonio! Cosa assurda per almeno due ragioni: 1) in quelle
circostanze Moro s'era dichiarato disposto a firmare l'Atto per la
successione della discendenza di Anna Bolena; 2) nel libro Utopia egli esprime un giudizio favorevole al divorzio nei casi di adulterio e di incompatibilità di carattere.
Ciò su cui Moro obiettava, nel contenzioso, era unicamente la decisione del re di diventare “capo della chiesa”.
Ma anche su questo si è voluto speculare ad libitum. Ritenere che il Moro sia stato per la chiesa cattolica un vero e proprio defensor fidei è assai limitativo. Il fatto ch'egli abbia scritto un Dialogo sulle eresie contro Lutero e Tyndale e abbia aiutato Enrico VIII nella stesura della Difesa dei sette sacramenti
(sempre contro Lutero), non deve farci pensare che il cattolicesimo di
Moro fosse del tutto conforme a quello ufficiale della curia romana.
L'ultimo capitolo di Utopia
-lo vedremo più avanti- dimostra proprio il contrario. Bisogna saper
distinguere -come vuole Dilthey- l'umanista e agnostico Moro dal
politico e diplomatico. Bisogna inoltre saper distinguere il Moro dell'Utopia
che, primo fra gli umanisti, seppe liberare la critica della proprietà
privata dal suo involucro religioso, saldandola con i problemi
socio-economici e politici, dal Moro della prigionia, profondamente
immerso in una riflessione di tipo esistenziale, troppo viziata dal
pathos religioso per potersi esprimere in maniera serena e distaccata.
A questo grandissimo umanista è mancata infatti l'obiettività
del giudizio politico nel momento cruciale della sua vita. Visibilmente
preoccupato dal negativo trend sociale del suo paese, in cui le classi
più deboli stavano pagando a caro prezzo la scelta capitalistica di
quelle più forti, il Moro non si rese conto che il rifiuto del papato
di concedere il divorzio (parola tabù per gli autori cattolici, che la
sostituiscono sempre con «annullamento») non rappresentava,
idealisticamente, l'opposizione della verità all'arbitrio, ma piuttosto
lo scontro, molto più prosaico, fra due diverse volontà assolutistiche,
di cui una in declino e l'altra in ascesa.
Il
divorzio, in sostanza, veniva ostacolato per motivi politici, non
religiosi. E se le cose stavano in questi termini, ben difficilmente lo
strappo dalla chiesa romana poteva essere avvertito dai cattolici
inglesi come un “peccato”.
Anzi, i torti di
una sede pontificia esosa, corrotta e reazionaria quanto mai,
apparivano di gran lunga maggiori di quelli di una monarchia inglese
ancora troppo giovane per poter impensierire i suoi sudditi. Peraltro
Enrico VIII, con molta accortezza, garantì al clero e a tutti i fedeli
che nulla del tradizionale cattolicesimo sarebbe stato modificato, a
livello sia dogmatico che sacramentale e rituale.
L'ingenuità
del Moro, in definitiva, stava nel considerare la chiesa romana
un'istituzione virtualmente migliore della monarchia inglese. Disse
infatti alla figlia Margaret, l'unica autorizzata a fargli visita:
“sebbene alcune delle deliberazioni del concilio generale della chiesa
possano risultare non perfette come le altre e in ragione di ciò
talvolta si rende necessario modificarle, è fuor di dubbio che lo
Spirito di Dio che governa la sua chiesa non ha mai permesso e mai
permetterà che il concilio generale, legalmente costituito, possa
decretare alcunché che all'attuazione si palesi illegittimo e contrario
alla volontà di Dio”.
Un'ingenuità, come si
può notare, perfettamente in linea con la sua ideologia utopistica, che
mentre sul piano soggettivo sembrava anticipare i tempi, su quello
oggettivo invece restava ad essi di molto indietro.
Errata
infatti era la sua concezione politica sia della monarchia inglese che
della “monarchia cattolica”. Da un lato egli riteneva che in
quest'ultima ci fossero ancora, allo stato latente, degli elementi
incorrotti, mediante i quali si sarebbe potuto ripristinare l'ideale
comunistico del cristianesimo primitivo; dall'altro pensava di potersi
opporre efficacemente alla concentrazione dei poteri nelle mani del re,
contestandone un aspetto particolare: l'autoannullamento da parte di
Enrico VIII del suo primo matrimonio. Un aspetto, questo, che, nel
contesto, risultava, se si vuole, abbastanza marginale.
Egli cioè era convinto che la politica anticattolica del regno rischiasse di rendere il suo ideale, così ben delineato in Utopia,
ancora più irrealizzabile e che, onde evitare tale rischio, fosse
sufficiente -ad imitazione del Battista- protestare sul piano etico e
giuridico, appellandosi alle leggi vigenti. Posizione, questa,
piuttosto contraddittoria, in quanto il giudizio sulla politica del re,
globalmente intesa, non risultava affatto negativo.
E
vero che la polemica antimonarchica caratterizzerà Thomas More sin dai
suoi primi lavori (epigrammi etico‑politici). L'abate Bremond, sotto
questo aspetto, gli aveva riconosciuto “caustica malizia e spirito
aggressivo” (e come poteva essere diversamente per un profondo
ammiratore di Erasmo, Savonarola, Pico, Terenzio, Luciano...?). Ma è
anche vero che Moro criticava il sistema borghese facendone parte
attivamente.
Nel corso degli interrogatori,
il segretario amministrativo del re, T. Cromwell, gli ricordò,
lodandolo, che quand'egli era stato cancelliere aveva giudicato
“eretici, ladri e malfattori”.
Forse l'aspetto più interessante e più attuale,
in tutta questa faccenda, è il tema dell'obiezione di coscienza, che il
Moro andò elaborando in maniera approfondita durante il carcere. Egli
in pratica sosteneva che nessuno può costringere un uomo (nella
fattispecie un cattolico) a rinunciare alle proprie convinzioni, se non
un concilio generale, una credenza universalmente riconosciuta oppure
una «speciale rivelazione». E cita come esempio probante il fatto che
Bernardo di Chiaravalle fosse recisamente contrario alla teoria
dell'immacolata concezione e che, non per questo, fu costretto a
ritrattare la propria opinione.
Moro avrebbe
anche accettato di esporre i motivi che vietavano alla sua coscienza di
prestare il giuramento di fedeltà, ma solo se avesse avuto la garanzia
che le sue dichiarazioni non sarebbero state considerate offensive dal
re e non l'avrebbero reso passibile di alcuna sanzione. Naturalmente
tale privilegio (che per noi oggi è un semplice diritto) non gli fu mai
concesso: 500 anni fa una libertà di coscienza così radicale non poteva
neppure essere immaginata dalle autorità pubbliche. Né ebbe seguito
l'idea del Moro di convocare un concilio generale per legittimare
l'operato del re, il quale al massimo avrebbe permesso un concilio
locale debitamente manovrato.
E così,
trincerandosi dietro il fatto ch'egli non aveva voluto condannare
nessuno dei firmatari del giuramento, Moro sperava in un trattamento
analogo nei suoi confronti, ben sapendo però, data la sua posizione
ufficiale, che ciò sarebbe stato molto difficile.
Fu
solo con l'inganno, tuttavia, che si riuscì a giustiziarlo, eludendo le
molte simpatie ch'egli godeva fra il popolo. Il procuratore generale
del re, R. Rich, dichiarò, mentendo, che il Moro, durante una sua
visita alla Torre, negò esplicitamente la supremazia del re.
Ma ora vediamo in breve le tesi principali delineate nelle ultime pagine di Utopia.
Moro esordisce sostenendo il principio della libertà di religione.
L'egualitaria, la democratica Utopia non può tollerare l'uso
dell'inquisizione, allora assai in vigore, né disconoscere il valore
laico e razionalista del movimento rinascimentale, e neppure può
nascondersi che nell'ambito dell'Europa occidentale l'unità religiosa
era ormai sulla via del definitivo tramonto.
Molto
probabilmente non si era neppure spenta, ai suoi tempi, l'eco delle
persecuzioni subite dai seguaci dei due precursori della riforma
protestante: Wycliff e Huss (il primo dei quali insegnante nella stessa
università di Oxford, cui il giovane Moro, più tardi, si sarebbe
iscritto).
Nel romanzo il concetto di libertà
di religione viene esteso fino al rispetto delle religioni
politeistiche, animistiche e naturali: col che si anticipa di almeno
due secoli una delle grandi conquiste giuridiche della rivoluzione
francese.
Non dobbiamo infatti dimenticare
che con la scoperta dell'America s'impose, subito dopo il colonialismo
economico e politico, quello ideologico, culturale e religioso, nella
convinzione che tutto quanto non proveniva dal mondo greco-romano,
dalla civiltà cristiana e dalla società europea (neolatina e
anglosassone) non avesse neppure il diritto di esistere. Personalmente,
il Moro preferiva le religioni monoteistiche (specie il cristianesimo),
ma tendeva a rifiutare l'organizzazione ecclesiastica. Il clero, a suo
giudizio, assomigliava troppo alla nobiltà, intento com'era a usare le
recinzioni per arricchirsi; e per quanto riguarda i frati o i monaci,
egli criticava soprattutto la loro indifferenza verso i problemi della
povertà.
Nell’isola il cristianesimo era
stato predicato solo dai laici e venivano ammessi solo gli ordini
religiosi più “genuini” (qui forse il riferimento va ai Certosini,
frequentati dal giovane Moro per quattro anni).
Sottoposti
alla ragione, i principi religiosi, nell'isola di Utopia, sono quelli
vissuti secondo natura (vedi Pico e Ficino). Dopo aver letto e riletto
l'Elogio della follia dell'amico Erasmo, in cui si condanna
duramente il fariseismo dei preti, Moro scrisse una lunga lettera al
Dorp (teologo tedesco) attaccando il principio di “autorità” negli
studi, difendendo la letteratura classica e greco-patristica contro la
scolastica, sostenendo che il teologo “è come un gallo che canta nel
suo immondezzaio e fuori di lì non è buono a nulla”.
Contro
la filosofia scolastica, “che crede -dice il Moro- di poter risolvere
ogni problema”, viene opposto non solo il deismo agnostico (il cui
massimo campione sarà Kant), ma anche la filosofia civile o politica
(di cui Hobbes, quasi un secolo dopo, si farà grande artefice).
Moro
rifiutava persino il concetto cristiano di Trinità, in quanto gli
utopiani tributano onori divini solo al “padre”, il quale non
corrisponde, stricto sensu, al dio evangelico, ma solo a uno
dei tanti nomi con cui la maggioranza dei fedeli chiama il creatore di
tutte le cose: un altro nome, non meno popolare, è Mytra.
Lo
stesso Cristo, visto più che altro come uomo, viene accettato solo
perché il suo Vangelo presenta molti aspetti comuni ai principi degli
isolani.
Nel testo è detto a chiare lettere che
i cittadini tardano a convertirsi alla religione naturale, basata sulla
ragione, perché credono ancora che Ia causa di ogni disgrazia capitata
dopo aver rinunciato alla propria religione, sia da attribuirsi
all'intervento divino e non alla casualità. D'altra parte la legge
vieta d'indurli con la forza a tale conversione. Nell'isola è proibito
fomentare l'odio o turbare l'ordine pubblico per motivi religiosi: i
trasgressori vengono puniti coll'esilio o la schiavitù (di lì a poco
invece scoppieranno in tutta Europa le terribili guerre di religione).
Nell’isola
di Utopia il Proselitismo è autorizzato a condizione che venga svolto
in maniera democratica e civile, senza fanatismi di sorta. Moro
detestava profondamente quei “furbissimi predicatori di Cristo” che “conformano il Vangelo ai loro costumi” e che insegnano “ad essere malvagi con comodissima tranquillità di coscienza”.
Insomma,
la certezza della verità di una religione non era un motivo sufficiente
-secondo Moro- per imporla a tutti i costi: chi lo faceva era sempre e
comunque un pessimo credente, anche se la sua religione era migliore di
tante altre. Solo il tempo poteva dimostrare la superiorità di una
religione sulle altre: solo colla forza dell'esempio la verità si
sarebbe fatta strada.
A Utopia però il clero
non manca. Moro non ha mai avuto il coraggio di negare valore ai
sacramenti. Di qui le ambiguità nella sua concezione della religione.
Pur essendo eletti dal popolo e solo successivamente “consacrati dai
colleghi”, i sacerdoti cristiani (uomini e donne) dipendono dal
pontefice; loro compito è quello di amministrare i sacramenti,
predicare la morale al popolo, educare i giovani; non sono sottoposti
al tribunale civile ma ha effetti civili la scomunica ch'essi possono
infliggere; sono sposati e poco numerosi, perché nel caso in cui si
corrompano non debbano arrecare molto danno; non hanno un potere
politico diretto e quando prendono parte alle guerre non combattono
attivamente, ma offrono protezione e assistenza a chiunque, anche ai
feriti e ai prigionieri nemici (vi è qui un preludio alla Croce
Rossa?). Se i malati sono troppo gravi è prevista l'eutanasia; per i
morti la cremazione.
Nell'isola si può credere
ai miracoli, ma non a maghi e indovini. Si può diventare santi ma non
da intellettuali o standosene chiusi nei monasteri a pregare e oziare:
l'unica modalità prevista è quella di compiere i lavori più umili e
faticosi, come schiavi, senza pretendere nulla in cambio (forse qui il
Moro aveva in mente i Fratelli della vita comune, un ordine inglese non
mendicante ma laborioso, alla cui scuola Erasmo passò alcuni anni).
Tuttavia,
nonostante queste forti aperture al progresso e al realismo umanistico,
non poche erano le incongruenze nel suo concetto di libertà di
religione. Anzitutto perché Moro considerava obbligatori per tutti gli
utopiani tre principi di carattere generale: l'immortalità dell'anima,
la provvidenza divina e la retribuzione ultraterrena. Verità
constatabili -a suo dire- in tutte le più importanti religioni
dell'uomo.
In tal modo la religione appare
come un aspetto irrinunciabile della società utopiana, tanto è vero che
l'ateismo viene tollerato solo con molte riserve. Moro infatti è del
parere che una concezione completamente laica o atea della vita non può
essere anche umana e democratica, poiché senza poter far leva sul senso
di colpa connesso alla fede in un aldilà e quindi in una sorta di
giudizio universale, è impossibile convincere gli uomini a conformare
la loro coscienza al volere della legge.
Moro
è sempre stato scettico nei confronti delle capacità umane di bene,
cioè di trasformazione qualitativa della società. Nel sistema ove
domina la proprietà privata i casi per lui sono due: “o ti guasti al
contatto altrui, o la tua onestà farà da schermo alla disonestà degli
altri”. Il che significa: o corruzione o strumentalizzazione (il
livello di consapevolezza diventa relativo). Ecco perché non gli riesce
di accettare sino in fondo le conseguenze della libertà di coscienza da
lui stesso affermata. Gli atei infatti sono costretti ad adeguarsi ai
criteri religiosi dell'isola: naturalmente se lo fanno per convinzione
è meglio. Ad essi inoltre è interdetto ricevere onori, cariche e uffici
pubblici, mandato parlamentare... Possono sì discutere le loro
opinioni, ma solo in privato e solo in presenza di sacerdoti e “uomini
seri”. Ateismo, per il Moro, significa materialismo rozzo e volgare,
tendenza all'immoralità.
Senonché,
proprio il suo romanzo politico attesta che là dove manca una piena
libertà di coscienza, la libertà di religione non può essere affermata
in modo coerente. Là dove esiste la discriminazione dell'ateismo,
esiste anche l'imposizione di una o più religioni. Non è singolare che
il trattamento riservato agli atei nella società utopiana sia stato
molto simile a quello che la monarchia Tudor riservò a lui stesso negli
ultimi anni della sua vita? Qui come là l'obiettore di coscienza non ha
avuto il diritto di esprimersi pubblicamente, né quello di organizzare
un'opposizione di minoranza.
Certo, il Moro dell'Utopia
non avrebbe mai decollato gli atei confessi, ma il pamphlet era appunto
un “sogno” non la realtà. Le istituzioni e i poteri che lo accusavano
di tradimento, ragionando secondo il noto principio: la maggioranza ha
il monopolio della verità, avevano assai meno scrupoli quando si
trattava di coartare la libertà di individui scomodi e in fondo
pericolosi come lui.
Quel principio venne
condiviso dal Moro sempre malvolentieri, anche quando, in un modo o
nell'altro, era costretto ad applicarlo in qualità di membro della
Camera dei Comuni, Vicesceriffo di Londra, Tesoriere dello Scacchiere, Ambasciatore e Cancelliere del Regno: questi i gradini della sua intensa carriera politica, amministrativa e diplomatica.
Ad
un certo punto però i nodi di un’acuta consapevolezza dei problemi
sociali vengono al pettine di un'esperienza tipicamente “borghese”. Di
qui la decisione di resistere passivamente all'atto di supremazia.
Oggi
possiamo anche discutere sul valore intrinseco di questa scelta,
potremmo cioè tranquillamente affermare che se la maggioranza di per sé
non fa la verità, la minoranza non ha delle chances superiori: è certo
un'illusione quella di credere che l'opposizione a un qualunque governo
borghese sia sempre migliore di questo governo.
Ma
almeno su un aspetto, diciamo di “metodo personale”, il giudizio
dovrebbe essere unanime. Se di fronte a coloro che sostengono una
determinata verità, foss'anche questa verità condivisa da milioni di
persone, qualcuno ritenesse di pensarla diversamente, ebbene costui
dovrebbe avere il diritto e il dovere di manifestarlo senza temere per
la sua sicurezza personale. Si può infatti sbagliare nel modo di
concretizzare le proprie idee, ma non si può imporre l'unanimismo. In
fondo né le pretese di chi governa né l'indifferenza di chi subisce
hanno mai fatto fare grandi passi all'umanità. Spesso anzi si è dovuti
tornare indietro e ricominciare molte cose da capo.
Purtroppo la storia non diede a Moro il
tempo sufficiente per dimostrare che aveva ragione, o forse gliene
diede abbastanza perché dimostrasse che aveva torto. Il suo concetto di
libertà di coscienza, in effetti, avrebbe potuto “fare” la verità
soltanto se lo si fosse applicato adeguatamente alle esigenze di coloro
che nell'England del '500 lottavano contro la rovina dei villaggi,
l'aumento della rendita, le recinzioni e le usurpazioni delle terre
comuni.
Soltanto cioè se l'intellighenzia
progressista avesse saputo convogliare le istanze di liberazione di
vaste popolazioni oppresse dal giogo del capitale verso il
conseguimento di un comune obiettivo, verso uno scopo rivoluzionario,
che l'evoluzione storica rendeva sempre più urgente.
Moro
avvertì questo come umanista, ma, essendo troppo legato all'entourage
della corona, si trovò impreparato sul terreno politico. “Dio e la mia
coscienza -aveva detto a Meg- vedono chiaramente che nessuno può
annoverarmi fra coloro che aspirano a governare». In questo la sua
esperienza rifletteva dei limiti non solo soggettivi, ma anche
oggettivi, quelli del suo tempo e quelli della coscienza di classe dei
contadini che insorgevano contro i loro padroni.