|
Zenone di Elea
| Vota | | Media: 0.0/5 (0 voti) |
Zenone di Elea
LA VITA
Anche per Zenone l'unica immagine che possediamo è quella contenuta nel racconto platonico del Parmenide (127 a), nel quale un quarantenne Zenone, «ben fatto e gradevole a vedersi» accompagna Parmenide ad Atene. In base a questo racconto la nascita di Zenone andrebbe collocata nel 490 o subito dopo. Secondo Diogene Laerzio (IX, 29; ma il testo è lacunoso) Apollodoro
collocava l'acme di Zenone nell'Olimpiade 79 (464-461), facendone
risalire la nascita alla fine del secolo precedente. Non conosciamo
nessuna vicenda della sua vita, a meno che si voglia dare valore
storico alla narrazione del Parmenide platonico e alla notizia in esso contenuta che Zenone era l'amante di Parmenide. Apollodoro ne faceva invece il figlio adottivo di Parmenide e Ateneo
protestava contro quella che considerava un'interpretazione maligna e
gratuita di Platone. Una tradizione dice che Zenone non abbandonò mai
Elea e in particolare non si recò ad Atene: potrebbe trattarsi di una
reazione alla versione platonica. Un altro insieme di notizie concerne
le vicende politiche di Zenone, che sarebbe stato fiero oppositore e
anche vittima di un tiranno. Non è sicuro di quale tiranno si
trattasse, e anche i particolari della storia, fatta di crudeltà e di
astuzie, sembrano fittizi. Zenone vi appare chiaramente come un tipico
rappresentante della resistenza filosofica alla tirannide e il suo
contrasto con il tiranno è anche occasione per trovate astute e
risposte sottili.
IL PENSIERO
A Zenone di Elea, che la tradizione raffigurava come il fedele scolaro di Parmenide, sono stati spesso attribuiti gli aspetti più paradossali dell'eleatismo. Isocrate lo collocava vicino a Protagora, Gorgia e Melisso,
come rappresentante di una cultura oratoria brillante ma poco utile, e
diceva di lui che «tentava di mostrare che le medesime cose sono una
volta possibili e poi di nuovo impossibili». Secondo la testimonianza platonica Zenone dichiarava di esser venuto in aiuto di Parmenide
seguendo una via indiretta: contro coloro che mettevano in luce le
conseguenze ridicole e contraddittorie delle dottrine parmenidee,
mostrava che è invece la molteplicità a produrre risultati
contraddittori, facendo apparire «le stesse cose simili e dissimili,
una sola e molte, immobili e in movimento». L'interpretazione platonica
sembra una correzione dell'immagine paradossale che troviamo in Isocrate.
E possibile che l'interpretazione di Platone abbia radici all'interno
del gruppo platonico, e all'interpretazione platonica si ricollegava
Aristotele quando faceva di Zenone «l'inventore della dialettica». Qui
'dialettica' va intesa probabilmente in senso aristotelico, come un
ragionamento che parte da assunzioni altrui e le esamina, per metterne
in luce eventuali conseguenze poco credibili. Già le
interpretazioni antiche di Zenone dovevano essere discordanti:
l'immagine che ne aveva dato Platone dovette restare canonica, anche se
Eudemo, Alessandro e Simplicio la dovevano intendere in modi diversi29. Secondo Simplicio,
Zenone «nel suo scritto apportava molti argomenti confutatori per
mostrare che chi sostiene che esistono molte cose si trova ad asserire
cose contrarie, per esempio che le cose sono grandi e piccole, grandi
fino ad essere infinite e piccole fino a non avere grandezza». Da una
stessa premessa, «i molti sono», Zenone ricavava cioè coppie di
conclusioni contraddittorie: i molti sono infinitamente grandi e
infinitamente piccoli, hanno molteplicità limitata e molteplicità
infinita. Forse Zenone formulava un primo argomento contro la
molteplicità per mostrare che ciascuna delle cose molteplici, se deve
essere una e identica a se stessa, non può avere grandezza. Simplicio
non ci riferisce questa argomentazione, ma essa doveva introdurre la
divisione in parti, che ha tanta importanza nelle argomentazioni
zenoniane. Se ha grandezza, una cosa può esser divisa in parti; ma
allora non sarà più unitaria né identica a se stessa, perché sarà
costituita da una somma di parti e sarà identica a questa somma. Può
darsi che a questo punto Zenone prendesse in considerazione una
possibile obiezione alla tesi che per esistere un'unità non deve avere
grandezza: se non ha grandezza, una cosa non esiste, perché, per
esistere, deve far aumentare la cosa cui è aggiunta o diminuire quella
da cui è tolta. Ma Zenone faceva di nuovo intervenire la divisione in
parti nel suo secondo argomento contro la molteplicità: se si ammette
che ciò che è, per essere, deve avere grandezza, allora si avrà una
molteplicità, ma i molti saranno piccoli e grandi. Infatti ogni cosa
che è avrà grandezza e spessore, e l'avranno anche ciascuna delle sue
parti, ognuna delle quali si distinguerà da un'altra, la quale a sua
volta avrà grandezza, spessore e si distinguerà da un'altra; e così
via. Si avranno allora cose tanto piccole da non avere grandezza e
tanto grandi da essere infinite. Infatti, via via che si procede nella
divisione di una cosa, le sue parti si fanno sempre più piccole, fino
quasi ad annullarsi. Ma se ogni cosa è costituita da infinite parti,
aventi ciascuna una grandezza, essa sarà infinitamente grande. Si
è osservato che, dal punto di vista matematico, il ragionamento
zenoniano non è corretto perché, se le parti alle quali mette capo la
divisione all'infinito tendono a 0, allora la loro somma non può essere
infinita, in quanto la somma di una serie che converge a 0 (come 1/2,
1/4, 1/8,...) è 1. In questo caso nessuna delle parti è nulla e la loro
somma può coincidere con la cosa di cui sono parti. Zenone però
riteneva che le parti prodotte dalla divisione fossero non nulle solo
se potevano far cambiare la grandezza di una cosa cui fossero aggiunte
o tolte, e probabilmente ricavava di qui l'immagine di una somma di
infinite parti uguali, una somma appunto infinita. In questo caso le
cose finite diventerebbero somme infinite di parti. Ma è stato anche
osservato che nel secondo argomento Zenone poteva formulare non
un'antinomia (se si ammette la molteplicità, questa sarà
contemporaneamente nulla, perché fatta di parti praticamente uguali a
0, e infinita, perché costituita dalla somma di infinite parti uguali e
non nulle), ma un dilemma: o si accetta il primo argomento, e allora le
parti alle quali mette capo la divisione, se esistono, non hanno
grandezza, sicché la cosa costituita dalla loro somma sarà piccola
(dove 'piccolo' è inteso in opposizione a 'grande'); oppure le cose
diventano infinitamente grandi, perché sono la somma infinita di
infinite parti che hanno grandezza. In questa interpretazione il
ragionamento di Zenone sarebbe meno dipendente da una divisione in
parti rappresentabile come una serie. Probabilmente nel formulare
i suoi ragionamenti Zenone non dava un'interpretazione geometrica delle
cose, ma spingeva oltre ogni limite un processo di divisione che ai
suoi primi stadi aveva ovvi riscontri intuitivi. Doveva esser questo il
presupposto del terzo argomento contro la molteplicità, che Simplicio
dice di riferire alla lettera: «se i molti sono, è necessario che siano
tanti quanti sono; e se sono tanti quanti sono, dovrebbero essere
limitati. Se i molti sono, le cose che esistono sono infinite: infatti
sempre in mezzo alle cose che sono cene sono altre, ed altre ancora in
mezzo a queste. E così le cose esistenti sono infinite». Poiché non
sempre tra due cose se ne deve ammettere una terza, in quanto possono
esistere collezioni di cose discrete e finite, anche in questo caso si
è pensato che il ragionamento zenoniano si applichi solo a insiemi
densi, come quelli dei punti, tra due dei quali è sempre possibile
inserirne un terzo. Ma anche in questo caso è molto più probabile che
Zenone, anziché far riferimento a qualcosa come il 'continuo' o lo
'spazio euclideo', partisse da processi intuitivi, quali l'inserimento
di un intervallo tra due corpi, e supponesse l'esecuzione di
un'operazione simile all'interno di un corpo per dividerne le parti. Secondo Diogene Laerzio,
Zenone argomentava anche contro il movimento sostenendo che «ciò che si
muove non si muove né nel luogo in cui è, né in quello in cui non è».
Per Aristotele quattro sono i ragionamenti di Zenone intorno al
movimento. Il primo argomento contro il moto,
detto la dicotomia, parte dalla considerazione che un mobile non può
mai arrivare al termine della traiettoria, perché prima di percorrere
il percorso intero deve percorrerne la metà. Questo testo è stato
variamente inteso (fìg. 1).
A.
Dato il percorso A-B, prima di giungere in B, il mobile deve percorrere
½(A-B), raggiungendo A1, ma prima di raggiungere A1, deve percorrere
3/2(A-A1) e così via.
B. Supposto che il
mobile abbia raggiunto il punto A1, a metà del percorso A-B, esso dovrà
percorrere ½ (A2-B) prima di raggiungere B, e poi 1/2(A2-B) e così via.
Aristotele spiegava la difficoltà posta da questo argomento
dicendo che in esso una traiettoria infinita doveva essere percorsa in
un tempo finito. In entrambe le interpretazioni il mobile dovrà
percorrere infiniti intervalli decrescenti di 1/2, 1/4, 1/8,..., dove
il denominatore potrà crescere all'infinito.
Il secondo argomento
contro il moto è quello detto di Achille o di Achille e la tartaruga.
Si supponga che Achille insegua una tartaruga, che ha su di lui un
vantaggio iniziale; pur muovendosi con una velocità maggiore di quella
della tartaruga, Achille non la raggiungerà mai, perché, se si suppone
che AB sia il vantaggio della tartaruga su Achille, questi deve
giungere in B, per raggiungere la tartaruga. Nel frattempo però la
tartaruga sarà passata in A1 e, quando Achille sarà giunto in A1, essa
sarà ìn A2 e così via. Secondo Aristotele questo argomento era identico
al precedente, con la sola differenza che qui non si ha una serie di
dimezzamenti, ma gli spazi che dividono Achille dalla tartaruga
diventano sempre più piccoli secondo la serie 1/n, 1/n2 , 1/n3... . Il terzo argomento contro
il moto e quello detto della freccia. In ogni momento dato un corpo
occupa uno spazio esattamente uguale alla sua grandezza, e quando un
corpo occupa uno spazio uguale a se stesso è in quiete. Pertanto in
ogni istante di un movimento il mobile sarà in quiete, e un movimento
non può risultare da una somma di stati di quiete.
II quarto argomento contro
il moto, detto anche delle masse nello stadio, suppone che in uno
stadio ci siano tre serie (A1, A2, A3, A4; B1, B2, B3, B3; C1, C2, C3,
C4) di corpi. Le tre serie hanno uguale lunghezza e una (A1-A2) è
ferma, mentre le altre due si muovono con la stessa velocità lungo
percorsi paralleli. Una serie si muove dall'estremità dello stadio e
l'altra in senso inverso dalla metà dello stadio verso quell'estremità.
Nella posizione iniziale (fìg. 2a) B3 e B4 sono in corrispondenza di A1
e A2, mentre C1 e C2 sono in corrispondenza di A3 e A4. Ci dovrebbe
essere un momento in cui ciascuna massa di una serie sarà allineata con
la massa corrispondente delle altre due serie, sicché gli estremi
A1-B1-C1 e A4-B4-C4 combaceranno (fìg 2b).
Per raggiungere questa disposizione le masse B e C superano le une
rispetto alle altre 4 intervalli, perché B4 nella posizione iniziale
non corrisponde a nessun C, mentre nella posizione finale corrisponde a
C4: dunque i B e i C sono sfilati gli uni rispetto agli altri di 4
posizioni. Ma nello stesso tempo, B4 raggiunge A1 e C1 raggiunge A1
muovendosi di 2 soli intervalli. Poiché le serie sono tutte uguali,
bisogna ammettere che i corpi in movimento hanno percorso nello stesso
tempo spazi uguali e diseguali. Potrebbe essere Aristotele che,
esponendo l'argomento della freccia, attribuisce a Zenone la concezione
del tempo come somma di istanti in ognuno dei quali la freccia è
stazionaria. E Aristotele liquida anche l'argomento delle masse nello
stadio con l'osservazione che Zenone trascura le velocità relative dei
mobili. La critica aristotelica potrebbe dipendere dal fatto che
Aristotele espone gli argomenti zenoniani riferendoli a intervalli
finiti e a corpi macroscopici di grandezza finita. Non così faceva con
i primi due argomenti contro il moto, la dicotomia e Achille, esponendo
i quali sosteneva che Zenone fa percorrere distanze infinite in tempi
finiti. In effetti Aristotele faceva riferimento a Zenone nel trattare
di infinito e di continuo, e la letteratura filosofica e matematica
posteriore ha ripreso quelle argomentazioni. Quando nell'Ottocento
si sistemò la teoria matematica del continuo, parve che anche i
paradossi zenoniani potessero esser spiegati e risolti. Nacque così una
storiografia che presentava le argomentazioni zenoniane in chiave
matematica, tanto più che si poteva pensare che Zenone facesse
riferimento a una matematica pitagorica entrata in crisi con la
scoperta delle grandezze incommensurabili; e con quella crisi Zenone
poteva esser collegato, perché i suoi paradossi nascevano dalla
scoperta del continuo, che solo la moderna teoria degli insiemi rendeva
possibile padroneggiare. La storiografia più recente ha cercato di
liberarsi dalla prospettiva matematica. La matematica pitagorica è
apparsa un'improbabile invenzione, e gli storici sono diventati
prudenti nell'introdurre riferimenti all'infinito nei paradossi di
Zenone; hanno invece preferito ricostruire il suo linguaggio
filosofìco, nel quale i problemi dell'infinito matematico e del
continuo non sono presenti. Non è escluso che Zenone fosse
diventato un personaggio al quale si potevano assai liberamente
attribuire argomenti paradossali, come quel sorite con il quale avrebbe
sostenuto che ogni grano di miglio dovrebbe far rumore cadendo, se fa
rumore tutto il mucchio. Oggi è difficile farci un'idea del tipo di
scritti nei quali erano esposti i 'paradossi' di Zenone, del pubblico
al quale si rivolgevano, della funzione che dovevano compiere. Spesso
tra i rappresentanti della filosofia presocratica si cita Epicarmo, un personaggio vissuto tra la fine del VI e il V secolo a.C., al quale veniva attribuita l'invenzione della commedia. Alcimo accusò Platone di aver trovato in Epicarmo molte cose e di averle copiate, e la tradizione pitagorica s'impadronì di lui, facendone uno scolaro di Pitagora. Tutte queste notizie sono poco attendibili. E' certo che Epicarmo
era un rappresentante della vita intellettuale delle colonie greche
dell'Italia meridionale e della Sicilia, e che scrisse delle
composizioni teatrali. In esse compaiono argomentazioni 'di tipo
filosofìco'. Trattandosi di dialoghi non c'è da stupirsi che Epicarmo
mettesse in scena dottrine che potevano colpire per la loro stranezza e
che potevano essere attribuite ai personaggi rappresentati. Proprio gli
eleati diventeranno popolari per la paradossalità delle loro tesi. Ma i
testi di Epicarmo potrebbero anche rivelare modi di
argomentare inconsueti, e tuttavia diffusi nella cultura letteraria e
codificati nella cosiddetta cultura fìlosofica. E possibile trovarvi
versi che ricordano Senofane, che possono far venire in mente i paradossi zenoniani e che avranno echi ancora nel Fedone di Platone. Tutto questo non autorizza a dire che Epicarmo sia una fonte di Platone, così come non è possibile dire che ci siano stati rapporti tra Epicarmo e Senofane, Parmenide o Zenone. Ma il riferimento a Epicarmo
può mostrare che certi modi di ragionare sono nati proprio nel
linguaggio letterario e nella sua ricerca della sottigliezza e del
paradosso. Tutto sommato, forse Zenone non ha dato voce a una teoria
dell'infinito o del continuo o dello spazio geometrico, ma ha
semplicemente costruito paradossi assumendo che una cosa non coincida
con la somma delle sue parti, che un movimento sia una somma di stati
stazionari, che prima di esser giunti a una posizione bisogna aver
occupato la posizione precedente e così via. In questo senso egli
riprendeva un elemento parmenideo. Parmenide aveva
sostenuto che, una volta introdotta, la negazione genera parole,
ciascuna delle quali pretende di avere un riferimento autonomo: e nasce
un'immagine fallace dell'universo. Zenone fa qualcosa di analogo: se si
mette una parte tra altre due o una tappa prima di un termine, non si
può poi più ricostituire il tutto. La fortuna di Zenone nella
letteratura retorica e sofistica fa supporre che la sua connessione con
la logica, la dialettica e la matematica possa essere molto sviante. I
filologi hanno riportato le arditezze speculative dell'eleatismo al
linguaggio letterario arcaico e gli storici della filosofìa hanno
cercato di trovare negli usi del linguaggio comune le fonti dei
paradossi di Zenone. Queste impostazioni sono in parte figlie della
moda filosofica del nostro tempo. Ma certamente non conviene cercare in
Zenone un critico della matematica pitagorica o un protagonista della
nascita della matematica greca classica o uno scopritore delle
difficoltà che la teoria moderna degli insiemi avrebbe risolto. Zenone
è rimasto una figura popolare nella nostra tradizione, e filosofi e
matematici moderni hanno spesso fatto riferimento a lui; ma l'immagine
che ne è sopravvissuta, passata attraverso i testi aristotelici e
legata alla teoria aristotelica dell'infinito e del continuo, si è
formata all'interno dei gruppi platonici nel corso della discussione
sulla matematica e il movimento. In quel momento la matematica offriva
una teoria della molteplicità e del movimento che poteva costituire una
difficoltà per le teorie filosofiche condivise dai platonici. Dovette
nascere l'idea che le difficoltà filosofiche generate da quelle teorie
matematiche dipendessero dall'infinito, e i paradossi di Zenone
dovettero sembrare la prova più eloquente in proposito. Infatti, prima
di Platone, Zenone è conosciuto soprattutto come costruttore di
paradossi e lo stesso Platone partiva da questa immagine per fare di
lui un semplice difensore della filosofia parmenidea. Poi, forse già
Platone, ma certamente Aristotele si servirono delle argomentazioni di
Zenone per mostrare le difficoltà alle quali va incontro il tentativo
di introdurre l'infinito.
OPERE
Anche per quel che riguarda l'opera di Zenone la notizia più antica è quella di Platone (Parmenide),
che parla di uno scritto di Zenone, che allora arrivava per la prima
volta ad Atene. Una tradizione attribuiva a Zenone più opere, forse
quattro (Dispute, Esame delle dottrine di Empedocle, Contro i filosofi e Sulla natura), ma gli storici hanno riconosciuto in questi titoli tutt'al più il riferimento tardo a parti di una stessa opera. Non
sappiamo molto della struttura dello scritto di Zenone. Platone parla
dei «discorsi» che lo componevano e sembra riconoscere in ogni discorso
più «ipotesi». Probabilmente nel gruppo platonico era invalsa l'abitudine di rappresentare gli eleati, a cominciare dallo stesso Parmenide, nell'atto di discutere. Proclo attribuiva a Zenone ben quaranta argomenti, mentre ai quaranta argomenti contro la molteplicità Elia aggiungeva cinque ragionamenti contro il moto. Per
noi è difficile accedere direttamente allo scritto di Zenone, perduto.
Aristotele cita ampiamente argomentazioni zenoniane; ma non sappiamo
affatto se egli attinga fedelmente a qualche scritto o se le sue siano
interpretazioni di argomentazioni di Zenone o che si facevano risalire
a Zenone.
|
Skuola.it © 2012 - Tutti i diritti riservati - P. IVA: 04592250650 -
CONTATTACI |
| |