Epodi - 05 - Le malie di Canidia Bookmark and Share
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'Per tutti gli dei che in cielo governano

il genere umano e la terra,

cos'è questo fermento? perché tutte

mi guardate con occhi truci?

Per i tuoi figli, se a presenziare un tuo parto

hai mai invocato Lucina,

per questo vano ornamento di porpora,

per Giove che questo condanna,

dimmi, perché mi guardi come una matrigna

o una belva ferita?'

 

Cosí con voce tremante pianse il fanciullo,

quando impietrito fu spogliato,

un corpo immaturo che avrebbe intenerito

l'empio cuore dei traci.

Canidia allora, che fra i capelli arruffati

ha nodi guizzanti di vipere,

ordina che su fiamme della Còlchide

siano arsi cipressi funebri,

caprifichi divelti dai sepolcri,

uova di rospo viscido

sporche di sangue, penne di civetta,

erbe che vengono da Iolco

o dall'Iberia, patria di veleni, e ossa

strappate ai denti di una cagna.

Sàgana intanto, discinta e con i capelli

irti come riccio di mare

o cinghiale in fuga, sparge in tutta la casa

acqua del lago Averno.

Veia, che non è distolta da alcun rimorso,

scava a colpi di zappa

la terra, gemendo per la fatica:

qui seppelliranno il fanciullo

con solo il capo che affiora, come chi nuota

fuori dell'acqua ha solo il mento,

perché davanti ai cibi sempre nuovi e freschi

abbia a morire lentamente:

col midollo estratto e il fegato inaridito

si farà cosí un filtro d'amore,

quando le sue pupille sbarrate sul cibo

vietato si saranno spente.

Era presente anche Folia, la riminese

(cosí si crede a Napoli

fra gli sfaccendati e nelle città vicine),

che ama le donne come un uomo

e per magia con l'incanto della sua voce

strappa dal cielo luna e stelle.

E Canidia, livida di rabbia, rodendosi

coi denti l'artiglio del pollice,

senza ritegno disse:

 

                                'Dell'opera mia

fedeli testimoni,

Notte e Luna, regina del silenzio,

al tempo dei sacri misteri,

ora, ora assistetemi e l'ira divina

volgete sulle case ostili.

Mentre le fiere si nascondono negli orridi,

abbandonate a un dolce sonno,

fate che i cani di Suburra latrino

contro quel vecchio traditore e tutti ridano,

profumato cosí com'è di nardo,

che migliore non saprei fare.

Ma perché, perché non hanno effetto i veleni

spietati della barbara Medea?

con questi, in fuga, si vendicò della figlia

del grande Creonte, la superba rivale,

quando il peplo avvelenato, datole in dono,

tra le fiamme rapí la sposa in fiore.

Nessuna radice nascosta in luoghi impervi,

nessuna erba m'è sfuggita,

e il letto, in cui dorme, tutte le mie rivali

dovrebbe per malia fargli scordare.

Per gli incantesimi d'un'altra maga, ahimè,

piú sapiente, se ne va libero.

Ma ora, Varo, dovrai piangere a lungo:

per effetto di un filtro inusitato

correrai da me e a me tornerà il tuo cuore

non piú attratto da cantilene marsiche.

Filtro piú forte ti preparerò, piú forte

te lo mescerò, visto che mi odi,

e il cielo sprofonderà nel mare e su questo

si stenderà la terra,

se tu per me non arderai d'amore

come la fiamma nera del bitume'.

 

A queste minacce il fanciullo piú non tenta

d'intenerire quelle scellerate,

ma dopo lo smarrimento rompe il silenzio e

lancia, come Tieste, la sua maledizione:

 

'I filtri non possono mutare il destino

degli uomini, giusto o ingiusto che sia.

Vi maledirò; e questa maledizione

nessun sacrificio potrà espiarla.

Quando, messo a morte, sarò spirato, innanzi

vi comparirò nella notte come un demone,

larva che con gli artigli vi ghermirà il volto,

perché questo possono i morti,

e pesando sui vostri cuori inquieti,

nel terrore vi ruberò il sonno.

Nei villaggi da ogni parte la folla

vi lapiderà, streghe maledette,

e avvoltoi e lupi sull'Esquilino

dilanieranno le vostre membra insepolte:

questo dovranno vedere i miei genitori,

che, ahimè, mi sopravviveranno'.


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