Quando, eccitato per la vittoria di Cesare,
berrò nella tua grande casa il cecubo
(cosí voglia Giove), che serbi, Mecenate
felice, per i banchetti festivi,
mentre risuona il nostro canto tra la lira
dorica e il flauto barbaro?
come il giorno in cui l'ammiraglio di Nettuno,
che minacciava a Roma i ceppi tolti
con amicizia a schiavi infidi, fu battuto
per mare e fuggí con le navi in fiamme.
Un romano, ahimè (non lo crederanno i posteri),
vendutosi a una femmina,
soldato qual è, porta armi e pali agli ordini
di decrepiti eunuchi,
e tra le insegne militari il sole brilla
sopra un'oscena zanzariera.
Ma, inneggiando a Cesare, i cavalieri galli
si sono schierati a torme con noi
e le navi del nemico, virando svelte
a sinistra, si nascondono in porto.
Trionfo, trionfo, perché trattieni i carri d'oro
e le giovenche brade?
Trionfo, mai duce esaltasti simile a Cesare,
né il vincitore di Giugurta,
né l'Africano, il cui valore seppellí
Cartagine nelle macerie.
Vinto per terra e mare il nemico ha mutato
la porpora col saio a lutto:
forzando il vento forse si dirige a Creta,
che splende di cento città,
forse verso le Sirti sconvolte dall'austro
o ancora va alla ventura per mare.
Porta allora, ragazzo, coppe piú grandi
e vino di Lesbo, di Chio,
o versaci il nostro cecubo, che combatte
la spossatezza della nausea:
il dolce Bacco giova a sciogliere le angosce
e i timori per la sorte di Cesare.