Epodi - 09 - A Mecenate nell'annuncio della vittoria di Azio Bookmark and Share
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Quando, eccitato per la vittoria di Cesare,

berrò nella tua grande casa il cecubo

(cosí voglia Giove), che serbi, Mecenate

felice, per i banchetti festivi,

mentre risuona il nostro canto tra la lira

dorica e il flauto barbaro?

come il giorno in cui l'ammiraglio di Nettuno,

che minacciava a Roma i ceppi tolti

con amicizia a schiavi infidi, fu battuto

per mare e fuggí con le navi in fiamme.

 

Un romano, ahimè (non lo crederanno i posteri),

vendutosi a una femmina,

soldato qual è, porta armi e pali agli ordini

di decrepiti eunuchi,

e tra le insegne militari il sole brilla

sopra un'oscena zanzariera.

Ma, inneggiando a Cesare, i cavalieri galli

si sono schierati a torme con noi

e le navi del nemico, virando svelte

a sinistra, si nascondono in porto.

 

Trionfo, trionfo, perché trattieni i carri d'oro

e le giovenche brade?

Trionfo, mai duce esaltasti simile a Cesare,

né il vincitore di Giugurta,

né l'Africano, il cui valore seppellí

Cartagine nelle macerie.

Vinto per terra e mare il nemico ha mutato

la porpora col saio a lutto:

forzando il vento forse si dirige a Creta,

che splende di cento città,

forse verso le Sirti sconvolte dall'austro

o ancora va alla ventura per mare.

Porta allora, ragazzo, coppe piú grandi

e vino di Lesbo, di Chio,

o versaci il nostro cecubo, che combatte

la spossatezza della nausea:

il dolce Bacco giova a sciogliere le angosce

e i timori per la sorte di Cesare.


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