Non amo piú, Pettio, come un tempo scrivere
versi, perché d'amore profondo sono ferito,
un amore, che piú d'ognuno, di tutti
mi fa ardere per teneri ragazzi o fanciulle.
Questo dicembre, che spoglia la foresta,
è il terzo da che cessò la mia pazzia per Inachia.
Ero, ahimè, la favola della città:
un mare di vergogna! e di quei conviti mi pento,
in cui se ti apparti in silenzio, traendo
dal profondo sospiri, tradisci la tua passione.
'Ma contro l'avidità non vale niente
il buon cuore di un povero?' ti dicevo sfogandomi,
quando infervorato dal fuoco del vino
mi strappava ogni segreto quel demonio di un dio.
'Ah, se dentro mi ribollisse la rabbia
di liberarmi, gettando al vento i falsi rimedi
che non valgono a sanarmi la ferita,
l'onore mio non lotterebbe piú ad armi impari.'
Davanti a te questo affermavo con forza,
ma, invitato ad andarmene, con piede titubante
tornavo, ahimè, a quella soglia nemica,
a quella porta sbarrata, a spezzarmi reni e fianchi.
Ora mi lega l'amore per Licisco,
che si vanta piú languido di qualsiasi donnina:
da lui non possono sciogliermi i consigli
spassionati degli amici, né le sue dure ingiurie,
ma l'altra fiamma d'una bianca fanciulla
o di un ragazzino liscio con i capelli al vento.