Epodi - 11 - A Pettio Bookmark and Share
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Non amo piú, Pettio, come un tempo scrivere

versi, perché d'amore profondo sono ferito,

un amore, che piú d'ognuno, di tutti

mi fa ardere per teneri ragazzi o fanciulle.

 

Questo dicembre, che spoglia la foresta,

è il terzo da che cessò la mia pazzia per Inachia.

Ero, ahimè, la favola della città:

un mare di vergogna! e di quei conviti mi pento,

in cui se ti apparti in silenzio, traendo

dal profondo sospiri, tradisci la tua passione.

'Ma contro l'avidità non vale niente

il buon cuore di un povero?' ti dicevo sfogandomi,

quando infervorato dal fuoco del vino

mi strappava ogni segreto quel demonio di un dio.

'Ah, se dentro mi ribollisse la rabbia

di liberarmi, gettando al vento i falsi rimedi

che non valgono a sanarmi la ferita,

l'onore mio non lotterebbe piú ad armi impari.'

Davanti a te questo affermavo con forza,

ma, invitato ad andarmene, con piede titubante

tornavo, ahimè, a quella soglia nemica,

a quella porta sbarrata, a spezzarmi reni e fianchi.

 

Ora mi lega l'amore per Licisco,

che si vanta piú languido di qualsiasi donnina:

da lui non possono sciogliermi i consigli

spassionati degli amici, né le sue dure ingiurie,

ma l'altra fiamma d'una bianca fanciulla

o di un ragazzino liscio con i capelli al vento.


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