Era notte e in un cielo limpido velato di stelle
splendeva la luna,
e tu, già offendendo in cuore il nome degli dei,
giuravi sulle mie parole,
e ti stringevi a me con le braccia morbide piú forte
dell'edera intorno a una quercia:
finché i lupi odieranno gli agnelli e Orione i marinai,
quando d'inverno sconvolge il mare,
o una brezza leggera scompiglierà ad Apollo i lunghi capelli,
mio e tuo sarà questo amore.
Come dovrai dolerti, Neèra, del mio orgoglio:
se in questo corpo sopravvive un uomo,
non sopporterà che tu conceda a un altro le tue notti
e nell'ira cercherà chi lo riami.
Rotto l'incanto non mi piegherò piú alla tua bellezza,
se avrò coscienza del dolore.
E tu, chiunque tu sia piú felice di me che superbo
ora cammini sulla mia sventura,
puoi essere ricco quanto vuoi di terre e armenti,
avere oro che scorra come un fiume,
conoscere la dottrina arcana di un nuovo Pitagora
o Níreo vincere in bellezza:
anche tu piangerai l'amore passato a un altro
e riderò io allora.