Di nuovo il mio tempo si logora in guerre civili
e Roma di suo pugno rovina.
Quella città che non poterono distruggere i marsi,
l'esercito etrusco di Porsenna,
il contrasto con Capua, l'accanimento di Spartaco
e l'irrequietezza degli allòbrogi,
né domare la gelida gioventú di Germania
o Annibale, esecrato dai nostri padri,
l'annienteremo noi, genia dal sangue maledetto, e
sul nostro suolo torneranno le fiere.
Sulle ceneri s'ergerà un barbaro, nel frastuono
al galoppo calpesterà Roma,
e, orrore, disperderà sprezzante le ossa di Romolo,
ora difese da sole e vento.
Tutti, o i migliori fra voi, chiedono com'è possibile
affrancarsi da queste sventure:
unica soluzione è andarsene, come i focesi,
che fra le maledizioni abbandonarono
terra e case, lasciando che lupi ingordi e cinghiali
nei templi facessero la loro tana;
andarsene alla ventura o per mare dove porta
la furia di scirocco e libeccio.
Approvate? o v'è miglior consiglio? perché indugiamo
a imbarcarci, visti i buoni auspici?
Ma prima questo giuriamo: 'Sia lecito tornare
solo quando dal fondo verranno a galla i sassi,
e si osi spiegare le vele per la patria, quando
il Po lambirà le cime del Matino
e dall'alto l'Appennino strapiomberà nel mare,
o per strane voglie un portento d'amore
scambierà le parti, e la tigre si piegherà al cervo,
la colomba affascinerà il nibbio,
gli armenti arditi non temeranno i fulvi leoni
e un caprone liscio s'innamorerà del mare'.
Giurate questo e tutto ciò che può impedire il dolce
ritorno; partiamo cittadini,
tutti o il meglio del gregge incallito; illusi gli imbelli
rimangano in queste tane maledette.
Ma voi, voi coraggiosi, bandite i pianti da femmina
e volate oltre i lidi etruschi.
L'Oceano, che tutto abbraccia, ci attende; e in cerca andremo
di isole felici e di campi, campi beati,
dove il suolo dà i suoi frutti senza essere arato
e senza potarla fiorisce la vite,
dove il ramo d'olivo germoglia senza tradirti,
ornano fichi maturi gli alberi,
dai lecci cavi stilla il miele, e dall'alto dei monti
sgorga con fragore un'acqua lieve.
Laggiú le caprette da sé tornano a farsi mungere
e il gregge docile riporta gonfie le poppe;
non si ode a sera grugnire l'orso intorno all'ovile,
né si riempie la terra di vipere.
E in piú ci stupiremo felici di come l'euro,
gonfio di pioggia, non spazzi d'acquazzoni i campi
e il suolo riarso non secchi i semi che germogliano,
perché il re dei cieli tempera entrambi gli eccessi.
Laggiú mai non giunse nave d'Argo a forza di remi,
né impudica vi pose piede Medea;
là non volsero le antenne i nocchieri di Sidone,
né esausta la schiera di Ulisse.
Nessun contagio nuoce al bestiame, e il fuoco impietoso
degli astri non arroventa il gregge.
Quando l'età dell'oro si venò di bronzo, Giove
quelle rive riservò alla gente giusta.
Poi dal bronzo il tempo s'indurí nel ferro e da questo,
con me profeta, fuggono i giusti in pace.