Epodi - 16 - Oltre i lidi etruschi Bookmark and Share
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Di nuovo il mio tempo si logora in guerre civili

e Roma di suo pugno rovina.

Quella città che non poterono distruggere i marsi,

l'esercito etrusco di Porsenna,

il contrasto con Capua, l'accanimento di Spartaco

e l'irrequietezza degli allòbrogi,

né domare la gelida gioventú di Germania

o Annibale, esecrato dai nostri padri,

l'annienteremo noi, genia dal sangue maledetto, e

sul nostro suolo torneranno le fiere.

Sulle ceneri s'ergerà un barbaro, nel frastuono

al galoppo calpesterà Roma,

e, orrore, disperderà sprezzante le ossa di Romolo,

ora difese da sole e vento.

 

Tutti, o i migliori fra voi, chiedono com'è possibile

affrancarsi da queste sventure:

unica soluzione è andarsene, come i focesi,

che fra le maledizioni abbandonarono

terra e case, lasciando che lupi ingordi e cinghiali

nei templi facessero la loro tana;

andarsene alla ventura o per mare dove porta

la furia di scirocco e libeccio.

 

Approvate? o v'è miglior consiglio? perché indugiamo

a imbarcarci, visti i buoni auspici?

Ma prima questo giuriamo: 'Sia lecito tornare

solo quando dal fondo verranno a galla i sassi,

e si osi spiegare le vele per la patria, quando

il Po lambirà le cime del Matino

e dall'alto l'Appennino strapiomberà nel mare,

o per strane voglie un portento d'amore

scambierà le parti, e la tigre si piegherà al cervo,

la colomba affascinerà il nibbio,

gli armenti arditi non temeranno i fulvi leoni

e un caprone liscio s'innamorerà del mare'.

Giurate questo e tutto ciò che può impedire il dolce

ritorno; partiamo cittadini,

tutti o il meglio del gregge incallito; illusi gli imbelli

rimangano in queste tane maledette.

 

Ma voi, voi coraggiosi, bandite i pianti da femmina

e volate oltre i lidi etruschi.

L'Oceano, che tutto abbraccia, ci attende; e in cerca andremo

di isole felici e di campi, campi beati,

dove il suolo dà i suoi frutti senza essere arato

e senza potarla fiorisce la vite,

dove il ramo d'olivo germoglia senza tradirti,

ornano fichi maturi gli alberi,

dai lecci cavi stilla il miele, e dall'alto dei monti

sgorga con fragore un'acqua lieve.

Laggiú le caprette da sé tornano a farsi mungere

e il gregge docile riporta gonfie le poppe;

non si ode a sera grugnire l'orso intorno all'ovile,

né si riempie la terra di vipere.

E in piú ci stupiremo felici di come l'euro,

gonfio di pioggia, non spazzi d'acquazzoni i campi

e il suolo riarso non secchi i semi che germogliano,

perché il re dei cieli tempera entrambi gli eccessi.

Laggiú mai non giunse nave d'Argo a forza di remi,

né impudica vi pose piede Medea;

là non volsero le antenne i nocchieri di Sidone,

né esausta la schiera di Ulisse.

Nessun contagio nuoce al bestiame, e il fuoco impietoso

degli astri non arroventa il gregge.

Quando l'età dell'oro si venò di bronzo, Giove

quelle rive riservò alla gente giusta.

Poi dal bronzo il tempo s'indurí nel ferro e da questo,

con me profeta, fuggono i giusti in pace.


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