Quella belva disumana aveva fortificato il palazzo imperiale con un violentissimo terrore, ora come rintanata in un qualche antro, beccando il sangue dei congiunti, ora levandosi a sanguinosi massacri di illustrissimi cittadini. Orrore e minacce si aggiravano dinnanzi alle porte del palazzo, e una paura uguale sia per coloro che vi erano ammessi, sia per quelli che ne erano esclusi. Nessuno osava avvicinarsi, nessuno rivolgere la parola a lui che cercava sempre le tenebre e la solitudine e non usciva mai dal suo deserto se non per fare il deserto. Tuttavia egli, tra le pareti e le mura con le quali gli sembrava di proteggere la sua incolumità, rinchiuse con sé l’inganno, le trame e un dio vendicatore dei misfatti. Il gastigo forzò e penetrò i posti di guardia e irruppe attraverso gli stretti e inaccessibili passaggi non diversamente che per porte spalancate e soglie ospitali: allora lontana gli era la sua divinità, lontani quei misteriosi corvi e quegli inumani recessi, ai quali si era spinto con il terrore, l’arroganza e l’odio degli uomini.