Come quel bastardo di Persio
si sia vendicato del proscritto Rupilio Re
e del suo fiele velenoso,
lo sanno, io credo, tutti,
sani e malati.
Questo Persio, persona facoltosa,
aveva a Clazòmene grossi affari
e proprio allora
una fastidiosa lite con Re:
uomo testardo e odioso al punto
da poter vincere anche un re,
era presuntuoso, pieno di boria
e di lingua cosí tagliente
da distanziare a briglia sciolta
tutti i Barro e i Sisenna.
Torniamo a Re.
Poiché non si arriva ad un accordo tra i due
(tutti cosí i litigiosi,
si comportano come i prodi
che una guerra ha messo di fronte:
tra Ettore, figlio di Priamo,
e l'impetuoso Achille
fu tanto accanito il rancore
che solo l'epilogo della morte
poté dividerli,
se non altro perché in entrambi
straordinario fu il valore;
se la discordia invece tormentasse due ignavi
o se scoppiasse guerra
fra due di valore diverso,
come Diomede e il licio Glauco,
il piú debole si ritirerebbe,
inviando doni per giunta),
al tempo in cui era pretore Bruto
della ricca provincia d'Asia,
Rupilio e Persio,
una coppia non assortita meglio
di Bito e Bacchio,
vennero a zuffa.
Furibondi assalgono il tribunale,
dando entrambi spettacolo incredibile di sé.
Persio espone la causa
e tutti i presenti scoppiano a ridere:
elogia Bruto ed elogia il suo séguito;
chiama Bruto sole dell'Asia,
costellazioni benefiche i suoi compagni,
eccetto Re:
quello era apparso come il Cane,
l'astro odiato dai contadini.
Straripava come d'inverno un fiume in luoghi
dove di rado penetra la scure.
A quel diluvio di spropositi
risponde per le rime il prenestino,
come fa dall'albero il vignaiolo,
che testardo non vuole darsi vinto,
contro il viandante,
costretto spesso a cedere,
quando a gran voce
lo beffeggia col verso del cuculo.
Ma il greco Persio,
sommerso da quell'italica acidità,
esclama: 'Per tutti gli dei,
Bruto, t'imploro:
tu che sai togliere di mezzo i re,
perché non strozzi questo Re?
L'impresa, credimi, è compito tuo'.