[Quanto tu, Lucilio, sia pieno di difetti,
te lo proverò con l'autorità
di Catone, tuo difensore,
che si accinge ad emendare i tuoi versi
cosí contorti, con tutto quel garbo
che ha come uomo piú serio
e di gran lunga piú sottile
di colui che (catechizzato da ragazzo
a suon di frusta e di corde bagnate,
perché ci fosse chi portasse aiuto
ai poeti di un tempo
contro l'avversione di noi moderni)
è fra i grammatici il piú dotto cavaliere.
Ma per tornare in argomento:]
Sí, è vero, l'ho detto:
i versi di Lucilio
scorrono con ritmo stentato.
Chi è tanto infatuato di Lucilio
da non ammetterlo?
Però in quella stessa satira
lo si loda per tutto il sale
con cui ha strofinato Roma.
Naturalmente, se gli riconosco questo,
non è che gli conceda anche il resto:
di questo passo dovrei ammirare
come poesia anche i mimi di Laberio.
Non basta far smascellare dalle risate
chi ti ascolta (sebbene
anche qui una certa abilità occorre):
semplicità ci vuole,
perché il discorso corra
e non s'impunti in frasi
che opprimono le orecchie
sino a stancarle;
e ci vuole un tono ora austero,
piú spesso giocoso, che sostenga le parti,
siano dell'oratore, del poeta
o dell'uomo di mondo,
che dosa le sue forze
e le maschera ad arte.
In genere uno scherzo tronca con piú forza
e decisione di un tono severo
le questioni piú gravi.
Su questo si reggevano gli autori
della commedia antica
e in questo vanno imitati; ma Ermògene,
quel bellimbusto, non li legge,
come questo scimmiotto,
che è bravo solo a riecheggiare
Calvo e Catullo.
'Ma ha il grande pregio d'aver mescolato
parole greche alle latine.'
Freschi di studio, vedo:
vi sembra difficile e sorprendente
ciò che riuscí a Pitoleonte di Rodi?
'Sí, ma uno stile,
in cui si armonizzano le due lingue,
è piú gradevole,
come se si taglia un buon falerno col chio.'
Quando scrivi versi, lo chiedo a te,
o anche quando devi condurre a termine
una causa spinosa come quella
in cui è imputato Petillio?
S'intende, dimentico della patria
e del padre Latino,
mentre Pedio e Publícola Corvino
sudano sulle loro cause,
tu preferiresti che al nostro idioma
si mescolassero parole
raccattate in un paese straniero,
come fa la gente bilingue di Canosa?
So solo questo: al tempo in cui
mi misi a scribacchiare versi in greco
a me, nato di qua dal mare,
apparve, dopo mezzanotte,
quando i sogni dicono il vero,
Quirino, che me lo vietò
con queste parole:
'Portare legna al bosco non è meno folle
che volere ingrossare
le file già serrate dei poeti greci'.
Mentre Alpino con enfasi
sgozza Mèmnone e intorbida di fango
la sorgente del Reno,
io scrivo per diletto poesia,
che non voglio risuoni dentro il tempio
in un certame con giudice Tarpa
o si replichi di continuo sulla scena.
Tu solo tra i viventi sai ritrarre,
Fundanio, con tono garbato
la cortigiana scaltra
o Davo che beffa il vecchio Cremete;
Pollione in trímetri
celebra le gesta dei re;
ispirato, come nessuno,
Vario scandisce il verso eroico;
e le Muse, raggianti di campagna,
donarono a Virgilio
la musica e la grazia.
Era la satira,
dopo le prove inconsistenti
di Varrone Atacino e pochi altri,
l'unico genere
che potessi affrontare con qualche successo,
anche senza eguagliare l'inventore:
non ho certo l'ardire di strappargli la corona
che, con giusta lode, gli orna la fronte.
Ma io ho detto che scorre limaccioso,
portando spesso con sé piú cose da togliere
di quelle che vorresti conservare.
Dimmi, ti prego:
tu, con tutta la tua cultura,
non hai nulla da criticare
nel grande Omero?
E il tuo Lucilio, garbato com'è,
non trova nulla da correggere
nelle tragedie di Accio?
Non deride quei versi
che in Ennio sono privi di solennità,
senza per questo
ritenersi superiore a chi critica?
È forse proibito che anche noi,
leggendo i versi di Lucilio,
ci si chieda se dipende dalla sua indole
o dalla materia trattata la durezza
che gli impedisce una scrittura
piú scorrevole e attenta,
di chi, soddisfatto di chiudere qualcosa
nel ritmo dell'esametro,
si compiace di scrivere duecento versi
prima di cena ed altrettanti dopo?
Cosí era Cassio l'etrusco,
d'estro piú irruente d'un fiume in piena,
che si dice sia stato cremato col fuoco
acceso dalle casse dei suoi libri.
Ammettiamo pure che Lucilio sia stato
garbato e arguto,
che sia stato piú raffinato
del creatore di un genere nuovo,
mai tentato dai greci,
e di tutti i poeti precedenti;
anche lui, se il destino
l'avesse calato nel nostro tempo,
cancellerebbe molte cose,
sfrondando tutto ciò
che si trascina oltre la giusta misura,
e piú di una volta, facendo versi,
si gratterebbe il capo
e si roderebbe le unghie a sangue.
Volta spesso lo stilo,
se vuoi scrivere cose
che valgano la pena d'essere rilette,
e non affaticarti perché la folla t'ammiri,
felice di pochi lettori.
Oppure sei tanto folle da preferire
che le tue poesie
s'imparino alle elementari?
Io no: mi basta l'applauso dei cavalieri,
come disse sprezzante Arbúscula,
senza curarsi d'altri, quando fu fischiata.
Dovrei forse irritarmi
per quella cimice di Pantilio o crucciarmi
perché alle spalle Demetrio mi stuzzica,
perché alla tavola di Ermògene Tigellio
quel buono a nulla di Fannio m'offende?
Potessero Plozio e Vario, Mecenate e Virgilio,
Valgio, il mio buon Ottavio e Fusco
apprezzare i miei versi
e ambedue i Visco lodarli!
Bandita l'ambizione, posso nominare
te, Pollione, te, Messalla, con tuo fratello,
e insieme voi, Bíbulo e Servio, o ancora te,
mio schietto Furnio, e tanti, tanti altri,
dotti e amici, che tralascio senza dimenticarli:
a loro, sí, vorrei che fossero graditi
i miei scritti, valgano quel che valgano,
addolorato solo
se piacessero meno di come m'attendo.
Quanto a voi, Demetrio e Tigellio,
vi lascio a miagolare
fra i divani delle vostre scolare.
Via, in fretta, ragazzo,
aggiungi questi versi al mio libretto.