Satire - Libro 2 - 02 Elogio della vita frugale Bookmark and Share
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Quale e quanta virtú,

amici miei, sia vivere di poco

(e non è predica mia questa,

ma precetti d'Ofello,

un contadino saggio,

senza una scuola e di scarsa cultura),

questo imparate,

ma non tra piatti e mense sfavillanti,

quando l'occhio è abbagliato

da splendori insensati

e l'animo, incline a false attrattive,

rifiuta ciò che conta:

dunque digiuni,

ragioniamone qui fra noi.

Perché questo? Cercherò di spiegarmi.

Nessun giudice, se ha la testa altrove,

discerne bene il vero.

 

Dopo aver cacciato la lepre,

esserti affaticato a domare un puledro;

se gli esercizi marziali dei romani

ti sfiniscono, abituato come sei

a vivere da greco;

se con una passione

che addolcisce l'asprezza dello sforzo,

ti attira lo scambio veloce della palla

o il disco, che lanci nello spazio a fendere l'aria;

quando la stanchezza avrà smussato le tue fobie,

assetato e affamato,

disprezza, se ne sei capace,

un cibo a buon mercato,

rifiutati di bere un vino che non sia falerno

con miele dell'Imetto diluito dentro.

Il dispensiere è fuori,

un cupo mare in burrasca protegge i pesci?

ad alleviare i morsi della fame

bastano pane e sale.

Da cosa credi che dipenda?

Non è nel profumo di cibi impareggiabili

che risiede l'essenza del piacere,

ma in te stesso. Procurati sudando

il companatico: chi è flaccido

e sbiancato dai vizi non troverà ostrica,

scaro o francolino di passo

che riesca piú a gustare.

 

Farei però fatica,

se a tavola ti fosse imbandito un pavone,

a impedirti, per solleticare il palato,

di preferirlo a una gallina,

sedotto come sei dalle apparenze,

perché è un uccello raro che si vende a peso d'oro

e spiega una coda variopinta che è uno spettacolo.

Come se ciò avesse a che fare

con la sostanza.

Queste piume che esalti te le mangi forse?

E quando è cotto mantiene la sua magnificenza?

Anche se come carne non c'è una gran differenza,

ti concedo che tu lo preferisca,

ingannato dal suo diverso aspetto:

ma da cosa capisci

se quel branzino a bocca aperta

è stato pescato nel Tevere o in alto mare?

se guizzava fra i ponti

o alla foce del fiume etrusco?

Come uno sciocco decanti una triglia di tre libbre,

che poi devi dividere in tante porzioni.

È chiaro, ti attrae l'apparenza:

ma allora che senso ha disprezzare

i branzini che sono lunghi?

Evidentemente perché a questi

la natura ha dato dimensioni maggiori

e alle triglie peso leggero:

uno stomaco che non è avvezzo ai digiuni,

spregia i cibi comuni.

 

'Come vorrei ammirarne una enorme

lunga distesa in un enorme piatto',

dice la gola,

una gola degna delle rapaci Arpie.

E voi, venti di scirocco, soffiate,

soffiate a imputridire simili ghiottonerie!

Per quanto anche il cinghiale e il rombo fresco

sembra che puzzino,

quando una ripienezza fastidiosa

fa soffrire lo stomaco in subbuglio

e lui strapieno preferisce ravanelli

ed erba sotto aceto.

 

Non è che la cucina povera

sia del tutto bandita dai banchetti:

ancora oggi su tavole regali

trovano posto uova e olive nere,

cibi di poco costo.

Non è passato molto tempo in fondo

che uno storione

sulla mensa di un banditore,

come Gallonio,

fosse oggetto di scandalo.

Forse che allora il mare

nutriva meno rombi?

No, viveva sicuro il rombo,

sicura nel suo nido la cicogna,

finché un mezzo pretore

non vi fece da maestro e modello.

Cosí se ora qualcuno proclamasse squisiti

gli smerghi arrosto,

la gioventú romana,

sempre pronta alle storture, l'approverebbe.

 

Ma v'è distinzione fra la grettezza

e una vita frugale,

a giudizio d'Ofello:

è inutile evitare un vizio

per incorrere in un'altra stortura.

Avidieno, a cui fu giustamente affibbiato

il nomignolo Cane, mangia solo olive

di cinque anni e corniole selvatiche,

non vuol saperne di versare un vino

che non sia inacidito; il suo olio poi

ha un odore insopportabile, anche

quando festeggia, con tanto di toga bianca,

nozze, compleanni, o qualche altra solennità,

e ne versa qualche goccia sui cavoli

da un orcio di due libbre,

mentre abbonda con l'aceto svanito.

Che tenore di vita adotterà

dunque il saggio, quale di questi opposti seguirà?

Da una parte l'incalza un lupo,

dall'altra un cane, cosí dicono.

Sarà allora decoroso quel tanto

da non urtare con la sua grettezza,

senza cadere in eccessi nell'uno e l'altro senso.

Non sarà spietato coi servi

nell'assegnare i compiti,

sull'esempio del vecchio Albucio;

ma nemmeno farà

come quel villano di Nevio,

che offre agli invitati acqua sporca di grasso:

e non è difetto da poco.

 

Ora ascolta quali e quanti vantaggi

arrechi la frugalità.

Prima di tutto una buona salute:

come sia nociva all'uomo la varietà dei cibi

puoi capirlo se ti ricordi il giorno

in cui hai digerito bene

un alimento semplice;

se invece mescoli bollito e arrosto,

frutti di mare e tordi,

queste delizie si mutano in fiele

e il blocco della digestione

ti porta lo scompiglio nello stomaco.

Non vedi come ognuno s'alza pallido

da una cena con l'imbarazzo della scelta?

In piú un corpo appesantito

dagli stravizi del giorno passato

deprime con sé anche l'anima

e inchioda a terra

quella sua particella di soffio divino.

L'altro invece, ristorate le membra

in men che non si dica

e dopo averle abbandonate al sonno,

si leva fresco di forze ai compiti che l'attendono.

Nessuno vieta poi che qualche volta

possa darsi buon tempo,

se nel corso dell'anno

torna un giorno festivo

o vuol ritemprare un corpo troppo infiacchito,

soprattutto quando, trascorsi gli anni,

l'età malferma chiede maggiori riguardi:

ma tu, quando ti coglierà spietata

una malattia o la vecchiaia coi suoi acciacchi,

quali delicatezze aggiungerai a quelle,

che ancora giovane e robusto

anzitempo ti gusti?

 

I nostri vecchi vantavano il cinghiale stantio,

non perché non avessero odorato,

ma forse con l'idea che un ospite,

arrivando in ritardo, l'avrebbe mangiato,

anche se un po' frollato, con piú gusto,

che non il padrone ingordo quand'era fresco.

Magari la terra nei suoi primordi

m'avesse generato fra tale tempra d'eroi!

 

Vuoi dar peso alla fama,

che piú ambita di un canto

riempie l'orecchio dei mortali?

Rombi e piatti enormi, col danno,

recano altrettanto disdoro.

Seguono le sfuriate dello zio,

dei vicini, mentre tu in odio a te stesso

desideri la morte invano,

perché ridotto al lastrico

non hai un soldo per comprarti il laccio.

 

'Queste rampogne', dice, 'van bene per Trausio:

io ho entrate e ricchezze tali

che basterebbero a tre re.'

Non c'è davvero il modo d'impiegarlo meglio,

ciò che t'avanza?

Perché chi non lo merita vive in miseria,

mentre tu sei ricco sfondato?

Perché per il tempo vanno in rovina

i templi degli dei?

Perché, svergognato, da un mucchio cosí grande

non togli qualcosa per l'adorata patria?

Sta a vedere che solo a te

le cose andranno sempre bene:

oh, che risate si faranno un giorno i tuoi nemici!

Chi dei due, in situazioni difficili,

potrà contare con piú forza su sé stesso?

questo che con superbia all'abbondanza

ha coltivato corpo e mente

o quello che, soddisfatto del poco

e timoroso del futuro,

in pace ha preparato,

saggio com'è,

ciò che serve alla guerra?

 

Vuoi convincerti meglio?

sappi che io, ancora fanciullo, conobbi Ofello,

quando aveva le sue sostanze intatte

e non se ne serviva con maggior larghezza

di oggi, dopo i tagli che ha subito.

Ora, diventato fittavolo,

puoi vederlo insieme ai figlioli e al gregge

lavorare imperterrito

il campicello confiscato,

mentre racconta:

'Nei giorni di lavoro io non ho mai mangiato,

senza motivo, altro

che legumi e zampa di porco affumicata.

E se una volta tanto

da me veniva un ospite

o, in una giornata di pioggia,

quando non si lavora,

un vicino simpatico a cenare,

era uno spasso,

non con i pesci che si comprano in città,

ma con pollo e capretto;

poi uva passa, noci e fichi secchi

per finire allietavano la mensa.

L'ultimo gioco era quello di bere

pagando penitenza

e Cerere, invocata

perché alti facesse crescere gli steli,

spianava col vino i pensieri

sulla fronte accigliata.

Incrudelisca pure la fortuna

e provochi nuovi tumulti:

che cosa può togliermi ancora?

di quanto s'è ridotto il mio benessere

o il vostro, figlioli, da quando

qui è arrivato il nuovo inquilino?

Padrone della propria terra

la natura non ha destinato nessuno,

né lui, né me: lui ci ha cacciati,

e lui dalla dissipazione,

dall'inesperienza nei cavilli giuridici

sarà cacciato

o infine da un erede, questo è certo,

che piú di lui vivrà.

Il campo ora a nome di Umbreno,

prima detto di Ofello,

non sarà mai proprietà di nessuno,

ma ceduto in uso oggi a me, domani a un altro.

Allora fatevi coraggio

e alle avversità opponete un animo saldo'.


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