Scrivi cosí di rado,
che non chiedi la pergamena
piú di quattro volte in un anno,
facendo e rifacendo quanto hai scritto,
sempre in collera con te stesso,
perché fra libagioni
e dormite che ti concedi,
non riesci a modulare verbo
che meriti parlarne.
Che t'accadrà?
È vero che proprio per questi Saturnali
ti sei rifugiato qui, senza un goccio in corpo.
Allora cantaci qualcosa
che sia degno delle promesse.
Comincia. Nulla?
È inutile dare colpa alla penna
o che a torto subisca i tuoi sfoghi l'ambiente
per essere nato in odio a dei e poeti.
Eppure avevi l'aria
di minacciare un cumulo di meraviglie,
se t'avesse accolto senza pensieri
sotto il suo tiepido tetto la tua villetta.
A che scopo imballare
Platone con Menandro,
e trascinarti dietro
cosí illustri compagni
come Èupoli e Archiloco?
Cerchi di placare l'invidia,
lasciando inoperoso il tuo talento?
Ti disprezzeranno, ingenuo che sei.
Bisogna evitare la sirena ammaliatrice
della pigrizia o con l'animo in pace
rinunciare al nome che ti sei guadagnato
con una vita laboriosa.
In cambio di questo giusto consiglio,
dei e dee, Damasippo,
ti donino un barbiere. Ma com'è
che mi conosci cosí bene?
Dal giorno in cui i miei averi
naufragarono alla borsa di Giano,
strappato ai miei affari,
mi occupo di quelli degli altri.
Un tempo, vedi, amavo chiedermi
in quale bacile di bronzo
si lavasse i piedi quel furbone di Sísifo,
se un oggetto fosse scolpito senza garbo
o fuso senza morbidezza.
Da esperto investivo centomila sesterzi
in una statua, per esempio;
come nessuno
sapevo trafficare in case
o giardini di lusso
traendone profitto,
tanto che la gente accalcata nei crocicchi
m'aveva soprannominato
pupillo di Mercurio.
Lo so; e mi meraviglio
che tu sia guarito da questa malattia.
Veramente una nuova, non so come,
ha cacciato la vecchia,
come accade quando a un ammalato il dolore
passa dal fianco o dal capo allo stomaco,
o quando chi era in catalessi
si mette a un tratto a tirar pugni
e si avventa sul medico.
Purché tu non faccia come quello, sta bene.
Non illuderti, amico mio:
anche tu sei pazzo e tutti gli stolti come te,
se c'è del vero in ciò che predica Stertinio,
dal quale io, con attenzione,
ho ripreso questi mirabili precetti,
al tempo in cui mi confortò
col consiglio di farmi crescere
la barba dei filosofi
e di tornarmene via dal ponte Fabricio
senza far drammi.
Andati in malora gli affari,
volevo coprirmi il capo e gettarmi al fiume,
ma lui mi fu accanto e Bada, mi disse,
di non fare cosa indegna di te.
Sei vittima d'una falsa vergogna,
perché temi d'esser preso per matto
in un mondo di matti.
Prima vediamo che cos'è follia:
se la riscontreremo in te soltanto,
non aggiungerò parola per impedire
che ti tolga la vita con coraggio.
Chiunque si abbandoni ciecamente in balia
di pregiudizi e d'ignoranza,
la scuola di Crisippo e la sua setta
lo ritengono pazzo.
Questa definizione comprende volgo e sovrani:
tutti, tranne il sapiente.
Ascolta ora perché sragionano come te
tutti quelli che t'hanno imposto
il titolo di pazzo.
Fa' conto che in un bosco,
sviata per errore dal giusto sentiero,
la gente si aggiri smarrita
e che uno vada a sinistra, l'altro a destra;
l'errore è unico per tutti e due,
ma si prende gioco di loro
in direzioni opposte:
cosí puoi crederti pazzo, con la riserva
che chi ti deride non è certo piú savio
e si porta anche lui la coda.
C'è un tipo di follia
che spinge a temere cose niente affatto temibili
e a lagnarsi che fuoco, rocce e fiumi
ergano ostacoli in pianura;
e un altro opposto a questo,
ma per nulla piú saggio,
che spinge a gettarsi in mezzo alle fiamme e ai fiumi:
avrebbero un bel gridare l'amante,
la madre venerata, la sorella
e i parenti, il padre, la sposa:
'Qui c'è una fossa immensa,
là un precipizio enorme, attento!',
non li udirebbe piú di Fufio,
il giorno che ubriaco si addormentò veramente
nella parte di Ilíona,
anche se mille e duecento Catieno
urlavano: 'Dico a te, madre'.
Io ti dimostrerò che il volgo intero
è in preda a una follia
paragonabile a questo vaneggiamento.
Pazzo è Damasippo a comprare statue antiche,
ma è sano di mente chi gli fa credito?
Ammettiamolo. 'Prendi questi soldi,
non li voglio indietro': se lo dicessi,
saresti pazzo ad accettarli
o piú dissennato a rifiutare la manna
che t'offre la benevolezza di Mercurio?
Trascrivi pure a credito
le dieci garanzie di Nerio,
aggiungici i cavilli di Cicuta
e cento, mille altre clausole,
non basta: questo scellerato Pròteo
troverà il modo di sfuggire anche a quei vincoli,
e quando lo trascinerai in giudizio,
se la riderà alle tue spalle;
si muterà in cinghiale,
poi in uccello, in sasso
e, se vorrà, in albero.
Se è da pazzi condurre male i propri affari
e il contrario è da saggi,
credi a me, molto piú guasto del tuo
è il cervello del tuo Perellio,
quando ti detta obbligazioni
che tu non potrai mai saldare.
Accomodatevi la toga,
invito ad ascoltarmi tutti quelli
che sbiancano per funesta ambizione
o amore di denaro, tutti quelli
che s'infiammano per il lusso,
per una miserabile superstizione
o per un'altra stortura dell'animo:
avanti in fila, avvicinatevi
e vi dimostrerò che siete tutti pazzi.
La dose piú forte d'ellèboro
bisogna darla agli avari, e non so
se non sia logico somministrargli
soltanto Antícira.
Gli eredi di Staberio incisero sulla sua tomba
l'ammontare del patrimonio:
se non l'avessero fatto, avevano l'obbligo
di offrire al popolo
cento coppie di gladiatori,
un banchetto a discrezione di Arrio
e quanto frumento si miete in Africa.
'Bene o male che abbia agito, non voglio prediche.'
E credo che in ciò, con la sua prudenza,
Staberio avesse visto giusto.
Cosa intendeva, insomma,
quando volle che gli eredi incidessero sul marmo
l'ammontare del patrimonio?
Finché visse considerò la povertà
un'imperdonabile colpa,
e da nient'altro si guardò con piú puntiglio,
tanto che se per caso fosse morto
meno ricco anche d'un solo centesimo,
gli sarebbe sembrato
d'essere un buono a nulla:
virtú, fama, onore, beni divini e umani,
tutto dipende dal luccichio del denaro:
e chi ne avrà accumulato di piú
sarà famoso, forte, giusto.
E sapiente? Anche, e re, ciò che vuole.
Tali ricchezze,
come se le avesse ottenute
per i suoi meriti,
sperò che fossero motivo di gran lode.
Ma lui cosa ebbe in comune
con il greco Aristippo,
che nel deserto libico ordinò ai servi
di gettare via l'oro,
perché impacciati dal peso andavano troppo lenti?
Chi dei due ti sembra piú matto?
Ma non serve a nulla un esempio
che per risolvere una questione ne pone un'altra.
Se uno comprasse cetre e compratele
le buttasse in un mucchio,
senza essere portato alla musica
o all'arte in generale,
se comprasse forme e trincetti
chi non è calzolaio,
o vele nautiche chi odia i traffici,
a buon diritto da tutti sarebbe detto
stravagante e insensato.
Che differenza c'è fra questi
e chi nasconde i suoi tesori,
senza godere di ciò che ha raccolto,
e ha paura di toccarli come fossero sacri?
Se, sdraiato accanto a un gran mucchio di frumento,
uno gli facesse la guardia notte e giorno
armato di bastone,
e avendo fame,
non osasse toccarne un chicco,
lui che è il padrone,
e preferisse per economia
nutrirsi d'insalata amara;
se, riposte in cantina mille botti
di chio e di vecchio falerno,
ma che dico, trecentomila,
lui bevesse vinagro;
di piú, se un vecchio di ottant'anni
dormisse sulla paglia,
mentre le coperte, banchetto di vermi e tignole
gli marciscono nelle casse;
niente di strano
che uno come questi sembri pazzo
a cosí poca gente,
visto che la maggior parte degli uomini
è tormentata dalla stessa malattia.
E tu, vecchio maledetto da dio,
custodisci queste ricchezze,
perché ne goda il tuo figliolo
o il liberto che hai nominato erede?
perché non ne rimanga senza tu?
Di quanto mai si ridurrà
il tuo capitale giorno per giorno,
se con olio migliore
prenderai a condirti i cavoli
e ad ungerti la testa
fetida per la forfora che vi ristagna?
Perché, se qualunque cosa ti basta,
spergiuri, rubi, estorci a destra e a manca?
Tu sano? Se poi tu prendessi a sassate la gente
o i tuoi servi, che hai pagato fior di denari,
tutti, ragazze e giovinetti,
griderebbero al pazzo;
ma se col cappio sopprimi la moglie o
col veleno tua madre,
allora sei sano di mente?
Come dici? che qui non siamo in Argo
e tu non sei quel demente di Oreste
che di spada uccise sua madre?
Ma credi davvero che sia uscito di senno
solo dopo aver ucciso la madre
e che non fosse folle,
sotto l'incalzare maligno delle Furie,
già prima di scaldare il filo della lama
nella gola materna?
Tutt'altro: da quando lo si ritenne
malfermo di mente, nessun atto commise Oreste,
che in verità tu possa biasimare:
mai che abbia osato assalire Pílade con le armi
o la sorella Elettra;
si limitò a maledirli entrambi,
accusando lei d'essere una furia
e lui di tutto ciò
che il livore della bile gli suggeriva.
Opimio, povero fra tutto l'oro
e l'argento nascosto in casa,
era solito bere nei giorni di festa
vino di Veio da un ramaiolo campano,
feccia in quelli feriali, quando un giorno
fu colpito da un deliquio cosí profondo,
che l'erede lieto e festante
già correva tutt'attorno a chiavi e forzieri.
Un medico molto svelto e fidato
riesce a rianimarlo; ecco come:
ordina di portare un tavolo,
di rovesciarvi sopra sacchi di monete
e che molta gente si avvicini a contarle;
cosí fa balzare il nostro uomo, e pronto gli predica:
'Se non badi alle cose tue,
l'erede ingordo te le arraffa'.
'Finché son vivo?'
'E allora fai in modo di rimanerlo, dammi retta.'
'Che vuoi?'
'Indebolito come sei,
ti verrà meno il sangue,
se il cibo non porge al tuo stomaco in rovina
un valido sostegno.
Esiti ancora?
Avanti, prendi questo decotto di riso.'
'Quanto costa?' 'Poco.' 'Ma quanto?'
'Otto assi.' 'Povero me,
che importa morire di malattia
o di furti e rapine?'
Chi dunque è sano?
Chi non è stolto.
E l'avaro cos'è?
Stolto e insensato.
Allora chi non è avaro, è senz'altro sano?
Certo che no.
E perché, stoico?
Te lo dirò.
Supponi che Cràtero dica:
'Questo ammalato non soffre di stomaco'.
Dunque sta bene? si può alzare?
Lui dirà di no, perché pleura e reni
sono affetti da malattia acuta.
Questo invece non è spergiuro né taccagno:
immoli dunque un porco
per propiziarsi i Lari.
Ma è ambizioso e temerario:
è bene che s'imbarchi per Antícira.
In effetti, tra gettare in un baratro
tutto quello che hai
e non servirsi mai di ciò che hai guadagnato,
che differenza c'è?
Si racconta che Servio Oppidio,
ricco secondo il censo d'altri tempi,
avesse diviso fra i due figlioli
i due poderi che possedeva a Canosa,
e che in punto di morte,
chiamati i ragazzi al suo letto, gli dicesse:
'Da quando ho visto che tu, Aulo,
nella piega allentata della veste
porti dadi e noci, e che queste
o le regali o te le giochi,
mentre tu, Tiberio, preoccupato
continui a contarle e le nascondi nei buchi,
ho sempre temuto che foste presi
da un'opposta follia,
che tu imitassi Nomentano
e tu Cicuta.
Perciò vi prego tutti e due,
in nome degli dei Penati:
bada tu a non sperperare e tu a non accrescere
ciò che vostro padre ritiene sufficiente,
come natura stabilisce.
E perché non vi solletichi l'ambizione,
vi legherò entrambi a un giuramento:
chi di voi diventerà edile o pretore
sarà interdetto e messo al bando.
Vorresti forse dar fondo ai tuoi beni,
elargendo ceci, fave e lupini,
solo per poterti aggirare
tutto tronfio nel circo,
per mostrarti impettito in un busto di bronzo,
spogliato in compenso, pazzo che sei,
dei campi e dei denari di tuo padre:
e tutto per ricevere, come una volpe
che con la sua astuzia
vuole imitare il nobile leone,
gli applausi che riscuote Agrippa?'
'Nessuno seppellisca Aiace:
figlio di Atreo, perché lo vieti?'
'Perché io sono il re.'
'Non insisto: sono plebeo.'
'E poi è giusto ciò che ordino;
ma se a qualcuno sembra ingiusto,
gli permetto, senza pericolo,
di dire il suo parere.'
'O sommo fra i re, ti concedano gli dei
di espugnare Troia e riportarne salva la flotta.
Si potrà dunque interpellarti
e ottenere il responso?'
'Domanda pure.'
'Perché Aiace, un eroe che è secondo
solo ad Achille
e che tante volte s'è coperto di gloria
nel salvare gli achei,
è lasciato là a imputridire?
Forse perché Priamo e il suo popolo
possano gioire nel vedere insepolto
chi tanti giovani privò
di sepoltura in patria?'
'Era un pazzo, che diede morte
a un migliaio di pecore,
gridando di uccidere il grande Ulisse, Menelao
e con loro me stesso.'
'E tu, quando in Àulide poni davanti all'altare
invece d'una giovenca la tua dolce figliola
e, spietato, le spargi il capo di farro e di sale,
tu allora conservi il controllo della mente?'
'Dove vuoi arrivare?'
'Che cosa in fondo ha fatto Aiace
quando impazzí?
Sterminò il gregge con la spada,
ma non usò violenza alla moglie o al figlio;
lanciò ogni sorta di maledizioni
contro i figli di Atreo,
ma non fece alcun male a Teucro
e nemmeno ad Ulisse.'
'In verità io, per strappare le navi alla spiaggia
che ostile le ormeggiava,
coscientemente placai col sangue gli dei.'
'Sí, ma col tuo sangue, pazzo furioso.'
'Col mio, ma pazzo no.'
'Chi come veri assume i propri incubi
sconvolti da un furore delittuoso,
sarà comunque un invasato
e poco conta che il suo errore derivi
da insensatezza o collera.
Certo vaneggia Aiace,
quando senza ragione stermina gli agnelli;
ma quando a sangue freddo
tu commetti un delitto
per guadagnarti vuoti onori,
credi d'essere in te
e il tuo cuore, gonfio d'orgoglio,
forse è privo di colpe?'
Se ad uno venisse l'estro di portare in lettiga
una splendida agnella
e, come a una figlia, le comprasse vestiti,
ancelle, ori,
la chiamasse Rufa o Pusilla,
e la destinasse in moglie a un uomo valente,
il pretore l'interdirebbe,
togliendogli ogni suo diritto,
e lo passerebbe in tutela
di parenti assennati.
Ora, se uno sacrifica la figlia
in luogo di un'agnella priva di parola,
è forse sano di mente? Non dirlo.
Dovunque c'è stoltezza delittuosa,
lí è il colmo della pazzia;
chi è scellerato è anche pazzo furioso;
chi si lascia sedurre
dai riverberi della fama
è stordito da Bellona, la dea
che gioisce del sangue.
E ora affronta con me il caso di Nomentano
e della sua lussuria:
il mio ragionamento ti convincerà
che gli scialacquatori in quanto stolti
sono proprio dei pazzi.
Questo, appena entrato in possesso
d'un patrimonio di mille talenti,
fa bandire che il giorno appresso
i venditori di pesce, di frutta e caccia,
il profumiere e tutta la marmaglia di via Tosca,
salumieri, buffoni
e in massa i commercianti del Velabro
vengano a casa sua.
Che successe? Vennero a frotte.
Prende la parola un lenone:
'Tutto ciò che è mio, tutto ciò che è in casa loro
consideralo tuo
e puoi averlo quando vuoi, oggi o domani'.
Senti cosa rispose quel giovane coscienzioso:
'Perché io possa gustare il cinghiale,
tu, senza levarti i gambali,
dormi nella neve di Lucania;
tu nel mare in tempesta fai razzia di pesci.
Io invece sono un poltrone,
indegno di possedere tanta ricchezza:
basta, prendi un milione;
a te altrettanto; e a te il triplo,
visto che tua moglie nel cuore della notte
accorre al mio richiamo'.
Il figlio di Esopo, per bersi un milione in un sorso,
fece sciogliere nell'aceto
una perla meravigliosa
sfilata dall'orecchio di Metella:
e mostrò forse piú cervello
che se l'avesse gettata dentro una fogna
o nei gorghi di un fiume?
E i due Arrio, figli di Quinto,
famigerata coppia di fratelli,
due gocce d'acqua per depravazione,
frivolezza e amore di stravaganze,
che son soliti pranzare con usignoli
comprati a peso d'oro,
dove li metti?
segnati fra i sani col gesso,
o invece col carbone?
Se uno con tanto di barba si divertisse
a erigere casette,
ad attaccare topi a un carrettino,
giocare a pari e dispari,
andare a cavalluccio di una lunga canna,
lo diresti fuori di senno.
Se il mio ragionamento ti convincerà
che piú puerile ancora è fare all'amore
e che non passa differenza
fra baloccarsi con la sabbia,
come un tempo quando avevi tre anni,
e piangere, struggendoti d'amore
per una sgualdrinella,
faresti, ti chiedo, come Polèmone
il giorno in cui si convertí?
Deporresti i segni della tua malattia:
fascette, guanciali e sciarpe, come si dice
facesse lui, strappandosi furtivamente
dal collo le ghirlande, quando tra i fumi del vino
fu ripreso dal suo sobrio maestro?
Se porgi delle mele a un bambino che fa le bizze,
le rifiuta; 'Prendile, cucciolino': niente;
ma se non gliele dai, protesta.
In che differisce l'amante
che, messo alla porta, rimugina fra sé
se debba andare o no
dove avrebbe finito per tornare
anche senza pressioni,
e resta intanto appiccicato
a quella maledetta soglia?
'Neppure ora che mi chiama lei
dovrò andarci? o non è meglio proporsi
di metter fine a queste pene?
M'ha cacciato, ora mi richiama:
devo tornare? No, nemmeno se mi prega.'
Ma ecco un servo che, non di poco, ha piú senno:
'Padrone, cose che non ubbidiscono
a misura e buon senso
non è possibile trattarle con misura
e a fil di logica.
Questi sono i guai d'amore: guerra e poi pace;
mutevoli e ondeggianti
in balia della sorte
come il buono e il cattivo tempo,
se ti affannassi per te a renderle stabili,
non ne verresti mai a capo,
come chi pretendesse d'impazzire,
sí, ma con metodo e misura'.
Sentiamo: quando tu sgranelli i semi
delle mele picene
e godi se per caso colpisci il soffitto,
sei forse in te? Davvero?
Quando con le tue labbra rinsecchite
ti metti a balbettare,
credi tu d'essere piú sano
di chi costruisce casette?
Aggiungi poi a questo sragionare
uno spargimento di sangue
o lo stuzzicare la fiamma con la spada.
Quando poco tempo fa, voglio dire,
Mario, uccisa Èllade, si buttò di sotto,
non era un mentecatto?
Oppure intendi assolverlo
dall'imputazione di mente squilibrata
e condannarlo poi per assassinio,
secondo il vezzo di dare alle cose
nomi che siano affini?
C'era una volta un liberto, avanti con gli anni,
che ogni mattina correva digiuno
e con le mani nette
da un crocicchio all'altro e pregava:
'Me, me solo sottraete alla morte',
aggiungendo: 'che c'è mai di straordinario?
per gli dei è cosa da nulla'.
Era sano d'orecchie, sano d'occhi,
ma per la mente il padrone nel venderlo
avrebbe dovuto fare delle riserve,
se non voleva avere liti.
Anche questa gente Crisippo
la mette nella prolifica stirpe di Menenio.
'O Giove, tu che infliggi e plachi
le grandi sofferenze',
prega la madre di un ragazzo
che è a letto ormai da cinque mesi,
'se i brividi della quartana
l'avranno abbandonato,
la mattina del giorno
in cui tu prescrivi il digiuno,
si tufferà ignudo
nelle acque del Tevere.'
Il caso o il medico
avranno salvato dal baratro il malato:
sarà la madre nella sua follia a ucciderlo,
obbligandolo a immergersi nel fiume gelido
e facendogli tornare la febbre.
Quale morbo le sconvolge la mente?
Timore degli dei.
Queste le armi che Stertinio,
ottavo dei sapienti,
mi diede in segno d'amicizia,
perché potessi difendermi dagli insulti.
Chi mi chiamerà pazzo,
se lo sentirà ridire ogni volta
e imparerà a guardarsi la bisaccia
che, senza saperlo, gli pende dalle spalle.
O stoico, possa tu, dopo il danno subito,
vendere la tua merce a miglior prezzo; ma dimmi,
visto che di pazzia ce n'è piú d'una,
da quale, secondo te, io sarei affetto?
A me sembra d'essere sano.
Sí? quando Àgave si porta in giro fra le mani
il capo reciso dell'infelice suo figliolo,
si accorge d'essere pazza furiosa?
Ammetto d'essere uno sciocco
(bisogna arrendersi alla verità)
e anche pazzo magari;
ma una cosa devi spiegarmi:
di che vizio mentale mi credi ammalato.
Ascolta: innanzi tutto hai la mania di edificare,
imiti i giganti cioè,
tu che sí e no dai piedi alla testa
arrivi a due spanne, e poi deridi Turbone,
che dentro l'armatura ha un'aria e un portamento
sproporzionati alla statura:
come puoi ritenerti
meno ridicolo di lui?
È forse giusto che qualsiasi cosa
faccia Mecenate, tu ti metta a imitarla,
inferiore e diverso come sei?
Mentre la madre era lontana,
furono dei ranocchi
schiacciati dalla zampa di un vitello;
l'unico salvatosi le racconta
come una bestia smisurata
avesse sfracellato i suoi fratelli.
E quella a chiedere quant'era grossa.
Grossa cosí? e si gonfiava.
Metà di piú? Cosí allora?
E poiché si gonfiava ogni volta di piú:
'Neanche se scoppierai', le disse il figlio,
'potrai esserle pari'.
Un esempio che ti calza a dovere.
Aggiungici poi i tuoi versi,
che è come aggiungere altro olio al fuoco:
se c'è qualcuno che scrivendone sia sano,
allora sei sano anche tu.
E non parliamo
dei tuoi tremendi scatti d'ira...
Falla finita.
... del tenore di vita
superiore alle entrate...
Bada ai fatti tuoi, Damasippo.
... delle mille e mille pazzie
per le ragazze e i giovinetti...
E tu che sei piú pazzo
lascia in pace chi non ti vale.