È da un pezzo che sto origliando
e vorrei dirti due parole,
ma schiavo come sono non mi azzardo.
'Davo, tu?'
Sí, Davo, servo devoto al suo padrone
e onesto quanto basta, quel tanto cioè
che tu lo possa credere longevo.
'Coraggio, approfitta della libertà di dicembre,
visto che cosí hanno voluto i nostri antenati:
parla.'
Una parte degli uomini gode dei suoi vizi
e con costanza persevera in ciò che si è proposto;
la maggior parte invece ondeggia,
attaccandosi ora al bene,
ora facendosi dominare dal male.
Criticato spesso per i suoi tre anelli,
mentre a volte andava con la sinistra nuda,
Prisco fu cosí incoerente
da mutar abito da un'ora all'altra
e da cacciarsi, appena lasciato un grande palazzo,
in tane, da cui un liberto un po' ripulito
difficilmente sarebbe uscito senza arrossire;
un momento era a Roma a fare il seduttore,
e subito dopo ad Atene
preso dal desiderio degli studi:
era nato a dispetto
di tutti i Vertunno del mondo.
Volanerio, il buffone,
dopo che l'artrite fece giustizia
paralizzandogli le dita,
assunse, pagandolo un tanto al giorno,
uno che per lui raccogliesse i dadi
e li mettesse dentro il bossolo:
chi piú s'ostina nello stesso vizio,
tanto meno è infelice ed è migliore
di colui che non si dà pace
e un giorno tira la corda, un altro l'allenta.
'Ma vuoi dirmi una buona volta, sciagurato,
a cosa miri con queste scempiaggini?'
Subito: a te.
'Come, furfante?'
Tu lodi la vita e i costumi del buon tempo antico,
ma se poi un dio ti ci riportasse,
con tutte le tue forze non l'accetteresti,
perché non credi che sia cosí giusto
ciò che vai predicando
o perché ciò che è giusto
non lo difendi a sufficienza,
e mentre cerchi inutilmente
di cavare i piedi dal fango,
vi resti impantanato.
A Roma desideri la campagna,
in campagna, incostante come sei,
porti alle stelle la città lontana.
Se capita che nessuno t'inviti a cena,
elogi i legumi che puoi mangiarti in pace
e, come se fuori di casa
tu ci andassi in catene,
ti proclami felice cosí e ti rallegri
di non dover andare in nessun luogo a straviziare.
Ma metti che sul tardi,
quando si accendono le torce,
t'inviti a cena Mecenate:
'Nessuno che alla svelta mi porti un profumo?
non mi sentite?' sbraiti,
facendo un chiasso infernale, e poi corri via.
Mulvio e i buffoni se ne vanno,
scagliando imprecazioni,
che è meglio non ripetere.
'Sí, lo confesso', ti potrebbe dire quello,
'mi lascio trascinare facilmente dalla gola,
levo il naso al profumo dell'arrosto,
sono un debole, un infingardo
e, se vuoi, metti pure un crapulone.
Ma tu, che sei come me e forse peggiore,
devi proprio, senza ragione,
darmi addosso come se tu fossi il migliore
e camuffare i tuoi difetti con belle parole?'
E che dirai se si provasse
che sei persino piú stolto di me,
uno schiavo comperato per cinquecento dracme?
Non cercare d'atterrirmi con quel cipiglio;
tieni a freno le mani e la tua bile,
mentre ti espongo ciò che m'ha insegnato
il portinaio di Crispino.
Tu hai un debole per la moglie di un altro,
Davo per una sgualdrinella:
fra noi due chi si merita di piú la croce?
Quando indomabile mi eccita l'istinto,
qualunque sia la donna
che al chiarore della lucerna
s'è presa, tutta nuda,
i colpi del mio membro inturgidito
o che agitando lascivamente le reni
m'ha cavalcato mentr'ero supino,
da lei me ne vado senza essere infamato
e senza il pensiero che qualcun altro,
piú ricco o piú bello di me,
la scopi al posto mio.
Tu invece, quando gettate le insegne,
l'anello di cavaliere e la toga dei romani,
ti trasformi da giudice in un ignobile Dama
ed esci, nascondendo il capo profumato
sotto un mantello,
non sei quello che fingi d'essere?
Ti fanno entrare tutto titubante
e rabbrividisci sino alle ossa,
mentre la voglia combatte con la paura.
Che differenza c'è tra l'obbligarsi
ad essere frustato o ucciso di spada
e il doversi contrarre,
con le ginocchia che toccano il capo,
chiuso nella lurida cassa
dove ti ha nascosto la complice della tua amante?
È vero o no che il marito della donna infedele
ha su entrambi un potere garantito dalla legge?
e piú legittimo ancora sul seduttore?
In ogni caso non è lei che si traveste,
che viene a trovarti e ti monta a cavalcioni,
perché, come donna, ti teme
e non si fida di un amante.
Coscientemente ti esponi alla forca,
rimetti all'ira del marito
il tuo patrimonio e la vita,
e con il corpo il tuo buon nome.
Poniamo che la scampi:
dovresti aver paura d'ora innanzi
ed essere piú cauto, vista la lezione.
Macché: già cerchi il modo
per tremare di nuovo
e per rischiare di nuovo la morte,
schiavo mille volte che sei!
Qual è l'animale che, fuggito una volta,
è tanto folle da riconsegnarsi
alle catene che ha spezzato?
'Io non sono un adultero', mi dici.
Neppure io, stai certo, sono un ladro,
quando per prudenza lascio dov'è l'argenteria.
Togli il rischio e subito la natura,
senza piú freni, libera si sbriglierà.
Tu il mio padrone? tu che sei soggetto
ad ogni possibile tirannia
di uomini e di cose, tanto che neppure
se t'imponessero cento volte la verga,
mai e poi mai potresti liberarti
dalla paura che t'angoscia?
Aggiungi a ciò che s'è detto una considerazione
che non dovrebbe avere minor peso:
se chi obbedisce a uno schiavo è un vicario,
come usate dire voi, o un conservo,
che cosa sono io per te?
In realtà tu che stai qui a comandarmi,
sei un infelice che servi altri,
un burattino a cui altri tirano i fili.
Chi è dunque libero?
Il saggio, che è padrone di sé stesso
e non si lascia atterrire da povertà,
morte o catene,
che con coraggio tiene testa alle passioni
e disprezza gli onori,
che ha tutto in sé, una sfera perfetta
sulla cui superficie levigata
niente di estraneo può far presa
e contro cui si scaglia impotente il destino.
Puoi tu di queste qualità
riconoscerne una come tua?
Cinque talenti ti chiede una donna,
ti tiene sulle spine, ti mette alla porta
e t'inzuppa d'acqua gelata,
poi di nuovo ti chiama...
Sottrai il collo a questo giogo vergognoso:
'Libero, sono libero', coraggio, dillo.
Non puoi: un padrone crudele grava sul tuo cuore
e ti pungola con gli sproni,
se ti mostri sfinito,
piegando la tua ritrosia al suo volere.
E quando davanti a un quadro di Pàusia
rimani incantato come uno sciocco,
in cosa sei meno colpevole di me,
che in punta di piedi mi sporgo ad ammirare
i duelli di Fulvio, Rútuba e Pacideiano
dipinti a terre rosse e carboncino,
come se quegli uomini con le armi in pugno
combattessero veramente
menando e schivando fendenti?
Certo Davo è una canaglia, un poltrone,
mentre tu passi per intenditore,
esperto e fine, d'arte antica.
Io non valgo nulla se mi lascio sedurre
da una focaccia fumante, ma tu,
con tutta la virtú del tuo carattere,
sai forse resistere alle lusinghe d'un banchetto?
Cedere ai desideri della gola
è però piú dannoso a me: perché?
La mia schiena si busca bastonate, certo;
ma tu sei sicuro di passarla piú liscia,
quando vai in cerca di quelle ghiottonerie,
che non si possono acquistare a poco prezzo?
Il fatto è che i conviti inseguiti senza posa
si convertono in veleno e finisce che le gambe,
ormai incerte, si rifiutano di reggere
un corpo malandato.
O forse è in colpa il servo
che sul far della sera, rubata una striglia,
la baratta con un grappolo d'uva,
mentre chi vende il suo podere
per saziare la gola
non ha niente in comune con lo schiavo?
E non basta: tu non sai stare
un'ora sola con te stesso
o mettere a frutto il tuo tempo,
anzi, come uno schiavo
che fugge senza meta,
eviti di guardarti in cuore,
e col vino o col sonno
cerchi di volta in volta
d'ingannare l'angoscia.
Ma non serve: tetra compagna,
questa t'opprime e, se fuggi, t'insegue.
'Chi mi dà un sasso?'
Per farne che?
'Dove sono le frecce?'
Quest'uomo è pazzo o scrive versi.
'Se non ti levi subito di torno,
t'aggrego come nono
ai braccianti del mio fondo sabino.'