Campanella Tommaso - Biografia e storia
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Co' monti e valli e fiumi e mar distingui i paesi: altri impingui, altri fai macri, e dolci ed acri, ... |
Petrarca resta ancora, in qualche tono o accento, anche al di fuori delle giovanili e delle amorose; e presente è pure il Tasso delle Rime. Non si dice poi dei classici: Lucrezio in primo piano, e i satirici, da Orazio a Giovenale. Mentre un cenno particolare si vuol fare per Leonardo. Non è possibile accertare quanto degli scritti leonardiani il Campanella potesse conoscere, sia pure per via orale o indiretta; certo eran nell'aria quelle illuminazioni del Vinciano, non solo sul piano e nel clima della scienza, ma anche in quello dello stile. E diversi sono i passi campanelliani che a Leonardo ci fanno pensare, nella esposizione in prosa, specialmente là dove più secca e tersa si fa la scrittura:
Mira che i diversi climi per diverso calore variati, e gli diversi siti producono la diversità degli enti, onde noi .conosciamo la divina arte, di virtú multiplicissima.
Nota come del fummo si fa l'acque nelle caverne de' monti; e più dell'acqua del mare lambiccata come per spogna o per feltro.
Il vento, portando gli odori e 'l freddo e 'l caldo, tira gli animali a' diversi paesi, e di più le navigazioni; e invita a consulta il vento freddo e forte, che unisce i spiriti dentro. Ma il grosso australe fa dormire e in Libia atterra nel sabbione i passeggeri.
Fino allo stupendo e celebre passo dell'elegia Al Sole:
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Le virtú ascose ne' tronchi d'alberi, in alto in fior conversi, a prole soave tiri. Le gelide vene ascose si risolvono in acqua pura, che, sgorgando lieta, la terra riga. I tassi e ghiri dal sonno destansi lungo; a' minimi vermi spirito e moto dài. Le smorte serpi al tuo raggio tornano vive: invidio, misero, tutta la schera loro. Muoiono in Irlanda per mesi cinque, gelando, gli augelli, e mo pur s'alzano ad alto volo. |
Ma dalla tessitura letteraria, dalla dottrina, dal giuoco metrico complesso e talora, nelle grandi composizioni, apertamente barocco, quell'unità spicca, quasi trionfa; e la «rozzezza» e l'«incondito» vogliono essere un invito all'austerità, alla severa attitudine, con l'esempio dei poeti-filosofi dell'antichità, da Empedocle e Parmenide a Lucrezio. Di qui appunto, quando la poesia balza fuori, è carica di sensi segreti («canto un occulto metro», dirà di sé), e un verso, che, staccato, piacerebbe a un moderno decadente (come «Desir immenso delle cose eterne») prende forza e luce dal travaglio stesso concettuale che l'ha prodotto. Così, di questo canzoniere tanto lusingato e non ancora studiato a fondo, può dirsi ciò che si afferma dell'alta e vera poesia: prendere con l'interesse storico e culturale, affascinare con la suggestione che ne promana. Purché non si perda il senso dell'unità dell'opera; che potrebbe essere, in fondo, celebrata e come ribadita da quell'egloga latina che il Campanella, negli estremi anni della propria vita, .indirizzò al re e alla regina di Francia per la nascita del futuro Luigi XIV, «suprema speranza del mondo cristiano»: le Muse di Calabria, che allattarono Virgilio, mi spoglino dalla vecchiezza e faccian sì che in me giovinezza si rinnovi, mentre m'accingo a cantare cose nuove. E ripeteva i versi augurali di Virgilio, «Redeunt Saturnia regna», e li commentava con la rivoluzione copernicana; aggiungeva presagi profetici per la identità del giorno della nascita del Delfino col giorno della propria nascita:
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Quo die ego natus, venisti in luminis oras, instaurare ego Musas, tu nova saecula rerum. |
Immergeva, auspici. le Muse calabre di Ennio', l'autobiografia nella storia.
E la storia fu, in un'epoca di grandi rivolgimenti, il cozzo decisivo di due mondi, e il suo proprio isolamento: la provincia, il convento, il carcere, l'esilio; desolazione e dominazione spagnola; rifugio in una «missione» religiosa che lo spingerà poi, coscientemente, alla lotta contro i residui della scolastica e lo farà profeta inascoltato di un mondo nuovo; e la fine in esilio. La pigra e stantia istruzione dell'infanzia, dalla grammatica alla fisica aristotelica; un buttar via continuo, d'inutili esperienze, di formalismi costretti. Di qui il suo esser irregolare, contro le accademie, e l'aver consumato, come San Girolamo, più d'olio che i suoi avversari di vino. Infine, l'esperienza vera, quella della Natura, la esperienza leonardiana, che lo conduceva ad affermare «Io imparo più dall'anatomia d'una formica o d'una erba», nella natura, «il gran libro di Dio»; e il suo studiare nonostante tutto, il suo esser vissuto «ben seimila anni in tutto il mondo». Il desiderio di azione, il cozzo con la realtà e la società politica; e le contraddizioni che ne derivarono e gli amareggiarono la vita. Di tutto questo c'è nelle Poesie la traccia viva, il segno profondo.
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