La poesia pura
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«...non è più possibile ricostruire i passaggi di fantasia e di immagini che hanno fatto di quelle stelle le favole, ma rimane viva e chiara la suggestione di lontananza, di sogno e di speranza (forse di favole udite alla luce delle stelle, o di illusioni cadute che tornano a risplendere nel cielo della vita) che l'analogia, l'identificazione dei termini hanno voluto creare». Con ciò il critico ci vuol fare intendere che è quasi impossibile voler ricostruire il percorso effettuato dalla fantasia del poeta, ma non è impossibile stabilire intuitivamente un'intesa, una corrispondenza con l'emozione provata dal poeta, capace di suscitare in noi una emozione, magari anche di natura diversa, ma non per questo priva di quella misteriosa carica che riuscirà a far vibrare le corde della nostra commozione.
Tra i rappresentanti più significativi della Poesia pura ricordiamo Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale ed Umberto Saba.
Giuseppe Ungaretti nacque, da genitori lucchesi, ad Alessandria d'Egitto nel 1888. Trasferitosi a Parigi per ragioni di studio (frequentò la Sorbona), strinse rapporti di amicizia con Picasso e Apollinaire. Nel 1914 venne in Italia e cominciò a pubblicare le sue prime poesie su "Lacerba". Intanto, allo scoppio della prima guerra mondiale, si schierò dalla parte degli interventisti e partecipò poi egli stesso alla guerra in prima linea, ricavando proprio dagli orrori della guerra le indicazioni più determinanti sia per le sue scelte morali, sia per quelle artistiche, sia per quelle religiose. Dopo la guerra si stabilì a Roma, ove visse in ristrettezze economiche, finché non si trasferì, nel 1936, a San Paolo del Brasile, ove gli venne assegnata la cattedra di lingua e letteratura italiana presso l'università. In Brasile fu colpito da una grave disgrazia, la morte del figlioletto Antonietto, di appena nove anni, che lo sconvolse enormemente. Finalmente nel 1947 poté far ritorno in Italia, essendo stato chiamato all'università di Roma ad insegnare letteratura moderna e contemporanea. Morì a Milano nel 1970.
La sua prima raccolta di versi risale al 1916, "Il porto sepolto", seguita nel 1919 dalle poesie di "Allegria di naufragi". Vennero poi le raccolte di "L'Allegria" (1931), "Sentimento del tempo" (1933) e "Il dolore" (1947). Tutte le sue poesie sono ora raccolte nel libro della Mondadori "Vita di un uomo".
«L'analogia, fondamento della poetica ungarettiana, è una similitudine privata del come, cioè d'ogni riferimento logico; è l'accostamento di cose e sensazioni apparentemente lontane e la scoperta d'una loro relazione organica, della fusione di esse e dell'animo che le intuisce, nell'elementare unità dell'essere. E' un procedimento tipico della poesia decadentistica e simbolistica, che l'Ungaretti riduce all'essenziale: non più a un fluire di immagini, ma alla vibrazione evocativa della parola singola; ...E' come se il poeta riscoprisse la fase originaria del linguaggio, quando il dare un nome alle cose fu per l'uomo la scoperta intuitiva del suo rapporto col mondo. A questa primitività, a questa innocenza tende tutta la poesia dell'Ungaretti. » (Pazzaglia).
Qualche esempio:
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IL PORTO SEPOLTO (1916) Vi arriva il poeta
MATTINA (1917) M'illumino
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SAN MARTINO DEL CARSO (1916) Di queste case non è rimasto
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Tra le due raccolte più significative delle poesie ungarettiane, "L'Allegria" e "Sentimento del tempo", vi sono delle differenze che è opportuno notare. Nella prima raccolta è cantata prevalentemente la pena dell'Uomo-Ungaretti, nella seconda la pena esistenziale dell'Uomo moderno. Nella prima il Poeta mette a nudo la parte più riposta della propria coscienza, nella seconda - aiutato dalle riconquistate certezze della fede - va alla ricerca di quel filo che lega l'effimero scorrere del tempo con l'eterno. Nella prima esaspera il metodo analogico dell'espressionismo più puro, nella seconda tenta un recupero dei metri tradizionali al servizio dell'analogia, confidando egli stesso: «Rileggevo umilmente i poeti, i poeti che cantano. Non cercavo il verso di Jacopone o quello di Dante o quello del Cavalcanti o quello del Leopardi: cercavo in loro il canto. Non era l'endecasillabo del tale, non il novenario, non il settenario del tal altro che cercavo; era l'endecasillabo, era il novenario, era il settenario, era il canto italiano, era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua costanza attraverso i secoli, attraverso voci così numerose e così diverse di timbro e così gelose della propria novità e così singolare ciascuna nell'esprimere pensieri e sentimenti: era il battito del mio cuore che voleva sentire in armonia con il battito del cuore dei miei maggiori di una terra disperatamente amata».
Ecco una poesia in cui abbondano gli endecasillabi:
LA MADRE (1933)
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E il cuore quando d'un ultimo battito |
Alzerai tremante le vecchie braccia, |
Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 e lì portò a termine gli studi liceali, iscrivendosi poi alla facoltà di lettere. A causa della prima guerra mondiale, che lo impegnò come ufficiale di fanteria, dovette sospendere gli studi universitari. Dopo la guerra si avvicinò alle idee liberali del Gobetti e collaborò alla rivista "La Rivoluzione liberale", nella quale pubblicò le sue prime poesie. Passò poi a Firenze a dirigere il Gabinetto scientifico letterario "G.P. Vieusseux", ma circa dieci anni dopo, nel 1939, essendosi rifiutato di iscriversi al Partito fascista, fu licenziato (egli, infatti, a differenza dell'Ungaretti che nutrì una certa simpatia per il Mussolini ed accettò finanche che questi scrivesse la "presentazione" alla sua raccolta di versi "Il porto sepolto" nell'edizione del 1923, fu sempre ostile alla dittatura del Duce). Comunque egli proseguì nella sua attività di poeta, ampliandola con quella di traduttore (soprattutto dall'inglese), di critico letterario (si deve a lui la scoperta italiana di Italo Svevo nel 1925) e di critico musicale (aveva anche tentato la carriera di baritono nel teatro lirico ma senza successo). Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì a Milano, ove nel 1947 fu redattore del "Corriere della Sera" e morì nel 1981.
Le sue raccolte di poesie più importanti sono "Ossi di seppia" (1925), "Le occasioni" (1939) e "La bufera e altro" (1956), ma non sono da dimenticare le successive poesie, i racconti, le prose poetiche e i numerosi saggi ed articoli di critica letteraria, politica e musicale.
Anch'egli esprime nella sua poesia l'angoscia esistenziale di se stesso e dell'uomo moderno, la pena del vivere che assurge ad emblema della vita universale, ma la sua angoscia è senza speranza, non riesce a trovare alcuna fede che potesse in qualche modo riscattarla o almeno finalizzarla ad un ideale superiore. «Il pessimismo del poeta - scrive il Pazzaglia - è radicale. Vivere, per lui, è un continuo perdersi in una trama di atti e di gesti vani, dietro i quali sta il vuoto, un incomprensibile destino di delusione totale, d'incomunicabilità assoluta...
La sua poesia è molto spesso oscura, ma non si tratta, almeno in generale, d'una oscurità programmatica e compiaciuta. Essa nasce soprattutto dalla scoperta dell'assurdità del reale, del rovesciamento delle certezze apparentemente più solide».
Per quanto riguarda lo stile, anche il Montale chiede alla parola piuttosto una carica evocativa che un significato certo, ma egli non giunge al ripudio totale dell'espressione poetica tradizionale del primo Ungaretti e si avvicina, semmai, all'ultima esperienza del poeta di "Sentimento del tempo".
Ed ora due esempi tratti dalla raccolta "Ossi di seppia":
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MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO Meriggiare pallido e assorto |
SPESSO IL MALE DI VIVERE... Spesso il male di vivere ho incontrato:
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Umberto Saba va anche annoverato fra i Poeti nuovi, fra quelli, cioè, che tentarono vie nuove alla poesia italiana, ma la sua esperienza artistica ha ben poco in comune con quelle del Montale e dell'Ungaretti. Semmai qualche contatto possiamo vedere con la poesia dei Crepuscolari, in quanto anch'egli si dedicò al canto delle piccole cose quotidiane, ma è bene precisare che anche qui si tratta di una somiglianza puramente epidermica, dal momento che l'atteggiamento psicologico e morale è ben diverso nel Saba: infatti egli accettò la vita, pur considerandola dolorosa, solidarizzò con gli uomini, specialmente i più umili («Qui degli umili sento in compagnia / il mio pensiero farsi / più puro dove più turpe è la vita»), e credette in taluni valori semplici da dover cantare con le parole del linguaggio comune («La fede avere / di tutti, dire / parole, fare / cose che poi ciascuno intende, e sono,/ come il vino ed il pane,/ come i bimbi e le donne, / valori / di tutti»). Quindi l'uso che fa della parola è anche ben diverso rispetto agli altri poeti nuovi del suo tempo, in quanto egli non ricerca suggestioni evocative ma significati pregnanti e concreti legati alle cose ed al linguaggio comune.
Il Saba nacque a Trieste nel 1883 da madre ebrea e padre cristiano. Questi, prima ancora che nascesse il figlio, abbandonò la moglie, sicché il bambino crebbe praticamente senza padre. Dopo una breve carriera scolastica irregolare e senza esito, partì per il servizio militare, che gli fu di grande aiuto per la sua formazione. Nel 1912 aprì una libreria antiquaria a Trieste e per tutta la vita restò fedele alla sua città natale ed alla sua attività commerciale, se si eccettuano gli anni della seconda guerra mondiale durante i quali dovette riparare prima a Parigi e poi a Roma per sottrarsi alle persecuzioni naziste contro gli ebrei.
Morì a Gorizia nel 1957.
Tutte le sue poesie, numerosissime, sono raccolte in un "Canzoniere" che ha avuto diverse edizioni.
Riportiamo ora una delle poesie più famose del Saba:
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LA CAPRA Ho parlato a una capra. |
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