La poesia satirica
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Cqua non ze n'esce: o ssemo ggiacubini, Se curre a le commedie, a li festini, E doppo? doppo vienghieno li guai. E' un penziere quer mai, che tte squinterna! |
(Da qui non si scappa: o siamo giacobini o crediamo alla legge di Dio. Se ci crediamo, o poveri o ricchi che siamo, il passo della morte ci agghiaccia il cuore. Si va a teatro, alle feste, all'osteria, si fa l'amore, si traffica, si ammassano quattrini, si mescola un po' di tutto... ma poi si muore! E dopo? Dopo vengono i guai, viene la resa dei conti. Dopo c'è un'altra vita, un altro mondo che dura in eterno, non finisce mai! E quel mai ti sgomenta. Eppure, nel bene o nel male, in Paradiso o all'Inferno, questa cagna di eternità deve essere eterna!).
Giuseppe Giusti, nato a Monsummano nel 1809 e morto precocemente di tisi a Firenze nel 1850, è l'altro importante poeta dialettale della prima metà dell'Ottocento. Liberale, fu però successivamente moderato, tanto che, nella rivoluzione del '48, pur partecipando al nuovo regime in qualità di deputato legislativo, auspicò ben presto il ritorno del Granduca, preoccupato della svolta a sinistra che il nuovo governo intendeva effettuare. Quando però il Granduca tornò con l'appoggio delle armi austriache, deluso si ritirò a vita privata. Nella quale praticamente condusse la maggior parte della propria esistenza, senza nemmeno professare l'avvocatura e vivendo di rendita. Nei suoi "Scherzi" egli riflette questa sua mentalità, questa aspirazione alla vita tranquilla, un po' comune alla borghesia toscana e nettamente in contrasto con le idealità di quelle poche personalità eroiche che meditavano sui destini dell'Italia unita e indipendente, ma anche operavano fieramente, a rischio della vita, per portare a compimento il programma risorgimentale. Ecco perché la sua polemica politica fu moderata e intrisa di un diffuso, anche se superficiale, umanitarismo che giunge a fargli sentire pietà anche per l'esercito oppressore. Nella sua più celebre poesia, "Sant'Ambrogio", racconta d'essere entrato un giorno nella cattedrale di Milano e di aver ascoltato un coro di soldati "settentrionali, come sarebbe Boemi e Croati", messi in Lombardia dall'imperatore d'Austria "a far da pali". Le note di quel coro ("O Signore, dal tetto natio" da "I Lombardi alla prima crociata" del Verdi) erano così toccanti e poi cantate con sincera partecipazione, che per un po' conciliarono l'animo del poeta con quegli stranieri. Ben presto, però, l'avversione verso di loro tornò a farsi sentire, quand'ecco che "da quelle bocche che parean di ghiro, / un cantico tedesco lento lento / per l'aer sacro a Dio mosse le penne": era una preghiera, ma sembrava un lamento, un canto di nostalgia di cose care abbandonate per venire in una terra straniera, fra gente che li odia, "strumenti ciechi d'occhiuta rapina". Il Poeta si commuove e manca poco che abbracci un caporale! In effetti il Giusti col suo buon senso vede giusto quando afferma:
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e quest'odio che mai non avvicina |
La realtà della politica imperialistica austriaca era proprio questa, ma francamente è fuori luogo suscitare un senso di pietà e di fratellanza verso un esercito oppressore che, sia pure costretto e con suo danno, faceva valere la forza delle sue armi contro gl'Italiani e costituiva pur sempre il nemico da combattere e da respingere fuori del territorio nazionale.
Ma il Giusti fu modesto di slanci generosi non solo per quanto attiene al sentimento patriottico: il suo atteggiamento nei confronti della vita in generale fu di corto respiro e si esercitò entro ristretti orizzonti. Il pregio maggiore della sua arte sta nella comicità caricaturale con cui disegna macchiette e marionette umane, mettendo soprattutto alla berlina sovrani inetti e sudditi impotenti. In "Il re travicello", ad un popolo di rane che si lamenta per aver avuto come re un travicello:
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Un tronco piallato |
il poeta lancia una solenne ammonizione:
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Volete il serpente |
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