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Narrativa - Scrittori neorealisti
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Nell’immediato secondo dopoguerra, dopo la sconfitta del fascismo ed il ripristino delle libertà democratiche, molti scrittori, che durante il famigerato “ventennio” avevano dovuto subire una sorta di costrizioni al “silenzio”, furono animati da un senso di rivalsa e si impegnarono nel ridisegnare l´immagine e la funzione dell´intellettuale in generale e dello scrittore in particolare, dando vita a quella tendenza letteraria (sulla spinta anche delle nuove istanze dell´arte cinematografica) che è stata definita del neorealismo.
Questa tendenza si richiama solo in parte alle caratteristiche del primo realismo di fine Ottocento, cioè al verismo, in quanto ha come principio irrinunciabile quello di attenersi scrupolosamente ed obiettivamente alla “realtà” della vita; ma il suo impegno, il suo rapporto con la realtà sociale va ben al di là delle intenzioni dei veristi, in quanto implica una decisa volontà di intervenire coscientemente nell’evoluzione della società, di contribuire al suo rinnovamento ed al suo progresso.
Per questo gli scrittori degli anni Cinquanta parteciparono attivamente alla vita dei partiti politici, schierandosi in gran parte con quelli che apparivano meno conservatori e più riformisti e finanche rivoluzionari (quelli della “sinistra”, per interderci). Il critico Franco Fortini giustamente nota: «In quel tempo gli uomini delle parole, gli scrittori, furono investiti da una incredibile responsabilità pubblica. Insieme all’agitatore politico, al giornalista, al regista, lo scrittore fu, per tutte le categorie degli italiani che lo sconvolgimento della guerra civile aveva portato a sinistra, un testimone e un formatore di speranze. Uomini come Vittorini o Levi e, in misura minore, molti altri si trovarono ad avere una autorità morale che nessuno scrittore aveva avuto dai tempi del bardo della democrazia e del poeta soldato».
E fu proprio il Vittorini che, con la sua rivista “Il Politecnico” (1945-1947), tentò di chiarire la qualità delle nuove istanze letterarie: egli affermava che la cultura tradizionale era stata semplicemente “consolatoria” delle sofferenze umane, senza mai impegnarsi nella lotta di difesa degli umili contro i soprusi dei potenti e che questo atteggiamento aveva consentito, ad esempio, l’avvento del fascismo; era necessario pertanto rigenerare la nozione stessa di “cultura” e chiamare tutti gli intellettuali, e soprattutto gli scrittori, ad un impegno concreto di lotta civile.
Il richiamo del Vittorini fu tutt’altro che inascoltato perché in effetti interpretava e chiariva istanze culturali largamente diffuse. Nell’ambito del neorealismo si affermarono scrittori come Francesco Jovine, Vasco Pratolini,Italo Calvino, Beppe Fenoglio, ecc., e molti studiosi del fenomeno non esitarono a far rientrare nella nuova tendenza l’opera di Cesare Pavese.
In effetti il Pavese, nel suo breve romanzo (o lungo racconto) “La casa in collina” (1948), narra la vicenda esistenziale di un intellettuale incapace di partecipare alla guerra partigiana contro il fascismo - che pure ritiene sacrosanta e doverosa - e perciò vittima di un complesso di vergogna civile. E´ chiaro che lo scrittore si è posto il problema della necessità storica di rinnovare radicalmente la funzione della letteratura secondo le indicazioni del Vittorini (e per questa intenzione egli appare condividere le istanze del neorealismo), ma è altrettanto chiaro che egli denunzia (o, meglio, “confessa”) l’incapacità del protagonista verso un impegno concreto di lotta civile: se quest´opera deve essere intesa - come pare plausibile - in senso autobiografico, dobbiamo convenire con quanti ritengono che il Pavese non possa essere annoverato, al di là delle sue stesse intenzioni, tra gli scrittori neorealisti.
A noi l’opera del Pavese appare un’esperienza affatto singolare nel panorama letterario del suo tempo e perciò riteniamo di dovergli dedicare un po´ di spazio a parte.
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