Petrarca Francesco: Opere - La ricerca degli antichi Bookmark and Share
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PHILOLOGIA PHILOSTRATI

Philologia Philostrati è il titolo di una commedia composta in un periodo imprecisato del periodo avignonese (1326-36) e poi andata perduta, probabilmente distrutta dallo stesso Petrarca: se ne conserva solo un'autocitazione, "La maggior parte degli uomini muore nell'attesa" (1) (Familiares II 7), battuta pronunciata da un personaggio di nome Tranquillino. Nell'impossibilità di giudicarne il contenuto, possiamo solo ipotizzare che si trattasse di un precoce (e prematuro) tentativo di emulare un modello classico: in questo caso Terenzio.

Vari amici di Petrarca (fra cui Barbato da Sulmona e Francesco Nelli) gli chiesero di poterla leggere, e anche Giovanni Boccaccio nella Vita Petracchi mostra di conoscerne l'esistenza; ma Petrarca non volle divulgare questo acerbo prodotto della sua officina letteraria.

(1) "Maior pars hominum expectando moritur". 


DE VIRIS ILLUSTRIBUS

Il De viris illustribus è una serie di biografie, prevalentemente brevi, di personaggi illustri del mondo antico. Una redazione definibile come 'romana' comprende ventidue biografie, da Romolo a Catone il Censore (ma i personaggi sono ventitrè, essendo trattati insieme Claudio Nerone e Livio Salinatore); da una frase del Secretum sappiamo però che il progetto originario doveva arrivare fino all'imperatore Tito, e del resto la vita di Catone si interrompe prima della sua naturale conclusione. Una redazione definibile come 'universale' comprende altre dodici biografie, da Adamo a Ercole, introdotte da un proemio; anche la vita di Ercole è incompiuta.
Il De viris illustribus consta dunque di due parti giustapposte, nessuna delle quali portata a termine, concepite in tempi distinti e ideologicamente diverse. Il De viris 'romano' nacque a Valchiusa fra 1338 e 1339 come riscrittura in forma biografica della materia degli Ab Urbe condita libri di Tito Livio; il suo primo nucleo è forse costituito dalla vita di Scipione l'Africano, che è una sorta di versione narrativa delle vicende versificate nell'Africa e che dovette accompagnare i primi passi della scrittura del poema, per poi essere progressivamente ampliata e acquisire una certa autonomia all'interno del De viris. Insieme all'Africa, il De viris 'romano' rappresenta la produzione più pienamente classicista di Petrarca, che grazie ad essa fu insignito dell'incoronazione poetica nel 1341; dell'Africa condivise anche la sorte di essere negletto dopo il 1343 e ad essa viene accomunato dalla condanna di Agostino nel Secretum ("Lascia cadere i pesanti fardelli della storia: le imprese dei romani sono state giΰ rese abbastanza illustri dalla loro stessa fama e dall'ingegno altrui" (1) ).
Il De viris 'universale' venne composto di getto, durante un unico momento ispirativo collocabile nel 1351 o poco dopo. Con esso muta radicalmente il panorama storiografico: punto di riferimento non è più Tito Livio ma il De civitate Dei agostiniano, che inserisce la storia del mondo intero nel piano di salvezza voluto da Dio. Petrarca abbandonava in tal modo una nozione di classicismo un po' ristretta per rileggere con maggior consapevolezza la storia extraromana. E' stato recentemente ipotizzato che anche l'inserzione nel De viris 'romano' delle biografie di tre personaggi stranieri (Alessandro Magno, Pirro, Annibale) si sia verificata in questo periodo (2) .
In un'ultima fase, verso il 1370, il De viris illustribus si collegò a un'opera iconografica di carattere analogo: Francesco I da Carrara chiese infatti a Petrarca di completare la serie delle biografie, adattandole ai ritratti di trentasei personaggi con i quali intendeva decorare una sala del suo palazzo a Padova. Il rifacimento (nel corso del quale il proemio del De viris 'universale' venne ripreso e trasformato in una dedica al signore di Padova) fu però compiuto solo in piccola parte: lo completò Lombardo della Seta dopo la morte di Petrarca, fra 1379 e 1380.
Non sembra che il De viris illustribus sia stato diffuso durante la vita dell'autore, anche se mostrano di averne avuto qualche conoscenza Giovanni Boccaccio (che lo nomina nel De mulieribus claris) e, in Boemia, Carlo IV imperatore e Jan ze Středa. Ne circolò per tempo (entro la fine del Trecento) un volgarizzamento dovuto a Donato Albanzani.
Forse nato negli anni Sessanta come parte del De viris illustribus, ma ben presto accresciutosi fino a diventare opera a sè stante è il De gestis Cesaris, biografia di Giulio Cesare basata principalmente sulle sue opere De bello Gallico e De bello civili. 

(1) "Abice ingentes historiarum sarcinas: satis romane res geste et suapte fama et aliorum ingeniis illustrate sunt".
(2) Enrico Fenzi, Alessandro nel "De viris", in Saggi petrarcheschi, Fiesole (FI), Cadmo, 2003, pp. 447-68. 


AFRICA

L'Africa è un poema epico in esametri, in nove libri (ma con parti incompiute), sulle vicende conclusive della seconda guerra punica. Nei primi due libri, imitazione del Somnium Scipionis ciceroniano, a Scipione appaiono in sogno padre e zio (morti combattendo i Cartaginesi) che gli preannunciano le future glorie romane; in seguito Scipione cerca di ottenere l'appoggio del re dei Numidi Siface contro Annibale. Dopo una grossa lacuna, il libro V vede la sfortunata storia d'amore di Massinissa (alleato di Scipione) per Sofonisba (moglie dello sconfitto Siface): per volere di Scipione i due sono costretti a separarsi, e lo stesso Massinissa procura alla donna un veleno per non farla cadere in mano ai Romani. Annibale torna dall'Italia, è sconfitto a Zama e fugge; Cartagine si arrende a Scipione, che alla fine rientra a Roma e celebra il suo trionfo.
La materia del poema deriva da Tito Livio, della cui terza deca rappresenta una sorta di messa in versi; l'ispirazione epica è invece virgiliana, come rivela la parentesi del libro V che corrisponde a quella, di esito parimenti tragico, dell'amore fra Enea e Didone nel libro IV dell'Eneide. Sembra certo che Petrarca non conobbe i Punica di Silio Italico, storia versificata della seconda guerra punica.
Stando alla Posteritati, la stesura dell'Africa ebbe inizio a Valchiusa nel 1338 o 1339 e venne proseguita fino a un certo stadio: forse il libro IV, dove cade la citata lacuna. La notizia che il giovane autore stava facendo rivivere l'epica classica ebbe immediata risonanza nei circoli letterari e (insieme ai buoni uffici dei Colonna) nel 1341 procurò a Petrarca l'incoronazione poetica; al re Roberto d'Angiς, che lo aveva esaminato prima della cerimonia, Petrarca volle dedicare il poema. Sempre secondo la Posteritati l'elaborazione riprese poco dopo, prima a Selvapiana e poi a Parma; ma il ritorno in Provenza nel 1342 e la morte di Roberto d'Angiò poco dopo segnarono una stasi che doveva diventare definitiva. L'ultimo deciso tentativo di portare a termine l'Africa ebbe luogo nel soggiorno provenzale del 1351-53; ma nelle testimonianze di quegli anni Petrarca, ormai rivolto a un tipo diverso di letteratura, si mostra diviso tra il desiderio di completare l'opera iniziata e il senso della vanità dell'impresa: è eloquente il finale del Secretum, dove all'esortazione di Agostino ("Abbandona l'Africa, lasciala ai suoi possessori: non aggiungerai gloria nè al tuo Scipione nè a te" (1) ) Francesco non sa dare ancora una risposta definitiva.
Una storia a parte è quella della diffusione dell'Africa durante la vita dell'autore: sebbene Petrarca si rifiutasse sempre di divulgarla, opponendo un rifiuto a richieste insistenti e anche autorevoli (fra cui quelle di Giovanni Boccaccio, che comunque potè visionare il poema a casa dell'amico), in due occasioni permise trascrizioni parziali. Dapprima, intorno al 1339-40, Pierre Bersuire trasse copia di un brano del libro III che descriveva le divinità pagane e che poi utilizzò per il suo Reductorium morale; in seguito, nel 1343, Barbato da Sulmona lesse e trascrisse un passo del libro VI, il soliloquio di Magone (fratello di Annibale) nell'imminenza della morte, che da allora ebbe una circolazione incontrollata. Essendogli giunta notizia di alcune critiche di convenienza stilistica che erano state mosse al brano, nel 1363 Petrarca rispose con una lettera a Boccaccio (Seniles II 1). Nella sua integrità l'Africa fu dunque pubblicata postuma. 

(1) "Dimitte Africam, eamque possessoribus suis linque; nec Scipioni tuo nec tibi gloriam cumulabis".

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