Ugo Foscolo - A Zacinto, Alla Sera, In morte del fratello Giovanni Bookmark and Share
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Componimenti lirici di U. Foscolo. Intitolate A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All'amica risanata, sono congiunte dal proposito, da parte del poeta, di evadere dalla realtà per rifugiarsi nella contemplazione della bellezza. Nella prima ode, composta a Genova nel 1800, il motivo settecentesco dell'elogio galante alla bella donna infortunata è ripreso con sottile e moderna sensibilità e diviene inno alla bellezza, espressione dell'eterna armonia del mondo. Nella seconda ode del 1802, dedicata alla contessa Antonietta Fagnani Arese da lui ardentemente amata, Foscolo scopre la sua vocazione di cantore della bellezza, che la poesia idealizza e fa vivere di giovinezza perenne.


 

I Sonetti


Raccolta di dodici sonetti di Ugo Foscolo, distinti in due gruppi: i primi otto, scritti dal 1798 al 1801 e pubblicati nel 1802, e gli ultimi quattro, pubblicati nel 1803. Compiuta espressione del mondo spirituale e poetico di Foscolo, i S. rinnovano la struttura del sonetto tradizionale, infondendo un ampio respiro al discorso sintattico, che travalica i limiti delle pause canoniche stabilite dalle strofe, e imprimendo una fluidità melodica, che trascina sentimenti e immagini in un'unica onda ritmica. L'iter lirico dei S., da una registrazione emotiva ed esacerbata dei casi personali, si sviluppa verso forme di più alta riflessione sulla condizione umana. Dai sonetti che risentono fortemente del modello alfieriano (Solcata ho fronte, Te nudrice alle Muse), o delle forzature ortisiane (Così gl'interi giorni, Meritamente), si passa ai quattro sonetti degli anni 1800-01 (Non son chi fui, Perché taccia, E tu ne' carmi, Che stai? già il secol), legati al ricordo di Firenze e di Isabella Roncioni, in cui sono già quasi scomparsi i compiacimenti preromantici e la cupezza scenografica, anche se rimane un tono di accesa declamazione, che vien meno nei quattro sonetti maggiori (Un dì, s'io non andrò, Forse perché, Né più mai toccherò, Pur tu copia versavi), dove il processo di mitizzazione delle esperienze personali è compiuto e sono presenti i temi dominanti di Foscolo: gli affetti familiari, l'ansia di pace, l'esilio, la poesia.

 

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fèa quell'isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l' ìnclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio,
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro avrai che il canto del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Analisi Testuale

Il sonetto è piena espressione di quello che Praz ha definito il "Neoclassicismo romantico" di Foscolo. In esso, infatti, si intercalano temi classici e temi romantici in una simbiosi perfetta.

Si possono distinguere due sequenze narrative: la prima (vv.1-11), in cui si sviluppa il tema dell'esilio; la seconda (vv.12-14), in cui si sviluppa il tema dell'illacrimata sepoltura.

Il livello sintattico dell'intero sonetto è caratterizzato dall'uso dell'ipotassi, come rivela il succedersi delle sei proposizioni subordinate ciò conferisce maggiore fluidità a tutto il periodo. Ad accentuare ciò interviene la presenza preponderante degli enjambement ("sponde//ove";"nacque//Venere";"non tacque//le tue limpide".), utilizzati quasi ad ogni verso; essi rendono il discorso lirico, inquietante, spinto da un flusso di passioni ininterrotte e portano ad una non coincidenza tra periodo sintattico e periodo strofico, come ha affermato Pagnini: lessico curato, ricco di latinismi, neologismo.

La prima parte sviluppa il motivo principale, come può essere testimoniato dal fatto che esso abbraccia quasi tutto il sonetto: esso è un canto d'amore e di rimpianti per una dimensione umana perduta, il poeta, consapevole della impossibilità  di un ritorno a Zacinto, si limita a salutarla da lontano, esule e disperato, rievocando la bellezza del mare che circonda l'isola, del cielo e dei boschi ricchi di reminescenze di miti antichi. Zacinto, per il poeta, non è soltanto un luogo materiale da cui è lontano, ma soprattutto un luogo dello spirito, da cui si sente per sempre allontanato e verso cui è sempre nostalgicamente proteso.

Il dolore per la lontananza è testimoniato dall'anastrofe che apre il sonetto ("ne più mai"), costituita da due negazioni avvalorate dal "più" che rappresenta un categorico rifiuto ad ogni timida prospettiva di ritorno. -(Il "ne più mai" è un inizio che suggerisce una prosecuzione del pensiero di Foscolo, già in atto prima di iniziare a scrivere; ciò si nota anche dalle formule iniziali di "In morte.."e "Alla sera")-.

La sacralità con cui la terra natia è considerata,  può essere rappresentata dall'aggettivo "sacre" che rende le "sponde" quasi tempio religioso. Oltre che tempio, le sponde sono la culla, rappresentata dal lessema "fanciulletto", il cui vezzeggiativo rende l'idea delle coccole materne, e dal verso "giacque" che indica l'adagiarsi fiducioso del fanciulletto tra le braccia della madre. Nel terzo verso, appare il nome della protagonista del sonetto: Zacinto, posta in posizion di rilievo all'inizio del verso. Il porre il protagonista al terzo verso è un uso diffuso anche in altri sonetti quali "In morte del Fratello Giovanni" e "Alla sera"("o fratel mio", "o sera").

Il nome di Zacinto è imediatamante seguito dall'aggettivo "mia" che indica l'amore incondizionato  dell'autore per l'isola.

Le anastrofi che seguono ("greco mar";"vergine nacque Venere") conferiscono musicalità, eleganza e fluenza al brano.

All'inizio del verso 5 compare il nome di Venere, primo richiamo Foscoliano al mondo classico attraverso l'uso del mito: la dea, nascendo  dalle acque, rende fertili le terre col suo sorriso e fa risplendere di fecondità l'isola. Il motivo del sorriso che porta fertilità è presente anche in altre opere quali il "De rerum natura" di Lucrezio, in cui Venere è definita"alme", e nelle "Stanze" di Poliziano. Alla figura di Venere segue quella di Omero, introdotto dall'allitterazione ("onde non", dall'anafora("tue"."tue") e dalla perifrasi-anastrofe ("colui che l'acque cantò fatali"); le fronde, in particolare, si rifanno al passo dell'odissea in cui Zacinto è definita "selvosa"(libro IX) e protagonista dell'Odissea è Ulisse, immancabilmente citato nel sonetto così come nei Sepolcri e nell'Aiace.

Ulisse è definito "bello di forma e di sventura", che diventano segni di distinzione per questo eroe che chiude ciclicamente la prima parte del sonetto, accomunandosi ed opponendosi a Foscolo stesso: entrambi sono eroi, entrambi vivono l'esperienza della peregrinazione, tuttavia mentre Ulisse rappresenta l'eroe classico, che riesce a tornare a casa dopo la sua terribile esperienza, Foscolo rappresenta l'eroe romantico, impossibilitato a realizzare felicemente la sua esperienza, destinato a vagare e a tormentarsi per tutta la vita.

L'Ulisse analizzato in questo sonetto è molto diverso dall'Ulisse dei Sepolcri e quello dell'Aiace; nei Sepolcri egli è astuto fortunato; nell'Aiace è un astuto fraudolento; in nessuno di questi due casi egli si avvicina al sentimento foscoliano tanto quanto nel sonetto, unica composizione in cui l'eroe classico è valutato positivamente. Il nome è posto, naturalmente, alla fine del verso, in posizione di rilevanza ed è accentuato dall'anastrofe ("baciò la sua petrosa Itaca Ulisse").

Si può notare, dunque, quanta importanza rivestano i temi classi nel sonetto, proposti attraverso le tre figure di Venere, Omero, ed Ulisse. A questi, come si è detto all'inizio, si intercalano, i temi romantici quali l'esilio, la patria, il dolore esistenziale, gli effetti, il sepolcro.

Di importanza fondamentale, dal punto di vista lessicale, è il lessema <<acqua>>, analizzato da Pagnini, che scopre la presenza latente di questo termine in ogni parola, sia metonimicamente ("onde";"mar";"acque") sia peculiarmente ("sponde";"Zacinto";"Venere".). Interessante è l'espressione del verso 7 "limpidi nubi", dove alle nubi si accosta un aggettivo che, di solito, è attribuito alle acque. Quest'accostamento suggerisce, dunque, l'immagine delle nubi che si specchiano nelle acque, immagine avvalorata anche dal verbo "specchi" del v.3, costituito dai temi /sp+/k/ che richiamano "sponde" e "giacque".

Non meno importante è la congiunzione "onde" del v.6, che viene posa al centro sia per continuare l'"oratio perpetua", sia per svolgere la sua funzione ritmica; inoltre ripete, paronomasticamente, il concetto di acqua. Si stabilisce, ancora, una simmetria tra le parole onde e acque es. "sponde-giacque; onde acque; feconde-tacque) che è presente quasi in tutti gli 11 versi della prima parte.

L'importanza del richiamo all'acqua può essere meglio compresa a livello fonico, se si considera la presenza preponderante di l liquide e k gutturali, in modo addirittura alternato, come testimonia il v.8 (LKL KL K LK).

Il tema dell'acqua ritorna anche se si analizzano le figure di Veneree dell'isola, che richiamano, indirettamente, alla figura materna: l'acqua, infine, viene ad assumerla valenza di sostanza generatrice, liquido amniotico "almus", e per questo tutto ciò che è ricco di acqua è ricco di vita. Da ciò si comprende anche il perché del termine "illacrimata"(che De Sanctis ha definito piene di lacrime), utilizzato nella seconda parte (vv. 12 -14) in riferimento alla sepoltura, e dei termini "figlio" e "materna" in riferimento alla terra, tutti posti in posizione di rilievo.

Importante, all'inizio di questa seconda parte, è la particella "Tu", che rappresenta l'ultima disperata invocazione dell'esule alla sua patria e che apre una serie di anastrofi che conducono direttamente alla fine del sonetto e all'immagine inquietante del sepolcro


Alla sera

Forse perché della fatal qu´ete
tu sei l immago, a me sì cara vieni,
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zefferi sereni,

e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni,
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier sull'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch' entro mi rugge.

Materialisticamente, la morte è un reimmergersi nel moto infinito e immemore della materia. Il Foscolo nega ogni trascendenza e riafferma il proprio materialismo: la materia ritorna materia, il tempo cancella tutto.
Nel primo verso del sonetto "Alla sera", si denota un'amara meditazione sulla morte, assegnata dal fato, alle affannose vicende dell'uomo. Qui il poeta desidera associare alla sera l'immagine della morte nello stesso modo in cui nei "Sepolcri" usa il termine "sonno della morte". Vi è una chiara analogia nell'associare alla fine della vita un'immagine di pacatezza e tranquillità.


 

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s' io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, mi vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La madre or sol, s' io dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,

sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch' io ne tuo porto qu´ete.

Analisi Testuale

Il sonetto fu composto nel 1801 in memoria della morte del fratello Giovanni Dionigi; tenente dell'esercito cisalpino, che si uccise nel dicembre del 1820 per debiti di gioco. Esso ricalca i temi, tipici di tutta la produzione foscoliana, quali l'esilio, gli affetti familiari e la tomba ad essi collegati.

Il livello sintattico e stilistico risentono dell'influenza di autori classici, con un utilizzo alternato della paratassi e dell'ipotassi, con un'eleganza ed una sobrietà che depurano l'intero componimento da qualsiasi nesso. Il ritmo è solenne ed il lessico ricco di latinismi("dì", "lunge", "secrete", "cure", "quiete", "speme".), con una prevalenza di verbi al presente e al futuro, che escludono ogni dimensione di ricordo ed immergono nella triste condizione presente e nel presagio della morte futura, e di aggettivi possessivi e pronomi personali che limitano l'intero patrimonio emotivo entro la cerchia ristretta degli affetti familiari.

Anche questo sonetto può essere diviso in due parti: la prima(vv1-11), in cui vengono proposti ciclicamente i temi dell'esilio, della tomba del fratello, della madre e, di nuovo, dell'esilio; la seconda (v12-14), in cui ritorna il tema della tomba come rivalsa dell'autore che, attraverso essa, può ricongiungesi ai suoi cari.

Il sonetto inizia con l'espressione "Un dì", che indica, come in "A Zacinto" e "Alla sera", un'attività pensante già in corso prima di iniziare a scrivere e rende la composizione una semplice<<continuazione>> del pensiero dell'autore. I vv.1-2 ricalcano il carme catulliano, tuttavia, è accentuata dalla metonimia "gente" e dall'utilizzo del verso "fuggire" in luogo del "viaggiare" usto da Catullo e ciò ad indicare la diversa condizione di esiliato in cui Foscolo si trova rispettosa Catullo, esiliato, costretto a fuggire dai luoghi in cui si trova per non essere perseguitato.

Il verso "fuggendo", inoltre, sviluppa, assieme agli altri due versi che con esso rimano( "gemendo" e "traendo"), un'unità tematica, quella del dolore, che fonde le tre condizioni espresse dai tre versi. Allo stesso modo il termine "seduto", assieme a "muto" e "caduto", indica una condizione di stasi , di impossibilità di cambiamento, di costrizione.

La sineddoche "pietra" introduce il tema della tomba del fratello, 9idealizzata e purificata dall'aspro giudizio che Foscolo aveva del gesto del fratello un anno prima, e accanto alla sineddoche, nel v.3 si colloca il protagonista o, meglio, l'interlocutore del poeta: il fratello, collocato anch'egli nel v.3, come negli altri due sonetti, ed accentuato dall'aggettivo "mio" che indica l'amore con cui Foscolo gli si rivolge. La metafora del v.4 sottolinea l'atmosfera classica in cui il poeta s'immerge, paragonando la giovinezza ad un fiore. Il v.5 introduce il terzo tema: la madre, posta in posizione di rilievo all'inizio del verso e seguita da una serie di allitterazioni che conferiscono maggiore importanza al tema trattato("or sol suo";"tardo traendo").

Il v.6 richiama nuovamente il carme di Catullo, tuttavia mentre nel caso di Foscolo è la madre a parlare col "cenere muto" del "figlio esule", nel caso di Catullo è egli stesso a parlare con le ceneri del fratello ,senza bisogno di mediazione, a sottolineare maggiormente la condizione  peggiore in cui il poeta del sonetto si trova rispetto al poeta latino.

Interessante è anche l'opposizione che si viene a creare tra "parla" e "muto", per indicare il tragico contrasto tra la disperata voce materna ed il silenzio tetro della tomba.

Il v.7 rappresenta un nuovo richiamo al mondo classico,  in particolare al secondo canto, vv.79-81, del Purgatorio della Divina Commedia di Dante: l'episodio è quello dell'incontro con Casella, in cui Dante, nel tentativo di abbracciare l'anima, "riporta le sue mani al petto" a causa dell'evanescenza dello spirito di Casella. Per questo episodio Dante si rifà , a sua volta, all'Eneide virgiliana e, più precisamente all'episodio in cui Enea, disceso agli Inferi, tenta di abbracciare l'anima di Anchise senza riuscirci. Il verso 7, dunque, rappresenta una sorta di "richiamo a catena", accentuato anche dall'anastrofe e dalla sineddoche. Esso, inoltre,  introduce nuovamente, assieme ai vv.8-9-10, il tema dell'esilio, e chiude ciclicamente il tema della prima parte.

Il mondo classico riappare nel v.9 e questa volta il richiamo è ad Omero: "gli avversi Numi", sono gli stessi che nell'Odissea affliggono Ulisse e gl'impediscono il ritorno ad Itaca. "Le secrete cure", invece classiche nella forma, , vengono riprese dal sonetto "alla sera" e la loro azione nella vita del fratello del poeta è espressa dalla metafora("che al viver tuo furon tempesta"). L'anafora, dislocata nei versi 10-11("tuo".."tuo"), oppone due condizioni: lo sconvolgimento e la quiete della morte, evidenziata da una metafora  ("porto quiete").

Il tema dell'esilio, posto all'inizio e alla fine della sequenza poetica, contiene in sé gli altri temi della tomba e del legame affettivo con gli altri familiari, annullandoli e proponendo come unica speranza di pace la morte, concetto evidenziato dal lessema "quiete", presente anche in "Alla sera" come sola prospettiva di tranquillità.

La rassegnazione che si evince dalla prima parte(vv.1-11),tuttavia viene ontestata nella seconda parte(vv12-14), in cui ritorna il tema della tomba ed in cui la prospettiva di una "sepoltura illacrimata" sconfigge l'impossibilità di un ricongiungimento con gli affetti familiari e presenta la rivalsa della morte stessa che diventa tramite tra i vivi e i defunti, allo stesso modo di quanto sarà espresso nei Sepolcri e di quanto è stato espresso nell'Ortis.

Il v.12 rappresenta, attraverso il punto esclamativo, il moto di ribellione del poeta nei confronti di un destino crudele che vuole privarlo del ricongiungimento, mentre i due versi finali esplicano la risoluzione vittoriosa, richiamando l'attenzione su quanto viene estrinsecato grazie all'allitterazione finale("madre mesta").


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