Giovanni Pascoli - Biografia
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Silenzio, intorno: solo, alle ventate, |
In "X Agosto", rievocando la brutale uccisione del padre, il Pascoli trae dalla pietà del Cielo, che in quel giorno inonda la Terra di stelle cadenti, motivo di conforto al suo dolore: «Il dolore personale, la tragedia domestica ricevono una significazione cosmica attraverso queste spontanee rispondenze che li ricollegano al dramma universale della vita» (Pazzaglia):
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San Lorenzo, io lo so perché tanto |
I POEMETTI comparvero la prima volta nel 1897, poi, arricchiti, videro la luce in due distinte raccolte, "Primi poemetti" (1904), "Nuovi poemetti" (1909), tutti in terzine. Con essi il Poeta sembra voler uscire dal guscio della propria intimità e ricollegarsi al mondo esterno, sul quale tuttavia trasferisce la medesima problematica spirituale della pena del vivere e della necessità di attutirne il dolore abbandonandosi nelle braccia della Natura. Infatti la parte centrale dei "Poemetti" è imperniata sulla vita di una famiglia di contadini (padre, madre e quattro figli) che vivono la propria esistenza all'unisono con la vita della campagna: ad esempio, l'amore fra la prima figlia del contadino ed un cacciatore si svolge nell'arco di quattro stagioni: in autunno, tempo di semina, si ha il primo incontro ("La sementa"); nell'inverno, quando il grano nasce sotto terra, affiora nei protagonisti un primo indistinto sentimento di simpatia ("L'accestire"); in primavera sboccia il loro amore insieme col fiorire del grano ("La fiorita"); in estate, tempo di raccolta, l'amore fra i due giovani si realizza pienamente con le nozze ("La mietitura"). Altri poemetti esaltano il lavoro umano, la vita semplice dei campi, in tono georgico; altri sprofondano l'animo nel mistero della vita; altri ancora invitano alla solidarietà umana. A proposito dei "Poemetti" dice il Galletti: «Quando il Pascoli vorrà uscire dalla sua solitudine misteriosa e vocale per riaffacciarsi alla vita, (poiché arriva sempre l'ora in cui la vita storica ed i suoi contrasti richiamano imperiosamente a sé l'uomo moderno, per quanto scontrosa sia la solitudine in cui è rinchiuso), egli non potrà e non saprà che cercarne il significato occulto, il senso nascosto sotto il velo dei fenomeni, per esprimerlo in forme simboliche». Ne "Il libro" il senso del mistero non è sentito dal Pascoli in quanto individuo, ma in quanto "uomo":
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Sopra il leggio di quercia è nell'altana, |
Un uomo è là, che sfoglia dalla prima |
Ed è proprio questo mistero che avvolge l'uomo che dovrebbe renderlo più buono:
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Uomini, nella truce ora dei lupi,
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Pace, fratelli! e fate che le braccia (da "I due fanciulli")
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Giustamente, a proposito dei "Poemetti" il Pazzaglia nota: «Non fu soltanto, il Pascoli, poeta delle umili cose, ma degli spazi sterminati del cosmo: nelle une e negli altri avvertiva la stessa presenza inquietante del mistero, con un sentimento, però, di prevalente dolcezza quando s'immergeva nella contemplazione della campagna solitaria, con un'angoscia sgomenta quando si immergeva nella visione dei mondi infiniti, vaganti per l'etere immenso». Ed a proposito del tema del poemetto "La vertigine" così afferma il critico: «... potremmo chiamarlo il tema dello smarrimento cosmico. E tuttavia l'abisso di cieli tende qui a diventare il culmine d'una suprema ascesa. Dall'angoscia del mistero nasce una disperata e vana, e tuttavia appassionata, ricerca di Dio». In questo poemetto il Pascoli esprime l'angoscioso desiderio di poter essere sradicato dalla Terra e precipitare nell'immenso mare degli astri, con in cuore una speranza sincera, ma forse vana, di trovare Dio:
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se mi si svella, se mi si sprofondi |
I CANTI DI CASTELVECCHIO, composti contemporaneamente ai "Poemetti", tra il 1897 ed il 1907, ma pubblicati in edizione definitiva soltanto dopo la morte del Poeta, nel 1913, riportano, nella Prefazione del Pascoli stesso, un giudizio che ben si addice anche ai "Poemetti": «La vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico». Questo il Poeta scriveva quasi a volersi timidamente giustificare che nei "Canti di Castelvecchio" comparisse, con insistenza, il senso cupo della morte, pur tra tanti canti e voli di uccelli: «Canti d'uccelli, anche questi: di pettirossi, di capinere, di cardellini, d'allodole, di rosignoli, di cuculi, d'assiuoli, di fringuelli, di passeri, di forasiepe, di tortore, di cincie, di verlette, di rondini e rondini e rondini che tornano e che vanno e che restano... E sono anche qui campane e campani e campanelle e campanelli che suonano a gioia, a gloria, a messa, a morto; specialmente a morto».
In effetti questi canti, composti per lo più nella casa di campagna di Castelvecchio di Barga, dove il Poeta amava rifugiarsi spesso per sfuggire al clamore della vita di città o, meglio, della vita civile, riprendono i temi del dolore umano, della personale tragedia familiare (si ricordi la celeberrima "La cavalla storna"), della pace campestre, dell'attonita suggestione che promana dalle umili insignificanti piccole cose della natura: temi tipici delle "Myricae", che qui, però, vengono sviluppati e approfonditi certamente con maggiore perizia stilistica, ma forse con minore spontaneità di ispirazione. Non per niente il Pascoli stesso definì "myricae autunnali" questi canti, tra i quali si annoverano "Il ciocco", "Il bolide", "L'imbrunire", "Il gelsomino notturno", "La mia sera", "La tessitrice", "La voce", "Valentino", "Le ciaramelle".
I POEMI CONVIVIALI, così intitolati perché alcuni di essi apparvero per la prima volta sulla rivista letteraria "Il convito" di Adolfo De Bosis, furono raccolti e pubblicati dal Pascoli nel 1904. Questi venti componimenti si ispirano all'antico mondo greco e attraverso la rievocazione di vicende e personaggi mitici e storici esaltano l'antica civiltà non senza, però, avvolgerla, anch'essa, in un'aria di arcano mistero, del senso dell'effimero. Qui compare l'umanista, il profondo conoscitore del mondo classico, che sa coniare versi di stampo classico, senza per altro smentire la sua più genuina spiritualità di uomo moderno (e "decadente"). In "Alèxandros" il Poeta immagina che Alessandro Magno, giunto con le sue conquiste al limite estremo delle terre, ultimo confine concesso agli uomini, al di là del quale c'è solo il mistero dell'infinità oceanica, mediti e pianga sulla inutilità di tutte le sue conquiste, mentre in patria la madre e le sorelle, che non si son mosse dalla propria terra natale, dall'ambiente e dalla gente a loro familiari, serenamente tessono la milesia lana per il grande assente e ascoltano le care semplici voci della natura:
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- Giungemmo: è il Fine. |
O squillo acuto, o spirito possente, |
Il Croce, che non apprezzò l'opera del Pascoli nelle sue novità, per i "Poemi conviviali" espresse un giudizio lusinghiero: «In essi, a prima, sorprende un'aria di compostezza, una fluidità ed egualità d'intonazione, onde par di avere innanzi un'altra persona, o tale che si è sviluppata così improvvisamente e magnificamente che non lascia riconoscere l'antica. Che cosa è mai accaduto? Il Pascoli, oltre che poeta, è anche umanista... In questi poemi egli sposa la sua ispirazione poetica alle forme della poesia greca, che sa abilmente imitare e rifare... Il libro è un trionfo della virtù assimilatrice, un capolavoro di cultura umanistica».
I CARMINA, poesie latine composte tra il 1885 e il 1911, con cui il Poeta partecipò ai concorsi annuali banditi dall'Accademia Hoefftiana di Amsterdam, meritando ben tredici volte il primo premio, sono anche essi di ispirazione classica, ma svolgono argomenti di storia romana e cristiana. Comprendono il "Libro dei poeti" ("Liber de Poetis"), la "Storia dei Romani" ("Res Romanae"), i "Poemi cristiani" ("Poemata Christiana"), vari inni, poemetti rurali, poemi ed epigrammi. Per essi il D'Annunzio giudicò il Pascoli «il più grande latinista che sia sorto nel mondo dal secolo di Augusto ad oggi» ed affermò che «nei suoi più alti poemi egli non è un imitatore, ma un continuatore degli antichi».
Le altre raccolte di poesie ("Odi ed inni", "Canzoni di Re Enzio", "Poemi italici" e "Poemi del Risorgimento") sono di argomento civile e rappresentano la parte più caduca dell'opera del Pascoli. D'altra parte lo stesso Poeta non le considerava opera di autentica poesia, confermando la tesi da lui già espressa ne "Il fanciullino": «Il poeta, se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce... ispiratore di buoni e civili costumi, d'amor patrio e familiare e umano... Ma il poeta non deve farlo apposta. Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non tribuno o demagogo».
La fortuna
L'attività poetica del Pascoli si svolge tutta nell'arco di un ventennio, dal 1891 - anno della pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, "Myricae" - al 1911 - anno della pubblicazione della sua ultima raccolta di versi, i "Poemi Italici".
Sono anni confusi e contraddittori, tipicamente di transizione, in cui si contrastano e si confondono positivismo e neoidealismo, verismo ("I Malavoglia" e "Mastro don Gesualdo" del Verga sono rispettivamente del 1881 e del 1888) e decadentismo ("Malombra" del Fogazzaro è del 1881 e "Il piacere" del D'Annunzio è del 1889), la critica "storica" del Carducci e quella "estetica" del De Sanctis. Inoltre, in campo socio-politico, si assiste alla crisi del pensiero liberale ottocentesco, all'affermarsi del movimento socialista, all'ingresso in politica dei cattolici (dopo l'attenuarsi, se non proprio la revoca, del "non expedit"), al sorgere di correnti nazionalistiche che porteranno all'avvento del fascismo. In questa congerie così vasta e multiforme di posizioni intellettuali e sentimentali, ideologiche, fu naturale che la critica letteraria si lasciasse influenzare da pregiudizi di natura politico-filosofico-religiosa piuttosto che lasciarsi guidare dal giudizio estetico, guardasse più al "contenuto" che alla resa poetica dell'ispirazione.
L'opera del Pascoli fu così soggetta a molte incomprensioni: fra i critici di area liberale, quelli di "sinistra" gli furono favorevoli apprezzando quel suo socialismo umanitario ed il suo scetticismo teologico, mentre quelli di "destra" gli furono contrari per lo stesso motivo, perché non apprezzarono quel suo persistere «nel solco di un socialismo sia pure pacifista ed idillico» (Mazzamuto); fra i critici di area cattolica, generalmente ostili al Pascoli, non mancarono dei convinti sostenitori della sua arte che riconobbero al poeta romagnolo una certa «ansia tutta cristiana e francescana del suo filantropismo» (Mazzamuto); di contro i critici di area socialista si vendicarono della defezione del Pascoli dal socialismo militante (avvenuta dopo l'esperienza del carcere), giudicando l'uomo un "conservatore egoista" e il poeta uno che attinge la propria ispirazione, "refrattaria ai cimenti della nuova idea", dalle "scuderie della borghesia".
Come si vede, son tutti giudizi derivanti da dissensi o consensi di tutt'altra natura che di quella estetica.
Il primo a dare un'impostazione adeguata alla critica sul Pascoli fu Benedetto Croce con un saggio apparso su "La critica" nel 1906. In questo saggio il Croce mostrò non poche perplessità circa la validità dell'arte pascoliana, la cui ispirazione - che definì di natura idilliaca - gli parve frammentaria ed impressionistica, qualità, queste, che il critico non apprezzava punto. Successivamente le perplessità iniziali si mutarono in vero e proprio dissenso man mano che il Croce maturò la propria avversione al decadentismo in generale. A proposito dell'estetica pascoliana dettata ne "Il fanciullino" il Croce osservò che il poeta confondeva la fanciullezza "ideale" tipica della poesia con quella "realistica" che «si aggira in un piccolo mondo perché non conosce e non è in grado di dominarne uno più vasto». Ma già nel 1918 il Galletti confutava queste tesi affermando invece che quella del Pascoli è «un'estetica dedotta con coerenza dal misticismo sentimentale e da essa deriva logicamente anche il carattere prevalentemente musicale della poesia pascoliana» (Puppo).
Si dà così l'avvio ad una ricerca più sensata, per così dire "più scientifica", della vera natura dell'arte pascoliana, che viene inquadrata dai più nell'ambito del decadentismo europeo, con specifici richiami al simbolismo francese, e da non pochi sulla scia di una tradizione classicista e nazionale che va da Omero e Virgilio al Carducci. Il che viene di volta in volta dimostrato con acute analisi stilistiche e linguistiche, oltre che con la puntualizzazione sempre più lucida dei motivi poetici che si vanno costantemente ampliando ed approfondendo: al poeta delle "piccole cose", al poeta "idillico-georgico", al poeta "campestre" succede il poeta "cosmico", il poeta del mistero, il poeta che sa cogliere la religiosità del mistero e resta attonito di fronte al male di cui è capace quest'atomo opaco che è la Terra, e che per questo sente di dover lanciare un accorato appello alla fraternità universale.
Pascoli nascosto
In certi manuali di storia della letteratura, generalmente, trattando il Pascoli, si considera il suo periodo giovanile (quello politicamente impegnato in direzione del socialismo anarchico) con sfumature diverse ma di contenuto analogo: sprezzante, sarcastica, ironica, paternalistica, patetica... E si usano espressioni così superficiali e vergognose che, volendo, potremmo tradurle nel modo seguente: "non avrebbe dovuto", "era un povero illuso", "era giovane", "era spiantato", e via dicendo. Il che, in sostanza, lascia ben capire come l'autore del manuale intenda l'impegno politico rivoluzionario. Ciò fa sì che di quel periodo lo studente non venga a sapere praticamente nulla. Il silenzio (ma sarebbe meglio dire la "censura") viene giustificata col dire che il vero "poeta", il vero "artista" è maturato soltanto molti anni dopo, allorché comprese la vanità dei suoi ideali giovanili. Subito dopo, la censura viene ulteriormente rafforzata presentando, del poeta, solo quei testi che unanimemente (cioè anche da parte di molti altri manuali di letteratura), vengono considerati più significativi: e qui la scelta cade ovviamente su quelli che hanno un pregio estetico o stilistico rilevante, oppure su quelli che confermano la necessità del superamento delle istanze giovanili. Alla fine, dopo aver ridotto il poeta a un fallito come "politico", a uno che praticamente era sopravvissuto a se stesso, cioè dopo aver rigorosamente circoscritto la sua originalità a pochissimi testi poetici, si conclude, non senza compiacimento, ch'egli era un decadente, cioè uno che né dal punto di vista "borghese" né da quello "anti-borghese" aveva qualcosa da dire. Si badi: i manuali di letteratura italiana non plaudono esplicitamente alla cultura borghese -meno che mai quelli orientati a sinistra-; tuttavia, ogniqualvolta essi delimitano l'opposizione alla società capitalistica nel ristretto ambito della mera coscienza interiore, psicologica, il limite della loro ideologia piccolo-borghese si evidenzia subito. Naturalmente, per non apparire troppo sbrigativi, tali manuali riconoscono al Pascoli dei meriti a livello linguistico, metrico, formale, ecc., ma sul piano del contenuto ideale il giudizio resta negativo: il Pascoli che aveva cercato di superare (si precisa: "ingenuamente") le contraddizioni del capitalismo e che poi si era accorto (si precisa: "realisticamente") che quelle contraddizioni non potevano essere superate, va considerato, più o meno con disprezzo, un decadente. Detto altrimenti: il suo decadentismo è il frutto di una posizione sbagliata assunta in gioventù. Egli s'era per così dire "intestardito" a seguire una via che non aveva sbocchi. Non che per questo egli dovesse allinearsi subito alle esigenze della borghesia (come quando appoggiò nella maturità il colonialismo in Africa). Sarebbe stato sufficiente ch'egli avesse contestato la società borghese sul piano morale, non politico: in tal modo, anche se alla classe borghese del suo tempo egli non sarebbe apparso un "vincente", gli odierni critici letterari borghesi forse non l'avrebbero messo tra i decadenti. Il decadentismo, insomma, non viene colto come l'esito di un dramma personale del poeta, ma come una sorta di punizione per aver preteso cose ingiustificate. In questi manuali, per concludere, non si vuole assolutamente ammettere l'eventualità che un individuo si "rifugi" nella letteratura allo scopo di superare le proprie tensioni accumulate in sede politica. La letteratura italiana -così come viene trattata nella maggior parte dei manuali- deve restare separata dalla politica: laddove esiste un nesso, una qualche relazione, il riferimento alla politica deve restare molto indiretto, molto nascosto, altrimenti la letteratura diventa "mediocre". Il giovane Pascoli, dunque, non solo era un illuso sul piano politico, ma aveva anche perso del tempo prezioso per le esigenze della "vera" letteratura.
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