Ugo Foscolo - I Sepolcri (introduzione)
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Machiavelli |
Trattando del potere ha svelato alle genti di quanto sangue innocente e di quante lagrime esso gronda: il potere non sembra avere più misteri |
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Michelangelo |
Ha innalzato in Roma la cupola di San Pietro in onore di Dio, paragonata alla cima del monte Olimpo in onore degli DEI dell'antica Grecia |
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Galilei |
Per primo ha affermato la teoria geocentrica aprendo la strada allo studio del firmamento al Newton |
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Firenze e Dante |
Firenze per prima ascolta il carme che ha rallegrato l'ira del Ghibellin fuggiasco (la poesia scritta prima dell'esilio) |
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Petrarca |
Firenze ha dato i natali e la lingua al Petrarca (nato ad Arezzo da genitori fiorentini in esilio) che 'Amore in Grecia nudo e nudo in Roma / d'un velo candidissimo adornando, / rendea nel grembo a Venere celeste;' |
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Pindemonte |
Amico di Foscolo, viaggia per i mari greci all'età di 23 anni e che certo conobbe i miti dell'antica Grecia e ne condivise gli ideali col Foscolo |
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Ulisse |
l'anti-eroe condannato degli dei inferi e condannato dalla storia perché portatore solo di senno astuto e non di valori e illusioni |
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Elettra |
Il mito positivo della progenitrice la cui fama diventa eterna attraverso il canto del poeta, di Omero che trova nella storia la fonte della sua narrazione |
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Cassandra |
l'eroe sconfitto, come Foscolo, che cerca di lasciare nei posteri una traccia, un insegnamento duraturo dei grandi valori |
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Ettore |
l'eroe altamente positivo, che incarna le illusioni della patria, dell'onore, dell'amore di figlio, di marito, di cittadino; ma è anche l'eroe sconfitto eppure eterno nel tempo e perciò vincitore, al quale sono indirizzate le simpatie del poeta e del lettore. |
Perfettamente fusi risultano in questo carme l'elemento romantico e l'elemento neoclassico, che diventa quasi la naturale sostanza del primo; ancora una volta la poesia si tuffa nel passato per trovare quella forza che permetta di superare la dolorosità di un presente che è fatto di incertezze e nel quale le cose più belle cadono troppo presto. Gli stessi versi sono costruiti con una armoniosità che rare volte trovano l'uguale nella storia della poesia italiana. -
La vita umana è dolore, ma l'uomo ha in sé una dote religiosa, la capacità di creare a se stesso dei miti, l'immortalità, l'amicizia, l'amore, la bellezza; miti per i quali, nonostante il loro valore illusorio, si abbellisce e si fa degna la vita; illusioni che gli uomini tramandano di secolo in secolo, affidandone la custodia al culto delle tombe e al canto dei poeti. Intitolato ai Sepolcri il carme potrebbe essere intitolato ugualmente alla storia o alla poesia, che furono con la patria e la bellezza le vere illusioni del Foscolo, e rivelare così anche nel titolo la palese ispirazione vichiana.
Il carme è ispirato ai sepolcri; ma la parte più importante è occupata dalla poesia, che si svolge ed accentra intorno alla figura di tre vari, trasfigurati dal Foscolo in una sorta di figurazione simbolica; questo è lo schema riassuntivo:
Le figure poetiche
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la figura del Parini |
la figura dell'Alfieri |
la figura di Omero |
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- rinnovatore del costume civile, |
- irato ai numi della patria, sdegnoso lungo le rive solitarie dell'Arno si rifugia in Santa Croce |
trasfigurato ossianicamente in un vecchio favoloso, che brancolando penetra negli avelli e abbraccia le urne e interroga le antichissime ombre |
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la figura del Foscolo |
- errabondo fuggire di gente in gente. |
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la figura di Omero |
è il simbolo di ogni poeta che risponda all'ideale nuovo del Foscolo: l'ideale di un poeta che si ispira alla storia, e consacra e rende eterne le illusioni più generose degli uomini. |
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Poche opere poetiche trascendono come questa la figura dell'autore, si innalzano ad un tale significato; eppure l'immagine del poeta si impone nei versi con tale evidenza immediata. Poche opere poetiche sono legate come i Sepolcri ad un momento storico determinato, alle speranze di una nazione in un momento particolare della sua storia; eppure poche sono le pagine da cui derivi una musica come questa, " che va dal più remoto passato al più indefinito avvenire ".
Infine annotiamo come qualche critico ha osservato che i Sepolcri debbono essere considerati come la maggiore "fonte" di quella pesante tradizione retorica che vede nei monumenti un motivo di esaltazione delle glorie nazionali e che la nazione non vi compare mai come popolo ma come un insieme di marmi illustri, di lapidi.
A questa osservazione occorre aggiungere che il Foscolo visse in un'epoca:
- in cui fu vivissimo il senso dei monumenti, delle scoperte archeologiche, dei marmi: l'epoca della riscoperta di Ercolano, di Pompei, della "prosopopea di Pericle",
- in cui dovunque parvero germinare dal suolo i resti dissepolti delle antiche glorie, che determinarono un fiorire di antichi marmi e le celebrazioni più convenzionali, perché monotonamente immutabili del neoclassicismo ufficiale (basta ricordare gli scultori Canova e David), la glorificazione dei potentati viventi, dal Papa Pio VI a Napoleone Bonaparte;
- in cui vivissimo era il distacco tra una plebe numerosa e stracciona e una nobiltà senza potere che viveva di una rendita agraria spesso miserabile e che aveva perso ormai irrimediabilmente il proprio potere economico a favore di una borghesia emergente e fortemente motivata a conquistare anche il potere politico per conservare quello economico;
- in cui in Italia i particolarismi regionali e campanilistici erano troppo forti rispetto a una visione d'insieme: in cui ad esempio il concetto di patria era limitato al comune, se non addirittura al quartiere o al focolare domestico, come possiamo vedere nell'opera del Nievo;
- in cui la crisi politica dei piccoli potentati italici era giunta a un livello talmente profondo che le grandi nazioni, come Francia e Impero austriaco, con un tratto di penna potevano dichiarare decaduta una Repubblica gloriosa e plurisecolare come quella Serenissima Veneta, o creare dal nulla repubbliche che dureranno qualche anno, ecc.;
- in cui le certezze del passato sono divenute ormai fumose e anacronistiche.
In questo ambito solo nei versi del Foscolo i monumenti sono presentati non in funzione declamatoria o cortigiana, ma fortemente propositiva e polemica nei confronti del presente:
- E me che i tempi ed il desio d'onore / fan per diversa gente ir fuggitivo;
- Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo, / decoro e mente al bello italo regno, / nelle adulate regge ha sepoltura / già vivo ...
Riportiamo, a titolo di curiosità, per coloro che amano il Foscolo, ma anche per chi volesse approfondire le proprie conoscenze foscoliane, il brano contenuto nella Lettre à monsieur Guillon, nella quale il poeta tratta della incompetenza dell'abate francese a giudicare i poeti italiani, che viene da tutti conosciuto ormai come il sommario del Carme. La lettera fu scritta in risposta alla critica che l'abate francese Aimé Guillon aveva pubblicato contro il carme foscoliano sul Giornale Ufficiale di Milano. Il sommario risulta " sostanzialmente così poco aderente al contenuto e allo spirito dei Sepolcri da impacciare anziché renderne più facile la comprensione ".
I monumenti inutili ai morti giovano ai vivi, perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità alle persone dabbene, solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano; a torto dunque la legge accomuna le sepolture de' tristi e dei buoni, degli illustri e degli infami.
Istituzione delle sepolture nata col patto sociale.
Religione per gli estinti derivata dalle virtù domestiche.
Mausolei eretti dall'amore della Patria agli Eroi.
Morbi e superstizioni de' sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche.
Usi funebri de' popoli celebri.
Inutilità dei monumenti alle nazioni corrotte e vili.
Le reliquie degli Eroi destano a nobili imprese e nobilitano le città che le raccolgono; esortazioni agli Italiani di venerare i Sepolcri de' loro illustri concittadini; quei monumenti inspireranno l'emulazione agli studi e l'amor di Patria, come le tombe di Maratona nutriano ne' Greci l'aborrimento a' Barbari.
Anche i luoghi ov'erano le tombe de' grandi, sebbene non vi rimanga vestigio, infiammano la mente de' generosi.
Quantunque gli uomini di egregia virtù siano perseguitati vivendo, e il tempo distrugga i lor monumenti, la memoria delle virtù e de' monumenti vive immortale negli scrittori, e si rianima negl'ingegni che coltivano le muse.
Testimonio il sepolcro d'Ilo, scoperto dopo tante età da' viaggiatori che l'amor delle lettere trasse a peregrinar alla Troade: sepolcro privilegiato da' Fati perché protesse il corpo d'Elettra da cui nacquero i Dardanidi autori dell'origine di Roma e della prosapia de' Cesari signori del mondo.
Una voce critica .... Mario Pazzaglia
da: Mario Pazzaglia, Letteratura italiana, vol. 3, l'Ottocento, Testi e critica con lineamenti di storia letteraria, Zanichelli, Bologna 1991, p. 68-69
Il carme Dei Sepolcri fu scritto fra il luglio e il settembre del 1806, pubblicato a Brescia nel 1807. Il motivo occasionale fu una disputa che il Foscolo ebbe con Ippolito Pindemonte nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi, a Venezia, intorno al problema, allora assai dibattuto, delle sepolture. Sia, infatti, la legislazione francese (editto di Saint Cloud, 1804) sia quella austriaca, che venivano, nel giro di quegli anni, estese all'Italia, imponevano che le sepolture fossero poste fuori dell'abitato e vietavano monumenti vistosi e iscrizioni. Il Pindemonte, cattolico, esponendo il piano di un suo poemetto, i Cimiteri, aveva lamentato che la moderna filosofia, cui s'ispirava la nuova legislazione, inducesse a trascurare il pietoso culto dei defunti; il Foscolo lo aveva contraddetto con considerazioni scettiche e materialistiche. Ma poi, approfondendo la propria meditazione, s'accorse che quelle tesi non corrispondevano al suo intimo sentire, o, almeno, non ne esaurivano la complessità, e compose il suo carme come una ripresa, su un piano poetico, della disputa avuta col Pindemonte, ampliandola, però, in una considerazione più vasta del destino umano.
Il sensismo e il materialismo del Foscolo lo portavano a negare l'esistenza di Dio, di una vita futura dell'anima, di ogni ordine provvidenziale dell'universo. Con questa concezione si apre il carme, proclamando l'ineluttabilità della morte, il nulla eterno, l'inutilità delle tombe. Ma proprio da questa visione desolata erompe, tenero e struggente, l'inno alla vita, alla bellezza della natura, alle gioie dell'amicizia e dell'amore, alla dolcezza delle illusioni, prima fra tutte la poesia, non solo quella che si esprime nel verso, ma anche quella che il poeta avvertiva nei suoi sentimenti più elevati; inno che esprime un'ansia d'eternità, un bisogno di essere e di durare oltre la parentesi breve dei giorni. E questa illusione, ché tale appare alla luce della ragione, diviene anche l'incentivo che spinge l'uomo a opporre alla perenne metamorfosi delle cose e di sé stessi, dei valori che durino intatti nel tempo e diano un significato alla vita.
Su questo contrasto è fondato tutto lo svolgimento del carme, poema della morte e della vita, del loro perenne incontrarsi e scontrarsi, della loro continua e drammatica compresenza. Alla cieca, incomprensibile e meccanica legge della natura, il Foscolo contrappone un mondo umano, che sia continua creazione di valori e di civiltà, in una perennesfida al nulla eterno.
Questo inondo nasce proprio dallo squallore della tomba. La pietà che compone i miseri resti destinati a rifluire nel ciclo della materia, nel sepolcro, e pianta su di esso un albero simbolo della vita, è una rivolta contro la morte, è l'affermazione che il defunto continuerà a vivere nella memoria e nel cuore di chi l'ha amato. Questa "corrispondenza d'amorosi sensi" è dote veramente divina dell'animo, perché attesta l'esistenza di una volontà che trionfa sulla legge di perpetua guerra fra gli esseri sancita dalla natura; da questa corrispondenza deriva il sentimento della continuità della vita urnana, e cioè quello che noi chiamiamo tradizione, storia, civiltà.
C'è, ovunque, nell'uomo una forza spirituale che continuamente crea; crea in primo luogo un'eredità d'affetti, e quindi ideali di verità, bellezza, giustizia, patria, mediante i quali l'individuo entra in contatto dinamico e attivo con l'umanità, contribuisce alla formazione di un patrimonio spirituale comune che dura nei secoli. E se le alterne vicende delle "urnane sorti" sembrano a volte distruggerlo, esso rinasce intatto, solo che gli uomini si specchino nelle tombe dei grandi, ne ascoltino l'alto messaggio.
Da semplice nodo d'affetti familiari, il sepolcro diviene così religione, tradizione e civiltà d'una stirpe. Le tombe degli eroi, cioè di coloro che hanno espresso gli ideali più nobili, diventano patrimonio inalienabile d'una nazione e di tutta l'umanità e accendono gli animi generosi a egregie cose. Così le tombe dei grandi di S. Croce ricordano ancora agli Italiani, avviliti dalla servitù, l'antica grandezza, li esortano a rinnovarla, a riscattare la patria dall'oppressione.
Ma il flusso perenne della materia distrugge, come i nostri resti mortali, anche le tombe. Tuttavia la gloria degli eroi non muore, ma continua a vivere eterna nel canto del poeta, che trae dal freddo silenzio delle tombe una parola di vita e di speranza.
L'ultima parte del carme è un inno alla poesia, il cui compito è quello di tramandare non solo il ricordo degli eroi, ma anche i valori che essi affermarono. Essa, in tal modo, crea e diffonde il culto delle più alte illusioni che riscattano la nostra vita dal nulla. Quello del poeta diventa un sacerdozio altissimo di umanità e di civiltà: e la poesia diventa mezzo di suprema elevazione, di armonia spirituale e morale, di autentica civiltà.
I Sepolcri fondano, dunque, una nuova religione, tutta laica e terrena, del vivere, che se si oppone alla trascendenza cattolica, inconcepibile per il Foscolo, s'oppone anche al credo razionalistico, esaltando il sentimento e l'eroismo contro il freddo, sterile calcolo della ragione, la quale può solo additare la vanità del vivere e condurci a un'inerzia scorata. Dalla disperazione dell'Ortis, il poeta è giunto a una coraggiosa accettazione della vita, non ignara della morte, dell'angoscia, del nulla eterno, ma protesa, di là da essi, all'affermazione dell'umano, che anela, mediante una continua creazione di valori, a prolungare l'esistenza limitata del singolo nella storia.
Stilisticamente i Sepolcri uniscono all'impeto, alla passione e alla romantica ricerca dei sublime, di una poesia, cioè che esprima in immagini lampeggianti e in intuizioni grandiose la drammatica realtà del vivere, una rigorosa architettura classica, che giova alla concentrazione altissima di immagini, sentimenti, pensierí. Questo avviene soprattutto all'inizio (vv. 1-22) e dopo il v. 150, quando il poeta abbandona il procedimento didascalico, prevalente nella prima parte del carme e ancora legato a modelli settecenteschi, per creare nuovi grandi miti, immaginazioni potenti e conclusive. I Sepolcri diventano allora come una grande sinfonia della vita e della morte, ed esprimono nel ritmo del verso, nella sua musica mesta e solenne, l'epopea dell'eroismo inscindibilmente unita alla tragedia del destino. L'ampiezza dei periodi poetici, le loro lente volute, la solennità austera e appassionata dei ritmi e dei suoni fanno veramente pensare a un severo canto religioso, nel quale tutte le voci sono presenti, da quelle meste ed elegiache a quelle magnanime ed eroiche.
Dei Sepolcri si può dire ciò che diceva il Foscolo stesso nel Saggio sulla letteratura contemporanea in Italia: "ciascun verso ha pause peculiari e accenti convenienti all'argomento, onde i sentimenti melanconici procedono con ritmo lento e misurato, e le immagini vivaci balzano avanti con il rapido passo della gioia; il poeta è riuscito a dare una diversa melodia a ciascun verso e varia armonia ad ogni periodo".
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