Ugo Foscolo - Le Grazie
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...al vago rito |
Il problema della frammentarietà
Il Foscolo continuò a lavorare al carme per tutta la vita, sia pure saltuariamente, ma, come abbiamo detto, non riuscì ad ultimarlo né a dargli una definitiva struttura. In più occasioni diede alle stampe singoli episodi, ma l'opera vide la luce per intero una prima volta nell'edizione fiorentina di tutte le opere del Foscolo curata dall'Orlandini, poco dopo la morte dell'Autore. In questa occasione i vari frammenti del carme furono ordinati in modo alquanto arbitrario. Miglior fortuna "Le Grazie" ebbero successivamente nelle tre edizioni curate dal Chiarini, l'ultima delle quali, pubblicata a Livorno nel 1904, sembra essere la più accettabile, in quanto il critico non ritenne opportuno costruire un'ideale architettura del carme su congetture ed ipotesi del tutto personali, ma preferì attenersi all'ordine indicato dallo stesso Foscolo nel terzo ed ultimo sommario scritto di suo pugno. Confrontando i frammenti in nostro possesso (che sono certamente tutti quelli scritti dal Poeta) con detto "sommario" (che è dettagliatissimo e divide il carme in tre "inni", il secondo e il terzo dei quali sono a loro volta divisi ciascuno in tre parti), si notano la mancanza di alcuni episodi, lo stato di puro abbozzo di altri, la non certa rispondenza di altri, nella collocazione data dal Chiarini, alle parti del sommario. In effetti il carme, anche dopo il lavoro del Chiarini, rimane frammentario nella struttura, né sono da escludere eventuali ripensamenti che sarebbero potuti intervenire nell'Autore, dopo quel sommario, in sede di sistemazione definitiva.
Ma codesta frammentarietà strutturale nuoce veramente alla sostanziale unità artistica del carme? Il Foscolo stesso avvertì che il carme "ha stile fra l'epico e il lirico" e che il suo fine è "didattico". Ora, esaminando i vari progetti del Foscolo tendenti a mettere insieme i vari frammenti in modo che ne risultasse un disegno complessivo organico ed un discorso coerente, si avverte chiaramente che tutto ciò doveva rispondere alla sola esigenza "didattica". Se il piano è rimasto interrotto e non c'è la possibilità oggettiva di sostituirci all'Autore per realizzarlo in sua vece, non pare che ci si debba eccessivamente rammaricare: che l'intendimento didattico risulti imperfettamente realizzato nell'opera, è cosa di poco conto, dal momento che i numerosi frammenti si ricompongono da se stessi in una unità di ispirazione, che è facilmente riscontrabile nel particolare "tono lirico" del carme, magistralmente spiegato dal Flora con queste parole: «Dopo i Sepolcri, trovata ormai nella poesia una certezza morale che riscatta dal dolore e dalla morte, l'animo del Foscolo, nei furtivi riposi in cui dalla lotta del vivere può rifugiarsi nel suo cuor lirico, è come volto all'immagine stessa della poesia, il ritmo eterno delle Grazie, nel poema del mondo. A questa rapita certezza, rendendo la vita pratica un ricordo o un desiderio, l'universo gli si atteggia come la rappresentazione della bellezza, o anzi dell'armonia, nella forma più pura ch'essa ebbe nei secoli dell'antica Grecia. La letteratura classica avviva gli affetti del poeta come con un suo respiro di eterno: quel medesimo che le Muse fa custodi dei sepolcri. E mai la grecità in cui concorrono Omero e Pindaro e Callimaco ravvivati nella linfa latina di Catullo ebbe più puro erede». Ed ecco cosa il Flora pensa circa l'insanabile frammentarietà esteriore del carme: «Trovare l'ordine ultimo che il poeta poteva proporsi è assai malagevole: e tuttavia io direi che ha meno importanza di quel che si creda. Ciò che fa l'unità delle Grazie è il tono d'arte raggiunto: è, se fosse possibile dirlo, la grazietà... E la sottile industria di una più rigorosa edizione delle Grazie, sarà nell'indulgere a tutte le varie redazioni foscoliane, senza vane sollecitudini per l'ultima intenzione del poeta, che è irraggiungibile; e se fosse conosciuta ci priverebbe forse di molta poesia che egli sentì e che una ricerca di euritmia esterna avrebbe potuto cancellare. Forse è da benedire la sorte che le Grazie ci siano giunte così».
Anche noi siamo del parere che forse lo stesso Foscolo avrebbe finito col nuocere alla poesia delle "Grazie" se avesse insistito nella costruzione di una architettura artificiale in cui imprigionare quegli stupendi "frammenti" nati liberi ed indipendenti.
L'argomento
Il carme può essere così riassunto.
Il Foscolo immagina di dedicare, sul colle di Bellosguardo in Firenze (ove visse per alcun tempo), un tempio alle Grazie (le tre figlie di Venere: Eufròsine, Aglàia e Talìa), dato che gli Antichi, pur venerandole sempre, non ne fecero mai oggetto di culto specifico e sempre le accomunarono al culto di Venere:
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Alle Grazie immortali |
Quindi inizia il primo Inno, intitolato a Venere (simbolo della bellezza universale), nel quale si descrive l'apparizione della Dea nelle acque del mar Ionio in compagnia delle Grazie e l'inizio dell'incivilimento dell'uomo. Fino a quel giorno gli uomini erano vissuti nella più squallida ferinità, lasciando arrugginire l'aratro che aveva loro donato Cerere e divorando selvaggiamente il frutto della vite, dono di Bacco, prima ancora che il sole autunnale lo facesse maturare. All'apparire delle Grazie gli uomini ammutolirono. Deposero le fiere armi e le ruvide pelli e incominciarono ad ingentilirsi scoprendo le arti. Quando Venere decise di tornare fra gli Dei, lasciò le figlie sulla terra perché rendessero più gradito ai mortali il soggiorno terrestre, invitandoli costantemente alla pace, all'amore, alla poesia:
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Assai beato, o giovinette, è il regno |
L'effetto benefico delle Grazie si propagò dapprima in Grecia e per due volte esse furono ospiti dell'Italia, prima in Roma, nell'età antica, poi in Firenze, durante il Rinascimento.
Ora però le Grazie sembrano essere state bandite dagli uomini. Il Poeta promette di rinnovarne il culto nel tempio da lui eretto a Bello- sguardo ed implora il loro ritorno:
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Venite, o Dee, spirate Dee, spandete |
Il secondo Inno, intitolato a Vesta (simbolo delle virtù umane), rappresenta il sacro rito che si celebra dinanzi all'ara delle Grazie, cui il Poeta invita i giovinetti che la guerra non ha ancora strappati alle madri, perché allontanino i profani dalla sacra soglia del tempio. Il rito si compie con l'ausilio di tre bellissime sacerdotesse - tre donne amate dal Foscolo: Eleonora Nencini di Firenze, Cornelia Rossi Martinetti di Bologna e Maddalena Marliani Bignami di Milano - che rappresentano rispettivamente la musica, la poesia e la danza.
La prima sacerdotessa, la Nencini, esce dal suo palazzo di Firenze (il palazzo Pandolfini, la cui costruzione il Foscolo attribuisce erroneamente a Raffaello Sanzio, mentre fu opera di Gianfrancesco Sangallo e Bastiano d'Aristotile) e si accosta all'ara per offrire alle Grazie il suono dell'arpa:
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Leggiadramente d'un ornato ostello, |
La seconda sacerdotessa, la Martinetti, offre alle dee un favo, simbolo dell'eloquenza e della poesia, mentre il Poeta coglie l'occasione per fare un rapido excursus della letteratura greca e italiana (le due anime del Foscolo), rievocando Omero, Corinna, Pindaro, Saffo, Dante, Petrarca, Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Tasso:
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Ora Polinnia alata Dea che molte |
La terza sacerdotessa, la Bignami, danza leggiadramente dinnanzi all'altare delle Grazie e consacra loro un cigno offerto in voto dalla viceregina d'Italia Amalia Augusta di Baviera per ringraziare gli Dei del ritorno del marito, Eugenio Beauharnais, dalla campagna germanica del 1813:
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Sostien del braccio un giovinetto cigno, |
Il terzo Inno, intitolato a Pallade (simbolo delle belle arti), dopo le prime due parti estremamente lacunose e incomplete, in cui si sarebbe dovuto narrare il soggiorno delle Grazie in compagnia di Venere sulla terra, in cielo e nell'Eliso, ci trasporta, nella sua terza parte, nell'isola mitica di Atlantide, regno di Pallade, ove la Dea fa tessere il velo promesso alle Grazie per proteggerne la grazia e il candore dall'assalto violento delle passioni degli uomini.
Quando gli uomini, corrotti dall'avidità e dalla lascivia, si abbandonano ai vizi e si immergono nelle guerre, allora Minerva li abbandona e si rifugia nel suo amabile regno:
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Poi nell'isola sua fugge Minerva, |
Così avvenne quando la Dea decise di por mano al velo delle Grazie:
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Chiamò d'intorno a sé le Dive, e a tutte |
Le Ore dispongono sul telaio le fila dell'ordito tratte dai raggi del sole mentre le Parche mettono lo stame alla spola; Psiche, pensosa e taciturna, tesse, mentre Tersicore le danza intorno per divertirla ed incoraggiarla; Iride porge i colori a Flora, che li moltiplica in migliaia di varietà, per procedere al ricamo delle figure che Erato le suggerisce cantando al suono della lira di Talia. Infine l'Aurora trapunta di rose gli orli del velo su cui Ebe versa l'ambrosia rendendolo incorruttibile. Le figure sono raggruppate in vari soggetti che rappresentano la gioventù, l'amor coniugale, l'ospitalità, l'amore filiale e quello materno. Terminato il velo,
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Poi su le tre di Citerea gemelle |
Infine il Poeta si accommiata dalle Grazie promettendo loro di rinnovare il rito nel mese di aprile e pregandole di vegliare sulla vita della Bignami:
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...Intanto, o belle |
Il valore morale delle allegorie
Come si può facilmente intendere, il carme rappresenta anche una grandiosa "allegoria" o, meglio, un insieme di allegorie che compongono una stupenda sinfonia, l'allegoria della vita: ogni dea, ogni mito, ogni immagine non sono costruzioni fantastiche fini a se stesse, ma rappresentano un "valore" che il Poeta ha scavato dal profondo della sua anima o come retaggio atavico della sua origine greca, o come conquista sofferta della sua travagliata esistenza. I non rari accenni a fatti reali o a situazioni psicologiche riferiti al suo tempo ed alla sua concreta condizione esistenziale, non sono intrusioni cervellotiche o maldestre nella rarefatta atmosfera in cui ondeggiano i miti, ma rappresentano piuttosto il terreno naturale sul quale e per il quale questi sorgono. Per il Foscolo il mondo classico, il regno della Bellezza e dell'Armonia, è sì sentito come irraggiungibile, ma non per questo egli rinunzia alla speranza che esso possa ancora far sentire i suoi benefici effetti anche nel presente e soprattutto nell'avvenire. Contrariamente quel mondo non avrebbe più alcuna validità e sarebbe da deboli o da vinti rimpiangerlo vanamente.
Vagheggiarlo invece per poterne riaffermare la validità è opera degna di un animo forte e generoso.
Ecco perché i miti che il Foscolo trae dall'antichità non hanno soltanto il pregio di rappresentare - ognuno in sé - il segno dell'armonia universale, ma hanno soprattutto il pregio di trasmettere al presente quei "valori" di cui furono simboli presso gli antichi: valori che per il Foscolo non hanno affatto perduto la propria validità morale.
Poesia civile
Anche "Le Grazie" sono pertanto poesia civile, non meno dei "Sepolcri". E se il tono lirico è diverso, ciò è dovuto al fatto che il Poeta ne "Le Grazie" ha finalmente realizzato compiutamente l'armonica fusione delle sue due anime, quella greca e quella italiana, quella antica e quella moderna. Grazie a questa riuscita fusione egli ha potuto ergersi al di sopra della materia contingente della "sua" storia, ha potuto collocarsi nella stratosfera del Tempo, da dove è possibile abbracciare con un solo sguardo il passato e il presente e spingersi anche verso l'avvenire, non con animo profetico, ma con la coscienza pensosa del cittadino della storia universale. Questo spiega perché ne "Le Grazie" siano del tutto assenti gli accenti polemici, le proteste, il rancore, la rabbia, il furore: la visione "politica" dei "Sepolcri" è qui divenuta visione morale.
Non ha quindi senso godersi la bellezza dei miti foscoliani, presenti ne "Le Grazie", senza meditare sui valori che simbolicamente rappresentano, senza cioè tener conto delle "allegorie".
E' questa, a parer nostro, la chiave di lettura del carme. D'altra parte lo stesso Foscolo ci dà un'indicazione in tale direzione. In una sua "dissertazione" scritta in inglese su "Di un antico inno alle Grazie" (e pubblicata in traduzione italiana a Roma, nel 1872, da Domenico Bianchini), il Foscolo afferma: «Le allegorie, come che sembrino cose ridicole ai critici metafisici, furono non pertanto agli artisti i materiali più belli ed efficaci di lavoro; e il dispregio in cui sono cadute fra noi deriva dall'uso insensato che ne è stato fatto, e dal cattivo gusto degli inventori moderni. Imperocché un'allegoria non è veramente che un'idea astratta personificata, la quale per agire più rapidamente e agevolmente sui sensi e sulla immaginazione ci si apprende alla mente con più prontezza. Ai poeti ed artisti della Grecia, Venere non era altro che la rappresentazione personificata della bellezza ideale».
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